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Robyn Hitchcock, l’uomo che inventò se stesso

Come tutti i cappellai matti d’Albione, Robyn Hitchcock occupa una dimensione parallela nella quale Doctor Who si getterebbe a capofitto per vedere l’effetto che fa. Da quando chiuse una prima volta l’esperienza Soft Boys, questo personaggio artisticamente obliquo quanto umanamente affabile ha intrapreso un percorso da “leader di sé”, sorta di medium tra noi e certe realtà che stanno oltre il quotidiano ma vogliono comunque comunicare con i comuni mortali. Robyn ti accoglie nella sua testa per condurti lungo le crepe di un continuum spazio-temporale con brani che sono favole sospese tra Lewis Carroll e Sigmund Freud. Che, soprattutto, rappresentano pagine sublimi dell’elogio della follia iniziato suo malgrado da Syd Barrett. Due le porte di accesso a questo meraviglioso mondo: un traslucido folk e la sua elettrificazione, entrambi dipanati su un sentiero che ha l’aspetto del triangolo di Penrose.

Da lì, con l’eccentricità naturale che appartiene ai grandi, Hitchcock (non) spiega ciò che accade dove pochissimi osano guardare. Per questo da tre decenni non manco mai l’appuntamento e pazienza se un paio di volte sono rimasti al minimo sindacale di genio, arguzia, verve. L’ultimo lascito si spingeva invece ben oltre: The Man Upstairs, prodotto tre anni or sono dal mitico Joe Boyd, si raccontava bello di uno spartano e autunnale riallacciarsi all’immensità di I Often Dream Of Trains. E allo scoccare delle sessantaquattro primavere portate benissimo, ecco l’LP omonimo, ché qui viviamo con logiche a se stanti. Meno male: sai la noia, altrimenti.

RH

Secondo il diretto interessato, il lavoro è incentrato su “miti inglesi osservati dall’estero”: lo attestano la registrazione a Nashville, la supervisione di Brendan Benson, il trio affiatato di strumentisti, ospiti defilati che per lo più sono amici come Gillian Welch e Grant Lee Phillips. Questo per ciò che attiene alla cronaca, il distacco della quale mal si adatta a una mente in cui abbondano rebus, labirinti e scale di Escher. Sono semplici dati oggettivi in un contesto dove devi farti trasportare da canzoni che ti osservano curiose però riservate, come gatti domestici pur sempre legati alle loro regole. A questo giro di giostra primaverile, dunque, l’aria è quella fresca e profumata della raggiante popedelia modernista codificata in Black Snake Diamond Role, Fegmania! ed Element Of Light, apici del “lato elettrico” che, assieme alla spoglia acusticheria di cui sopra, conferma il ritorno alla forma smagliante.

hitch lp

Per convincersi basta un ascolto dell’iniziale ibrido tra Roxy Music e Mott The Hoople I Want To Tell You About What I Want, delle scintille jangle-rock sull’asse Byrds/Beatles/Big Star Virginia Woolf e Detective Mindhorn, di una favolosa Time Coast che diresti sottratta a Revolver. Se Mad Shelley’s Letterbox è power-pop da manuale e Sayonara Judge si porge notturna e flessuosa, il genius loci nashvilliano è trattenuto in una divertita e divertente I Pray When I’m Drunk e dalla pedal steel della rilassata 1970 In Aspic.

I capolavori assoluti Rob li sistema in sequenza per non farsi mancare nulla: Raymond Of The Wires è psichedelia vetrosa in volute pastello dal fascino istantaneo e duraturo; lo stesso Autumn Sunglasses, ma fasciata in toni orientaleggianti e sentire ipnotico. Per quanto mi riguarda, era da Queen Elvis che l’acid-rock del londinese non suonava così vivido e fantasioso. Tutto da stupirsi o forse nulla. Del resto, siamo al cospetto di Robyn Hitchcock, l’uomo che inventò se stesso.