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L’eden sonoro di Mark Hollis

Nella storia della musica “popolare” pochissimi vantano la stupefacente parabola artistica dei Talk Talk. Passati in poche, lente e ben ponderate mosse dal techno-pop alle fondamenta del post-rock, svanirono nell’immortalità di un’inventiva portata a conseguenze così estreme da indurre il principale responsabile Mark Hollis a dichiarare, dopo l’uscita di Laughing Stock, che incidere altro non avrebbe avuto senso perché quel disco rappresentava l’espressione più alta dei suoi desideri. Mentiva, ma anche no: rispettoso dei pochi disposti a inseguire i sussurri della sua mente, si sarebbe sottratto ai riflettori lasciando un sequel altrettanto favoloso. Facessero tutti così…

Per chi la visse, questa vicenda possiede un alone di singolarità già dal percorso inverso rispetto alla norma: invece del Genio addomesticato dal successo, una progressiva messa a fuoco che giunge a vertici impensabili. Probabile che a monte vi fosse qualcosa di naturale e al contempo di organizzato; e che abbiano giocato un ruolo i natali condivisi da Mark con Ed Hollis, dj e manager di Eddie & The Hot Rods. Chissà. Sorrido e sospetto che il giovanotto qualche trucco lo mettesse da parte allorché cresceva consumando Can e Burt Bacharach, In A Silent Way e Forever Changes.

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Quale più e quale meno, li ritroviamo sedimentati in chi nel 1975 molla gli studi di psicologia infantile e forma i Reaction, che ci mettono due anni per confezionare dei demo per la Island che non vanno da nessuna parte, tranne una Talk Talk Talk ripescata dalla Beggars Banquet su una raccolta punk. L’avventura finisce nel ’78 con un trascurabile singolo, perché Ed ha presentato al fratellino un trio (il bassista Paul Webb, Simon Brenner alle tastiere, Lee Harris dietro tamburi e piatti) e convinto tutti a ribattezzarsi come sappiamo. Anche questa comitiva procede a passo di lumaca, incidendo a inizio ’80 brani accantonati da una EMI che, volendo altre stelline new romantic, piazza in regia l’esperto Colin Thurston.

Dopo un tour nazionale di spalla ai lanciatissimi Duran Duran, nel 1982 il debutto The Party’s Over vende niente male. Sotto la patina plasticosa, in retrospettiva cogli indizi significativi nella voce sottile e inquieta di Mark – mi gioco la camicia che Thom Yorke ha preso appunti – e nello scivolare in secondo piano del synth a favore dell’amalgama sonoro. Dopo la defezione di Brenner, nell’anno di Orwell It’s My Life va pure meglio: tormentoni come la title-track e Dum Dum Girl, come Does Caroline Know? e l’obliqua Such A Shame portano una certa raffinatezza nelle classifiche con un brillante equilibrio tra calcolo ed estro che emerge anche da video bizzarri, finanche sarcastici.

La svolta è l’arrivo di Tim Friese-Greene, anima di polistrumentista/produttore affine a un leader infine libero di sfogarsi. Un paio di calendari via dal muro e The Colour Of Spring spiazza poggiando una psichedelia estatica prossima ai Traffic – Steve Winwood all’organo in tre tracce – su spigoli ritmici kraut e fantasmi elettroacustici. Incredibile a dirsi, il suo suono che profuma di ruggine, brughiera e rugiada è un best seller e cagiona la fiducia totale da parte dell’etichetta. Trainato da Life’s What You Make It e Give It Up, suppliche all’Hollis maggiore perso in tossici abissi da cui non farà ritorno preziose di lirismo mai scontato, arguto appiglio pop e ricca tavolozza strumentale, il disco si segnala inoltre per la travolgente Living In Another World e la sinuosa carola Happiness Is Easy, per la “summa” I Don’t Believe In You e il sublime afflato liturgico di April 5th, per una Chameleon Day degna del più raccolto Peter Hammill. Prove tecniche di Capolavoro che sono già esse stesse capolavori.

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Immaginifiche farfalle campeggiano sulla copertina del disco: osservatele spiegare le ali nel tour mondiale al termine del quale Mark si trasferisce in campagna con i genitori. Riordinate le idee, i Talk Talk entrano in studio con Phill Brown, ingegnere del suono che, toh!, registrò Mr. Fantasy. Assieme al confermato contrabbasso dell’ex Pentangle Danny Thompson, fiati, percussioni, archi e un coro improvvisano per mesi e mesi nella semioscurità quelle trame che poi Tim e Mark organizzano sulle orme di Teo Macero.

Immagino le facce ai piani alti nell’apprendere che l’ampio budget è stato sforato, che non vi saranno quarantacinque giri, che l’opera non sarà proposta dal vivo. A 1988 inoltrato Spirit Of Eden innesca una quieta e insieme rumorosissima rivoluzione: demolite le barriere tra generi, dilata forme e durate nelle oasi e nei crescendo che sono divenuti la grammatica dell’attualità. Suscitano tuttora stupore e ammirazione i ventitré minuti di The Rainbow, oceanico dipanarsi di estasi e tensione che preannuncia Sigur Ros, Gastr Del Sol, Bark Psychosis e decine di altri.

Non valgono meno le ancelle, dal sensazionale John Martyn apocrifo di Inheritance alla sublime, accorata però acidula I Believe In You passando per la pianistica Wealth. Materia “pura” plasmata attorno alla quiete in un magistrale gioco di dinamiche, questo passo fondamentale nell’evoluzione della musica scava anche un solco tra complesso e casa discografica, rea di aver pubblicato su singolo un’accorciata I Believe In You. Hollis e sodali sbattono la porta e la EMI intenta una causa per scarsa commerciabilità rapidamente archiviata.

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Rifugiatisi alla Polydor, scontano la defezione di Webb, che ritroveremo con Harris negli .O.Rang, latori tra ’94 e ’96 di Herd Of Instict e Fields And Waves, ottimi dischi su Echo che impastano Fela Kuti, Can e On-U Sound. Da non perdere anche il sensazionale Out Of Season del 2002, dove Paul – o Rustin Man, come si fa chiamare – modernizza il folk in sinistri echi jazz e commoventi acusticherie con Beth Gibbons dei Portishead. Tornando al mirabilis 1991, i superstiti conservano le energie per un secondo capo d’opera. L’immane Laughing Stock risplende con tinte qui d’acquerello e là stese a colpi di spatola, così che l’impressionismo misterioso e magnificente di Ascension Day e New Grass, di Runeii e Myrrhman culmina nell’ascesa all’empireo After The Flood.

Sette stagioni e un’infatuazione per Erik Satie e Morton Feldman più tardi, l’ingannevole semplicità da haiku jazz-folk ambientale di Mark Hollis ribadirà la grandezza di chi, abbandonata la scena in punta di piedi e consapevole di aver espresso l’esprimibile, si godrà la famiglia e il silenzio. Via dalla pazza folla senza rimpianti, fino all’improvvisa dipartita dal mondo avvenuta nel febbraio 2019. Per tutti noi Mark vivrà in eterno dentro un cerchio perfetto, da lui stesso tracciato con sapienza da moderno Giotto. Life’s what you make it: in a silent way.