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Acide introspezioni: Bill Wyman e The End

Ammettiamolo: ogni discografia che sia un minimo corposa – diciamo dai cinque album in su – contiene qualcosa di mediocre, brutto o addirittura indifendibile. Anche quella dei Grandi, certo. Esempio paradigmatico Their Satanic Majesties Request, zoppicante tentativo dei Rolling Stones di rincorrere uno stile “pepperiano” che non gli apparteneva. Involontariamente comica la copertina, serve parecchia benevolenza per assolvere un contenuto che spinge a domandarsi perché. Applaudito lo space rock 2000 Light Years From Home e soprattutto il luccichio acid-barocco She’s A Rainbow, tutto il resto è noia e imbarazzo. Tenendomi stretto un ingiustamente sminuito Between The Buttons, annoto che nel 1967 le Pietre erano stressate e stanche e per un po’ avrebbero fatto meglio a non rotolare. Forse anche per distrarsi, in quei giorni Bill Wyman si occupa di un prezioso manufatto psichedelico a nome The End, una band del Surrey da lui già incrociata nella precedente incarnazione, tali Innocents. Assieme ai Rolling Stones, il complessino beat aveva fatto da spalla a John Leyton e nel corso del tour Dave Brown (basso, voce) e Colin Giffin (chitarra, voce) avevano stretto amicizia con la sezione ritmica degli Stones.

Varato un nuovo progetto con il tastierista Nick Graham, il sax di John Horton e Roger Groom (poi rimpiazzato da Hugh Atwooll) alla batteria, è naturale telefonare a Bill. Per le sue velleità di talent scout, il vibrante errebì da club dei ragazzi risulta perfetto: sistemato in bacheca un mazzetto di 45 giri e ottenuto un seguito in Spagna, l’ingresso del chitarrista Terry Taylor segna un aggiornamento stilistico. Nell’estate ’67 il gruppo incide Shades Of Orange, gioiellino del Wyman che sistema Charlie Watts alle tabla immaginando un Barrett allegro, indeciso tra schizzi di Spagna e bolero orientaleggiante. Come nel caso degli Skip Bifferty e dei Dantalian’s Chariot, conta molto un retaggio black che impedisce eccessi di svenevolezza: senso del groove, sapienti dinamiche strumentali e piglio robusto fanno dei The End una cerniera tra Brian Auger, ipotesi lisergiche dello Spencer Davis Group e futuri seguaci come Prisoners, James Taylor Quartet e Charlatans.

Già singolo del marzo 1968, Shades Of Orange torna sull’album Introspection, registrato in saltuarie session lungo nove mesi con la produzione di Bill e il missaggio curato da Glyn Johns. Comune il background, lavorano tutti serenamente cogliendo i brani in diretta e successivamente arricchendoli per conservare il “tiro”. Chitarre aguzze, Hammond sfrigolanti, intarsi fiatistici e armonie vocali restituiscono così lo spirito dell’epoca nell’esatto momento in cui se ne allontanano: la visionarietà, qui, appartiene più a paesaggi urbani che alle coeve fughe bucolico-favolistiche eccetto alcuni interludi parlati affidati al giardiniere di Bill. Mentre Glyn intasca l’intuizione per Odgen Nut’s Gone Flake sfilano una Dreamworld da Zombies muscolari, la filastrocca popedelica Under The Rainbow, i Traffic esuberanti di Cardboard Watch. Se la title-track gioca tra parentesi meditative e impennate allestendo un frontale tra I’m A Man e Taxman ripreso in chiusura, What Does It Feel Like e Don’t Take Me incalzano slanciate, la favolistica Sacred Loving – sempre Wyman l’autore – vanta l’harpsichord di Nicky Hopkins e la trasfigurazione di She Said Yeah vede i Beach Boys alle prese con music hall e jazz.

Avrebbe potuto essere un successo mica male, Introspection. Invece, per ragioni mai chiarite e probabilmente legate all’intricato stallo tra gli Stones e il manager Allen Klein, la Decca tiene tutto fermo per più di un anno. Nei favolosi Sessanta ciò equivale a un’era geologica e così, quando a fine 1969 il disco arriva nei negozi, Giffin e Attwooll non sono più della partita e la psichedelia è tramontata. L’album vende pochissimo, diventa un costoso oggetto di culto, il gruppo si separa e alcuni membri riaffiorano nei Tucky Buzzard. Tralasciando la pletorica produzione postuma, potete rimediare all’amaro “what if” procurandovi il CD ufficiale che tre lustri or sono metteva fine a una sfilza di edizioni pirata. Vale la pena, fidatevi.

Black Crowes: rock’n’roll è chi rock’n’roll fa

Cosa significa ‘originale’? Non mi va di sbattere insieme rottami recitando poesie e dire che è una novità. Noi suoniamo musica tradizionale. Musica etnica, insomma.” Così Chris Robinson cancellava qualsiasi malinteso in occasione dell’uscita del primo LP della band guidata con il fratello Rich. Ci teneva a specificare che i Black Crowes non erano macchiette hair metal o mediocri habitué del karaoke di Exile On Main Street. Nell’aria avremmo in seguito riconosciuto afrori funk, echi del surrealismo roots dei Little Feat e dell’America(na) Cosmica di Gram Parsons, cenni aciduli e robusto folk. Sarebbero emersi con la maturità, nondimeno i semi stavano in paziente attesa sin dall’esordio.

Di fatto, Chris (ugola da bianco che voleva la pelle nera) e Rich (Keith Richards mediamente ripulito più Jimmy Page senza furti) mai hanno nascosto le fonti dell’ispirazione. Solo che nel 1990, tra l’acid-techno, le mescolanze hard-punk e funk-metal e i Primal Scream che – attenzione, però: partendo da Sympathy For The Devil – abbattevano il muro tra discotecari e rokkettari, li ritenevo simpatici ma fermi al triennio ‘69-’72. Non avevo capito un cazzo. Nel giro di qualche mese e un tot di ascolti ne avrei compreso il ruolo di custodi di ciò che da sempre è impuro crossover.

Shake Your Money Maker

Qualcosa che era oramai tradizione e che i georgiani stavano riportando in una viva Arcadia, là dove le strade sfumano nella campagna, il sole martella la zucca e le notti si incollano alla pelle. Proprio come le loro Canzoni, che non invecchiano perché avvolgono un’anima. Canzoni che gli assicurarono al primo colpo il botto commerciale, pienamente meritato dopo una gavetta iniziata nel 1984: quei sei anni di passaggio dal college sound a un classicismo rock fatto proprio rappresentano la chiave di una grandezza che viepiù riluce allorché ti imbatti in gente che incide senza causa, motivo, forsanche voglia.

L’autorevolezza resta un miraggio se non possiedi attributi, passione, competenza, perché va bene seguire le orme di Humble Pie, Faces e Led Zep (“Da ragazzo non sopportavo i Lynyrd Sknynyrd e non mi sono mai piaciuti gli Allman Brothers. Mi hanno influenzato di più il blues, l’errebì e i gruppi inglesi”: sempre Chris, tre lustri dopo) ma, se non c’è sostanza, giammai George Drakoulias ti noterà né ti offrirà la sua saggezza. Spiccato il balzo fuori dal nido, i Corvi Neri salvarono forma e spirito di pagine gloriose della storia del rock in un’epoca di enormi sommovimenti. Oggi il loro stile non suona revivalistico poiché, con il senno del poi e un innegabile talento, rimescolarono mappe e linguaggi quel tanto che bastò per approdare su una terra della quale restano padroni.

black crowes

I Robinson non avevano imbarazzo della scelta tra “artificiosamente nuovo” e “genuinamente retro”. Forse è questo il motivo principale che me li fa amare e più che mai in Shake Your Money Maker, debutto uscito nel 1990 per la Def American di Rick Rubin tutto penne appuntite e melodie irresistibili, ritmica possentemente elastica e riff istantanei però mai banali. Con l’ospite di lusso Chuck Leavell alle tastiere, infilano un gioiello dopo l’altro: omaggi a Otis Redding di un piglio da illividire gli Aerosmith (Hard To Handle), autografi talmente perfetti da essere modelli istantanei (Jealous Again), romanticismo (Seeing Things, Sister Luck, She Talks To Angels), rock‘n’roll a rotta di collo (Thick N’ Thin) e succulente sfumature tra gli estremi (Twice As Hard, Struttin’ Blues).

Roba pregiata che si smercerà in tre milioni di copie, dando il via a una carriera di alti – come minimo l’immediato successore Southern Harmony And The Musical Companion, poi AmoricaLions e il doppio di “auto-cover” semiacustiche Croweology – e nessun basso, di temporanee separazioni e rimescolamenti in formazione attorno al dinamico duo. Soprattutto, inizia come meglio non si sarebbe potuto un romanzo destinato a chiudersi e riaprirsi ciclicamente, scritto com’è da due fratelli più che mai coltelli. Ci sta. Perché non è solo rock and roll, e mi piace. Da matti.

Thyme Perfumed Gardens-1: Druids of Stonehenge

Nella scala “Dave Hassinger vs. Electric Prunes”, il rapporto tra i Druids Of Stonehenge e il produttore/manager/aguzzino Jerry Goldstein entrerebbe nella Top Ten, se qualcuno più dei soliti intenditori si ricordasse di loro. Un peccato, perché Creation è LP che merita ben più delle lodi di cultori e studiosi terminali. I nostro rsgazzi non furono eroi nemmeno per un quarto di minuto. Eppure, il loro stile sanguigno, minaccioso e ben articolato non suonava fuori tempo massimo nel ’68 dell’acid rock imperante, né oggi pare una curiosità d’epoca. Anzi: un senso di classicità promana da un lavoro che col senno di poi ha l’aspetto del (chissà quanto volontario) ponte tra sottogeneri. E come non voler bene alla melanconia nervosa e tuttavia raffinata che attraversa Forgot To Begot e la dylaniana It’s All Over Now Baby Blue? Sapevano il fatto loro quegli adolescenti – diciassette anni in media – incontratisi a New York nel 1965.

Ispirati dalla blasfema trinità Them/Rolling Stones/Pretty Things, Dave Budge (voce), Carl Hauser e Billy Tracy (chitarre), Tim Workman (basso) e Steve Tindall (batteria) si fanno chiamare Druids e guadagnano rapidi una certa fama cittadina. In autunno varcano la soglia del Nola, uno studio di Manhattan solitamente utilizzato dalle grandi orchestre, e davanti a un paio di microfoni Neumann U47 registrano crude versioni di brani blues ed errebì. Recuperate a metà novanta con altre due posteriori di un anno su un EP della Sundazed, raccontano una ghenga intenta a strapazzare il canone British Invasion. Avanti veloce al Sessantotto. Improbabile che nel frattempo i ragazzi siano andati a letto presto: eccoli sulla costa opposta con Elliot Randall al posto di Tracy, la ragione sociale che (non) li renderà famosi e un contratto con la Uni, affiliata al colosso Universal/MCA. Hai detto niente. Inoltre, si sono fatti il mazzo nei club affidandosi al succitato Goldstein, navigato marpione che ha scritto per loro un paio di pezzi destinandoli a un singolo che nel giugno ’67 passa inosservato.

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Sia A Garden Where Nothing Grows (psych-soul, se vi pare) che Painted Woman (gli Stones amari invece che cinici) saranno recuperate di lì a un anno sull’album. La psichedelia si è infiltrata nel piglio da Animals inviperiti del quintetto, cresciuto in statura autoriale ed esecutiva al punto che le escursioni strumentali viaggiano su solidi binari, possono talvolta dilatarsi senza sbrodolate, rafforzando e sottolineando la destrezza con la quale si cammina sul filo tra ruvido rhyhm’n’blues e peculiare garage.

Sono davvero punk controcorrente, i Druids Of Stonehenge: nel post-Sgt. Pepper’s in cui prevalgono raffinatezze di studio e ghiribizzi, Budge sprizza una raucedine tra Mick Jagger ed Eric Burdon, le sei corde mescolano jangle-folk e rock‘n’roll, la sezione ritmica è flessibile il giusto e picchia dove serve. Nelle riletture di I Put A Spell On You (Screamin’ Jay Hawkins) e Signed D.C. (Love) sistemate al centro delle due facciate sta il senso del disco, ovvero giungere a una psichedelia garagistica dai colori mai diluiti perché si tiene stretta l’essenzialità delle dodici battute. A tutto vantaggio di autografi scintilanti come la popedelica con nerbo Forgot To Begot e la secca Speed, come un’adeguatamente cupa e chiesastica Six Feet Down e una Pale Dream dal serrato groove chitarristico.

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Stenti a credere a session travagliate divise tra Hollywood e la Grande Mela; a una formazione in rivolta contro Goldstein, reo di aver intascato il sontuoso anticipo contrattuale (350.000 dollari…) a copertura del ruolo di produttore (aveva però inciso Creation in economia: almeno artisticamente, fu un bene); a un risultato che disgusta i Nostri per l’assenza della furia sprigionata sul palco. Punk, dicevo. Nell’estremo tentativo di sfondare, ospiti in televisione al “Joe Franklin Show” gli viene imposta God Bless The Child.

Loro, che amano Billie Holiday, senza batter ciglio la stonicchiano e inframezzano con una rutilante Paint It Black. Mi piace ricordarli così. L’LP sarà un flop commerciale e si saluteranno nel 1969 per riunirsi occasionalmente. Dopo decenni di copie originali a prezzi da capogiro e pessime edizioni pirata, nel 2011 Creation è stato ristampato in CD e vinile dalla Sundazed usando i master originali. Fate un regalo ai Druidi e a voi stessi. Non vi deluderà.