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L’alchimista tropicale Jorge Ben

Certi dischi entrano nella vita come le persone delle quali ti innamori: un caso colto al volo, l’irrazionale e irripetibile colpo di fulmine, la conoscenza comune che funge da tramite. Se parliamo di musica brasiliana, per me vale la terza opzione e anche qui ringrazio David Byrne. Comperata per cinquemila lire nei primi ‘90, la compilation Brazil Classics 1: Beleza Tropical (numero uno del catalogo Luaka Bop, tramite il quale l’ex Testa Parlante propone cose buone dal mondo) fu la pietra filosofale che mutò in oro quanto, stupidamente, associavo a oleografia. Nei miei venti-e-qualcosa fu una benedizione capire che dietro le cartoline c’erano autentiche meraviglie, e in tal senso Beleza Tropical parlò subito chiaro con il funk carioca Ponta De Lança Africano (Umbabarauma) e un’ipnosi che si impadronì di gambe e stomaco disegnando un’epifania coloratissima.

E multiforme è la carriera del suo artefice, Jorge Duilio Lima Menezes in arte Jorge Ben, che ha attraversato le rivoluzioni musicali/culturali del Brasile come un “a sé”. Dalla bossa nova al Tropicalismo passando per la Jovem Guarda, nel mio pantheon siede per il best seller África Brasil e per il meno celebrato – da noi: in madrepatria lo considerano giustamente un capolavoro – A Tábua De Esmeralda, gioiello di folkedelia oppiacea e surreale che discetta di alchimia, estasi amorosa e identità meticcia con la leggerezza di Italo Calvino. Andiamo con ordine, però. Jorge nasce il 22 marzo 1942 a Rio de Janeiro da un suonatore di pandeiro (una percussione simile al tamburello) e dalla donna di origini etiopi che gli donerà il nome d’arte. Affronta la povertà impratichendosi con lo strumento paterno e cantando in chiesa, militando giovanissimo nei Turma Do Matoso con Tim Maia e Roberto Carlos e imparando la chitarra elettrica da autodidatta.

Più avanti alterna le passioni per Joao Gilberto, il calcio e il rock’n’roll a esibizioni in locali jazz e bossa e nel 1963 la Philips lo persuade a pubblicare Mas Que Nada. Il successo del 45 giri impone di battere il ferro un album dopo l’altro, tuttavia l’artista vuole crescere seguendo l’istinto e i tempi. Attorno al ’65 lo “iê-iê-iê” traduce in Brasile la lezione beatlesiana scatenando polemiche tra generazioni che non si capiscono. Il ragazzo, piedi nella samba e lo sguardo al rock, è presenza gradita nel programma televisivo “O Fino da Bossa”. Quando accetta di esibirsi anche all’iconoclasta “Jovem Guarda” lo cacciano e lui aderisce al movimento “samba giovane” mentre Mas Que Nada vola nella classifica statunitense grazie alla cover di Sergio Mendes, imitato da José Feliciano (Nena Naná) e Herb Alpert (Zazueira).

Dopo un inevitabile litigio con la casa discografica, l’uomo per un po’ resta in disparte: pubblica poco ma bene – nel ‘67 O Bidu, Silencio No Brooklin ne fa un idolo della scapigliatura tropicalista – e compone per altri finché Gilberto Gil e Cateano Veloso non lo riportano all’ovile. In coda al decennio mescola samba, rock, errebì e creatività libera in un eccelso LP omonimo che ospita il Trio Mocotó e Rogério Duprat vantando gemme della caratura di Descobri Que Eu Sou Um Anjo, País Tropical e Charles Anjo 45. Poi la dittatura cala la scure, gli amici finiscono in galera e in esilio. A Jorge va meglio: nonostante qualche canzone bandita dalle radio, a metà Settanta l’interesse per l’esoterismo sfocia in A Tábua De Esmeralda. Ispirata dall’alchimia sia nei temi che nell’incantata e incantevole fusione sonora, annunciata da un titolo che cita la tavola di smeraldo (il testo sapienziale più celebre fra gli scritti ermetici) e da una copertina trecentesca di Nicholas Flamel, questa dozzina di canzoni poggia melodie dolci e svagate su una fluida complessità che intreccia corde, percussioni, archi.

Le parole comunque faticano a rendere conto di un disco che come pochi altri riesce ad armonizzare gli opposti. Un disco che conquista con brani stralunati però ariosi – sì: da Paracelso alle prese con il pop – come Os Alquimistas Estão Chegando…, Eu Vou Torcer e Hermes Trismegisto E Sua Celeste Tábua De Esmeralda. Lo stesso O Homem Da Gravata Florida e quella sensualità esuberante intrisa di folk acidulo, per la Menina Mulher Da Pele Preta che parte sinuosa e arriva frenetica, per la gioiosa Minha Teimosia, Uma Arma Pra Te Conquistar, per le atmosfere alla Forever Changes di Zumbi, incentrata sul leader di una repubblica formata da schiavi fuggiaschi nel diciassettesimo secolo. Se Errare Humanum Est inscena una mini odissea spaziale con gli arnesi della psichedelia, Brother è ruvido gospel-rock cantato in inglese e Cinco Minutos riassume tutto in un bilico tra estasi e nervi scoperti che anticipa il Byrne solista. Sedotto a vita, frequenti questa bellezza enigmatica e cangiante decine di volte senza mai venirne davvero a capo. È magia pura, insomma.

Più “terreno” e altrettanto sensazionale, África Brasil nel ’76 rinsalda il cordone ombelicale con le origini rielaborando in maniera radicale tre vecchi brani (la title-track è Zumbi, che qui domicilia a Rio una Stax lisergica) e approfondendo lo studio sul ritmo, rafforzando le strutture e insistendo sull’elettricità. Aperte le danze con la fenomenale Ponta De Lança Africano (Umbabarauma), sgrana i groove samba-funk di O Filósofo, Camisa 10 Da Gávea e Meus Filhos, Meu Tesouro accanto a premonizioni di Talking Heads (Hermes Trismegisto Escreveu, Cavaleiro Do Cavalo Imaculado), disco sculettante (Taj Mahal: quattro anni prima era un’incredibile acid-jam; A História De Jorge), sentimentalismo profondo (O Plebeu, pescata dal secondo LP; Xica Da Silva). Un triennio e Rod Stewart si appropria del ritornello di Taj Mahal per l’atroce Do Ya Think I’m Sexy?, il brasiliano intenta causa e vince; negli anni ‘80 cambia nome in Jorge Ben Jor, onde evitare che le royalties dovute vengano erroneamente pagate a George Benson. Lo so, state ridendo. Mi aggrego alla dilagante, guascona ilarità annotando infine che il Nostro tuttora pubblica album, va in tour, scrive conto terzi e si gode la terza età da moderno alchimista che ha ottenuto fama e onori. Evviva.

Il mio nome è Costa, Gal Costa

Non costituisce regola infallibile che una squadra esclusivamente composta da campioni porti a casa il risultato. L’allinearsi di talenti porta felici risultati se qualcuno tira le fila e ci mette il quid che fa la differenza. Questi sono i presupposti del secondo trentatré giri della cantante brasiliana Gal Costa, originariamente pubblicato nel 1969 e riedito in digitale nel 2008 dalla Dusty Groove. Nel semiomonimo Gal non troverete però cartoline turistiche. Al loro posto, una manciata di brani scritti da Caetano Veloso e Gilberto Gil, gli arrangiamenti orchestrali di un Rogério Duprat che aveva studiato con Stockhausen e Boulez, atmosfere in bilico tra lunaticità ed estasi.

Un suono cangiante che alterna psichedelia verdeoro tagliente e iniettata di fuzz con impervie escursioni vocali prelevate da Patty Waters e scagliate – tramite Yoko Ono – in un futuro di ulteriori contaminazioni con Ludus, Slits e Raincoats. Per tacere di una seconda metà di scaletta avvolta su una follia che possiede metodo e sensibilità, come se fosse la barricata sonica eretta dal movimento Tropicalia per far fronte a un anno che significò innanzitutto dura repressione da parte della dittatura.

gal costa 70

Sintomatico dunque che le carte siano scoperte strada facendo, all’inizio preconizzando gli Stereolab tramite l’epidermico garage beat Cinema Olympia e subito dopo collegando le praterie al Nilo nella fenomenale Tuareg a firma Jorge Ben. Dopo di che, all’ugola messa sotto torchio da Cultura e civilização risponde il divertimento sottilmente disturbato di Paìs tropical. Sulla carta potrebbe sembrare una babele stilistica: spetta invece alla frequentazione prolungata sottolineare quanto gli umori mercuriali e i dualismi “in armonia” siano l’essenza stessa del disco. Quello il senso degli spigoli di Com medo, com Pedro e del Burt Bacharach scorticato di Meu nome é Gal, dell’acidula inquietudine su cui poggia The Empty Boat e dei dieci minuti finali di Objeto sim, objeto não e Pulsars e quasars, immaginifico “krautrock carioca” spinto oltre una crisi di nervi tra sensualità torbida, errebì destrutturato e respiri cosmici.

Sbalordito, riconosci quanto fosse matura la ventiquattrenne nata a Salvador (capitale dello stato di Bahia) come Maria da Graça Costa Penna Burgos, che fu ammiratrice di João Gilberto e commessa in un negozio di dischi fino a quando l’amico Caetano Veloso non la invitava a salire sul variopinto e sovversivo carrozzone tropicalista. Un paio di singoli su RCA e un LP di bossanova con Veloso, la presenza nell’epocale Tropicália: Ou Panis Et Circensis e un omonimo solista meno “fuori di testa” ma di buonissimo peso preparavano il terreno a un’impresa temerariamente fiera della propria libertà espressiva.

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Ennesima dimostrazione che, secondo il proclama “proibito proibire”, in quel Brasile ogni cosa era possibile, almeno nella testa e su vinile. Che si poteva parafrasare la scritta presente sul vessillo nazionale in disordine e progresso, perché valeva sempre e comunque la pena osare. Come in altri dischi figli di quel movimento, anche qui si fa carta straccia dei luoghi comuni con un sorriso dolceamaro; anche qui si sperimenta con il suono, immersi dentro una complessa e sfaccettata stratificazione socioculturale; anche qui ci si racconta tuttora originali. Ispirati dal cannibalismo artistico teorizzato da Oswald de Andrade, si mastica e metabolizza una versione mutata – e, va da sé, mutante – della cultura occidentale.

Scrivendo così regole nuove che quest’ultima raccoglierà, dritti al cuore e alla mente di chi capì e capirà. Prima di evolversi in uno scintillante classicismo (già evidente nel successivo, giocoforza più addomesticato Legal; piace anche la complessa ma romantica eleganza mostrata nel 1973 da Índia) si sfoggia un Genio irrequieto e brado. Quello stesso che oggi scorgi nell’idea di una musica priva di barriere e pregiudizi, seduto a presidiare ogni angolo di quel meticciato totale che chiamiamo quotidianità.