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Garland Jeffreys, un genio americano

A una certa età c’è chi, sentendo il tempo scorrere inesorabile, butta fuori dischi a getto continuo e senza discernimento. Non Garland Jeffreys, cavallo di razza (im)pura che da sempre parla solo se ha qualcosa di importante da dire. Prova ne è che, dopo quasi tre lustri di silenzio, nel 2011 l’ottimo The King Of In Between ci ricordava che di lavori deludenti ne conta giusto uno, l’uomo nato il 29 giugno 1943 a Sheepshead Bay (Brooklyn) incarnando il multiculturalismo della madre di tutte le metropoli. Con tutti i pro e i contro dell’essere un melting pot con sangue afroamericano, latino ed europeo, su tutti la difficoltà a farsi accettare in quanto troppo pallido per i “fratelli” e troppo scuro per gli ispanici. Non resta altro che affrontare la vita con Billie Holiday e Louis Armstrong, il doo-wop e l’errebì, Sam Cooke e Bob Dylan. Più tardi, frequentare i corsi di storia dell’arte alla Syracuse University.

Il ragazzo stringe colà amicizia con Lou Reed e Felix Cavaliere: mentre fantastico su cosa chiacchierassero negli intervalli tra le lezioni, annoto il suo accostarsi agli scrittori Beat e un lungo periodo a Firenze per toccare con mano il rinascimento. Terminati gli studi nel ‘66, Jeffreys bazzica il Village proponendo un folk tra impegno e cabaret. Serve però un triennio per qualcosa di più concreto e cioè quei Grinder’s Switch che, con lo pseudonimo Penguin, suonano in Vintage Violence di John Cale. Lì sta Fairweather Friend, prima composizione di pubblico dominio del Nostro e faccenda piuttosto modesta come entro dodici mesi And Grinder’s Switch, LP su Vanguard devoto a The Band. Dissolvenza.

garland

Altri tre annetti e nell’omonimo esordio solista il newyorchese poggia l’ugola duttile su rock urbani venati di folk e incursioni in reggae e black. La critica apprezza e alla Atlantic cercano di smuovere ulteriormente le acque con Wild In The Street/35 Millimeter Dreams, singolo supervisionato da Dr. John recante sul retro una polaroid mista Springsteen/Reed e sul lato A un classico che avrebbe potuto essere una hit. Lo frena invece la mancanza di adeguata promozione che è inoltre causa attriti con l’etichetta. Il lungo apprendistato termina nel 1977, quando la A&M pubblica Ghost Writer, splendido racconto sonoro di come sia difficile – impossibile, forse – essere un santo in città; di come la diversità possa rivelarsi un dono che paghi salato; di come una lucida analisi sociopolitica rappresenti la risposta a tutto ciò.

Ripescato il 45 giri, lo si accompagna con superbi episodi in levare (la title-track, Why-O, I May Not Be Your Kind), rock-soul essenziali e lirici (Rough & Ready, New York Skyline, Lift Me Up) e un’eloquente Spanish Town che piacerebbe sentire dai Calexico. Nel ’78 One Eyed Jack paga qualcosa in termini di scrittura, ma certo non nel duetto con Phoebe Snow di Reelin’, in una Scream In The Night cupamente sensuale e nella doppietta reggae di Desperation Drive e Been There And Back. In coda al decennio, American Boy And Girl risistema in alto l’asticella: Livin’ For Me anticipa The River, If Mao Could See Me Now vive di romantico autobiografismo, City Kids spedisce Van Morrison a zonzo per New York. Al pulsante funk-rock Night Of The Living Dead rispondono il soul di Giamaica Bring Back The Love e l’orecchiabilità arguta di Matador.

Escape Artist

Passato alla Epic, nell’81 l’uomo riassume il proprio talento in Escape Artist, poco meno di un’ora – al 33 giri è accluso un EP registrato a Londa con Dennis Bovell – allestita insieme a membri dei Rumour e della E-Street Band e ospiti del calibro di Big Youth, Linton Kwesi Johnson e l’amico Lou. La produzione di Bob Clearmountain impreziosisce una scaletta che incontra una certa fortuna commerciale spaziando da una spigliata cover di 96 Tears a brani che mescolano i DNA di Elvis Costello, Graham Parker e Joe Jackson (Modern Lovers, Christine), da roots screziate new wave (Innocent) a scintillanti apocrifi degli Specials (Graveyard Rock), da un’epica mai banale (R.O.C.K., Mystery Kids) al reggae macerato nel dub (Miami Beach, We The People). Dopo il live Rock ‘n’ Roll Adult parrebbe ora di incassare, tuttavia nel 1983 il fiacco Guts For Love allontana i vecchi fan senza acquisirne di nuovi.

Garland è deluso, sparisce e riordina le idee. All’alba dei Novanta torna affrontando il razzismo tra gospel, hip-hop, dub e rock nell’intenso Don’t Call Me Buckwheat; cinque anni e Wildlife Dictionary ragiona d’amore sintonizzandosi sul trip-hop, però esce solo sul Vecchio Continente. Ci si consola allora con la vita famigliare, sporadici tour europei e la partecipazione al documentario “The Soul Of A Man” di Wim Wenders. Nel 2006 un pugno di inediti spunta dalla raccolta I’m Alive, poi la ricomparsa di cui in apertura, il premio Tenco, le successive conferme Truth Serum e 14 Steps To Harlem e il recente ritiro dai concerti. Molto tempo fa, questo vero poeta di New York dichiarò che tra bianco e nero non sapeva da che parte stare. Per quanto mi riguarda, Mr. Jeffreys, la metto dalla parte dei Grandi. Senza se e senza ma.

Il maestro prodigo Ry Cooder

Cosa ci saremmo persi se Ryland Peter Cooder non fosse mai nato… Per attenermi all’indispensabile: un musicista poliedrico che odia i virtuosismi; un compositore di colonne sonore per lo schermo e la mente; un’enciclopedia dell’Americana dalle radici alle ali e ritorno; un infaticabile indagatore di culture. Aspetti complementari del Genio che ritrovo esplicitati o tra le righe in The Prodigal Son, lavoro fresco di stampa con i crismi del sunto di carriera. Del gesto che prova a fermare la clessidra con l’unico mezzo disponibile a un essere umano: l’Arte.

Un’Arte tanto più pura quanto più si contamina, pescando dal fluire del tempo e nel tempo accomodandosi mentre parla degli Stati Uniti, di storia e leggenda, di spiriti e spirituals. Che si tratta di un auto-compendio lo provano il ritorno del settantunenne a trascorsi metodi di registrazione e il dominio quasi assoluto sul parco strumenti, con giusto un paio di ospiti e batteria e coproduzione affidate al rampollo Joachim. Soprattutto, lo sguardo rivolto a quando iniziava a donare nuova linfa alla tradizione, trattenendone i significati e travasando la contemporaneità in una sapienza musicale assoluta.

Prodigal Son

Ora come allora, è il passato che spiega dove sta (e stiamo) andando. Lontano, vi dico, perché questi cinquanta minuti si aggiungono all’epopea di Chavez Ravine e all’Esopo traslocato nella Grande Depressione di My Name Is Buddy. Senza nulla togliere al discreto I, Flathead e completando il quadro con lo sbocciare di una rimarchevole cifra autoriale, sono un altro pugno di istantanee così antiche da essere più che mai vive.

Per loro tramite, l’uomo di Santa Monica tira le fila di una fulgida vicenda lunga più di mezzo secolo, che dai Rising Sons – via Captain Beefheart e Randy Newman, Little Feat e Van Dyke Parks e Stones – plana nel cuore di una carriera solista partita (e qui il cerchio si chiude perfetto) affrontando proprio Blind Willie Johnson e Woody Guthrie. Poi sarebbero giunti tex-mex, gospel, soul, le Hawaii, il Buena Vista Social Club, Talking Timbuktu… In giorni più vicini, un libro di racconti e l’impegno politico di Pull Up Some Dust And Sit Down ed Election Special. Tuttavia la fonte era e resta l’anima di un uomo. Il blues.

Ryland

The Prodigal Son lo inzuppa in gospel e country su consiglio di Joachim: pensate che meraviglia, figlio e padre prodighi che omaggiano altri padri scagliandoli oltre il Duemila in atmosfere che disegnano un più terrigno e solare Oh Mercy. Esemplare l’incipit Straight Street dei Pilgrim Travelers, pescato dai ’50 e rivestito di nuove corde, pelli, voci d’ebano. Una delle quali appartiene a Terry Evans, amico e fidato collaboratore scomparso di recente: eppure non è triste – virilmente melanconica, piuttosto – l’elegia tallonata dal caracollare spavaldo di Shrinking Man e da un’elettroacustica Gentrification affacciata sull’Africa sub sahariana.

Autografi sensazionali che si saldano senza cesure ai traditional (la title-track immagina John Fogerty negro ed esuberante, In His Care rasserena Tom Waits a colpi di acquasantiera) e ai brani altrui (il soul celtico You Must Unload, la chiesa traslocata in strada per I’ll Be Rested When The Roll Is Called) di cui il Maestro si appropria. Sono comunque tre i momenti che svelano l’intima essenza del disco: una cover da brividi di Nobody’s Fault But Mine che sta al Nostro come Blind Willie McTell a Dylan; Jesus And Woody, commovente folk latino e farina cooderiana della più pregiata; Everybody Ought To Treat A Stranger Right: Johnson il Cieco reso gospel swingante. Tre apici di un matrimonio tra forma e contenuto che la contemporaneità celebra molto di rado. Perché alla bisogna servono esperienza, visione, sentimento. Perché serve Ry Cooder.

Black Crowes: rock’n’roll è chi rock’n’roll fa

Cosa significa ‘originale’? Non mi va di sbattere insieme rottami recitando poesie e dire che è una novità. Noi suoniamo musica tradizionale. Musica etnica, insomma.” Così Chris Robinson cancellava qualsiasi malinteso in occasione dell’uscita del primo LP della band guidata con il fratello Rich. Ci teneva a specificare che i Black Crowes non erano macchiette hair metal o mediocri habitué del karaoke di Exile On Main Street. Nell’aria avremmo in seguito riconosciuto afrori funk, echi del surrealismo roots dei Little Feat e dell’America(na) Cosmica di Gram Parsons, cenni aciduli e robusto folk. Sarebbero emersi con la maturità, nondimeno i semi stavano in paziente attesa sin dall’esordio.

Di fatto, Chris (ugola da bianco che voleva la pelle nera) e Rich (Keith Richards mediamente ripulito più Jimmy Page senza furti) mai hanno nascosto le fonti dell’ispirazione. Solo che nel 1990, tra l’acid-techno, le mescolanze hard-punk e funk-metal e i Primal Scream che – attenzione, però: partendo da Sympathy For The Devil – abbattevano il muro tra discotecari e rokkettari, li ritenevo simpatici ma fermi al triennio ‘69-’72. Non avevo capito un cazzo. Nel giro di qualche mese e un tot di ascolti ne avrei compreso il ruolo di custodi di ciò che da sempre è impuro crossover.

Shake Your Money Maker

Qualcosa che era oramai tradizione e che i georgiani stavano riportando in una viva Arcadia, là dove le strade sfumano nella campagna, il sole martella la zucca e le notti si incollano alla pelle. Proprio come le loro Canzoni, che non invecchiano perché avvolgono un’anima. Canzoni che gli assicurarono al primo colpo il botto commerciale, pienamente meritato dopo una gavetta iniziata nel 1984: quei sei anni di passaggio dal college sound a un classicismo rock fatto proprio rappresentano la chiave di una grandezza che viepiù riluce allorché ti imbatti in gente che incide senza causa, motivo, forsanche voglia.

L’autorevolezza resta un miraggio se non possiedi attributi, passione, competenza, perché va bene seguire le orme di Humble Pie, Faces e Led Zep (“Da ragazzo non sopportavo i Lynyrd Sknynyrd e non mi sono mai piaciuti gli Allman Brothers. Mi hanno influenzato di più il blues, l’errebì e i gruppi inglesi”: sempre Chris, tre lustri dopo) ma, se non c’è sostanza, giammai George Drakoulias ti noterà né ti offrirà la sua saggezza. Spiccato il balzo fuori dal nido, i Corvi Neri salvarono forma e spirito di pagine gloriose della storia del rock in un’epoca di enormi sommovimenti. Oggi il loro stile non suona revivalistico poiché, con il senno del poi e un innegabile talento, rimescolarono mappe e linguaggi quel tanto che bastò per approdare su una terra della quale restano padroni.

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I Robinson non avevano imbarazzo della scelta tra “artificiosamente nuovo” e “genuinamente retro”. Forse è questo il motivo principale che me li fa amare e più che mai in Shake Your Money Maker, debutto uscito nel 1990 per la Def American di Rick Rubin tutto penne appuntite e melodie irresistibili, ritmica possentemente elastica e riff istantanei però mai banali. Con l’ospite di lusso Chuck Leavell alle tastiere, infilano un gioiello dopo l’altro: omaggi a Otis Redding di un piglio da illividire gli Aerosmith (Hard To Handle), autografi talmente perfetti da essere modelli istantanei (Jealous Again), romanticismo (Seeing Things, Sister Luck, She Talks To Angels), rock‘n’roll a rotta di collo (Thick N’ Thin) e succulente sfumature tra gli estremi (Twice As Hard, Struttin’ Blues).

Roba pregiata che si smercerà in tre milioni di copie, dando il via a una carriera di alti – come minimo l’immediato successore Southern Harmony And The Musical Companion, poi AmoricaLions e il doppio di “auto-cover” semiacustiche Croweology – e nessun basso, di temporanee separazioni e rimescolamenti in formazione attorno al dinamico duo. Soprattutto, inizia come meglio non si sarebbe potuto un romanzo destinato a chiudersi e riaprirsi ciclicamente, scritto com’è da due fratelli più che mai coltelli. Ci sta. Perché non è solo rock and roll, e mi piace. Da matti.

Jayhawks: Hollywood è uno stato della mente

Quel bastardo elettrizzante e poetico per comodità chiamato rock ha il bel vizio di riscoprire periodicamente le proprie radici e, talvolta, di dar loro anche una scossa rivitalizzante. Giusto per fare un paio di esempi: in chiusura dei Sessanta, i Grateful Dead passavano dalla pura psichedelia a uno scintillante country-rock intinto nel folk; nei ’90, il grunge incontrava nel movimento “No Depression” un sincero contraltare agreste. Insomma: per ogni Blonde On Blonde esiste un Nashville Skyline in attesa a guardare indietro ma anche avanti, perché il senno del poi rende le cose diverse se non sei un amanuense. Prendete i Jayhawks e il loro gusto popolare e raffinato, solido come la memoria e caldo come i legami di sangue: sono convinto che all’epoca fosse una fesseria – che lo rimanga tuttora – considerare il loro terzo (e migliore) LP “superato”.

Da Pearl Jam, Lemonheads e Blind Melon, magari? Non scherziamo: preferire un’aurea cosmic american music all’epica grunge, ai calchi seventies, all’indie di cartongesso rappresentava nel 1992 un gesto controcorrente, da punk in spirito che cavarono di tasca un Classico. Qualcuno, a beneficio delle generazioni future, doveva impiastrarsi le mani di terra e piantare un totem come Hollywood Town Hall, il quale suona fuori da qualsiasi dimensione cronologica e cresce anno dopo anno, messo sull’altare di un rock tornato a fidarsi della Canzone perché oltre un certo post non poteva spingersi, pena l’autismo.

jayhawks

Patologia peraltro assente in dieci brani lontani sia dai lustrini milionari di Nashville che dalle pagine seppiate degli Uncle Tupelo, ricchi di una profonda conoscenza della storia e del piglio esecutivo di chi considera Replacements e Hüsker Dü fratelli prima che concittadini. Partivano giustappunto da Minneapolis i Jayhawks, quando a metà anni Ottanta Mark Olson e Gary Louris (chitarristi, cantanti, autori) raccoglievano il bassista Marc Perlman e il batterista Norm Rogers per la regolamentare gavetta. Suggerivano belle potenzialità il country-roots del debutto omonimo e di Blue Earth, tuttavia occorrevano una telefonata di George Drakoulias e una mossa del destino per benedire la maggiore età artistica. Un giorno, l’uomo dietro ai Black Crowes chiama gli uffici della Twin/Tone, in sottofondo ascolta Blue Earth e se ne innamora seduta stante.

Messi i ragazzi sotto la sua ala protettrice, li spedisce – tonificati dall’arrivo del nuovo batterista Ken Callahan e da un tour – a incidere sotto la sua supervisione e con Benmont Tench e Nicky Hopkins alle tastiere. Ne nasce ciò che per dirla con Louris è “folk a volume più alto” e che nel mio piccolo amo definire “tradizione ibrida”. Chiamatela come vi pare, ma sappiate che è baciata da estro e feeling sommi ovunque, più che altrove in una Waiting For The Sun da Eagles nati da una costola di The Band, nell’innodico e virile struggimento Take Me With You (When You Go), nelle Two Angels e Settled Down Like Rain che Jeff Tweedy e Ryan Adams di sicuro conoscono a menadito.

hollywood town hall

 

Altrove è il granaio umido di Harvest che rifiorisce a vita nuova (Crowded In The Wings), oppure si bivacca attorno a un focolare a mezza via tra Exile On Main Street e The Gilded Palace Of Sin (Martin’s Song, Clouds, Sister Cry), cavalcando la melodia indimenticabile di Nevada, California e l’epidermicità mai scontata di Wichita. Gioielli che raggiungono il cuore con l’emozione e la spontaneità entusiastica di chi si è appena sudato una zolla di paradiso. Nel ’95 Tomorrow The Green Grass replica con convinzione più che bastante, poi Olson si rifugia nel deserto di Mojave con la moglie (la cantautrice Victoria Williams: divorzieranno a metà anni zero) portandosi via bussola ed equilibrio. Solo al comando, Gary traccheggia fino alla messa in naftalina nel 2004.

Amici che si sfanculano cento volte ma si riappacificano sempre e comunque, i due suonano assieme dal vivo tra 2005 e 2006. Ristampe e antologie li mettono poi di fronte alla gloria e alla grandezza che furono, la risposta affidata a una reunion dapprima spesa sui palchi statunitensi e poi in studio per l’apprezzabile Mockingbird Time. Dopo il quale Mark non vuole più giocare e se ne va, ancora. Definitivamente? Macché: prodotto da Peter Buck, Paging Mr. Proust nel 2016 zampillava verve ragguardevole. Lo scorso aprile, infine, ecco i Jayhawks accompagnare Mr. Ray Davies in Americana chiudendo un cerchio. L’ennesimo. Beati loro, che il futuro lo hanno dietro le spalle.