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Se hai stile è solo colpa tua. Un panegirico della Él Records

Sono sicuro che Oscar Wilde avrebbe amato la musica pop e soprattutto la Él. Forse avrebbe scritto un romanzo sull’argomento, dove tra motti sagaci e situazioni camp il protagonista scompare e, dopo qualche anno, torna sotto mentite spoglie per ricordare a tutti quanto era stiloso. Nella seconda metà degli anni Ottanta la Él pareva davvero sbucare da un bislacco universo parallelo con il suo (im)perfetto equilibrio tra senso dell’assurdo e decadentismo sarcastico, tra eccesso elevato ad arte e umoristico understatement. Era una cornucopia di squisita, eccentrica inglesità destinata a divenire culto, e del resto il fondatore Mike Alway vantava visione e gusto eccezionali.

Fattosi le ossa lavorando con i Soft Boys e organizzando concerti, nel 1980 Mike entra alla Cherry Red come talent scout scritturando Monochrome Set, Felt, Everything But The Girl, Marine Girls, Eyeless in Gaza. L’etichetta nasce nel 1985, quando il dandy londinese lavora anche per Blanco Y Negro, marchio parallelo frutto di un controverso accordo con il colosso Warner. Fregandosene delle leggi del mercato e delle frustrazioni che ne derivano, decide di dare ascolto ai suoi sogni in technicolor e voilà.

Mike Alway

La vita sarà breve – battenti chiusi entro un quadriennio con l’addio dei Felt – ma l’arte resta tuttora lunga. Una faccenda pazza ed estrema che folgorò chi se accorse ed ebbe risvolti importanti in Giappone, dove le stramberie trovano un terreno accogliente e dove Él accese la miccia della scena “Shibuya-kei” capeggiata dai Pizzicato Five. Un culto dalle fondamenta robuste che con largo anticipo conferì la dovuta dignità all’easy listening, alla library music e alle colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, generi considerati tappezzeria sonora e sdoganati dalla critica soltanto nei medi Novanta. L’approccio profumava anche già di ghostalgia nel modo in cui ricontestualizzava frammenti estetici prelevati da epoche che guardavano fiduciose al domani.

Sgretolato dalla globalizzazione e dal turbocapitalismo, quell’innocente positivismo – lo stesso che ci osserva della copertina di Autobahn, per intenderci – ormai esiste nella nostra malinconica immaginazione, vicino al sorriso di Marcello Mastroianni e agli occhi di Edie Sedgwick, al Moplen e alla sedia Panton. Per questo la Él Records fu più di una curiosità. Fu un modo acuto di rendere accettabile l’eccesso. Fu il suono di un’eterna adolescenza dolce e sfrontata. Fu aristocrazia autoironica che se la ride del disastro incombente e del post-postmoderno. Fu qualcosa di troppo bello per durare a lungo.

Il logo

Bellissimo! Un breve excursus discografico

Senza del tutto recidere il cordone ombelicale con il passato, a metà anni zero Mike ha riesumato il nome specializzandosi in ristampe che puntano su un’estrosità in transito da Morricone a Gainsbourg passando per Gabor Szabo, Ravi Shankar, Edgard Varese… Giusto e coerente, diciamolo pure. E diciamo che di seguito trovate quanto merita possedere, meglio se in vinile per apprezzare vesti grafiche – curate in massima parte da Nick Wesolowski, batterista dei Monochrome Set scomparso un lustro fa – che sono importanti quanto il contenuto.

Primo avvertimento: il catalogo annovera qualche scivolone, perdonabile e comunque fisiologico se si traffica con l’anticonformismo spinto. Secondo e ultimo: chi all’epoca non c’era faticherà a cogliere in pieno l’impatto estetico/sonoro di una figura come King Of Luxembourg allorché U2 e Simple Minds dominavano la terra. Si era nel campo dell’ineffabile, allora come ora. Ora come allora, i dischi sono una goduria assoluta. (Ri)ascoltare per credere.  

Poker

The King Of Luxembourg

Fate arrangiare Marc Bolan da un Bacharach schizzato ed ecco il Re del Lussemburgo, A/K/A Simon Fisher Turner: pop star adolescente, collaboratore di Derek Jarman e, nello specifico, colui che incarnò alla perfezione l’estetica dell’etichetta. Royal Bastard è un Pin-Ups che “él-izza” brani altrui e in un elegante manifesto svela le radici del progetto, da una Poptones dei P.I.L. per voce e piano (!) alla spigliata Liar Liar dei Castaways, dalla Something For Sophia Loren griffata Henry Mancini alle frizzanti riprese di A Picture Of Dorian Gray, Happy Together e Valleri. Al pari riuscito il successivo Sir, concepito in combutta con Louis Philippe tra melodie e arditezze, echi di Van Dyke Parks e T.Rex, cambi d’umore e costume con apici nell’imprendibile Penny Was A Tomboy, in una Her Eyes Are A Blue Million Miles scippata a Beefheart, nel sarcastico e corale vaudeville The Virgin On The Rocks, nell’autoironia di Battle For Beauty.

Louis Philippe

Dal monarca di Lussemburgo a quello di Normandia. Da là proviene Louis Philippe Auclair, pasticcere nel mondo “reale” e sopraffino autore/arrangiatore per la maison di Mike Alway. In un terzetto di album dediti a un pop raffinato e ricercato che però non viene mai a noia, Philippe coniuga un’inconfondibile francesità con la melanconia teen di Brian Wilson, del quale non a caso rilegge Guess I’m Dumb. Inaugurata nell’86 con Appointment With Venus e chiusa da Yuri Gagarin, la sua carriera è proseguita fuori del reame di Alway, ma il suo capolavoro rimane il pannello centrale del trittico: pubblicato nel 1988, Ivory Tower vanta classe cristallina e gioielli della caratura di Night Talk, Domenica, Chocolate Soldiers.

Would-Be-Goods

Mike Alway procurò alle sorelle Jessica e Miranda Griffin una backing band coi fiocchi – i Monochrome Set – per The Camera Loves Me. Mossa azzeccata che le rendeva delle stelline nel Sol Levante in virtù di deliziose ipotesi di Aztec Camera femminili con in tasca il santino delle Shirelles. Ideale compagno di soleggiati pomeriggi tardo primaverili, l’album ha probabilmente ispirato anche etichette come Marina e Apricot: ragione in più per mandarlo a memoria e pontificare su titoli come “Il taccuino di Cecil Beaton” e “Io e Velazquez”.

Momus

Il poliedrico genio scozzese Nicholas Currie (alias Momus) debutta da solista su Él un’efficace rinnovamento del cantautorato colto à la Leonard Cohen. Passato alla Creation, ne escogita la versione folktronica con altri ottimi lavori e nei ’90 fa intermittente ritorno da Mike Alway. Benché lontani dal kitsch, i suoi primi passi sono imperdibili: splendidi i 12” The Beast With Three Backs e il tributo a Jacques Brel di Nicky, memorabile l’LP Circus Maximus che in copertina lo ritrae nei panni di San Sebastiano, offrendo canzoni acustiche dal sentire languido e torbido rese ulteriormente preziose da testi di rara profondità.

Would-Be-Goods

Tris d’assi

Always

Pseudonimo dell’inglese Kevin Wright, intestatario dell’album Thames Valley Leather Club e di un paio di EP che trovano ispirazione nelle atmosfere più lineari dei Felt e in una certa emotività tipica della Postcard. Aggiungete al cocktail la grana vocale del giovane Tom Verlaine, shakerate e mandate giù d’un fiato un guitar-pop estatico e cristallino come si conviene.

Anthony Adverse

L’attrice e cantante Julia Gilbert (il nome d’arte deriva dall’omonima pellicola del 1936 di Mervyn LeRoy) si cimenta con colonne sonore immaginarie in tempi in cui giusto Barry Adamson e Bill Nelson si avventurano in analoghe imprese. Più dello slavato Spin edito nell’89, merita il debutto di un anno precedente Red Shoes, un “film per le orecchie” scritto e arrangiato da Monsieur Auclair. 

Marden Hill

In Cadaquéz i Marden Hill riportano alla luce le sonorità dei nostri Umiliani, Cipriani e Morricone. Tra fughe di tastiere e flauti, cori e coretti, acid jazz e lounge, la ricetta oggi può parere scontata ma non lo era nel 1988. Ascoltarli vi farà tornare ancor più indietro nel tempo, bambini ipnotizzati dal monoscopio che giocano fischiettando quel jingle che fa “bidibodibu, bidibodiye.”

Louis Philippe

Il mazzo

Se state ancora leggendo siete senza dubbio seguaci del “trash intellettuale”. Potrete quindi apprezzare i 12” di Shock Headed Peters I, Bloodbrother Be e Imp Of The Perverse e trovare interessanten Choirboys Gas delle Bad Dream Fancy Dress, coatte appena uscite dal pub che intonano sguaiatezze sotto la supervisione di King Of Luxemboug. Fuori da ogni logica comunemente intesa è anche A Perfect Action dei Perspico Acumine (Holdings)/Cavaliers, articolato su sonorità fra gotico, cameristico e funk da colonna sonora nostrana dei Settanta. Da avere inoltre i due tomi delle raccolte di singoli London Pavilion – in alternativa, un’analoga coppia postuma intitolata Bellissimo! – che, accanto ai nomi succitati, vedono sfilare Florentines, Gol Gappas, Mayfair Charm School, Cagliostra, Rosemary’s Children, James Dean Driving Experience…

Una rosa senza spine: These New Puritans

Sorprendono sempre con cognizione di causa, George e Jack Barnett. Originari della provincia inglese, hanno da non molto tagliato il traguardo del decennio di attività concedendosi con oculata parsimonia e mostrando idee chiare e voglia di mettersi in gioco. Attributi rari nell’era triste dell’ascolto mordi-e-fuggi e dunque applausi “a prescindere” per chi esordiva giovanissimo nel 2008 con Beat Pyramid, lavoro promettente in cui la riscoperta della new wave vantava non solo una scrittura sopra la media, ma anche la forza comunicativa tuttora inalterata che coinvolge persino nei momenti più cerebrali.

Un biennio e Hidden transitava coerente dal post-punk al post-rock fregiandosi della coproduzione di Graham Sutton, leader di quei Bark Psychosis frattanto divenuti un bel punto di riferimento. Nel 2013 il capolavoro Field Of Reeds consegnava i gemelli Barnett agli annali attraverso cinquanta minuti di tensione creativa capaci di mescolare indistinguibilmente Talk Talk, Tuxedomoon e Bark Psychosis, di rendere più terrigni David Sylvian e i Sigur Rós e di immaginare dei Tortoise umanisti.

inside the rose

Soprattutto, com’era ed è loro costume, i These New Puritans rendevano omaggio ai propri numi tutelari mentre li trasfiguravano in altro: nel loro caso, infatti, ogni riferimento estetico finisce per essere solo la mappatura generale di un talento cristallino. Un talento per nulla intaccato dai sei anni trascorsi dall’ultima fatica in studio, intervallata nel 2016 con la colonna sonora di una trasposizione teatrale de “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley che ha senza dubbio influito sulla successiva metamorfosi.

Dalla scorsa primavera Inside The Rose incarna pertanto l’ennesimo, inatteso scartare di lato dei ragazzi, che ora ricordano la versione contemporanea di un altro favoloso duo d’oltremanica, i mai abbastanza celebrati Associates: per talune affinità metodologiche, certo, e poi per l’aura di malinconica decadenza che ne caratterizza l’avanguardistico post-pop. Queste ultime parole incarnano la chiave di accesso a sonorità che, concesso un briciolo di fruibilità in più, si muovono tra avvolgenti spire di archi e fiati, percussioni ed elettronica per trasfigurare il romanticismo raffinato e meditabondo codificato dalla 4AD.

TNP

Splendida dimostrazione del (misurato) orientamento arty della coppia, il packaging restituisce dignità al supporto fisico con il quale fruire la musica e rappresenta l’introduzione perfetta a Infinity Vibraphones, sei minuti e mezzo dove pulsazioni ritmiche e suggestioni minimali/cameristiche rivestono una scheggia piovuta da Brilliant Trees. Sedotto l’ascoltatore con il primo brano, il programma lo conquista in via definitiva con altre meraviglie: in Beyond Black Suns gli intrecci vocali transitano da gorgheggi white soul a suggestioni operistiche senza scadere nel kitsch; Anti-Gravity, Where The Trees Are On Fire e la title-track sono i Depeche Mode – altri figli dell’Essex – in combutta con Scott Walker e un onnipresente Sylvian; la convulsa Into The Fire si avvale dell’ospite d’onore David Tibet per elargire autentici brividi; sul finale, A-R-P accende con un’obliqua impennata danzabile la sua anima distesa e Six è commiato sospeso e onirico che nondimeno esorta a ricominciare da capo. Più e più volte. Figlio di un mirabile equilibrio fra razionalità e istinto, Inside The Rose vi offre il suono di ieri, oggi e domani. Sarebbe una follia ignorarlo.

XTC: insediamenti pop britannici

Un bel segnale quando fatichi sette camicie per decidere “il” disco più rappresentativo di un artista. Lo stesso se lo scambio di opinioni con gli amici sull’argomento sfocia in (bonarie) liti tra membri della Crusca Rock. Per esempio, anni di discussioni hanno comprovato che, come per i R.E.M., non ha senso consigliare a eventuali neofiti un solo titolo degli XTC. La loro profonda intelligenza può essere riassunta mettendo in fila il Revolver della new wave (Drums & Wires), un Album Bianco tinto di verde (English Settlement) e il magnifico psych-pop agreste di Skylarking. Almeno.

La discografia dell’Estasi insomma conta – ehi, ecco un altro parallelo con i Fab Four georgiani! – giusto un paio di episodi un po’ fiacchi e comunque anche lì qualcosa di pregiato o degno lo trovi. Sai la rabbia, al pensiero di quel che meriterebbe la premiata ditta Partridge & Moulding… Mi consolano la bellezza senza tempo di gesta che parvero subito classiche a chi capì la sapienza nel cogliere il momento e insieme trascenderlo, la capacità di aprire finestre nella mente e nel cuore dell’ascoltatore, l’arguzia nel sondare nuovi territori. La sostanza del Genio pop, ecco.

xtc

Chiedi ai Lennon, ai McCartney, ai Brian Wilson, ai Ray Davies se non sai come si fa. E chiedi a Andy e Colin, che dalla sonnacchiosa Swindon, Wiltshire, graffiarono il tronco sixties albionico con schegge post-punk e devianza beefheartiana. Ricetta ignorata da un grande pubblico irrimediabilmente separato dal senso di avventura del decennio favoloso, ciò nonostante un’epoca d’oro in confronto a oggi: un’epoca in cui esporsi su quattro facciate costituiva un gesto importante. Il più importante. Dal febbraio 1982 English Settlement troneggia negli scaffali avvalorando la tesi appena esposta; strano ma vero, è tra i pochi “successi” della band, siccome giunse quinto tra i 33 giri nazionali trainato dal jingle-jangle mutante del singolo Senses Working Overtime, a sua volta piazzatosi sul fondo della relativa Top 10.

Metto su l’album per l’ennesima volta. Poi un’altra e un’altra e insomma sono di nuovo al gancio. Lo conosco a memoria, tuttavia mi stupisce l’attualità (citofonare Field Music, per favore) di un suono con solide fondamenta: penna raffinata ed eterogenea e arrangiamenti fantasiosi però calibrati. Strabiliante equilibrio tra atmosfere trasformate dall’introduzione di chitarre acustiche e a 12 corde e di un’elettronica “umanista” e le spontanee bizzarrie di sempre. Applausi dunque anche all’ingegnere del suono Hugh Padgham per aver fotografato ogni sfumatura di un’estrosa popclopedia di un’importanza che il tempo seguita a ingigantire.

englishsettlement

Lungo le sue pagine, alla forma smagliante di Moulding – autore della squillante Runaways, dell’irresistibile Ball And Chain, di una fragrante English Roundabout dalla ritmica dispari, della frenetica Fly On The Wall – Andy risponde con metodica follia (Yacht Dance: reggae spagnoleggiante per alienati sorridenti; Down In The Cockpit: medesimi destinatari ma isterico funk), indagini sociali tutt’uno di Kinks e Blur a venire (Leisure), arguti “falsi etnici” che raccolgono il testimone attitudinale dai Can e parte dell’estetica dai Talking Heads (Melt The Guns, It’s Nearly Africa). Splendida e significativa, la copertina raffigura il cavallo bianco di Uffington tra metafore ataviche vestite a nuovo (Jason And The Argonauts), sfoglie d’ansia (Snowman), timori (No Thugs In Our House).

E il futuro dietro l’angolo, sia nel tondo melodiare di All Of A Sudden (It’s Too Late) preludio di Mummer che in brani forse già pensati esclusivamente per lo studio di registrazione. Dopo una manciata di date del successivo tour mondiale Andy Partridge dirà basta. Emulerà i Beatles spalancando la porta a una paura da palcoscenico usata come maschera protettiva. Consegnati gli XTC alla Storia, oggi sommerge i seguaci di tweet e ritagli e frattaglie del proprio Talento. Così lontano e così vicino, lui che con pienissima ragione cantava this is pop!

Martin Newell, pop gentleman

In un lontano futuro Martin Newell lo avrebbero clonato in laboratorio mescolando i DNA di Ray Davies, John Lennon e Syd Barrett. Invece si è fatto da sé molto ma molto prima per conferire ulteriore dignità a quella meraviglia chiamata “pop inglese”. Immagino che la maggior parte dei lettori si stia chiedendo “Martin chi?” Martin l’ultimo popcentrico d’Albione, ecco chi. Dotato di sapienza melodica, eclettismo e humour affatto comuni, costui appartiene con pieno diritto al club fondato dai nomi di cui sopra e frequentato da Andy Partridge, Robyn Hitchcock, Bid, Dan Treacy: “Ovviamente mi sento vicino a Beatles, Barrett e Kinks, ma gli altri sono più mei contemporanei che influenze. Ai tempi dei Cleaners From Venus ci chiamavano i ‘Beatles DIY’, il che dice molto di come lavoro su scrittura e arrangiamento: da dilettante ispirato, lascio che le cose accadano, e se non funziona, inizio qualcos’altro.” Sperando che adesso vi si sia accesa una certa curiosità, prima di scendere nel dettaglio desidero ringraziare Mr. Newell per l’estrema disponibilità con la quale ha rilasciato le dichiarazioni che state per leggere.

Englishman album

Nato nel 1953 sotto il segno dei Pesci in una famiglia di militari, gironzolava per l’Oriente tornando in terra natia a tredici anni: “Il risultato del viaggiare forzato è stato che per tutta la vita ho sentito il bisogno di fermarmi in un solo luogo. E non essere in Inghilterra per gran parte del periodo 1964-1967 mi ha fatto sentire defraudato della mia estate culturale”. Nonostante ciò, buttava giù canzoni ascoltando i classici del periodo e hai detto niente. Dura però la gavetta: ventenne entra nei glamster Plod come cantante ma resta fregato dall’etichetta (“Eravamo molto giovani. Fu una faccenda piuttosto tipica: avevamo registrato dei pezzi e firmato un contratto in attesa che accadesse qualcosa. Non accadde nulla.”) e soltanto Neo City riaffiorerà nel 2003 sulla compilation Velvet Tinmine. Non si perde comunque d’animo e nel ’78 risponde con i Gypp e un EP prog-pop randellato dalla critica; ustioni su tutta l’anima, pubblica un altro 45 giri nel 1980.

Poi si chiude in casa e con l’amico batterista Lawrence Elliot inventa i Cleaners From Venus – nome scelto perché entrambi sbarcano il lunario come camerieri e lavapiatti – e un pop chitarristico sopraffino. Sono gli unici nel sottobosco di chi si affida alle pubblicazioni su cassetta ed ecco un primo pregio. L’altro, assai più importante, è l’alto livello di brani eccentrici però lesti ad agganciare con armonie dolceamare e arpeggi sospesi tra colori fab sixties, minimalismo new wave e modelli trasfigurati con carattere: “Se per trasfigurazione intendi il modo in cui la musica ha preso forma, probabilmente si tratta di limiti tecnici. Volevo tentare di scrivere grandi canzoni, ho imboccato una strada e per caso ho trovato qualcosa di personale.”

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A metà degli Ottanta la cosa inizia a farsi un tot più professionale con ll tastierista Giles Smith, mentre il successo di nicchia dei carbonari nastri ha come conseguenza uscite in vinile e alcuni tour. Ora di congelare il progetto ed (nel mezzo gli apprezzabili Brotherhood Of Lizards) esporsi in prima persona. Se siete ancora qui, la vostra pazienza sarà premiata da gemme a mezza via tra XTC e Television Personalities come Julie Profumo e Living With Victoria Grey, dalla Only A Shadow nervosamente appiccicosa che gli MGMT rileggeranno, dai pastelli di Clara Bow, dall’anticipo di Field Music Summer In A Small Town, dalla trasognata Sunday Afternoons. In ogni caso è solo la punta di un iceberg d’oro che vi invito a visitare ed esplorare con comodo, siccome nel 2012 la Captured Tracks ha lanciato un legalissimo programma di ristampe dei Pulitori Venusiani e di scusanti non ne avete.

newell then

Tornando a bomba, nel 1993 Martin è contattato da Andy Partridge: “Qualche discografico pensò che avremmo dovuto collaborare. Lui ha un umorismo simile al mio, ma è un perfezionista e per una volta ho acconsentito a non fare di testa mia. Pensavo che sarebbe stato un esperimento interessante e ci siamo divertiti, anche se continuo a preferire il caos e la mia solita anarchia”. Frutto dell’unione il delizioso The Greatest Living Englishman, scintillio mid-fi surrealista (We’ll Build A House, When My Ship Comes In, Goodbye Dreaming Fields) e agreste (Home Counties Boy, Elizabeth Of Mayhem) che si porge stralunato (una notturna, pianistica Straight To You Boy; la marcetta corretta a jazz e LSD A Street Called Prospect) e all’occorrenza leggiadro (Before The Hurricane, Christmas In Suburbia: attenti però a parole tra il satirico e l’amaro) senza che l’unità d’insieme venga meno. Anzi: se la title-track squilla acid-pop e She Rings The Changes aggiunge “power” alla ricetta, The Green-Gold Girl Of The Summer centra il capolavoro ospitando Captain Sensible alla (fumigante) chitarra e sistemando i Kinks nei solchi di For Your Pleasure. Alla sua reperibilità non agevole rimedierà alla fine del mese prossimo sempre la Captured Tracks con una nuova ristampa e dunque regolatevi.

martin tea time

Disco che l’assidua frequentazione arricchisce rivelandone tonalità e sfumature, The Greatest Living Englishman fotografa appieno l’estro e il talento dell’artefice, il quale tuttavia dissente: “Forse quell’album rappresenta un mio Sgt. Pepper’s ma non è necessariamente il migliore. Di certo è il più coeso, quello più gradito agli ascoltatori di gusto… come dire… classico.” Lo sguardo tagliente misto di tra disincanto e sogno tipico della provincia, da Wivenhoe – novemila abitanti nel mezzo dell’Essex – questo iperattivo signore non si è più fermato e perché mai avrebbe dovuto.

Nel volgere di un biennio replicava con The Off White Album, barocco con gusto e arrangiamenti offerti da Louis Philippe. Poi, con piglio da moderno uomo rinascimentale, seguivano altri dischi solisti, l’attività di giornalista e poeta, il ritorno dei Cleaners From Venus e un’altra formazione chiamata Stray Trolleys. Dio salvi questo sommo artigenio, ché di gente come lui abbiamo un bisogno assoluto. Nei secoli dei secoli.

Nella testa di un genio: Michael Head

Chissà cosa ha provato Michael Head quando, chitarra in mano, ha accompagnato il suo Maestro sul palco per eseguire uno tra i massimi Capolavori della musica popolare e uno dei dischi della sua – della nostra – vita. Pare che se la sia cavata degnamente e scommetterei anche meglio dell’idolo frattanto caduto tra la polvere. Nondimeno, l’ennesima incarnazione dei Love di Arthur Lee – lui, il Venerato Maestro di cui sopra – ha oggi una rilevanza marginale. Conta ricordare ai più distratti che Head (cinquantasei anni compiuti lo scorso ventiquattro novembre: auguri!) è uno dei tanti Geni venuti da Liverpool e riassumerne in breve le gesta.

Appartiene alla coda della generazione post-punk che ha appena dato nuovo lustro alla tradizione cittadina, il Michael William che diffonde nel mondo la brezza dolceamara di Forever Changes – quello il massimo Capolavoro di cui sopra – tramite il luminoso guitar-pop dei Pale Fountains. Gli va benissimo però malissimo: ottenuto un faraonico contratto con la Virgin, la metà degli ‘80 lo consacra al culto per lavori splendidi (Pacific Street e …From Across the Kitchen Table) acquistati da quattro gatti. Di conseguenza il gruppo si scioglie nell’87 e le successive imprese – che non valgono certo meno – come Shack e Strands incontrano il medesimo destino.

Senor

Uno tra i più fulgidi talenti d’Albione continua a restare ignorato dai più mentre, come detto, scorta Mr. Lee e pubblica bei lavori malgrado sfighe romanzesche che includono studi di registrazione in fiamme, master dimenticati oltreoceano, etichette fallite e il fan Noel Gallagher a offrire discografico asilo. Roba da girarci un film, avendo l’accortezza del lieto fine: il nostro eroe, dopo aver rischiato di lasciarci per sempre, sfancula eroina e alcool e regala, fiero e virile, un’altra meraviglia. Del tipo che inumidisce le pupille, fa sobbalzare il cuore e riempie la schiena di brividi giocondi. Lungo il nuovo millennio, infatti, Michael non si è dato per vinto: ha allestito il fluido ensemble Red Elastic Band e fondato un proprio marchio, la Violette; poi, con passo alla Shields e dicerie degne di Mavers, ha pubblicato un EP, un 7” e, dopo svariati rinvii, un album nuovo.

Ho scritto di un lieto fine, no? Sappiate che Adios Señor Pussycat vive di una bellezza che lascia senza parole. Perché è la Bellezza di una volta, che in epoche relativamente vicine ho ascoltato in un magnifico “figlio” di questi tre quarti d’ora (non un paradosso: essi vengono da lontano e lontano andranno) come Excuses For Travellers dei Mojave 3. La Bellezza di quando la gente ci mette tutta l’anima e d’ironia giusto una spruzzatina, di quando la scrittura vola altissima, di quando delle Canzoni si calibrano i dettagli più intimi e rivelatori.

michael

In un mondo migliore sarebbero delle hit planetarie, queste gemme intense e malinconiche degne di Byrds e Love (rispettivamente: l’accorata rilettura di Wild Mountain Thyme, una What’s The Difference insieme stellare apocrifo e riassunto stilistico) come di un Brian Wilson che conosce le pieghe di Paris 1919 (la sublime ballata pianistica Winter Turns To Spring).

Gioielli inestimabili che indagano morbida folkedelia (Picklock, 4 & 4 Still Makes 8) e suadenti nomen omen sonori (il folk-rock Overjoyed), che conducono Tim Hardin nel paradiso di Bryter Layter (Picasso) e immaginano Burt Bacharach alle prese col country-soul (Rumer), che ricordano ai National chi comanda (Working Family, Queen Of All Saints) e sfoggiano un’eleganza rara sia in abiti spartani (Lavender Way) che sgargianti (Adios Amigo, Josephine). Ma queste sono solo parole. Il senso di Adios Señor Pussycat posso racchiuderlo in un consiglio: vogliatevi bene. Compratelo, ascoltatelo fino a spezzarvici il cuore. E se fosse un sogno, non svegliatevi mai.

Lilac Time, l’artigenio del pop

Siamo tutti d’accordo, uno: le vie della musica sono infinite e infinitamente bizzarre. Come un gomitolo sbattuto per il soggiorno da un gatto particolarmente giocherellone, i loro fili si dipartono, tornano, talvolta si smarriscono. Siamo tutti d’accordo, due: paragonare Stephen Duffy a Pete Best è una bestemmia che non vorremmo mai sentire. Un conto è aver suonato nell’embrione del Gruppo più Famoso di Gesù, un altro abbandonare i Duran Duran prima che diventino idoli per frotte di adolescenti fessi. E’ una questione di qualità, direbbe qualcuno…

Ciò che comunque conta veramente – siamo tutti d’accordo, tre: basta anche un solo disco per scavare una nicchia nel cuore – è che Duffy vanta un gioiellino che consiglio a chiunque si diletti con il pop britannico di nobile rango. Facendola breve, Stephen mollava Simon LeBon e soci mentre stavano per firmare con la EMI; dopo un paio di false partenze, con l’alias Tin Tin e il singolo Kiss Me ricava soddisfazioni in madrepatria e nelle college radio americane, comunque poca roba se paragonate agli incassi di Rio e Seven And The Ragged Tiger e idem il relativo e trascurabile LP The Ups And Downs.

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Accantonati i sintetizzatori, attorno al 1987 allestiva i Lilac Time e coglieva istantanee di provincia inglese appena spruzzata dai raggi del sole d’inizio primavera. Provava così a chiudere il cerchio tra Nick Drake (toh, la ragione sociale la prendeva da un verso di River Man…) e Brian Wilson un decennio prima dei Mojave 3, rinunciando al country e sistemando nelle retrovie una svagata vena ironica (la matrice degli High Llamas Trumpets From Montparnasse, un’estatica eppure inquieta The Road To Happiness) accostabile allo spirito dell’etichetta Él e agli XTC di Skylarking.

The Lilac Time fendeva la luce di novembre tramite la piccola Swordfish e la conseguente gioia di pochi: un peccato, perché la decina di canzoni messa su nastro col fratello maggiore Nick e l’amico Michael Weston mescola con mano sapiente poesia pop e respiro folk, ammalia con atmosfere di passionalità allegra ma – trattandosi di un figlio d’Albione – quel filo trattenuta. Controsenso efficace che è l’ingrediente segreto di un album disinvolto e dolce, prezioso di corde acustiche, intarsi strumentali, voci e melodie che ponderano e/o scintillano.

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Antichità rimessa a nuovo con estro e arguzia e ancora, per cercare di spiegarla, devo ricorrere ad apparenti contraddizioni: non sono forse esempi di “vivacità riflessiva” il brio Simon & Garfunkel di Return To Yesterday, la You’ve Got To Love che cancella in un colpo l’easy folk degli anni zero e l’elegante Too Sooner Late Than Better? Saliscendi emotivi tradotti in suoni potrebbe essere un’altra maniera di vedere la questione, sottolineando che l’incalzare sereno di Rockland avrebbe detto la sua nei solchi di Mummer e And The Ship Sails On sprizza rugiade Aztec Camera; che Black Velvet indica discreta le nubi che vanno formandosi all’orizzonte e Love Becomes A Savage osserva l’oscurità calare tenue.

Incantesimi che non persuadono la Fontana, nuova scuderia che di lì a dodici mesi remixa e ripubblica sperando in chissà cosa però sciupando la magia. Lunga la picchiata da allora per Duffy: tra riproposizioni annacquate di quanto sopra magnificato, robette al massimo carine e temporanee sospensioni dell’attività ne ha combinate più di Bertoldo. Infierisco signorilmente, limitandomi a ricordare dischi con Nigel Kennedy e quel Nick Rhodes e alla composizione per conto di Robbie Williams. Detto tutto. Ci rido sopra tenendomi stretto un vinile di puro, ineffabile artigianato. Di una bellezza gentile come quella del primo, improvviso sorriso scoccato dalla sconosciuta che diverrà l’amore della tua vita.