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Gavin F.: noi, i ragazzi del Lypton Village

Certi dischi sono meteore e satelliti.  Prendono possesso del tuo tempo all’improvviso, non dopo una lunga ricerca o un articolato corteggiamento. In epoca pre-Internet funzionava anche così: leggevo la recensione – no: il “racconto” – di un album e in testa cresceva un’idea meravigliosa. Quando me lo procuravo, quel vinile poteva anche superare l’immaginazione e non avete idea della gioia di avere firme delle quali fidarsi ciecamente. Satelliti fedeli, quei dischi ancora mi ruotano intorno, mi riflettono, mi passano attraverso mentre sento che la loro impronta muta con l’età. Come quando sei adulto e rileggi una favola, capendo cose che prima non potevi perché intanto hai dovuto sacrificare l’innocenza. Le favole sono faccende che, stridenti e armoniose nello spazio di poche pagine, scavano nel subconscio alternando un tenero teatro della crudeltà a una crudele rappresentazione di tenerezze. Tutte iniziano con c’era una volta.

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C’era una volta a Dublino il Lypton Village. Una comune di adolescenti oppressi dalla monotonia e dal ristagno, nuovi “Dubliners” che – in fuga da povertà, guerre di religione e cattolicesimo oltranzista – estremizzano l’eccentricità e la con-fusione del glam. Fiammata breve ma intensissima, quella, nel 1977 scaldava ancora e specie se l’originaria deflagrazione ti colse ragazzino. Tale il caso di Fionan Harvey, che a una festa conosce Paul Hewson e instaura un’amicizia che sfocia nella creazione del suddetto villaggio. In sprezzo alle convenzioni, i suoi… abitanti devono ribattezzarsi e i due diventano rispettivamente Gavin Friday e Bono Vox. Lo stesso i fratelli Richard e David Evans, alias l’oggi arcinoto The Edge e un Dik che con Gavin fonda i Virgin Prunes.

Nello slang locale il termine definisce i reietti, che però qui sono vergini: una cricca di puri a loro modo che presto accoglie “Guggi” e “Strongman” Rowen, “Dave-id Busaras” Watson, Anthony “Pod” Murphy, Danny “Bintii” Figgis e “Mary” D’Nellon. Mescolando Artaud, Yoko Ono, Azionismo Viennese, (tran)sesso e travestimenti, in scena scandalizzano con sangue, danze e rituali neopagani. Gavin, Guggi e Dave-id recitano sulla sei corde minimale di Dik e attorno al martellare del basso di Strongman e delle percussioni cui si alterneranno gli altri. Lo shock, totale e catartico, punta a demolire l’ipocrisia della società. Il collettivo debutta discograficamente nell’81 con l’EP autoprodotto Twenty Tens e, passato a Rough Trade, insiste con un intrigante disordine nel 45 giri Moments ‘N’ Mine e il progetto multimediale A New Form Of Beauty.

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Bisogna attendere il novembre 1982 per toccare con mano la nuova forma di bellezza. Grazie anche all’attenta supervisione di Colin Newman …If I Die, I Die è un capolavoro che focalizza l’aspetto musicale dell’ensemble cavandone brani complessi ma strutturalmente compiuti, cupi e spigolosi come l’etno-wave Ulakanakulot e l’evocativa Decline And Fall, come la disturbata cantilena Sweethome Under White Clouds e la lunga contorsione Bau-Dachöng. Altri pregi sono il gusto per l’intarsio strumentale e la sapiente impaginazione, così che l’ironica epica rock di Ballad Of The Man e una Baby Turns Blue da Japan malevoli permettono di “respirare” prima della tambureggiante Walls Of Jericho, del manicomiale galoppo di Caucasian Walk e di una Theme For Thought che aggiorna i Comus.

In tanto ben di Dioniso, neppure un attimo di istrionismo o di pantomima. Lo stato di grazia è suggellato dal singolo Pagan Lovesong: prodotta da Nick Launay, l’anno prima al mixer per The Flowers Of Romance, questa fenomenale Scary Monsters sull’orlo dell’isteria diviene un inno del goth che sta iniziando a farsi moda. Intanto la band torna stremata da un tour nel quale ha mantenuto l’approccio da “performance art” e urge una pausa. Tra svariate difficoltà, The Moon Looked Down And Laughed risulta nell’86 slegato e opaco. Logica conseguenza il progressivo sfaldarsi del gruppo che privo di Guggi, Dik e Gavin traccheggia ancora un po’ come Prunes. Tutto è durato un decennio tondo. Il cerchio si chiude su inimitabili, magnifiche canzoni pagane di non amore.

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Il secondo c’era una volta fu un gioco di specchi per me, che ascoltai il Friday solista prima dei Virgin Prunes. Sulle pagine di “Velvet”, un entusiasta Davide Sapienza (le firme di cui fidarsi) mi spinse verso il nome conosciuto per via del nesso con gli U2. Comprai Each Man Kills The Thing He Loves a scatola chiusa. Lo amai immediatamente e in trent’anni non ho smesso. Il cantautorato sui generis che legava Jacques Brel ai T.Rex fu un’evoluzione naturale per Friday, che sciolti i Virgin Prunes si era dedicato alla pittura fino all’incontro con il polistrumentista Maurice “The Man” Seezer. Andava a finire che i due scrivevano un pugno di pezzi per piano e voce, volavano a New York e piazzavano il demo sulla scrivania di Chris Blackwell della Island.

Assoldati seduta stante, in tre giorni provavano la scaletta a casa di Hal Willner, produttore scelto da Chris in quanto responsabile di Lost In The Stars, bellissimo tributo ai Brecht e Weill influenze dichiarate di Gavin. Nell’estate 1988 registravano vicino al Chelsea Hotel con un parterre di re: al basso Fernando Saunders, braccio destro di Lou Reed; Hank Roberts, violoncellista avant-jazz; il genio chitarristico di Bill Frisell e Marc Ribot; Michael Blair, batteria del Tom Waits più storto. L’esito è un’ora scarsa di splendore senza tempo.

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In comune col passato ci sono il titolo e le parole di una title-track da Scott Walker affacciato sul Bosforo, prelevate da Oscar Wilde come in parte fu per Theme For Thought. Ci starebbe anche il crescendo di The Next Thing To Murder, ma con un profondo distinguo e cioè che il sacerdote è ora un crooner post-decadentista. Non a caso, una superba cover della dylaniana Death Is Not The End anticipa di un lustro abbondante Nick Cave commuovendo fino alle lacrime; non a caso la circense ubriachezza di Next è sottratta al Maestro Brel; non a caso, lo scatto glitterato Man Of Misfortune richiama Howard Kaylan e Mark Volman dai solchi di Electric Warrior.

Il resto illumina d’immenso tra omaggi (la Rags To Riches che conduce Blue Valentine su questo lato dell’Atlantico) e visioni di futuro (i Black Heart Procession già contenuti in Apologia e Another Blow On The Bruise), sublimi acquerelli di tersa malinconia (Tell Tale Heart, He Got What He Wanted) e riflessioni screziate di tensione (Love Is Just A Word, Dazzle And Delight, You Take Away The Sun). Un ultimo legame con i Virgin Prunes in realtà lo trovo ed è la magia pressoché impossibile da spiegare. Anche con Each Man Kills The Thing He Loves bisogna insomma calarsi nei suoni, nelle parole, nell’atmosfera. Non importa se a scuotere saranno fremiti adolescenziali o rimpianti di mezza età: conta che l’anima si sciolga e poi si ricomponga. Grazie, Gavin Friday. Qualche volta, l’uomo può anche non uccidere ciò che ama.

Fiori sotto la casa dei Public Image Limited

La vita è strana. Beato chi ci vede un percorso coerente e uno straccio di senso. Come direbbe Julian Cope, è un caos elegante. Per questo a volte è meglio lanciare sassi dentro lo stagno e vedere che succede: contare i cerchi, oppure guardarli finché non diventano sempre più sottili fino a sparire dalla vista. John Lydon non ne poteva più del punk e del pupazzaro McLaren: secondo pel di carota, quella rivoluzione doveva far nascere cento nuove musiche e non cento copie dei Sex Pistols. Strappati i fili con cui Malcom, povero illuso, credeva di poterlo controllare, se ne andò ad allestire un suo progetto che mostra come John Non-più-marcio già avesse nella testa il post-rock.

Per forma, attitudine e spirito, siccome battezzò la nuova avventura Public Image Limited giocando con la percezione di noi che hanno gli altri e l’idea che un gruppo musicale potesse essere concepito e gestito come un’azienda. Prima di perdersi e poi ritrovarsi, infilerà il Capolavoro Metal Box tra altri due LP sensazionali che tuttora lasciano a bocca aperta, il terzo in ordine cronologico ancor più del primo.

Flowers Of Romance

Più che l’ingresso nei Top Twenty britannici seguito alla pubblicazione nella primavera 1981, di Flowers Of Romance stupisce per l’attualità e anche la forza con la quale rispose a un momento difficile. Perso un membro fondatore e un fondamento del suono con l’abbandono dell’amico bassista Jah Wobble, non senza un certo cinismo Lydon e il chitarrista Keith Levene serrarono le fila cambiando pelle un’altra volta con Martin Atkins, batterista presente solo in tre brani. Gettate un paio di settimane in tossici cazzeggi allo studio The Manor, assieme all’ingegnere del suono Nick Launay (poi convocato da Phil Collins grazie alla sapienza con la quale qui registra la batteria) si torna a Londra per sperimentare.

Tenendosi stretta la forma canzone tranne che nel conclusivo e sfocato delirio Francis Massacre, Flowers Of Romance sposta infatti l’asse sulla ritmica. Resa irriconoscibile una chitarra comunque defilata e sistemato in un angolino il basso, tamburi e percussioni salgono al proscenio mescolandosi a echi mediorientali, sintetizzatori Prophet, orologi da polso amplificati, registrazioni televisive e molto altro. Da trame stratificate però minimali si libera una bestia che all’inizio non capisci cosa sia né cosa voglia. Qualcosa che – al massimo e vagamente – può ricordare una versione velenosa del Peter Gabriel di Intruder.

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Poi quell’animale parla. Flowers Of Romance si conficca nel cervello con inesorabile calma, perché è allo stesso tempo subliminale e concreto. Qui piomba addosso come un mattone e là accarezza con un rasoio di velluto, persuadendo che il genio autentico decolla dai propri limiti con pochi mezzi ma un’infinità di idee. Idee che dal krautrock e da Captain Beefheart si/ci spingono dritte nella contemporaneità di fan dichiarati come i Liars. E che scintillano nei martellamenti da muezzin in paranoia di Four Enclosed Walls e Under The House, nel groove sbilencamente efficace di Track 8, in una Phenagen ondeggiante tra teatro della crudeltà e trasfigurazioni etniche.

Laddove la title-track, nenia mista di gotico e gitano che vide la luce anche su singolo, è la faccenda con maggior parvenza di normalità e Hymie’s Him tratteggia ambient brumosa parecchio inquieta(nte), Banging The Door gonfia i Can di sarcasmo e vetriolo e Go Back gira come una rugginosa, ipnotica giostra. Pionieristico, selvatico e visionario, Flowers Of Romance risulta perfetto nella sua lievissima imperfezione. Mi ricorda certi variopinti pesci tropicali che ti osservano dalla vasca mentre per un attimo pensi che, forse, il vero prigioniero sei tu. Ma no, dai. Deve essere un’allucinazione. Oppure un’altra Immagine Pubblica.

Magazine: lo sguardo definitivo

Un vero lungimirante, Howard Devoto. Comprese prestissimo che il punk doveva evolversi per non finire come i buffoni sui quali stava scatarrando. Parlava con cognizione di causa, lui che invitò a Manchester l’epifania Sex Pistols e così accese la scintilla; lui che con Pete Shelley formò la favola emotiva e ironica chiamata Buzzcocks; lui che si ripensò letterato rock senza pretenziosità. Ponendosi piuttosto da bizzarro, elegante cantore che descrive il mondo attorno e dentro sé incollandone frammenti con accorato cinismo. Un ossimoro? Macché. Guidati dal padre putativo di Thom Yorke, similmente agli Ultravox! i Magazine furono dei clamorosi incompresi giunti troppo in anticipo per il successo. Vai a sapere se davvero gli importava, però…

Howard (nato Trafford) Devoto molla i Buzzcocks dopo l’epocale Spiral Scratch e trascorre l’anno in cui il punk esplode perfezionando il nuovo progetto con il chitarrista John McGeoch, il tastierista Bob Dickinson e la ritmica di Barry Adamson (basso) e Martin Jackson (batteria). Avrete colto il peso di quella tastiera in piena caccia alle streghe prog: scelta sul serio anticonformista e idem l’art-rock che un’urgenza assolutamente contemporanea mantiene asciutto, pungente, focalizzato. Alla ricetta aggiungete glam raffinato e teatrale, vellutate scansioni motorik, brani dilatati e articolati, una presa d’algido funk ed ecco la magia.

Devoto

Dati talento e – altro anatema del quale ci si beffa – abilità esecutiva, a natale un demo basta a convincere la Virgin. Nel gennaio ‘78 il singolo Shot By Both Sides scaglia nei classici una bruciante ipercinesi melodica dei modelli di riferimento Ferry & Eno. Mentre Bob fa spazio al fondamentale Dave Formula, Howard rifiuta il playback a “Top Of The Pops” arrestando l’ascesa. In primavera, l’album Real Life prodotto da John Leckie è anticipato da Touch And Go/Goldfinger, eccelso 45 giri che salda il conto con creste e spille e sul retro mostra l’Adamson dal gusto cinefilo e cinematico a venire.

Tale è lo stato di grazia che resta fuori dal Capolavoro in cui sfilano una Shot By Both Sides ora più tondeggiante e la circense The Great Beautician, la decadenza minacciosa di Burst e un’innodica The Light Pours Out Of Me. Per tacer di facce complementari dell’inestimabile medaglia rappresentate dalla complessa linearità di My Tulpa e da una schizzata Recoil; e se Motorcade stupisce con assaggi di OK Computer, Parade inventa i Pulp e l’apice Definitive Gaze incastra tasti liquidi e minimali su cadenze fragranti di Harmonia.

Complici il rimpiazzo di Jackson con John Doyle e la regia di Colin Thurston, poco meno di un anno e Secondhand Daylight sfoggia tessiture ancor più elaborate, atmosfere glaciali e apparente ritrosia. Mossa coraggiosa che avvolge tramite l’amarezza trattenuta di Permafrost, la sinuosa spira Feed The Enemy, lo strumentale The Thin Air scippato a Low ma con qualcosa già degli Air. Altrove gli Stranglers sotto sedativi di Back To Nature rispondono alla trascinante Rhythm Of Cruelty e il resto non vale di meno.

Real Life

Diffidenti pubblico e la parte ottusa della stampa, nel maggio 1980 The Correct Use Of Soap offre seduzioni nervose e policrome. Supervisionato da Martin Hannett, paradossalmente risulta più “aperto” brillando negli stilosi muscoli di Because You’re Frightened e nei Can apocrifi alle prese con Sly Stone di Thank You, nello ska mutante Model Worker e nelle Sweetheart Contract e I’m A Party che insegnano qualche trucco ai Blur, nello slanciato gioiello A Song From Under The Floorboards e nella malinconica You Never Knew Me. La ventottesima piazza non trattiene un McGeoch stregato dalla sirena Siouxsie e anche il caposquadra ha la testa altrove, così che il tour negli Stati Uniti e in Australia documentato da Play peggiora la situazione.

Si chiude a metà ‘81 sul fiacco Magic, Murder And The Weather e scusate se me la cavo alla svelta per gli orridi Visage, il traccheggiare del leader in solitaria e con i Luxuria, John che entra nei P.I.L. e muore all’improvviso nel 2004. Sottovoce, vi dico che per me il meglio lo ha offerto Barry, alternando la militanza nei Bad Seeds con ottimi dischi solisti. Quanto a Howard, dopo una lunga pausa tornerà con i Buzzcocks, il pleonastico sodalizio ShelleyDevoto e la reunion dei Magazine che nel 2011 recapitava No Thyself, fotografia di un individuo intrappolato tra il passato remoto dei propri maestri e quello prossimo di sé. Lontano anni luce dal dandy marziano che mi struggeva un’ultima volta intonando Holocaust con i This Mortal Coil. Felice compleanno, Howard. Devot(o)amente tuo.