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Sean O’Hagan, enigmista pop

È cosa nota che, dalla metà degli anni Ottanta, la spinta creativa in ambito rock rallenta il passo anche a causa di un differente approccio verso la storia. Pur continuando a costruire sulle basi dell’esistente, gli artisti si concedono con frequenza sempre maggiore giochi di citazioni più o meno esplicite, da un lato rimescolando il passato in ricette originali oppure gustose, dall’altro accontentandosi dell’esercizio di stile. Ripenso ad allora – per la cronaca, muovevo i primi, entusiastici passi nella popular music – e rispetto all’attualità mi sembra comunque un paradiso. Tuttavia, non sono qui per lamentarmi – dischi belli e importanti ne escono: la fatica, oggi, sta nella selezione – ma per lodare Sean O’Hagan e gli High Llamas.

Nel suo fantastico pop postmoderno, infatti, le citazioni sono una solida spina dorsale e un amabile rebus per critici e appassionati. Nello smaliziato divertimento creativo c’entra il fatto che Sean abbia anche scritto di musica e perciò non teme di riconoscere le proprie influenze. Senza fermarsi a questo, le incastra e amalgama giungendo in dimensioni parallele dove Smile è stato completato senza traumi e i Left Banke sono più famosi di Gesù, dove agli Steely Dan si dedicano corsi universitari e i compositori italiani di colonne sonore sono Dei dell’Olimpo. Una terra dei sogni, in tutti i sensi.

In principio c’erano i morbidi e discreti Microdisney, guidati con Cathal Coughlan – purtroppo scomparso nel maggio 2022 – tra l’Irlanda e Londra fino al tramonto degli eighties. Chiusa l’esperienza, Cathal fonda i Fatima Mansions e di O’Hagan sapete. All’inizio degli anni ‘90 l’E.P. Apricots si espande nell’album Santa Barbara, la squadra (in realtà, strumentisti attorno al capobanda) gioca bene ma il ragazzo è scontento. Ascolta Beach Boys, Left Banke, Van Dyke Parks, Kraftwerk, Neu! e li vorrebbe anche in ciò che sta scrivendo, perciò approfondisce le armonie vocali, il gusto per l’arrangiamento orchestrale, la scrittura che nasconde le complessità nella naturalezza. Con calma, arriva al segreto di, ehm… Fatima del pop d’autore.

La svolta è un concerto degli Stereolab: una chiacchierata con Tim Gane e Lætitia Sadier e Sean si aggrega come tastierista fino al ’94. L’entusiasmo lo spinge di nuovo sugli High Llamas, cui decide di donare una linfa che oggi diremmo intrisa di retromania. Quando sempre nel 1994 la piccola Target di Brighton pubblica Gideon Gaye, chi se ne accorge resta a bocca aperta: in mezzo a Britpop, grunge e crossover sbuca fuori una delizia di impasti strumentali ricchi però calibrati e di atmosfere nelle quali scorgi Brian Wilson e Burt Bacharach, Byrds e Steely Dan, Big Star e Piero Umiliani, il Van Dyke Parks di Song Cycle (omaggiato nell’uso del font Torino Italic Flair) e John Cale a Parigi nel 1919. Ci sono tutti, insieme e appassionatamente, per dimostrare che se c’è un cuore, retro significa anche brand new.

Poiché il gesto è spontaneo nella scintilla creativa e curatissimo nello sviluppo, dopo quasi tre decenni Gideon Gaye non mostra rughe. In eterno sarà un magnifico a sé in cui, tra alcuni siparietti col respiro del cortometraggio, sfilano la glassa agrodolce The Dutchman, gli XTC bucolici sotto cascate d’archi di Giddy And Gay, i Byrds che scambiano McGuinn con Fagen & Becker per Checking In, Checking Out, la library music lisergica Up In The Hills, il superbo quarto d’ora di Track Goes By in viaggio dal jingle-jangle a nevrosi motorik-jazz, l’incantato apocrifo wilsoniano The Goat Looks On e il suo gemello eterozigoto The Goat. Stupendo e, sì, imperdibile.

La critica gradisce, il disco viene riedito dall’Alpaca Park e persino dalla Epic. Anche se infine se li assicura la V2, gli High Llamas sono troppo eleganti e arguti per le masse indie. Gli album che seguono saranno di buona caratura, pur senza riuscire a sottrarre l’artefice dal culto né a eguagliare Gideon Gaye. Sapranno in ogni caso evitarne la fotocopia tra un’elettronica vintage che va e viene e il passaggio alla Duophonic, problemi economici che obbligano Sean a lavorare conto terzi e un paio di validi lavori solisti. Viene da pensare che un genio così meriterebbe ben altro, ma in fondo, come il suo Venerato Maestro anche lui non è stato fatto per questi tempi. E così sia.

Beautify Junkyards: cartoline dal cosmo interiore

Come ogni musica popolare che si rispetti, il folk è un nastro di Möbius che più si avvolge su se stesso, più appare diverso. E come i personaggi di cui narrano certe tradizioni, rinasce ciclicamente nuovo ma antico: conosce le radici e per questo motivo andrà lontano mescolando presente e passato, memoria e ambizioni, nostalgia e fantasticherie. Di tutto ciò e molto altro è intessuto il policromo arazzo dei Beautify Junkyards, portoghesi in circolazione da un decennio freschi della pubblicazione di Cosmorama, quarto pannello di una serie che partiva nel 2012 con un’opera omonima di brani altrui in larghissima parte provenienti dal folk britannico d’antan. Una scelta che sin dall’inizio indicava le affinità elettive, l’estetica e il retroterra della formazione guidata dal cantante/tastierista João Branco Kyron.

Formazione che nel volgere di un triennio si spingeva un passo oltre con gli autografi di The Beast Shouted Love e poi, a una ricetta intrigante e aromatizzata di Tropicalismo, aggiungeva il passaggio alla Ghost Box (etichetta specializzata nella “hauntologia” britannica che ha intelligentemente ampliato il raggio d’azione) e l’arrivo di Helena Espvall dagli incantevoli Espers. Altri tre calendari e The Invisible World Of confermava il valore di un altro anello della catena che comprende Stereolab, Movietone, Pram, Broadcast e Vanishing Twin. Cioè di quei gruppi che in modi diversi disegnano paesaggi immaginari e costruiscono universi paralleli con brandelli di passati mai vissuti in prima persona.

Attitudine che nel caso specifico si fonde al talento per intrecciare elettrico e acustico, atmosfere filmiche ed esotismo, psichedelia ed elettronica retronuova in qualcosa che non soccombe al revival. In una personalità che nello sfuggente e mercuriale Cosmorama – il titolo si riferisce ad apparecchi ottocenteschi con cui osservare immagini panoramiche ingrandite e in rilievo: mi pare significativo – trova l’apice di maturità e allo stesso tempo un catalogo di possibili evoluzioni. Con la nuova cantante Martinez, qualche ospite (l’arpista Eduardo Raon; Nina Miranda, ex trip-poppettara con gli Smoke City; Alison Bryce, già nelle meteore neo-folk The Eighteenth Day Of May) e le idee al solito chiare, i lusitani consegnano il loro disinvolto equilibrio stilistico a una scaletta impeccabile.

Non rinunci a niente, qui, dalla magnifica Dupla Exposição che trasferisce i Can nei solchi di A Saucerful Of Secrets tra bagliori di colonne sonore horror dei ’70, ai trip-hop latini (e lisergici, e folk…) di Reverie e del brano omonimo, dal capolavoro The Sphinx – Isabelle Antena ostaggio degli Air: vi va? – al carnevale dal retrogusto malinconico di Parangolé. Se A Garden By The Sea incede con un passo da marcia classicheggiante ma non nasconde un cuore cosmico, The Collector cala un fantastico asso elettro-bossa in dub e l’inquieta Zodiak Klub tratta il krautrock come solo ai Laika riusciva. Infine, Vali è il madrigale misterioso e mistico che non può mancare, Deep Green si porge con trasognata grazia e il commiato The Fountain tira appropriatamente le fila del discorso. Magia nella magia, canzoni capaci di confortare e inquietare in egual misura diventano a un certo punto stanze di una casa stregata dalla quale non vuoi uscire. Preparatevi a gettare via la chiave.

Pram: musiche credibilmente strane

Lo scorso maggio è caduto il 160° anniversario della nascita di Albert Robida. Ehm, scusa, di chi? Dell’autore dei “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo e in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne”, romanzo fantastico-avventuroso del 1879 (qualcuno ricorderà lo sceneggiato RAI dei Settanta) che ispirò i registi Georges Méliès e Marcel Fabre. Robida era un tipo poliedrico: illustratore, umorista e architetto, animò il cabaret parigino “Le Chat Noir” con spettacoli di teatro delle ombre, tra cui l’apocalittico “La Nuit Des Temps” che vedeva la capitale distrutta in una battaglia aerea.

Vi pare bizzarro? Sappiate che per l’Esposizione Universale del 1900 ricostruì sul lungo Senna i quartieri medioevali demoliti da Haussman… Facile dunque che nei Pram riconoscerebbe degli eredi per la propensione naturale a (ri)costruire passati verosimili con giochi di specchi e messe in scena dove il confine tra reale e fantastico è piuttosto labile. E se esiste un sottogenere che evoca una nazione e il suo spirito come l’Americana, possiamo legittimamente ipotizzarne la versione d’oltremanica e chiamarla – se vi piace – “Vittoriana”.

Meridian

Tuffarsi nell’oceano di suono dei Pram significa anche nuotare in un immaginario adatto a emuli britannici di Robida, Verne e Salgari. Si viaggia con la mente, certo, ma pure con la memoria e la nostalgia di ricordi non vissuti. In modo simile ai più krauti compagni Stereolab e Broadcast – prima ancora a Young Marble Giants e Antena, cui un po’ somiglia nei momenti quieti – dal 1990 la band di Birmingham (no: non vengono da Scarfolk…) si è ritagliata un ruolo di antesignana della ghostalgia, avvolgendola in surrealismi d’avanguardia e rimasugli new-wave, in esotismi e jazz, in stravagante library music e in trip-hop da bar sotto il mare.

A un certo punto, come fanciullini temprati da serenità e stridori, i Pram hanno diluito l’attitudine post con dosi di dolceagra umanità. Poi sono spariti per un decennio abbondante. Quando stavo archiviarli definitivamente, Across The Meridian me li ha restituiti in ottima forma. Tra un lavoro dalle nove alle cinque e l’altro, hanno salutato la cantante Rosie Cuckston e si sono reinventati affidandosi all’etica creativa “democratica” che li contraddistingue sin dagli inizi. Parliamo pur sempre di chi confronta le idee e non ostenta il talento in vacui proclami. Di chi si fa fotografare mascherato per non distogliere da una musica alla quale dedica cura e attenzione.

Pram b & w

Lo comprova una fresca dozzina di brani ricavata da improvvisazioni registrate in Galles e poi rielaborate con sovraincisioni, editing, auto-campionamenti. Ciò che i diretti interessati chiamano “collagismo” restituisce l’arguta fusione di cui sopra, insistendo su jazz esotico e/o urbano (seppiato in Ladder To The Moon, inquieto per Shimmer And Disappear, dinamicamente lunare all’altezza di Footprints Towards Zero) e acute mutazioni errebì (The Midnight Room), su dolcezze che spiegano benissimo l’aggettivo “eerie” (Mayfly, Where The Sea Stops Moving) e colonne sonore immaginarie ispirate ai maestri italiani (Doll’s Eyes, Thistledown).

Il tutto reso viepiù prezioso da un piglio ritmico deciso eppure raffinato e dal personalissimo, ineffabile fascino che avvolge la retrotronica da manuale di Wave Of Translation e permette a una sciantosa fantasma di misurarsi disinvolta con Erik Satie (Electra) e ondeggiare tra Berlino e Bristol (Shadow In Twilight). Bene, bravi. Adesso però non fatemi aspettare altri undici anni, per favore.

Quel modernista di Tim Gane

Ma che meraviglia, gli Stereolab! La band art-pop per eccellenza che, al contempo cantabile e sperimentale, metteva in connessione reciproca decine di anelli del passato cui in precedenza non avevamo pensato. Un mosaico coloratissimo di musica per intellettuali senza spocchia – del tipo che bada al sodo e sa divertirsi – in cui trovavi di tutto e di più: Piero Umiliani e Os Mutantes, Free Design e Neu!, Brigitte Fontaine e Steve Reich, marxismo e situazionismo. Con una spina dorsale compositiva solidissima, i coniugi Tim Gane e Laetitia Sadier furono favolosi maniaci del retro quando ciò ancora non era sinonimo di moda o di paravento per la mancanza di idee.

Nel 2004 terminava la loro storia d’amore e nel giro di un lustro il progetto veniva messo a riposo. Bravina la Sadier a destreggiarsi in una carriera solistica in ogni senso discreta, dall’inverno di quattro anni fa l’ex marito affida un’anima quel tot più sperimentale ai Cavern Of Anti-Matter, allestiti a Berlino con Joe Dilworth – già alla batteria nel Laboratorio Stereofonico – e al tastierista “ti cermania” Holger Zapf. L’attitudine è quella di un tempo e per questo mi piace: il precedente Blood Drums è stato registrato in un analogico mono digitalmente “ricreato” in stereo; la manciata di 12” più un singolo che lo ha seguito ha visto la luce in edizioni limitate su etichette ogni volta differenti fino all’autarchico approdo chez Duophonic.

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Ovviamente, nulla di quanto sopra è stato ripescato nel corposo programma – prossimo all’ora e un quarto – di Void Beats/Invocation Trex. Che è bello assai e aperto coraggiosamente sui dodici minuti della citazione da “Dr. Who” – per me parti benissimo, fratello Tim – di Tardis Cymbals. Echi intermittenti di Delia Derbyshire e del BBC Radiophonic Workshop sospesi nell’aria pressurizzata, i puzzle pop del passato sono sbriciolati da un passo slanciatamente motorik dove il dinamismo ipnotico è però più prossimo a Immer Wieder che a Hallogallo. Questa per sommi capi la differenza nei Cavern Of Anti-Matter: maggiore focalizzazione sulla spazialità del suono, più arnesi di elettronica, atmosfere velate di introversione anche se ritmicamente esuberanti.

Non pensate tuttavia a calligrafismi senza causa né senso, poiché il tono e la scrittura sono ancora fedeli a un umorismo sottile e a contrapposizioni stilistiche che si integrano. Di conseguenza, Blowing My Nose Under Close Observation è la “techno intelligente” dei Novanta ricondotta sulle rive del Reno che contribuì a generarla; Echolalia e Melody In High Feedback Tones incarnano gli episodi più vicini agli Stereolab; le tessiture di Hi-Hats Bring The Hiss fondono i Chemical Brothers con le cupezze dei Two Lone Sworsdmen; Pantechnicon ricorda gli Orbital dei giorni migliori. Wow.

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E se Black Glass Actions raccoglie Jan St. Werner dei Mouse On Mars raccordando Autobahn ai momenti più distesi di Neu! 75, i brani cantati appongono la ciliegina su una torta dai sapori forti però equilibrati e un retrogusto che cresce pian piano. Planetary Folklore spedisce disturbate cartoline cosmico-germaniche sulle quali Sonic Boom declama parole di Vasarely pensando a Lord Krishna Von Goloka; in una viceversa concisa Liquid Gate, è Bradford Cox a ritornare con passo più deciso tra i panorami dell’ottimo Fading Frontier. Concluso il… trip sugli archi meditativi e melancolici di Zone Null (al pianoforte un’altra vecchia conoscenza: Sean O’Hagan) viene voglia di partire da capo, con la certezza che – tra il gioco di specchi e di rimandi, tra il classicismo illuminato della mezza età e l’affiorare di influenze che mai avresti detto o forse sì – le cose appariranno diverse. Ma che squisita, questa retrodelia d’autore!