Archivi tag: Syd Barrett

Kult Korner: biciclette bianche sulla luna

Come più volte detto, la psichedelia è un mutante generato dal bisogno di abbandono dionisiaco. Prima del genere musicale esiste cioè un’attitudine radicata in noi, pertanto spetta a questioni formali distinguere tra loro Anthem For The Sun, Dig Your Own Hole e The Piper At The Gates Of Dawn. Ecco: a rendere unico lo stile acido “made in UK” è la vena favolistica – sognante però pure inquieta, venata di vaudeville e inzuppata nel pop – che potete udire tra le fronde del giardino in cui abitano tutti i cappellai matti.

Da dietro il cancello che El Syd costruì, meraviglie propulse dall’LSD della caratura di See Emily Play e Paper Sun ci/si immergono nello sguardo stupefatto del fanciullino. Rivelazioni del bizzarro nascosto dentro le pieghe del quotidiano, luccicano avanti e indietro nel tempo e nel subconscio e, tra bucoliche beatitudini e vaneggiamenti urbani, disegnano un mondo “altro”. Un mondo dove ognuno conosce l’unico album dei Tomorrow che oggi è in tutti i sensi fresco cinquantenne.

Corre il 1965 quando i bittaroli londinesi Four Plus One fanno fiasco con un 45 giri per EMI e divengono The In Crowd. Onorata così la hit di Dobie Gray, proseguono gli inchini ai Maestri neri con alcuni 45 giri che affiancano riletture di Otis Redding e James Brown agli autografi mod-isti del cantante Keith “West” Hopkins. Passi avanti importanti l’arrivo alla sei corde di Steve Howe – sì: l’onanista incallito degli Yes – e concerti di spalla a Who, Yardbirds e Hollies, la svolta giunge a fine ’66 con il nuovo batterista John Alder, per gli amici Twink. Immerso nella controcultura, aiutato dal tonico del Dottor Hofmann e da Revolver, costui “espande” gli orizzonti della combriccola lungo l’anfetaminico ponte tra due epoche chiamato freakbeat. Poi vede i Pink Floyd all’UFO Club, capisce che il futuro è adesso e adesso è ora di decollare. Ribattezzatisi giustappunto Tomorrow, i ragazzi adattano il guardaroba e avvolgono i brani di West in distorsioni e digressioni misurate.

LP

L’entusiasmo di Joe Boyd e John Peel saluta nel maggio ’67 il singolo My White Bicycle, classico raggiante e isterico come il migliore dei trip possibili. Incastonato su riverberi chitarristici, nastri rovesciati e ritmica puntuale, questa ode agli anarchici olandesi Provo vede nel ruolo di ingegnere del suono Geoff Emerick, eccelso scudiero di George Martin scomparso mentre ultimavo queste righe. Regia e tastiere sono appannaggio del tedesco Mark Wirtz, figura controversa che in primavera supervisiona un LP chez Abbey Road a una porta di distanza dal Sergente Pepe.

Twink e il bassista John “Junior” Wood giudicheranno scarso il risultato ma non dategli retta, poiché cedono a una giustificata acredine. A metà anno Grocer Jack – robetta cucita dal burattinaio teutonico per il solo Keith – centra la seconda piazza in classifica e la EMI focalizza altrove l’attenzione. In autunno l’innodia in anticipo su Lennon di Revolution si ferma sul fondo dei Top 40. Nel febbraio Sessantotto Tomorrow non può più cogliere l’attimo, tuttavia si assicura l’eternità con una Bellezza policroma che fonde piglio energico ed estasi visionaria.

tomorrow colours

In mezzo agli assi già calati su 7”, il lato A sistema la cartolina Colonel Brown, l’India swingin’ di Real Life Permanent Dream, il proto brit-pop Shy Boy. Girato il vinile, la frenetica The Incredible Journey Of Timothy Chase e il minuetto Auntie Mary’s Dress Shop perfezionano il sapore di fiaba allucinata con un vigore sconosciuto a tanti leziosi epigoni. Preludio squisito alla cover di Strawberry Fields Forever, relativamente più scarna e poggiata su una sfoglia emotiva tetra, stralunata. Magnificenza che quasi oscura il Lewis Carroll lisergico di Three Jolly Little Dwarfs, la torrida Now Your Time Has Come, una stellare ed esplicativa Hallucinations. Quasi.

Le parrucche freak ormai nei supermercati, i quattro si salutano. Di Howe sapete, Junior forma con Twink gli effimeri Aquarian Age e Keith lavorerà nella pubblicità. Unico a mantenere un profilo alto, Adler partecipa a S.F. Sorrow e cerca di scuotere Barrett dal torpore, pubblica il folle Think Pink e con i Pink Fairies forgia l’anello di congiunzione tra hippie e (proto) punk. Genio tanto misconosciuto quanto abile a inventare il… domani, gli dobbiamo parecchio. Spargete la voce.

Annunci

Kult Korner: Moffs – cose lisergiche dall’Australia

Australia, anni ’80. Una generazione esce dal punk immaginando il day after e, come chiunque in giro per il globo, inventa un ibrido di tradizione e contemporaneità. In un panorama colmo di band talentuose, nutro affetto particolare per i Moffs, che non si accontentarono di applicare la filologia a Chocolate Watchband, Standells e compagnia. Con intelligenza concepirono invece una psichedelia davvero “neo”, che dei fab sixties recuperava estetica e sonorità, ma soprattutto l’atteggiamento moderno e libero con cui acid-rock, esotismi, progressive e new-wave erano fusi in un linguaggio atemporale proprio perché figlio di epoche diverse.

Conoscenza della storia e apertura mentale appartengono a Tom Kazas (cantante/chitarrista di origine greca che attualmente si cimenta con la folktronica cosmico danzabile nei Loonaloop) sin dagli inizi del decennio, allorché bazzicava la scena “mod” di Sydney con l’amico bassista David “Smiley” Byrnes (dopo i Moffs è stato nei Lazarus, ha pubblicato un LP solista e ora fa il produttore). Nel 1983 incontrano il tastierista Nick Potts e i Moffs – storpiatura umoristica di moths, “falene” – nascono quando arriva l’esperto batterista Alan Hislop.

moffs green

Dopo alcuni mesi trascorsi a scrivere, i quattro iniziano a tenere concerti su concerti. In studio entrano una prima volta per le sei ore notturne bastanti a registrare il nastro – non sfugga l’ironia del titolo – 11 To 5. Dall’insieme già assai maturo emergono l’organo rutilante e la chitarra surf di Horto, l’azzeccatissima cover di Tomorrow Never Knows, l’estasi acid-pop Get The Picture. Una delle cinquecento copie stampate atterra sulla scrivania del prestigioso marchio Citadel, che nella primavera ’85 accoglie il gruppo e non sarà più abbandonato.

Fiducia ripagata come meglio non si potrebbe: l’ipnosi marziale Another Day In The Sun sistema tasti liquidi e chitarre a incorniciare un’indimenticabile melodia, laddove (otto miglia più su, l’aria rarefatta echeggiante Another Girl, Another Planet e Here Come The Warm Jets) Clarodomineaux fotografa Barrett che flette i muscoli e folkeggia. L’eccelso 45 giri giunge in cima alla classifica indie nazionale incassando il plauso di John Peel e “Bucketfull Of Brains”. L’insoddisfatto Potts sbatte però la porta e oggi lo trovate in progetti anticonvenzionali chiamati The Gruntled e Wayward.

look down

L’arrivo di Mick Duncan sigilla l’annata e un “mini” omonimo dove la meravigliosa Look To Find sistema El Syd nei Byrds, A Million Year Past lo trasporta sul Bosforo, I Once Knew e The Meadownsong porgono stiloso psico-prog e I’ll Lure You In avvolge in aromi di California e brughiere. Altra prima piazza più capolino nei Top 20 generalisti, nondimeno il tour seguente lascia sul campo Alan e Mick, rimpiazzati dal Byrnes minore, Andrew, e da Damon Giles. Nel maggio ‘87 Flowers/By The Breeze recapita un discreto vecchio brano e pregiato viluppo elettroacustico volto a oriente.

Dimissionario Damon, si rischia lo scioglimento, tuttavia il fan Scott Barnes porta l’entusiasmo che in autunno sfocia nel 7” della leggiadra The Traveller e del Re Cremisi lisergico di Quaker’s Drum. Lungo il primo trimestre 1988 i ragazzi si concentrano sulle registrazioni del sospirato LP e gli dice benissimo. Labyrinth racchiude puro Genio, dilatando con gusto e senso della dinamica rari strutture e atmosfere in transito dal tenue al concitato. Svettano l’articolata visionarietà di Tapestry, i flessuosi incastri di I Am Surprised, la malinconica The Grazing Eyes, il miraggio che si accende in cavalcata Desert Sun, una progressista e filmica Stealing Cake To Eat The Moon e non vale di certo meno il resto.

the collection

Pagina fulgida del grande romanzo psichedelico, Labyrinth sarà anche il canto del cigno. Alla Citadel non hanno fondi per un giro europeo che possa espandere il bacino di utenza e aumentare le vendite, così i Moffs, stanchi di tribolazioni e magri riconoscimenti, traccheggiano tra dissapori vari consegnando l’ultima gemma in una rilettura di Eight Miles High. Significativamente, si separano nell’89 mentre il “nuovo hard” sta divorando incensi e collanine. La loro dimensione di culto è custodita alla perfezione in The Collection, doppio CD Feel Presents che nel 2008 recuperava l’integrale discografico ed era motivo di una breve reunion “live”. Anche questo è stile, care lettrici e cari lettori. Adesso, tutti insieme, turn on, tune in, drop out!

Retronow: Angeli Neri in oceani di suono

Gli antichi romani ritenevano che nel nome si celasse la premonizione del destino di ognuno. Per convincermi della validità di questa credenza in ambito rock mi basta pensare ai Black Angels, sogno divenuto realtà dove le cose sono tuttavia più complesse di quel che appare. Per fare un grande gruppo, infatti, non bastano la ragione sociale ammiccante, i loghi e le grafiche altrettanto, un aspetto dimessamente cool. Grande devi esserlo: non c’è provare.

Chiudo il momento “Maestro Yoda” ricordando che la formazione di Austin ha dimostrato di saperla lunga nel peregrinare in quattro decenni di suoni. Che i suoi… ehm… viaggi avvengano in lande conosciute, nel 2017 conta zero per motivi che tanti hanno spiegato meglio del sottoscritto. Il quale considera gli Angeli Neri attuali nella misura in cui poggiano sul distacco temporale e il profondo senso della storia un talento che incrocia Elevators e Velvet, new wave e garage, minimalismo psichedelico e sixties pop.

The Black Angels

La musica pura occupa il centro pulsante dell’universo abitato da questi discendenti dei Brian Jonestown Massacre. In quel vortice, “guardare indietro” significa “guardarsi attorno” per scegliere Maestri di classe, genio, equilibrio e aggiungere qualcosa al canone. Pertanto, a differenza degli ultimi Tame Impala, i texani sono al sicuro dal kitsch e lo sottolinea la disinvoltura con la quale hanno condotto l’autodefinito – in maniera suppongo sarcastica, ma assai acuta – modern vintage sound lungo policrome variazioni sul tema senza sottomissioni ai modelli o svilimenti.

Attraverso la potenza sincretica di Passover e il manifesto/capolavoro Directions To See A Ghost, un Phosphene Dream spedito nelle chart e il pop corros(iv)o di Indigo Meadow, il percorso era sinora immacolato. Lo rimane. Death Song – titolo che chiude il cerchio citazionista, produzione e mixaggio affidati all’esperto Phil Ek – conferma un ensemble che conosce il segreto per far durare tanto un bel gioco. Che del suo linguaggio indaga le pieghe, le varianti, le possibilità. Che esplora ancora all’interno di un perimetro ampio ma definito. Pare roba da nulla e invece rappresenta la spina dorsale di un disco eccellente che prosegue con coerenza un’evoluzione di passi piccoli ma saldi.

black angels cover

Non stupisce per il mero gusto di farlo, Death Song. Preferisce cimentarsi con testi a volte legati all’attualità politica, sfoggiando una mano esecutiva ruvida e una penna scintillante volte a rafforzare la bruma acidula da cui l’orecchiabilità emerge poco alla volta: così Half Believing vanta stimmate Echo & The Bunnymen, I’d Kill For Her sparge zolfo e caligine sugli Yardbirds – e sui Pixies, certo che sì… – di Evil Hearted You, Grab As Much (As You Can) maneggia la pigrizia visionaria e sexy degli Shiva Burlesque.

Il resto ce lo mettono atmosfere cupe e/o fumiganti (Death March, Comanche Moon, Currency), esperimenti riusciti (Hunt Me Down e I Dreamt sono Roky Erickson ostaggio di Can e primi Pink Floyd; la fenomenale Medicine spolvera con chitarre western e garage lisergico un incedere disco funk), ballate ombrosamente struggenti (la sublime e chiesastica Estimate; Life Song: Syd Barrett che entra nei ’70 indenne scortato dai Grandaddy). Nella testa piacevolmente stordita mi balena un’idea: se fossimo al cospetto dei Mudhoney della neo-neo-psichedelia? Da devoto seguace di Mark Arm e compagni mi balocco con l’idea, tuffandomi per l’ennesima volta dentro al maelstrom. Ci vediamo dall’altra parte!

Thyme Perfumed Gardens-8: Faine Jade

E’ un venerdì tredici del duemilatredici, ma non è una serata che porterà (doppia) sfortuna. Anzi, qualcuno potrà anche dire di aver vissuto un momento di storia dell’underground al concerto decembrino in cui a un certo punto gli MGMT accoglievano sul palco Chuck Laskowski. In tutta risposta, immagino silenzi inframezzati da bisbigli del tipo “Chuck cosa?” e “ma chi diavolo è?”. Dopo di che Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden ci riprovavano: “Signore e Signori, siamo orgogliosi di presentarvi Faine Jade!” Mi chiedo quali altre reazioni possa aver avuto la nutrita platea. Forse qualche intenditore si sarà ricordato del “Barrett d’America” e avrà gioito nel vederlo eseguire con la fedele chitarra Hagstrom Introspection, la sua composizione riletta dai newyorchesi sul terzo album.

In precedenza era infatti accaduto che Chuck l’avesse ascoltata e apprezzata: il tour del duo nelle vicinanze, inoltrava un’educata richiesta di biglietti gratuiti. Biglietti che, in caso di rifiuto, avrebbe comunque comprato. Si ritrovava viceversa invitato sul palco e, oh fratelli, che bizzarra la vita a volte! Come molti oscuri manufatti psych, le copie originali di Introspection: A Faine Jade Recital passano di mano a cifre esose: nondimeno il disco è da possedere per una popedelia ruvida e riverberata in distorte bolle multicolori con le quali giurerei si siano baloccati in tanti, dagli Steppes a Jacco Gardner passando per Green Pajamas e Morgan Delt. Sappiate che è disponibile con una spesa contenuta in un CD Big Beat e su vinile Sundazed. A voi la scelta, ché se la psichedelia è il vostro pane, non vi dovreste rinunciare.

faine

Avere vent’anni nei ‘60 e non suonare garage: vi pare plausibile? Questo faceva giustappunto Laskowski, trasferitosi dodicenne da Brooklyn a Long Island e transitato in una sfilza di formazioni, apice quei Rustics in combutta col fratello Jeff il cui singolo Look At Me/Can’t Get You Out Of My Heart (recuperato nel ‘92 su It Ain’t True con altri juvenilia niente male) spingeva l’etichetta Laurie a ingaggiarlo in qualità di autore insieme all’amico Nick Manzi. A fine 1966 costui fonda i sulfurei Bohemian Vendetta e Laskowksi (ribattezzatosi Faine Jade dopo che il nome gli era apparso in sogno…) pubblica su Providence il 45 solistico Love On A Candy Apple Day/It Ain’t True. Un anno ancora e con la band dell’ex socio incide i demo che assicurano l’accordo con la piccola RSVP di Manhattan.

Saranno ancora i Bohemian Vendetta – Manzi addirittura co-firma buona parte della scaletta – più Bruce Brandt all’organo e Randy Skrha alla batteria ad affiancare Chuck negli Ultra Sonic Studios frequentati da Iron Butterfly e Vanilla Fudge. Merito anche delle necessità imposte da un budget non ampissimo se pompa magna e sbrodolate brillano per assenza in Introspection: A Faine Jade Recital, fascinoso e percorso da echi di quei Pink Floyd che l’autore ritiene essere un accostamento assai lusinghiero, sottolineando di averli in ogni caso ascoltati solo dopo la pioggia di paragoni. Gli credo, perché oltreoceano The Piper At The Gates Of Dawn fu una faccenda per carbonari ed è ragionevole pensare che lo spirito dei tempi abbia aggiunto qualcosa al suo talento.

introspection

Dal 1968 Introspection: A Faine Jade Recital brilla di uno stile che – venato di garage e folk-rock, costellato da trucchi sonori e stridori – vanta spiccato carattere nel piglio yankee con cui tratta l’inglesità. Al netto di due interludi strumentali, sono deliziosi il misconosciuto classico acid-jangle-pop della traccia semiomonima, una Dr. Paul Overture sospesa tra Piper… e Revolver, il Syd che pasticcia felice con David Crosby lungo On The Inside There’s A Middle. Per tacer della storta e anfetaminica Ballad Of The Bad Guys, di una Cold Winter Sun Symphony In D Major che addirittura preconizza i Galaxie 500 e di A Brand New Groove, decollo tra polaroid di Stones s(tra)fatti e atterraggio nel dopodomani degli Only Ones. Ascoltare per credere. E per applaudire anche una Stand Together In The End pescata dal lisergico asilo Magical Mystery Tour, l’intricato telaio percussivo di People Games Play, l’epidermica I Live Tomorrow Yesterday, il proto-Paisley Don’t Hussle Me.

Chiudono i cinque minuti e mezzo di Grand Finale tra improvvisazioni, rumorismo, effetti. Di successo commerciale non se ne parla. A fine decennio Laskowski si trasferisce a sud e collabora con i Second Coming, ormai pronti a divenire Allman Brothers; nei ’70 riunisce Manzi e Brandt sotto i Dust Bowl Clementine per il country-rock di Patchin’ Up, apre uno studio di registrazione e lavora per la Buddah. Infine si sposa, va a stare nei pressi di Woodstock e buon per lui che nel frattempo non ha fatto la fine del Testamatta di Cambridge. Siete pronti a sorprendervi?

Retronow: la psichedelia sincretica di Jacco Gardner

Da sempre la psichedelia è un muta-forma che sfugge a etichette troppo rigide e ogni volta affascina, che si porga coloratissima e solare oppure cupa e caliginosa. Evidenza ulteriore il fatto che ogni generazione escogiti una sua concezione di abbandono dionisiaco sonoro: dal love-in al rave il passo è più breve di quanto si creda e la differenza tra Chemical Brothers e Grateful Dead è faccenda meramente formale. Genere modernissimo, la psichedelia, proprio per il perenne movimento col quale si appropria di altri linguaggi innestandoli sul tronco originario.

Il quale, escludendo per un momento dall’orizzonte il garagepunk e semplificando brutalmente, differisce da una sponda all’altra degli oceani. Con le dovute eccezioni: blues-rock chitarristico dilatato e dilaniato da jam modali in California, più disposto a goticismi e contaminazioni elettroniche sulla costa est americana, inzuppato in un pop sognante ma stridente e incline a svolazzi nel Regno Unito. Ed è giustappunto in panorami da favola deviata – alla Lewis Carroll, per intenderci – che si aggira Jacco Gardner.

jacco%20gardner[1]

Olandese classe 1988, polistrumentista per educazione familiare, Jacco appartiene alla propria epoca per la disinvoltura con cui mescola tutto lo scibile rock a disposizione. Si definisce neo-psych/baroque pop e potremmo finirla qui, aggiungendo che per lui tutto è cominciato dal Syd Barrett che ne ha formato il modo di scrivere, cantare e arrangiare. Però: ridurlo a epigono del Diamante Pazzo è, oltre che ingiusto, un errore di prospettiva. Un volersi fermare alla superficie come negli anni ’80 accadde con Paul Roland, geniale menestrello psico-gotico britannico che pubblicò un lavoro semiomonimo all’esordio su LP di Gardner, Cabinet Of Curiosities. Allo stesso modo in cui il DNA di Roland tratteneva le impronte di Mr. Barrett ma pure quelle di Marc Bolan e di H.P. Lovecraft (lo scrittore, non il gruppo), il nostro giovanotto esibisce trame folk quel tot più lineari e un senso per il groove filmico prossimo agli Stereolab. In lui cogli i Sixties e l’inizio del decennio seguente, la lezione del krautrock e dei nostri Umiliani e Piccioni.

Gardner dispone insomma di vastissime suggestioni da cui pescare, le quali non varrebbero tuttavia nulla se non vi fosse dalla sua parte l’abilità a maneggiarle e riassumerle in una forma canzone equilibrata. Troppi negli “anni zero” puntano a stupire con sonorità mirabolanti e crossover arditi, nondimeno pochi conservano le energie necessarie a scrivere brani di peso. E ricordiamoci che un nonnulla separa pastiche da pasticcio. Queste le premesse che nel 2013 consegnavano Cabinet Of Curiosities e un visionario folk-pop indice di un talento assai promettente. Lo scorso anno, il gioiellino Hypnophobia si spingeva ben oltre, recapitando un manipolo di missive acide ancor più persuasive e sovente addirittura esaltanti. Rivelatore il titolo, siccome l’ipnofobia è la paura di addormentarsi e cedere a un sonno che nasconde la parte di noi che fatichiamo a controllare e conoscere.

jacco_gardner_hypnophobia[1]

Da meandri nascosti della mente, come ombre che giocano a rimpiattino con la percezione giungono infatti sfoglie emotive preziose di un gusto melodico ancor più ricco e di atmosfere in adeguato bilico tra sogno e realtà. Ciò che parrebbe una contraddizione in termini è, invece, la forza di ipotesi minimaliste dei Left Banke (Face To Face, Grey Lanes), di sortilegi elettroacustici (le trasparenze Make Me See e Brightly; una Outside Forever che sposa Love e July), di giostre stupefatte (il Brian Wilson in estasi lisergica di All Over; l’innodica, marziale ed elegante Find Yourself). E poi: Before The Dawn sono otto fenomenali minuti in cui gli Stereolab si reincarnano nelle ESG, Hypnophobia sgrana magnetismi sensuali però inquieti, la circolare Another You vede i Broadcast alle prese con la colonna sonora di un horror di serie b. Tanto più brand new quanto è (falsamente) retro, Jacco Gardner è qui per stupirci a lungo. Scommettiamo?