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L’apocalisse secondo Eugene McDaniels

Negli Stati Uniti, il passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta porta con sé un senso di sconfitta più profondo che altrove. L’establishment ha spazzato via i sogni di una generazione, “Tricky Dicky” Nixon siede alla Casa Bianca e la controcultura è in ritirata. Se i bianchi si rifugiano nel privato, i Fratelli oppongono una ricerca di identità che mescola mitologia, storia, utopia e cinismo. La musica si adegua, passando da un soul progressivamente inaciditosi al funk metropolitano. Sly Stone informa che una rivolta è in corso e un altro Maestro che l’America divora la propria gioventù. Tempi tribolati finiscono per produrre Arte suprema, siccome Classici del calibro di Shaft, Curtis e Cosmic Slop rappresentano solo la punta di un iceberg d’ebano sotto il quale trovi tanti altri dischi strepitosi e vicende che sono romanzi. Vicende che raccontano il popolo – concedetemi un’ultima citazione – più scuro del blu(es).

Sentite qui: addirittura Spiro Agnew in persona telefonò all’Atlantic per imporre il ritiro di Headless Heroes Of The Apocalypse dai negozi a causa dei testi. Presumendo che nell’intelligence lavorasse gente assai “hip”, sarebbe divertente avere una foto del vicepresidente americano intento ad ascoltare Eugene McDaniels… Ovvio che tutto ciò affossava un LP divenuto di culto e una fonte di sampling per la nazione hip-hop, così che i vinili d’epoca girano a cento euro e rotti. Tranquilli: la ristampa digitale è reperibile senza problemi. E vi dico anche che a questa gemma in tutti i sensi oscura non potete rinunciare se amate Curtis Mayfield, Funkadelic, Jimi Hendrix e… Tim Buckley.

gene

Non sbucava dal nulla, Eugene, e la sua parabola artistica segue in buona parte l’evoluzione della black music. Nato a Kansas City nel 1935, cresce a Omaha (Nebraska) cantando in chiesa e imparando sax e tromba. Da adolescente, “Gene” mette su un gruppo vocale e frequenta il conservatorio, ma a un certo punto va con i Mississippi Piney Woods Singers in California e decide di stabilirsi colà. Assieme al Les McCann Trio frequenta i jazz club, firma per la Liberty e due singoli e un album cadono nel vuoto. La svolta giunge a inizio ’61 grazie al produttore Snuff Garrett: ispirata a Jackie Wilson, A Hundred Pounds Of Clay raggiunge il terzo posto di “Billboard”. Un bel colpo, tuttavia le uscite seguenti pagano pegno eccetto Tower Of Strength, scritta con Burt Bacharach e planata alla quinta piazza.

McDaniels inanella altri hit minori finché a metà decennio il suo stile vocale inizia a essere superato; inefficace un passaggio alla Columbia, in seguito all’assassinio di Martin Luther King si stabilisce in Scandinavia. Scrive, matura una coscienza civile e rientra in madrepatria a fine anni ’60. Nel fosco quadro di cui sopra, l’artista che ora si fa chiamare “The Left Rev. Mc D” spunta un contratto con la Atlantic e nel febbraio 1970 Outlaw porge un soul-rock a bagno in funk e jazz, in country e stramberie che è buona prova tecnica di capolavoro. Entro dodici mesi Headless Heroes Of The Apocalypse (non) consegna l’uomo agli annali, perfezionando la commistione tra generi e insistendo su una critica sociale lucida ma pure poetica, umoristica.

apocalypse

Una copertina inquietante e la dedica all’amica Roberta Flack sono facce complementari di questo genio bizzarro, attorniato da strumentisti di rango – sensazionale la ritmica Miroslav Vitous/Alphonse Mouzon, cortesia dei Weather Report – e abile nel tramutare palesi riferimenti in qualcosa di inclassificabile. Lungo una quarantina scarsa di minuti sfilano The Lord Is Back, gioiello indeciso tra Curtis Mayfield e Jimi Hendrix, il sinuoso post-gospel Jagger The Dagger cosa sola di Dr. John e George Clinton, le Lovin’ Man e Headless Heroes che asciugano Isaac Hayes all’osso conservando swing e sensualità. Susan Jane apre una benvenuta oasi folk in (acid) jazz che la felpata però tesa Freedom Death Dance spedisce dalle parti di Fred Neil e Buckley padre; Supermarket Blues ipotizza un nervoso Bob Dylan alle prese col funk e The Parasite (For Buffy) chiude con una fluviale ballata dalla coda free.

Non resta molto altro da dire, tranne che il diktat governativo – ehi, Spike Lee, hai mai pensato di girarci un film? – segna il defilarsi di Eugene. Il quale scrive e produce conto terzi, è campionato da Beastie Boys, A Tribe Called Quest e Organized Konfusion e nell’estate 2011 si spegne sereno, circondato dall’affetto della terza moglie e di sei figli nel buen retiro del Maine. Sia gloria a chi con largo anticipo disegnò l’apocalisse oggi tra noi.

Tim Hardin, ragazzo pecora nera

Dicono che dietro ogni grande uomo vi sia una donna (come minimo…) altrettanto grande. Per molti versi questo rappresenta un riassunto di Tim Hardin, sprofondato nel baratro dopo l’incontro con chi ispirò le melodie e l’amore che non lo salvarono da se stesso. Le une e l’altro sono quanto voglio ricordare, confinando vizi e misfatti in un angolo male illuminato ed elencandoli sbrigativamente per dovere cronachistico. James Timothy Hardin nasce a Eugene, Oregon, due giorni prima del Natale 1941 e (come mai smentì, perché tutto fa mito) non discende dal fuorilegge John Wesley che il suo fan Dylan canterà. Le sette note sono pane quotidiano: mamma Molly suona il violino e babbo Hal è jazzista.

Lui, invece, un irrequieto che diciottenne molla tutto per la ferma biennale coi marines nel sud-est asiatico, da dove torna dipendente dall’eroina. Studia recitazione a New York ma l’accademia è troppo inquadrata, per cui sfacchina sul blues nel Greenwich Village e a Boston finché nel ‘63 la Columbia lo nota. I risultati usciranno soltanto quattro anni dopo su This Is Tim Hardin, tradotti in un pugno di vibranti traditional più la spavalda Danville Dame, i nervi di Fast Freight, una Blues On The Ceilin’ di Fred Neil che è sussurro notturno di un venti-e-qualcosa che già ha vissuto il doppio.

verve recordings

Falsa partenza che prelude a un 1966 nel quale la Verve ha raccolto il pennino blues-folk di riflessiva vocalità intinto in beat, pop e (molto) jazz per acclararne la statura di classico. La Musa di Tim Hardin 1 si chiama Susan Yardley Morss, attrice conosciuta un anno prima a L.A. e fiamma che arde nel profondo della Reason To Believe da suonare ogni giorno ai vostri Lui/Lei e osservarli sciogliersi come neve al sole, dentro la polvere d’armonica di Green Rocky Road, nel Nick Drake presagito da While You’re On Your Way e l’Antony altrettanto in Part Of The Wind, nella How Can We Hang On To A Dream che spoglia l’anima fino al cuore e una Misty Roses da romantico seduttore.

Incredibile a dirsi, costui si supera il febbraio seguente, quando Susan dà alla luce Damion e lui rimbalza tra l’ospedale e lo studio. Tim Hardin 2 poggia su voce, chitarra e archi sottili splendendo più che mai in If I Were A Carpenter, nella Red Balloon che ascende in punta di plettri, nell’ode Lady Came From Baltimore. Se Black Sheep Boy è fiabesca confessione limpida come il cielo dopo un temporale, Baby Close Its Eyes fotografa Brian Wilson sull’orlo del crollo; se Speak Like A Child inventa i “nuovi” acustici del Duemila, il folk nudo di Tribute To Hank Williams incastona premonizioni e brividi.

Hardin in woodstock

Lungo la scalata al successo, però, le piccole crepe diventano voragini che l’ago (non) riempie. Il manager Steve Paul tiene duro e raccoglie la line-up di Tim Hardin 3-Live In Concert, Capolavoro assoluto raccolto a New York dell’aprile Sessantotto dove il repertorio e la perfezione dell’insieme luccicano viepiù grazie agli abiti cuciti da Mike Mainieri ed Eddie Gomez. Quando esce, ci sono già Van Morrison (col quale Tim aveva in precedenza condiviso alcune date…) in giro e Buckley nel firmamento: il treno è andato, nonostante la presenza al festival di Woodstock e il buen retiro vicino al convalescente Zimmie con gli affetti più intimi.

Al ritorno di Tim chez Columbia la Verve risponde con gli avanzi blueseggianti del quarto LP omonimo che, pur lontani dagli assi di cui sopra, valgono l’ascolto. Stanno con i primi due LP e diversi pregevoli inediti su Hang On To A Dream: The Verve Years, doppio CD che nel ’94 riportò l’autore alle cronache. Memorizzate, commuovetevi, godete. Poi risalite indietro ma avanti a Suite For Susan Moore And Damion, dichiarazione di intenti verso chi di Hardin cercava ancora di tamponare le fragilità. Torpido e raccolto, è un coraggioso atto d’amore e autoanalisi che distilla le ultime gocce di Talento.

sad Tim

Nel cantautore dimezzato è infine la scimmia a vincere. Esasperata, Susan prende il figlio e addio. Solo e inaridito, il Nostro non ha materiale bastante a un 33 giri e Bird On A Wire trova nel ’71 un senso nella vetta coheniana, trasportata a ragionar d’amara esistenza in una chiesa sudista. Impietoso, il retrocopertina ritrae un individuo torvo e sfatto, il ciuffo che arretra e un profetico rapace alle spalle. Ceduti i diritti dei brani in cambio di una valigia di contanti, va a Londra per pubblicare lo scarso Painted Head, avere metadone gratis e farsi stracciare il contratto. Billy Gaff – il cui pupillo Rod Stewart ha colto un successone rileggendo Reason To Believe – interviene per il pessimo Nine e anche la comunella col semiomonimo collega Rose va presto a ramengo. Dissolvenza.

Nel 1976, il viso malinconico e dolcemente sbruffone oramai perduto, Tim torna in famiglia e la vita un pochino lo ripaga. Un amico propone un documentario televisivo e organizza nella città natale lo spettacolo immortalato da Homecoming Concert, degno di affetto perché quella sera di gennaio ’79 avresti voluto esserci a testimoniare un temporaneo Lazzaro allo specchio. Così temporaneo che il ventinove dicembre 1980 un’overdose lo stroncava. Sulla tomba incidevano un “cantava dal cuore” che è Verità da custodire in eterno. Lo stesso una musica meravigliosa che – dolceamaro paradosso – sa lenire come poche altre la fatica di vivere. Grazie infinite, black sheep boy.