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Dr. Voodoo

C’era una volta in America una città sorta su un meticciato di culture attorcigliate come mangrovie. Una città dal sapore unico figlio di tanti e diversi ingredienti, un po’ come il gumbo che è tra i suoi piatti tipici. Una città dove secoli fa gli schiavi potevano riunirsi a percuotere i tamburi e viaggiare con mente e anima fino alla Madre Africa. Una città in cui pare sia nato il jazz. C’è ancora, la chiamano New Orleans oppure “The Big Easy” per la pigra sensualità che la caratterizza. Un fascino che ha resistito pressoché a tutto e lo stesso dicasi per la favolosa tradizione musicale e le sue leggende.

Una di quelle leggende riuscì a centrare il Capolavoro al primo colpo e, non se ne fosse andato ai primi di giugno del 2019, compirebbe gli anni oggi. Ma siccome siamo qui per celebrare l’arte e la vita, tanti carissimi auguri, Dr. John. Quello il nome che campeggia sul 33 giri Gris Gris – nel vudù è l’amuleto che allontana la sfortuna – tramite il quale l’artista nato Malcolm John Rebennack si presentava al pubblico rock nel 1968. Da allora, ogni volta che poggi la puntina sui solchi iniziali o premi il tasto “play”, lui si premura di confermartelo a voce aggiungendo di essere “the night tripper”. In questo caso fidarsi è bene. Eccome se lo è.

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Rebennack all’epoca aveva sulle spalle ventotto anni fitti di avvenimenti. Anni in cui cresce circondato da parenti musicisti e, poiché i genitori gestiscono un negozio di elettrodomestici con regolamentare reparto dischi, ha per compagni di giochi King Oliver, Louis Armstrong, Little Richard, Guitar Slim. Logico che presto suoni di tutto, strabilia che sedicenne (!) lavori all’etichetta Ace in qualità di A&R e produttore, frequenti il liceo gesuita e la sera si esibisca nei locali. Quando a scuola lo obbligano a decidere, non esita. Abbandonata in via provvisoria la chitarra a causa di una ferita rimediata difendendo l’amico Ronnie Barron, il pianoforte è scelta felice e idem l’ispirarsi a Professor Longhair e Huey Smith.

Non si fa mancare nulla, Malcom John: scontati due anni per droga in Texas, nel ‘65 va a Los Angeles e diventa turnista della Wrecking Crew. Un giorno, libero da impegni, con il compaesano Harold Battiste alla regia e alcuni fidati strumentisti originari della Louisiana scolpisce l’idea meravigliosa – sempre quella: hoodoo – che ha in testa. Crea inoltre un pittoresco personaggio che incarna lo spirito dei luoghi natii, lo offre a Barron ma costui rifiuta. Mac decide di indossare le vesti del “viaggiatore notturno” et voilà, la prima ricetta del Medico è una saporitissima zuppa di gergo e salsa di palude.

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Siatele grati, ché rendono la vita migliore a chiunque il blues mannaro in anticipo su Tom Waits Gris-Gris Gumbo Ya Ya, l’ipnosi zingaresca Danse Kalinda Ba Doom (dice niente, fan dei Gun Club?), le serenate all’amore fisico del seduttore qui desideroso di groove (Mama Roux) e là in attesa all’angolo male illuminato della via (Danse Fambeaux). Cambi facciata e lo stranito guizzare psych-jazz di Croker Courtbuillon mostra venature barocche però pure exotiche e Jump Sturdy intinge le dodici battute in un gioioso vaudeville. Apice nell’apice I Walk On Guilded Splinters: otto minuti di chiamata & risposta tra ugole lascivamente striscianti e base scarna, mesmerica. Un gioiello insieme ancestrale e moderno che è stato più volte oggetto di rilettura e campionamento, ha stregato tra i tanti Paul Weller, Beck, Jason Pierce (che inviterà Dr. John in Ladies And Gentlemen…) e Bobby Gillespie.

Non senza ottime ragioni. Di fatto, questa musica esuberante e misteriosa dona dipendenza e non conosce epoche ma un solo luogo. Avrete inteso quale. Dopo aver consigliato a eventuali neofiti anche gli standard errebì contenuti in Dr. John’s Gumbo, il vibrante funk alle spezie di In The Right Place e la sensazionale summa Locked Down prodotta nel 2012 da Dan Auerbach, vi racconto un’ultima storiella. Dr. John era un guaritore di colore giunto a New Orleans verso metà Ottocento da Haiti, dedito al vudù e legato a tale Pauline Rebennack. Non m’importa se sia realtà o fantasia. Come chiusura di cerchio la trovo perfetta: tanto basta. Sorridendo, vorrei telefonare a Mac nell’aldilà, fare la vocina di Bugs Bunny e dire “What’s up, Doc?”. Sono sicuro che apprezzerebbe.

Chuck E. Weiss, l’ultimo romantico di L.A.

Le amicizie contano eccome. Credo che chiunque abbia “conosciuto” l’oggetto di queste righe grazie a una canzone custodita nel meraviglioso debutto di Rickie Lee Jones. A suo tempo, l’unico difetto di Chuck E’s In Love per me era l’omissione del cognome che rotolava come un nichelino tra Foreign Affairs, Small Change e Nighthawks At The Diner. Ascoltandoli, fantasticavo su un poeta beat compagno di sbronze del primo Tom Waits e di Miss Jones. Che gioia scoprire poi in costui un vero talento e un uomo innamorato della musica e della vita.

Qualche passo indietro, se vi va. Nei primi fifties, Leo e Jeannette Weiss giungono a Denver (via Chicago) con il frugoletto Charles Edward. Mamma disegna cappelli mentre il babbo farà fortuna offrendo invenzioni alla Disney e progettando un attrezzo che leva il ghiaccio dal parabrezza delle auto. Quando Charles cresce, lo tengono buono con la batteria; rilevato un negozio di dischi, eccolo al bancone e a suonare nei locali. Una sera serve qualcuno che accompagni Lightnin’ Hopkins: quell’adolescente di origine ebrea se la cava così bene dietro tamburi e piatti che il bluesman se lo porta in tour, presto imitato da Willie Dixon, Muddy Waters, Dr. John.

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Del 1972 l’incontro casuale con Tom che cagiona il trasloco definitivo in California. A metà decennio, il venti-e-qualcosa risiede al mitico motel Tropicana: sgobba in cucina, ispira Sam Shepard, incide demo. L’arrivo di Rickie Lee crea un bizzarro triangolo misto d’amicizia fraterna, famiglia disfunzionale e amore bohémien. Waits e la bionda con basco e sigaro staranno assieme tre anni, dopo di che lei saluta i bassifondi, lui volta pagina a New York, l’altro seguita a bazzicare gli angoli della Città degli Angeli che rappresentano il suo liquido amniotico. Nell’81 la Select ricava da mezz’oretta scarsa di provini il delizioso The Other Side Of Town, svelando la scapigliatura e l’emotività stradaiole che ti aspetti da un tipo del genere.

Il tipo che si incazza perché non l’hanno interpellato e – incredibile a dirsi – è tuttora scontento della caliginosa Sparky, dei rock‘n’roll urbani Gina, Tropicana e Juvenile Delinquent, dell’indolente Luigi’s Starlite Lounge. Per tacer dei tasti pestati dal Dottore e della ripresa di Saturday Nite Fish Fry (Louis Jordan), del duetto con l’amica Jones in Sidekick e di una title-track che tratteggia quell’America che è condizione spirituale e mentale di ogni romantico che si rispetti. In quanto tale, Weiss schifa lo showbiz e, oltre a recitare, per undici anni squassa il palco del losangelino Central a botte di errebì. Quando il club perde quota, lo compra con Johnny Depp e il ribattezzato Viper Room diventa una mecca della giovane Hollywood anni ’90, finché River Phoenix non ci lascia le penne sul marciapiede di fronte. Dissolvenza.

extremely cool

Bastano diciotto primavere per un “vero” LP? Certo, purché sia… Extremely Cool. A comprovare il titolo l’aiuto di Waits in regia e una scaletta sensazionale dallo zydeco Oh, Marcy allo stomp elettrizzato/elettrizzante Devil With Blue Suede Shoes passando per il quadrato roots-rock Jimmy Would, una notturna Deeply Sorry, il Beefheart apocrifo di Pygmy Fund. Un triennio e Old Souls & Wolf Tickets pesca da New Orleans l’attacco felpato Congo Square At Midnight e il festoso arrivederci Dixieland Funeral, sistemando nel bel mezzo Cuori di Bue speziati, marce gospel, ballate sornione, un Dylan inzuppato nel rockabilly. Concedersi poco e bene è la filosofia che, a metà anni zero, recapita lo sghembo 23rd & Stout: un filo meno riuscito dei predecessori, tuttavia consigliabile per il Tav Falco ispanico di Novade Nada, una stonesiana Piccolo Pete e l’inchino a Re Slim Harpo di Fake Dance. Come minimo.

Che gentiluomo, Chuck. Dopo aver soggiornato presso Rykodisc e Cooking Vinyl, l’avrei visto a suo agio nella confraternita Anti-: guarda caso, proprio lei benediva nel 2014 Red Beans And Weiss, riassunto di carriera sciccoso con copertina stile “umoristico pantheon” e contenuto in appassionato slalom tra talkin’ funk (That Knucklehead Stuff), bislacco esotismo (The Hink-A-Dink, Kokamo), Cramps ringiovaniti (Tupelo Joe), cartoline sotto sbornia spedite dal lato sbagliato però giusto del confine (Hey Pendejo), strapazzi di boogie, blues e jazz poetry. Chuck, so che non te ne frega niente, ma ci tengo a dirti che siamo tutti in love with you. A quando il prossimo show?