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Steve Gunn e la poesia in movimento

Chissà dove trova Steve Gunn il tempo per dormire. La domanda sorge spontanea scorrendo il curriculum del songwriter e chitarrista nato in Pennsylvania e trapiantato a Brooklyn. Sintetizzati tre lustri di carriera, annoto frequentazioni con Michael Chapman, Mike Cooper, Sun City Girls e Kurt Vile, il trio super underground GHQ, una nutrita produzione solista spalmata anche su edizioni limitate, CD-R e nastri. Roba da gareggiare con Ty Segall perdendo al fotofinish con i medesimi pro e contro: genio e sperpero, poliedricità e iperproduzione.

Eppure la maturità prima o poi giunge a chi mette in riga il proprio creativo (dis)ordine. Tale il caso di un workaholic spostatosi da contesti sperimentali/improvvisativi verso una indiedelia però confondendo le linee di confine. Mossa azzeccata che poggia su un suono privo di stilemi, su canzoni che sanno mantenere desta l’attenzione, su un artista moderno che sa il fatto suo e di conseguenza assorbe ogni cosa per rilasciarla in forme ibride.

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Benedetta sia la sorella maggiore che lo riforniva di cassette durante un’adolescenza spesa tra rap e hardcore punk. Accostando così a psichedelia, folk, country e funk la mente aperta e fertile che in seguito si appassionava alle tradizioni indiana e Gnawa, a La Monte Young e alla scena “trasversale” di Filadelfia. Nella Grande Mela iniziava l’iperattiva corsa di cui sopra, finché Way Out Weather e Eyes On The Lines rendevano più fruibile un approccio “neo neo-psichedelico” alle radici. Senza smarrire espressività e fascino, cavava dal cilindro una musica in grado di spalancare il proprio alveo oppiaceo su ampi spazi.

Approccio replicato dal nuovo lavoro – il secondo griffato Matador – The Unseen Inbetween con un distinguo fondamentale. Il ragazzo ha purtroppo perso il padre e affronta il lutto tramite un disco “importante”: per una vocalità migliorata a vantaggio dell’introspezione, per la presenza di Tony Garnier, bassista e arrangiatore di Bob Dylan, per il respiro delle tessiture strumentali. Davanti all’ineluttabilità della morte nondimeno si celebra la vita e il bello che nasconde, quel “non visto tra le righe” esplicitato dal titolo.

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Scrive “Allmusic” che la copertina ricorda gli LP folk dei medi ’60 e chiama in causa Bert Jansch. Condivido, aggiungo Bleecker & McDougal a uno dei pallini di Steve e lascio la custodia raffigurata su The Unseen Inbetween libera di spargere il suo folk-rock dalle tinte psichedeliche sin da New Moon, sensazionale incipit dove David Crosby e Fred Neil – l’influenza del quale permea anche il dolce jazz-folk Luciano – riscrivono Triad tra scintillanti riverberi elettrici. La scortano una Vagabond da Go-Betweens persi nei solchi di Meat Is Murder e Stonehurst Cowboy, scarna elegia sulla via di Blues Run The Game.

Basterebbe eccome, ma poiché trattasi di un talento che assorbe e rilascia ecco Lightning Field spolverare di LSD un’Americana altrove svagata (Chance) oppure avvolta in acustiche malinconie d’oltremanica (Morning Is Mended); ecco gli Smiths ripresentarsi in una tecnica chitarristica memore della lezione di Johnny Marr, pure lui discepolo di Jansch e allora tutto quadra; ecco l’abilità a mescolare il proprio retaggio in una New Familiar tra Rain Parade e Meat Puppets e nell’articolazione visionaria di Paranoid. La somma, diceva Totò, fa il totale. Il totale è uno dei dischi del 2019. Sloggia, Jonathan Wilson: in città c’è posto per un solo sceriffo. Il suo nome è Steve Gunn.

Le crittografie sonore di Bradford Cox

Parafrasando Ferretti & Zamboni, la parabola di Bradford Cox (da Athens, Georgia: un segno) è un progressivo conseguimento della maggiore età. Nei tre lustri sinora spesi alla guida dei suoi Deerhunter – un po’ di voce in capitolo la detiene giusto il chitarrista Lockett Pundt, bravo qui a offrire una Tarnung da Tortoise traslocati sul secondo lato di Low – questo eccentrico che simboleggia l’attualità per eclettismo e sfuggevolezza ha infatti scolpito un mondo personale. Disco dopo disco, aggiusta il tiro e spariglia le carte perché, oltre al talento e alla sensibilità, nel DNA ha impressa anche la determinazione a sorprendere.

Buon per noi che non sappiamo mai cosa aspettarci e buon per lui che da Microcastle si è guadagnato un posto negli annali. Dieci e rotti anni fa, il difficile terzo album (pubblicato per non smentirsi in coppia con l’introverso Weird Era Cont.) rendeva più attento alla canzone un indie-rock venato di noise e pop e macerato in lo-fi, psichedelia, shoegaze, krautismi, folk lisergico… Disegnando così un classico contemporaneo di trasversalità lontana dall’autismo, di linguaggi riconoscibili pur nella sintesi dei modelli, di calligrafia sempre brillante.

deerhunter in marfa

L’alieno caduto sulla terra – alto, magro e afflitto (come Joey Ramone: un altro segno) dalla sindrome di Marfan che ne rende bizzarro il fisico – raggiungeva un’ulteriore linearità tramite il dream-pop addizionato “C86” di Halcyon Digest. Considerando l’evoluzione nel complesso, lo stacco appare oggi meno brusco e idem quello che, AD 2013, conduceva a Monomania. Definito dal diretto interessato “nocturnal garage”, aggiungeva alla ricetta glam, country sudista, ballate ombrose e sciccoso indie-funk rischiando di essere il lascito definitivo (peggio è andata all’ex bassista Josh Fauver, deceduto lo scorso autunno).

Nel dicembre 2014 Bradford veniva investito da un’auto: ripresosi, voltava definitivamente le spalle agli arruffati esordi e con Fading Frontier gettava nel calderone persino un’elettronica umanista. Ve l’ho detto che è strambo, no? Ecco. Il nuovo album Why Hasn’t Everything Already Disappeared prosegue l’elogio della diversità già da una genesi per nulla pianificata. Su invito di Cate Le Bon, il ragazzo giungeva nella cittadina texana di Marfa per partecipare a un festival; accompagnato dalla band, si trovava così bene là dove sono stati girati “Il gigante” e “Non è un paese per vecchi” da metter mano a un lavoro incentrato sulla morte di cultura, natura ed emozioni.

why everything

Conseguenza ne è che la malinconia traspaia dall’iniziale delizia Death In Midsummer – l’harpischord della coproduttrice Le Bon a pilotare un pop barocco lungo crescenti volute post-psichedeliche memori del primo Brian Eno – e si imponga nella conclusiva Nocturne, meditazione insieme sbilenca e trasognata. Sistemati gli apici a mo’ di parentesi, il resto sottolinea il peso acquisito da un cesello strumentale privo di fronzoli.

Soprattutto mostra un autore ancor più sicuro dei propri mezzi espressivi, che si tratti di vestire i tardi Pavement con scampoli di For Your Pleasure (No One’s Sleeping) od omaggiare con deferenza i Tubeway Army (Greenpoint Gothic), di filtrare un recitativo dentro fondali new-wave (Détournement: un nomen omen da Residents sereni) o di variare con arguzia i temi delle recenti metamorfosi (gli Wire torpidamente orecchiabili di Element, una Pulse esotica e mutant, l’appiccicosa Futurism, una leggiadra title-track). Convincente, conciso e sfaccettato, Why Hasn’t Everything Already Disappeared punta direzioni conosciute solo al suo artefice. Il quale, i fatidici “anta” dietro l’angolo, seguita a incarnare un affascinante enigma e a sfornare opere di altissimo livello. Buon per lui e buon per noi, ribadisco.