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Come te nessuno mai: Isobel Campbell

A volte, per rifarsi una vita non c’è altra soluzione che andarsene. Infili la porta con la valigia in mano e, senza guardarti troppo indietro, arrivederci e grazie dei ricordi. Regola aurea per chiunque, in particolare per la categoria di artisti che cerca costantemente l’evoluzione nella continuità. Un equilibrismo delicato e per nulla facile che può implicare scelte anche piuttosto drastiche, come quella presa da Isobel Campbell che nel 2002 mollava allo zenit creativo i Belle & Sebastian co-fondati poco più che adolescente. Ecco: a mio modesto avviso, la macchina indie-pop per eccellenza dell’ultimo quarto di secolo – i veri eredi “post postmoderni” degli Smiths – ha iniziato a imballarsi con la defezione sua e di Stuart David.

Il punto però non è questo. Il punto è che la ragazza ha intrapreso in tutta calma una carriera degna di rispetto, dapprima con quei Gentle Waves in cui figuravano anche membri dell’ex gruppo e successivamente, preso il coraggio fra le mani, mettendoci il nome. A tre dischi con Mark Lanegan aggiungo il paio pubblicato in solitudine e, con un certo stupore, realizzo che dall’ultima missiva di tempo ne è trascorso un bel po’. La Campbell non è comunque stata con le mani in mano: dopo il trasloco a Los Angeles e le nozze con il produttore Chris Szczech, lavorava su There’s No Other terminandolo nel 2016. Succedeva però che l’etichetta originaria nel frattempo falliva e il progetto rimaneva invischiato nei relativi strascichi legali, finché la Cooking Vinyl soccorreva la cantautrice, ormai prossima al crollo psicologico, con un nuovo contratto e il supporto necessario agli ultimi ritocchi.

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Meno male, ché altrimenti ci saremmo persi una delizia nella quale una certa rilassatezza venata di malinconia che è la cifra stilistica della scozzese rappresenta anche la catarsi “postuma” del percorso di cui sopra. I tredici brani registrati a L.A. con il marito seguono infatti la bussola del sunshine pop e delle mutazioni folk a cavallo tra anni ’60 e ’70, tuttavia affidandosi al solido approccio creativo (nello specifico: un orecchio teso alla modernità comunque classica di Mojave 3 e Mazzy Star) che ha permesso ai Mercury Rev lo squisito The Delta Sweete Revisited. Parlano chiaro le atmosfere che sin dalla copertina richiamano la psichedelia light e gli arrangiamenti curati nel dettaglio che contraddistinguono un folk-pop orchestrale di elevata seduzione melodica e dai toni twee d’ordinanza.

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Svelato il gioco con l’iniziale luccichio City Of Angels, nel prosieguo la ricetta è arricchita con l’elettronica vintage di recente adottata dal Moon Duo (Ant Life), bossanova felicemente svagata (Rainbow), vibranti pennellate gospel (The Heart Of It All) e soul (Hey World). Ne deriva un sostanzioso babà retromaniaco frutto di passione ed esperienza che non risulta mai banale né melenso. Che addirittura consegna un poker di piccoli capolavori tramite la rilettura di Runnin’ Down A Dream di Tom Petty dove Margo Guryan si dà al krautrock, una The National Bird Of India dipinta con pastelli lisergici, la sinuosa ma pure mesta Boulevard e il delicato commiato Below Zero. There’s No Other è un perfetto compagno per attraversare l’inverno, accogliere la primavera e durare nel tempo. Congratulazioni, cara Isobel.

Moonlandingz: mad dogs and Englishmen

Sono Pazzi Questi Post-Poppettari. Solo parafrasando Obelix trovo il modo di iniziare a raccontare Interplanetary Class Classics, l’esordio su LP dei Moonlandingz. Esordio faccio per dire, siccome trattasi di un progetto partorito dalle menti malate di Lias Saoudi a/k/a Johnny Rocket e Saul Adamczewski (dei favolosi Fat White Family) più quegli Adrian Flanagan e Dean Honer (poco) noti al mondo come Eccentronic Research Council. Tipi tosti dotati di estro e creatività superiori alla media d’oltremanica, hanno pensato di trasformare in realtà una band immaginaria presentata in un album concept dagli stessi Eccentronic. L’unione fa la forza? Assolutamente sì!

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Tanto vale dirlo subito: Interplanetary Class Classics è una sarabanda di sintetizzatori, chitarre e ritmi motorik dove non si cazzeggia dietro velleità artistoidi. Ci sono le canzoni e un suono intrigante il giusto. Pochi ascolti e dall’ingannatrice patina kitsch emergono gli attributi, l’attitudine post-modernista, le disinvolte sintesi stilistiche. E ancora:  registrazioni supervisionate da/con Sean Lennon, ospiti Phil Oakey (!), Yoko Ono (!!) e Randy Jones alias il cowboy dei Village People (!!!). Senza la sostanza tutto rimarrebbe comunque una curiosità per stuzzicare i barbuti malvestiti che lamentano come l’indie-rock non sia più quello di una volta. Certo, di quando loro frequentavano la prima elementare…

Non voglio però sottrarre ulteriore spazio a un lavoro ottimo che, traendo vigore e senso dall’armonizzazione di estremi, cammina sicuro sul filo tra realtà e finzione, tra politica ed escapismo, tra sguazzate nel camp e calci in faccia. Insomma, ciò che avrei voluto sentire dai Primal Scream dopo More Light o dai Kills in un’intera carriera. Badando al sodo, questo bollente infuso glam-techno-pop – spesso danzabile: alla batteria chiude il cerchio Ross Orton, già negli Add N To (X) – possiede un’anima che appartiene ad apocalittici che mai si integreranno, come fosse un BBC Radiophonic Workshop festaiolo fondato nel ’77 a Sheffield da Fall e Sparks.

Moonlandingz

Sulla scrittura la ghenga ha lavorato bene, saldandola all’innata vena di sana follia per assestare gustose spallate alla piattezza. Black Hanz minaccia rutilante e cingolata con arguta trasversalità pop tra Clinic e Black Angels; The Strangle Of Anna è definita dai diretti interessati la “formula vincente Velvet/Mary Chain/ABBA”, e va benissimo se scambiamo una figurina con Suicide e Raveonettes; The Rabies Are Back vede Matt Johnson e Mark E. Smith rifare Shoulder Pads in overdose di vitamine. Se Lufthanza Man è un pacco bomba da (La) Düsseldorf che invece di esplodere si scioglie in una coda di archi, lo zozzissimo (occhio al testo…) elettro-blues bolaniano Glory Hole vede i Soft Cell spargere sordidezze con Cowboy Randy in un infimo locale notturno.

Là, dove i battenti sono aperti dai lustrini e dai fumi di benzina di Vessels e la nottata offre le pochade I.D.S., Sweet Saturn Mine e Neuf De Pape. Il mattino incipiente, ci si saluta sul riassunto The Cities Undone, la Ono e Oakey a intonare mantra noise-funk su una cavalcata memore di Tomorrow Never Knows. Stordito e ammirato, cedo infine la parola ad Adrian: “L’album è una celebrazione di chi è ai margini. Vogliamo raggiungere persone che cercano una voce nell’oscurità e una discoteca malmessa che gli riaccenda il fuoco nell’anima”. Missione compiuta, ragazzi.

Pop Field (Music) forever

Prima della globalizzazione potevo dirmi all’incirca sicuro di un retaggio sonoro al quale, inconsapevolmente o meno, le band erano solite rifarsi. Ancora oggi sono certo dell’esistenza di quella trama, che è più sottile della contrapposizione tra “sostanza rock” e “apparenza pop” in cui tanti indulgono. Aspetti che mi pare sbrigativo considerare come opposti, così che preferisco studiarli nelle zone grigie dove bisticciano e fanno pace, finché i reciproci confini trascolorano in un terreno comune che spesso è meraviglia. Sì, perché si dice che in Inghilterra prevalga la canzone come comunicatore sociale e in America vinca la concretezza di chi ha distillato il rock’n’roll. Verissimo. Però le cose stanno anche così, quindi c’è di che riflettere.

Giusto per fare qualche esempio: i Beatles si nutrivano a Stax e Motown, a Buddy Holly e Chuck Berry, a Little Richard e folk e cabaret, che amalgamarono in qualcosa di unico ed esemplare; David Byrne, Tom Verlaine e Ric Ocasek devono tantissimo al robodandy Bryan Ferry; i giovani R.E.M. intrecciavano Gang Of Four e Byrds… Esiste insomma una memoria di stili che altri linguaggi utilizzano a mo’ di piattaforma per nascere e svilupparsi in una catena di mutamenti e scambi transoceanici. Oggi, allorché il passato è a portata di un click e lo puoi sovrapporre come ti garba, la faccenda è ancor più complessa. Nel caos e nella dispersione, tuttavia, trovi ancora della grazia che smantella i cliché. Basta sapere dove andare a cercarla.

field music

Provate magari a fare un salto in quel di Sunderland, dove dietro la sigla Field Music i fratelli David e Peter Brewis trafficano con strutture di matrice progressive e melodie mai scontate. Per la scena albionica sono autentiche mosche bianche: ironici ma schivi, sono venuti su a rock classico e indie, a jazz e classica e blues trasversali, digeriti e riformulati con spirito critico e autenticamente creativo nella provincia che a Swindon mantenne in incubazione gli XTC, loro riferimento principale per le evidenti affinità. Alla maniera di Partridge & Moulding, infatti, anche i loro orizzonti sono vasti e policromi.

Privi di pacchianerie o esibizionismi, tracciano un “complesso minimalismo” che – tra mille altre sfaccettature – inanella omaggi a Skylarking, libera Kinks e Zombies nei meandri della new-wave, sparge inchiostri di Steely Dan sul diario di Paddy McAloon. Una giostra vorticosa che conosce la prima perfezione in Tones Of Town, LP che nel 2007 seguiva un promettente esordio omonimo. Troppo “avanti” per il mondo indie volubile e modaiolo, i Brewis rischiavano subito di saltare in aria. Ripensandosi come “azienda” alla P.I.L. e grazie a una salutare pausa, ripartivano nel 2010 con Measure, corposa e brillante mescolanza di acustico ed elettrico; nel volgere di un biennio, Plumb rimarcava quanto il duo fosse un preciso riassunto estetico e attitudinale dell’epoca in cui viviamo.

 Commontime

Un compendio che fortunatamente possiede solo pregi e la voglia di stupire con naturalezza uno tra i più rilevanti. Chiusa la parentesi Music For Drifters (colonna sonora di un documentario uscita in poche copie per il “Record Store Day” dello scorso anno), Commontime abbraccia dunque il cocktail tra anima bianca e nera che – Simon Reynolds docet – presiede al migliore pop britannico. Aperto da una The Noisy Days Are Over appiccicosa e fantastica fusione a caldo tra Hot Chip, Talking Heads e fiati elegantemente nervosi, regala nel prosieguo congetture su degli Scritti Politti mai decaduti in macchietta (Disappointed); spalanca universi paralleli dove Prince condensa Purple Rain, Around The World In A Day e Parade in un unico album (How Should I Know If You’ve Changed?) e collabora con i Roxy Music (It’s A Good Thing); spedisce spavalde ed effervescenti cartoline agli Sparks (Indeed It Is).

Se in Same Name scorgi dei Gang Of Four pacificati, That’s Close Enough For Now libera una citazione situazionista di Neil Young e But Not For You trattiene l’eco dei Cars. Spetta infine a saggi di classe sopraffina completare il mosaico: l’elegia capolavoro The Morning Is Waiting è Brian Wilson che rinsavisce aiutato dai Left Banke e magistrali sono sia i ceselli di They Want You To Remember che il gioco di tensione e quiete in Trouble At The Lights. “La cosa più difficile è trovare il modo di realizzare ciò che ci gira in testa.”, mi rivelò anni or sono in un’intervista David Brewis. Tranquilli, cari pop brothers: missione compiuta anche stavolta. Con il vostro disco più bello. Scrosciano gli applausi.