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Steve Earle, natural born outlaw

Non so come la vediate, ma per me era dal tributo Townes del 2009 che – escluso lo splendido I’ll Never Get Out Of This World Alive – Steve Earle temporeggiava. Alla sua maniera, certo, ovvero con classe ed estro rari e piazzando a ogni giro di giostra un fastello di brani memorabili. Tuttavia, dopo quell’incombenza (in parte gioiosa e in parte amara, incentrata com’era sul ricordo del mentore e più d’ogni altra cosa amico Townes Van Zandt) sulla lunga distanza la scintilla del fuoriclasse un po’ latitava.

Datemi del musone, però questa è casa mia e ho il diritto di cercare il pelo nell’uovo. Provo a spiegarmi meglio, comunque: assolutamente presente a sé, Steve pareva intento a ripigliare fiato dopo aver affrontato un peso massimo del canzoniere americano, come se la carica emotiva sprigionata ricordando l’Uomo di If I Needed You avesse richiesto un prezzo non dappoco. Ci sta eccome, considerate le circostanze biografiche e non che tutto ciò rappresenti una colpa. La vita va così: a volte devi seguirne il corso anche se sei nato per nuotare controcorrente.

Earle

Per questo motivo, saldato il debito, lo sguardo del Nostro si volge al passato e agli esordi da nuovo tradizionalista. Ricordandoli apertamente, quegli anni, in note interne vibranti commossa nostalgia per un’epoca perduta e per tanti compagni d’avventura che non sono più. Suono e attitudine di conseguenza sono viepiù essenziali, sistemati a reggere canzoni pulsanti l’energia del songwriter che dal popolo pesca la materia per scrivere pensando poi sempre alla “gente”.

Senza demagogia o retorica, perché si tratta di distillare un vissuto e renderlo universale, alla maniera di un Bruce Springsteen o di un John Mellencamp al top e mica è robetta, siccome dal Capolavoro Copperhead Road in poi Mr. Earle è legittimamente considerato un modello, un caposaldo di un retaggio che anche con lui si è rinnovato. Un gentiluomo nonostante tutto, costui, che bada al sodo e sotto l’aspetto da Allen Ginsberg del vecchio West qui sferza e carezza – con ugola che ha visto cose che noi umani eccetera – un mazzo di country‘n’roll sporchi e intimi come si conviene.

Outlaw

Arriva subito dritto al cuore So You Wannabe An Outlaw, aprendosi sul “bandito country numero uno” Willie Nelson che spartisce il microfono col padrone di casa nel rugginoso caracollare elettrico omonimo. Indicando senza indugio alcuno che il livello compositivo è tornato ai vertici, laddove l’universo umano resta il medesimo, a ennesima riprova che lo scrittore serio parla di ciò che meglio conosce. Ecco l’amore che tutto muove (Lookin’ For A Woman, The Girl On The Mountain) oppure si trasforma in tormento (You Broke My Heart, il duetto con Miranda Lambert This Is How It Ends), la durezza dell’esistenza (If Mama Coulda Seen Me, The Firebreak Line) e la sabbia che scorre implacabile portando via qualcuno di importante (una sublime Goodbye Michelangelo, saluto al Maestro Guy Clark saggiamente posto a suggello e, per chi scrive, seria candidata a “canzone del 2017”).

Cose bellissime intessute di stoffa che nelle giuste mani dura in eterno e, del resto, il sarto lavora con passione e vigoria, mettendoci l’anima e versando la rabbia sia nelle invettive (stupenda, la livida Fixin’ To Die da Mark Lanegan dei bei tempi) che in ingannevoli sguardi verso la luce (Walkin’ In LA). Niente trucchi, niente inganni. Felicissimo di sentirti di nuovo in forma smagliante, caro desperado.

 

Il cuore scuro di Townes Van Zandt

Un dilemma e un’impresa trovare forme verbali che restituiscano le sensazioni provate ascoltando Waitin’ Around To Die o For The Sake Of The Song. Malinconia non è, altrimenti dove scivola, fugace e imprendibile, quel sapore dolceagro? Proviamo con mestizia: beh, ma i raggi di sole che all’orizzonte fendono le nubi… Cos’è davvero il respiro romantico che plana lieve dal cielo di un’America un po’ reale e un po’ figlia del nostro immaginario? Mi piace pensarlo una lama affusolata che scatena la voglia di piangere e ridere, di rintanarsi nel buio e correre sotto un acquazzone come fossero i medesimi gesti. Di ricordare i dolori per alleviarli in un saliscendi emotivo – “alto, basso e quel che c’è in mezzo”: oh, sì – che rende più vivi e sottolinea come, nel bene e nel male, siamo ognuno un frammento del mondo.

Townes Van Zandt cavava dal tormento Canzoni di sangue. Il suo. Chiudo gli occhi e me ne appare il sorriso, velato di ombre e incorniciato da sguardi che cercano di braccare un passato. A breve spiegherò il motivo. Prima voglio inserirlo anch’io tra i Grandi Songwriter di sempre, e se non vi fidate, consultate le eminenti firme che ne tessono le lodi. Oppure chiedete a Steve Earle, il quale ha ringraziato il suo mentore battezzando Townes un figlio (cantante anch’egli) e rileggendone svariati brani. Poi fate un paio di domande a Willie Nelson e a Emmylou Harris, a Jolie Holland e a Simon Joyner, a Laura Marling e ai Cowboy Junkies. E a tutti gli altri che hanno reso omaggio – e si sono ispirati: Will Oldham esempio dei più fulgidi – a incanti dolorosi scritti per arginare la fragilità e le offese della vita.

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Nel Texas orientale esiste una contea chiamata Van Zandt, che dicono fondata da un immigrato olandese. Nei pressi, a Forth Worth, il 7 marzo 1944 John Townes nasce da una famiglia benestante. A natale del 1956 il babbo gli regala una chitarra, siccome il ragazzino ha visto Elvis in televisione e altro non vuol sapere. Salto avanti al ’62, allorché lo ritirano dall’università perché vogliono un avvocato o un politico e non un maniaco depressivo che annega i giorni nell’alcol. Lo “curano” con shock di insulina e la madre si pentirà in eterno. Derubato della memoria, Townes incappa nelle debolezze di chi scruta nell’anima fino alla vertigine. Sceglie la carriera di musicista a Houston, con Guy Clark e Jerry Jeff Walker, eseguendo i modelli Bob Dylan, Lightnin’ Hopkins, Hank Williams, Rolling Stones. Prima di morire, papà lo esorta a scrivere e lui intinge la penna dentro tinte country-folk venate di blues.

A Nashville fa amicizia con Mickey Newbury e il produttore “Cowboy” Jack Clement, firma con la Poppy e nel 1968 finalmente esordisce. Di For The Sake Of The Song non lo soddisfa la produzione “caricata” secondo i dettami dell’epoca, ma che comunque arricchisce l’omonimo latineggiare, lo scheletro percussivo Tecumseh Valley, i brividi di Waitin’ Around To Die, lo Zimmie sudista di Quicksilver Dreams Of Maria. Un calendario e Our Mother The Mountain porge country limpido disposto al folk orchestrale, vertici lo Scott Walker campagnolo di Kathleen, il dolce dramma omonimo, una rinnovata Tecumseh Valley che lima i pochi orpelli rimasti. A fine ’60, Townes Van Zandt ripesca quattro titoli dal debutto asciugandoli al clima intimo suggerito in copertina e illuminando d’immenso For The Sake Of The Song, Waiting Around To Die, I’ll Be Here In The Morning e (Quicksilver Daydreams Of) Maria; laddove tra gli inediti spiccano le trasparenze di Columbine e Colorado Girl, una sinistra Lungs, la fiabesca None But The Rain.

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Dopo un (primo) Capolavoro, nel ’71 il nuovo tradizionalista poggia Delta Momma Blues su dodici battute folkeggianti e agresti, così che l’umore è più rilassato che dolente malgrado la confessione di Nothin’, l’immensa Tower Song, le amare Rake e Only Him Or Me. Abortito un LP per litigi tra produttori e manager – uscirà solo nel ‘93 come The Nashville Sessions – l’anno seguente High, Low And In Between offre schietto gospel delle praterie, echi stoniani e l’indicibile bellezza di Highway Kind, To Live Is To Fly e della title-track. Come se non bastasse (!), arriva anche il Testo Sacro. Profetico e in retrospettiva brutale, The Late Great Townes Van Zandt custodisce gemme mai più così scintillanti.

Classico assoluto nel passaggio di testimone da Williams Honky Tonkin’ e nell’omaggio a Clark Don’t Let The Sunshine Fool You, manda l’anima in frantumi tramite No Lonesome Tune, If I Needed You, Snow Don’t Fall e la rediviva Sad Cinderella, sceneggiando tra un sorriso e una lacrima il cortometraggio western in anticipo sui Calexico di Pancho And Lefty. Per l’Artista che tocca il cielo, un uomo crolla: i dischi non si vendono e l’etichetta è in bancarotta, gli amori sono sbagliati e la bottiglia trionfa. Fino a metà dei ’70 Townes sopravvive in una baracca, senza acqua corrente né elettricità. Alla fine del tunnel c’è però una (sorta di) salvezza.

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La Tomato ristampa il catalogo e nel 1977 estrae dall’archivio Live At The Old Quarter, Houston, Texas, favolosa missiva da uno spirito squarciato inviata nel luglio di quattro anni prima. Van Zandt torna nel mondo con Flyin’ Shoes, ultimo scatto d’autore più tondo nell’arredo strumentale curato da Chips Moman e imperdibile per il brano omonimo e Loretta, per No Place To Fall e Rex’s Blues. Scorre quasi un decennio: At My Window è privo di guizzi e idem No Deeper Blue entro un settennato; fedele alla pinta di vodka quotidiana, il texano frattanto si sposa una terza volta e collabora con i Cowboy Junkies.

Cuore e corpo però non resistono e cedono definitivamente nel 1997. Come per Hank, era capodanno. Non fui sorpreso: affranto sì. Lo resterò finche campo. Da qualche parte, dentro di sé John Townes conservava un destino ben preciso. Non importa quanto se lo fosse scritto da solo o glielo avessero tatuato sull’anima. Gli dava del tu. Vivendole, scontava tre pesantissime parole come the late great: il grande defunto. Credo di aver capito, alla fine. Tutti piangiamo il blues, ma le lacrime di qualcuno sono più amare di altre.