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Moonlandingz: mad dogs and Englishmen

Sono Pazzi Questi Post-Poppettari. Solo parafrasando Obelix trovo il modo di iniziare a raccontare Interplanetary Class Classics, l’esordio su LP dei Moonlandingz. Esordio faccio per dire, siccome trattasi di un progetto partorito dalle menti malate di Lias Saoudi a/k/a Johnny Rocket e Saul Adamczewski (dei favolosi Fat White Family) più quegli Adrian Flanagan e Dean Honer (poco) noti al mondo come Eccentronic Research Council. Tipi tosti dotati di estro e creatività superiori alla media d’oltremanica, hanno pensato di trasformare in realtà una band immaginaria presentata in un album concept dagli stessi Eccentronic. L’unione fa la forza? Assolutamente sì!

moon ladz

Tanto vale dirlo subito: Interplanetary Class Classics è una sarabanda di sintetizzatori, chitarre e ritmi motorik dove non si cazzeggia dietro velleità artistoidi. Ci sono le canzoni e un suono intrigante il giusto. Pochi ascolti e dall’ingannatrice patina kitsch emergono gli attributi, l’attitudine post-modernista, le disinvolte sintesi stilistiche. E ancora:  registrazioni supervisionate da/con Sean Lennon, ospiti Phil Oakey (!), Yoko Ono (!!) e Randy Jones alias il cowboy dei Village People (!!!). Senza la sostanza tutto rimarrebbe comunque una curiosità per stuzzicare i barbuti malvestiti che lamentano come l’indie-rock non sia più quello di una volta. Certo, di quando loro frequentavano la prima elementare…

Non voglio però sottrarre ulteriore spazio a un lavoro ottimo che, traendo vigore e senso dall’armonizzazione di estremi, cammina sicuro sul filo tra realtà e finzione, tra politica ed escapismo, tra sguazzate nel camp e calci in faccia. Insomma, ciò che avrei voluto sentire dai Primal Scream dopo More Light o dai Kills in un’intera carriera. Badando al sodo, questo bollente infuso glam-techno-pop – spesso danzabile: alla batteria chiude il cerchio Ross Orton, già negli Add N To (X) – possiede un’anima che appartiene ad apocalittici che mai si integreranno, come fosse un BBC Radiophonic Workshop festaiolo fondato nel ’77 a Sheffield da Fall e Sparks.

Moonlandingz

Sulla scrittura la ghenga ha lavorato bene, saldandola all’innata vena di sana follia per assestare gustose spallate alla piattezza. Black Hanz minaccia rutilante e cingolata con arguta trasversalità pop tra Clinic e Black Angels; The Strangle Of Anna è definita dai diretti interessati la “formula vincente Velvet/Mary Chain/ABBA”, e va benissimo se scambiamo una figurina con Suicide e Raveonettes; The Rabies Are Back vede Matt Johnson e Mark E. Smith rifare Shoulder Pads in overdose di vitamine. Se Lufthanza Man è un pacco bomba da (La) Düsseldorf che invece di esplodere si scioglie in una coda di archi, lo zozzissimo (occhio al testo…) elettro-blues bolaniano Glory Hole vede i Soft Cell spargere sordidezze con Cowboy Randy in un infimo locale notturno.

Là, dove i battenti sono aperti dai lustrini e dai fumi di benzina di Vessels e la nottata offre le pochade I.D.S., Sweet Saturn Mine e Neuf De Pape. Il mattino incipiente, ci si saluta sul riassunto The Cities Undone, la Ono e Oakey a intonare mantra noise-funk su una cavalcata memore di Tomorrow Never Knows. Stordito e ammirato, cedo infine la parola ad Adrian: “L’album è una celebrazione di chi è ai margini. Vogliamo raggiungere persone che cercano una voce nell’oscurità e una discoteca malmessa che gli riaccenda il fuoco nell’anima”. Missione compiuta, ragazzi.

Ultravox! Mon Amour

Benché il primo incontro con loro avvenne in pieno agosto, grazie a un filmato di Hiroshima Mon Amour colto casualmente in televisione, mi sorge spontaneo associare la musica dei “veri” Ultravox(!) all’autunno. A suo modo singolare, dunque, che sia stata scelta la primavera per l’ennesimo recupero del loro catalogo, stavolta affidato al quadruplo box The Island Years che ai tre album originali ri-rimasterizzati aggiunge un CD con singoli, retri e BBC session. La spesa è modica e casomai nel 2006 vi foste persi le riedizioni digitali singole, averlo è imperativo. Magari anche solo per sostituire eventuali vinili ormai consunti e, in tal caso, queste istantanee soniche di desolazione urbana vi appariranno viepiù attuali.

Scattate in un occidente che lungo i tardi Settanta affrontava la decadenza in scenari prossimi a quelli preconizzati da Huxley, Orwell e Ballard, mostrano la mala però buona pianta del punk che, dal grigiore dell’architettura brutalista, cresce in una new-wave che dell’angoscia metropolitana farà tema ricorrente. Quando parli degli Ultravox tuttavia troppi pensano a una sequela di celebri e pompose vacuità. Quella è soltanto l’indegna fine della storia. Vi furono infatti giorni in cui il nome era sinonimo di un cuore palpitante tra i macchinari, di un equilibrio tra l’irruenza settantasettina e la tecnologia kraut. Di un “crash” – Ballard un autentico nume tutelare – sull’autostrada M1 tra i primi Roxy Music e la coppia Dinger-Rother con testimone il David berlinese. Di “dopo punk” prima che questo ancora fosse finito. Così è tuttora.

 ultravox

Quattro decenni non hanno deposto rughe su LP ai cui inizi c’erano i mediocri Tiger Lily, formati a metà decennio da Dennis Leigh – studente d’arte sosia di Malcom McDowell e innamorato del Futurismo: nome d’ugola John Foxx – con il violinista Billy Currie , il chitarrista Steve Shears e la ritmica di Chris Cross (basso) e Warren Cann (batteria). Punti di riferimento il glam più raffinato, lo sperimentalismo germanico, l’impeto stradaiolo delle New York Dolls. L’unico 45 giri pubblicato serve ad acquistare un synth che, affidato a Currie, aiuta a mescolare elettronica e irruenza chitarristica in uno stile freschissimo. Cambiata la ragione sociale in omaggio ai Neu!, gli intensi concerti londinesi li mettono in risalto e tra i contendenti vince l’etichetta di Chris Blackwell. Il freddo inizio ’77 benedice l’esordio omonimo, titolo modellato con tubi al neon fluorescente sopra il quintetto che in posa cita For Your Pleasure e La Düsseldorf.

Aggiungete Steve Lillywhite e Brian Eno in regia e otterrete gli “uomini macchina” punkettari di City Of The Dead, la Life At The End Of The Rainbow squadrata ma con tastiere chiesastiche, la Slip Away glassa slanciata di Brian Ferry, il manifesto programmatico I Want To Be A Machine. Classici assoluti: il reggae mutante Dangerous Rhythm, la folk-wave The Wild, The Beautiful And The Damned, l’agrodolce alienazione pianistica sotto una fioca luce elettrica di My Sex. In quei giorni si corre veloci e ottobre già consegna il capolavoro Ha! Ha! Ha! Compatto e articolato pur senza Eno, schiaffeggia con The Frozen Ones e porge l’electrobilly RockWrok, dipinge l’epica modernista Artificial Life e dipana violini crimsoniani in Distant Smile. L’ipotesi di “Ziggy berlinese” While I’m Still Alive profuma della maturità che permette l’incalzare fumigante di The Man Who Dies Everyday e, soprattutto, il sublime e sempiterno incantesimo di tasti radenti, sax romantico e melodia dolceamara Hiroshima Mon Amour.

Ultravox Pictured in 1976
(Ian Dickson/MediaPunch)

Nell’armonia si sono frattanto insinuate pericolose crepe che l’EP dal vivo Retro tampona fino al gennaio 1978, allorché Robin Simon rimpiazza Shears. Si gioca un’ultima carta concependo Systems Of Romance in Germania con Conny Plank, uomo ombra di tanto krautrock. La copertina ostenta il cambiamento: via il punto esclamativo ed ecco un austero abbigliamento presto neo-romantico. Manco a dirlo, l’anticipo spiazza critica e fan con sonorità più algide, erette su sei corde sedate, tappeti di tastiere e compatto incedere motorik. Naturale in retrospettiva l’evoluzione che chiude il cerchio in Someone Else’s Clothes e I Can’t Stay Long, cioè le intuizioni dell’anno prima sotto sedativo; e se il magnifico apripista Slow Motion sferza brividi malinconici, il resto non sfigura, smussando angoli e ipotizzando un futuro che non sarà.

Più che altrove, nei Kraftwerk scheletricamente rockisti di Quiet Men e nella straziante chiusura Just For A Moment, con quella voce che pare muoversi nell’aria soprastante gli strumenti (Plank fece cantare John di mattina presto, in un granaio!), in una Dislocation rivolta a Oriente e nella Maximum Acceleration che fonde Heroes e Scary Monsters. L’incremento di vendite non basta a impedire il licenziamento causa eccessivo anticipo su eleganti manichini, gotici emaciati e flosci tecno-poppetari. I ragazzi si autofinanziano una visita a New York dai buoni riscontri e nonostante ciò Foxx intraprende una carriera solista ricca di soddisfazioni solo artistiche (da avere come minimo The Garden). Gli altri convocano Midge Ure – tu sì che “mean nothing to me”, baffetto… – e schizzano in classifica. Siccome da sempre preferisco gli Ultrafoxx agli Urevox, mi fermo un passo prima, sull’ultima frase di Just For A Moment: “Quando le strade saranno tranquille, ce ne andremo in silenzio.