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Tim Rose, a long time man

Se vi state domandando chi sia Tim Rose, suggerisco un esperimento. Estraete dallo scaffale Your Funeral, My Trial, puntate Long Time Man e ascoltate più volte. Infine, cercate in rete l’originale e, toh, avrete la radice primeva del Re Inchiostro che intinge nella pece una favolosa murder ballad apocrifa. Nel pittoresco bestiario del rock, Tim è qualcosa di poco noto e singolare: non si rovinò come Hardin, non sparì come Fred Neil, non esplose a contatto con la realtà come Buckley. Dotato di una penna con lampi di vaglia, fu per lo più un terrigno e carnale interprete – nell’epoca in cui l’autore si imponeva: forse questo spiega il persistente oblio – che impastò folk, rock, blues e soul da viso pallido con l‘ugola ne(g)ra. Però di veramente bello gli riuscì un solo disco. Però patì l’assenza di un Hazlewood o uno Spector che l’avrebbero aiutato a ottenere gloria, onori e altre meraviglie. Però ci sono un pugno di canzoni da conoscere e custodire e una vicenda che è una storia americana. Nel bene e nel male.

Classe 1940, Timothy Alan Patrick Rose cresce in Virginia ereditando l’amore per la musica dalla nonna, pianista nei cinema del muto, e da una zia cantante d’opera. Influenze utili allorché, chitarra e banjo in spalla, entra nel mondo dello spettacolo dopo un picaresco percorso che lo ha condotto in seminario, in banca, nell’aviazione militare e nella marina mercantile. Venti-e-qualcosa, in svariate formazioni incrocia colleghi di belle speranze: John Phillips, Scott McKenzie, Jake Holmes. La prima faccenda seria sono i Big Three con quella Cass Elliot e John Brown (poi James Hendricks): tra ’62 e ’63, pubblicano due album folk di buon successo prima di sciogliersi per divergenze artistiche. Tim si ritrova solo sui palchi newyorchesi e nell’autunno 1966 è adocchiato da David Rubinson, firma con la CBS e il primo 45 cade nel vuoto. Senza scomporsi, David manda in studio Jay Berliner, Felix Pappalardi e Bernard Purdie a sgobbare su un intero LP seguendo gli arrangiamenti del Nostro.

smilin' Tim

Il singolo che lo traina è una Hey Joe che dalle sprintate letture di Leaves, Love e Byrds si trasforma in epica moviola. Tesa e collerica, così aderisce perfetta al testo e l’esempio verrà raccolto subito da Jimi Hendrix e, anni dopo, di nuovo dal fan Nick Cave. Introduzione fenomenale a un Tim Rose che dal ‘67 brilla per vigore, compattezza, varietà: I’m Gonna Be Strong gira Kurt Weill in bolero soul e la delizia barocca You’re Slipping Away From Me immagina una Nancy Sinatra maschia; King Lonely The Blue imbocca l’autostrada 61 parcheggiando sotto al Brill Building mentre I Gotta Do Things My Way e Where Was I?, Fare Thee Well I Got A Loneliness spargono rhythm’n’blues vibrante, robusto e strapazzato con gli arnesi del rock. La seduzione senza scampo di Long Time Man è contrappuntata da Come Away Melinda e da una voce che spegne il pathos in un vuoto apocalittico. Morning Dew è letteralmente strappata all’autrice Bonnie Dobson con strofe leggiadre, sferzare di ritornello, canto inerpicato su un cielo di pause teatrali e rimbombi “wall of sound”. Speziato il tutto con un po’ di melodramma pop, il gioco (non) è fatto.

Tim Rose album

Il visibilio di Albione è infatti intenso ma breve. Un tour con la Aynsley Dunbar Retaliation stupisce le platee mentre il malinconico folk Long Haired Boy è già l’ultimo centro. Qualcosa si rompe, subito. In coda ai ’60, per produrre il rock screziato d’ebano di Through Rose Colored Glasses si interessa George Harrison ma poi rinuncia. Il discreto risultato non lascia tracce e idem Love: A Kind of Hate Story. Tim rientra in patria, alternando i concerti alla guida di voli charter finché rimedia un contratto con – da non credersi! – l’etichetta di “Playboy”. La quarta fatica è ancora omonima e un altro fiasco: Hugh Heffner capisce di tette & culi però zero di dischi e in Europa non distribuisce. Nel 1974 un uomo prostrato riattraversa l’oceano per una tournee con lo sfattone Hardin e vedere Joe Cocker raccogliere consensi e danari con le sue intuizioni.

Quattro anni di mediocrità e frustrazioni dopo, alza bandiera bianca. A New York si sposa, fa il muratore, canta jingle pubblicitari; conseguita la laurea in storia, diventa broker di Wall Street e poco per volta abbandona musica e borsa, bottiglia e matrimonio. Avanti veloce al 1996. Il devoto Cave gli scrive per esprimere gratitudine ed ecco un documentario, tour e i vecchi album che riappaiono nei negozi accanto a materiale nuovo. Il destino tuttavia srotola fili amari. Sedici anni fa Tim Rose festeggiava il compleanno in ospedale per un’operazione all’intestino. Il cuore lo tradiva il dì seguente e da allora riposa a Brompton. Il giaciglio, sobrio, porta scritto “american troubadour”. Sottoscrivo. Per me il “terzo Tim” resterà per sempre l’adorabile smargiasso che, sigaro in bocca, si pensa per un attimo in vetta al mondo.

Tim Hardin, ragazzo pecora nera

Dicono che dietro ogni grande uomo vi sia una donna (come minimo…) altrettanto grande. Per molti versi questo rappresenta un riassunto di Tim Hardin, sprofondato nel baratro dopo l’incontro con chi ispirò le melodie e l’amore che non lo salvarono da se stesso. Le une e l’altro sono quanto voglio ricordare, confinando vizi e misfatti in un angolo male illuminato ed elencandoli sbrigativamente per dovere cronachistico. James Timothy Hardin nasce a Eugene, Oregon, due giorni prima del Natale 1941 e (come mai smentì, perché tutto fa mito) non discende dal fuorilegge John Wesley che il suo fan Dylan canterà. Le sette note sono pane quotidiano: mamma Molly suona il violino e babbo Hal è jazzista.

Lui, invece, un irrequieto che diciottenne molla tutto per la ferma biennale coi marines nel sud-est asiatico, da dove torna dipendente dall’eroina. Studia recitazione a New York ma l’accademia è troppo inquadrata, per cui sfacchina sul blues nel Greenwich Village e a Boston finché nel ‘63 la Columbia lo nota. I risultati usciranno soltanto quattro anni dopo su This Is Tim Hardin, tradotti in un pugno di vibranti traditional più la spavalda Danville Dame, i nervi di Fast Freight, una Blues On The Ceilin’ di Fred Neil che è sussurro notturno di un venti-e-qualcosa che già ha vissuto il doppio.

verve recordings

Falsa partenza che prelude a un 1966 nel quale la Verve ha raccolto il pennino blues-folk di riflessiva vocalità intinto in beat, pop e (molto) jazz per acclararne la statura di classico. La Musa di Tim Hardin 1 si chiama Susan Yardley Morss, attrice conosciuta un anno prima a L.A. e fiamma che arde nel profondo della Reason To Believe da suonare ogni giorno ai vostri Lui/Lei e osservarli sciogliersi come neve al sole, dentro la polvere d’armonica di Green Rocky Road, nel Nick Drake presagito da While You’re On Your Way e l’Antony altrettanto in Part Of The Wind, nella How Can We Hang On To A Dream che spoglia l’anima fino al cuore e una Misty Roses da romantico seduttore.

Incredibile a dirsi, costui si supera il febbraio seguente, quando Susan dà alla luce Damion e lui rimbalza tra l’ospedale e lo studio. Tim Hardin 2 poggia su voce, chitarra e archi sottili splendendo più che mai in If I Were A Carpenter, nella Red Balloon che ascende in punta di plettri, nell’ode Lady Came From Baltimore. Se Black Sheep Boy è fiabesca confessione limpida come il cielo dopo un temporale, Baby Close Its Eyes fotografa Brian Wilson sull’orlo del crollo; se Speak Like A Child inventa i “nuovi” acustici del Duemila, il folk nudo di Tribute To Hank Williams incastona premonizioni e brividi.

Hardin in woodstock

Lungo la scalata al successo, però, le piccole crepe diventano voragini che l’ago (non) riempie. Il manager Steve Paul tiene duro e raccoglie la line-up di Tim Hardin 3-Live In Concert, Capolavoro assoluto raccolto a New York dell’aprile Sessantotto dove il repertorio e la perfezione dell’insieme luccicano viepiù grazie agli abiti cuciti da Mike Mainieri ed Eddie Gomez. Quando esce, ci sono già Van Morrison (col quale Tim aveva in precedenza condiviso alcune date…) in giro e Buckley nel firmamento: il treno è andato, nonostante la presenza al festival di Woodstock e il buen retiro vicino al convalescente Zimmie con gli affetti più intimi.

Al ritorno di Tim chez Columbia la Verve risponde con gli avanzi blueseggianti del quarto LP omonimo che, pur lontani dagli assi di cui sopra, valgono l’ascolto. Stanno con i primi due LP e diversi pregevoli inediti su Hang On To A Dream: The Verve Years, doppio CD che nel ’94 riportò l’autore alle cronache. Memorizzate, commuovetevi, godete. Poi risalite indietro ma avanti a Suite For Susan Moore And Damion, dichiarazione di intenti verso chi di Hardin cercava ancora di tamponare le fragilità. Torpido e raccolto, è un coraggioso atto d’amore e autoanalisi che distilla le ultime gocce di Talento.

sad Tim

Nel cantautore dimezzato è infine la scimmia a vincere. Esasperata, Susan prende il figlio e addio. Solo e inaridito, il Nostro non ha materiale bastante a un 33 giri e Bird On A Wire trova nel ’71 un senso nella vetta coheniana, trasportata a ragionar d’amara esistenza in una chiesa sudista. Impietoso, il retrocopertina ritrae un individuo torvo e sfatto, il ciuffo che arretra e un profetico rapace alle spalle. Ceduti i diritti dei brani in cambio di una valigia di contanti, va a Londra per pubblicare lo scarso Painted Head, avere metadone gratis e farsi stracciare il contratto. Billy Gaff – il cui pupillo Rod Stewart ha colto un successone rileggendo Reason To Believe – interviene per il pessimo Nine e anche la comunella col semiomonimo collega Rose va presto a ramengo. Dissolvenza.

Nel 1976, il viso malinconico e dolcemente sbruffone oramai perduto, Tim torna in famiglia e la vita un pochino lo ripaga. Un amico propone un documentario televisivo e organizza nella città natale lo spettacolo immortalato da Homecoming Concert, degno di affetto perché quella sera di gennaio ’79 avresti voluto esserci a testimoniare un temporaneo Lazzaro allo specchio. Così temporaneo che il ventinove dicembre 1980 un’overdose lo stroncava. Sulla tomba incidevano un “cantava dal cuore” che è Verità da custodire in eterno. Lo stesso una musica meravigliosa che – dolceamaro paradosso – sa lenire come poche altre la fatica di vivere. Grazie infinite, black sheep boy.