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Texas Instruments: radici nell’infinito

Non deve essere male vivere ad Austin. Capitale del Texas dal lontano 1839, riposa sulle rive del fiume Colorado tra laghi artificiali e colline rocciose vantando una vivace scena musicale. Caratteristica che mi permette di introdurre al volo un gruppo che prese il nome dall’omonima casa produttrice di calcolatori allorquando la new wave sfumava in una faccenda esaltante per comodità definita rock alternativo. David Woody (chitarra), Ron Marks (basso) e Steve Chapman (batteria) erano ragazzi che – similmente a tanti altri sparsi nella provincia statunitense – navigarono alla riscoperta di un passato e, nell’indifferenza del grande pubblico, seppero reinventarlo senza rendersene conto.

Folk e hard, slanci acidi e ipnosi post-punk, ammiccamenti ai Settanta e un ribollire ritmico parente dei Minutemen (omaggiati sul secondo LP rileggendo Life As A Reharsal) disegnavano i confini di un terreno spesso confinante con quello presidiato dai fratelli Kirkwood. Sarebbe tuttavia ingiusto ridurre i Texas Instruments a epigoni meno talentuosi dei Meat Puppets e/o dei Giant Sand: dai loro dischi migliori affiora un’interpretazione intrigante il giusto dell’ineffabile “estetica desertica” che trasformava miraggi in canzoni. Date loro una chance e garantisco che non vi deluderanno.

TI

Corre il 1983 quando il trio esce dalla cantina per lanciarsi a testa bassa nei locali di Austin. Ventiquattro mesi di serrata attività ripagano con la coesione e la robustezza sfoggiate dall’autarchico EP More Texas Instruments! La formazione predilige cadenze pacate e attende lo stesso lungo intervallo per esordire a 33 giri, dando nel frattempo una mano a Daniel Johnston per il nastro Continued Story. Ben ponderato, l’album omonimo (edito come il successore dalla Rabid Cat) può fondere muscoli e cervello giocando disinvolto tra impatto e raffinatezza. In un programma privo di cadute spiccano Call And Response, Prussian Blue, No Wonder I’m Confused e Girl Like You, mentre le travolgenti cover di Do Re Mi (Woody Guthrie) e A Hard Rain’s A-Gonna Fall sistemate in chiusura paiono eseguite da un Fogerty punkettaro.

Le promesse di grandezza trovano pieno compimento nell’oppiaceo, policromo Sun Tunnels, forte nel 1988 di una scanzonata You Ain’t Going Nowhere sottratta ancora a Dylan, del pigro folk Little Black Sunrise, del boogie‘n’roll modernista A Seascape Scapegoat, di una The Daily Image che strapazza il sixties pop britannico. Facce complementari della medesima, splendida moneta sono il citato tributo ai Minutemen e le scintillanti ipotesi di Hüsker Dü sotto LSD The Thing In Apartment B e Some Kinda Surprise, l’ondeggiare flessuoso di Floating Off To Greenland e una title-track che alterna estasi a impennate. Capolavoro cult? E sia.

sun tunnels

L’anno seguente il chitarrista Clay Daniel si aggiunge alla line-up mentre fervono i lavori al terzo LP. L’etichetta però fa bancarotta e Crammed Into Infinity esce su Rockville solo nell’autunno 1991, restando giocoforza schiacciato dai “pesi massimi” di una vendemmiata irripetibile. Un vero peccato perché atmosfere un poco più roots sfociano negli incantevoli folk-rock alla R.E.M. prima maniera del brano omonimo e di Hanging By A Thread, in un’articolata World’s Gotten Smaller, negli aromi blues di Big White Horse, in una She’s Not Free indirizzata sulla malinconica traiettoria che conduce da The Band agli Wilco. Altri due calendari e un passaggio alla Doctor Dream nel mezzo, Magnetic Home accusa il colpo in termini di brillantezza e scrittura, laddove il dignitoso Speed Of Sound segna la resa a metà dei Novanta.

Troppo obliqui sia per il grunge che per il movimento “No Depression”, i nostri spossati eroi si separano anche perché la multinazionale di cui sopra ha intentato causa, vinto e piantato l’ultimo chiodo nella bara. Non siamo in molti a ricordarci di loro, tuttavia (ri)scoprire i Texas Instruments è d’obbligo qualora la “tradizione reinterpretata” sia il vostro pane quotidiano. Da una sognante e tranquilla dimensione parallela, il bagliore traslucido di Floating Off To Greenland e Hanging By A Thread ribadiscono quanto la vecchia scuola indie americana costituisca un esempio di intelligenza, stile e creatività indenne allo scorrere del tempo. Avercene di gente così, oggi.

Brainiac, i nerd superstars

La storia del rock è piena di sfortune assortite e decessi in giovane età. A voler sottolineare la genesi dal blues siglata tramite il patto con Robert Johnson, sovente il diavolo (o chi per lui) arriva a reclamare il dovuto. Nel caso dei Brainiac le disgrazie tocca addirittura sommarle: ventidue anni e rotti fa, il leader Timmy Taylor perì in un incidente al volante della sua Mercedes Benz del 1977. Quasi del tutto arrugginita, era il solo mezzo che potesse permettersi nel mentre il gruppo, adorato dalla stampa, stava per concretizzare un contratto major.

Beffa nella beffa, la band è stata praticamente rimossa ma chissà dove l’avrebbe portata il talento visionario di Timmy dalla natia Dayton, cittadina industriale dell’Ohio culla anche di Breeders e Guided By Voices. È là che questi quattro nerd stilosi – Tim (voce, tastiere), il bassista Juan Monasterio, il batterista Tyler Trent e la chitarrista Michelle Bodine – iniziano a suonare nel 1992 scegliendo una ragione sociale autoironica. Ispirato dal nemico di Superman, nello slang d’oltreoceano il termine brainiac indica i “cervelloni” accademici: non a caso, in linea con altri “deviati” rampolli dell’Ohio anche la musica saprà essere cerebrale pur senza autocompiacimento.

brainiac

La gavetta è tipica dell’epoca: concerti a profusione e qualche singolo che catturi l’attenzione. Quello stesso anno, sia Superduperseven che lo split con le Bratmobile convincono la Grass Records, marchio di ridotte dimensioni comunque capace di collocare nel ’93 Eli Janney dei Girls Vs Boys alla regia dell’album di esordio. Abbastanza promettente, Smack Bunny Baby, anche se latita il suono eccentrico, angoloso e irrobustito da iniezioni di modernariato elettronico che farà grande la formazione, qui intenta a trafficare con furia giovanile e storture melodiche. Poco dopo Michelle viene rilevata da John Schmersal e si lavora a una replica sempre con Janney, che eccetto due episodi sulla media distanza non abbandonerà più la band.

Da ascriversi anche al nuovo arrivato il progresso Bonsai Superstar, nel quale Radio Apeshot, Sexual Frustration e Juicy On A Cadillac incastrano la lezione dei Pere Ubu sulla frenesia stradaiola di Jonathan Spencer e Hot Metal Dobermans e Fucking With The Altimeter aggiornano i primi Devo; altrove, la predisposizione a giocare coi nervi dell’ascoltatore sfocia in una cantabilità tanto contagiosa quanto stralunata che necessita di un pizzico di messa a punto. Durante il tour che li vede sul secondo palco del Lollapalooza, i ragazzi sono reclutati dalla Touch & Go: curato proprio da Kim Deal, l’EP Internationale conferma la verve preparando il terreno alla maturità.

Hissing...

Nella primavera 1996 Hissing Prigs In Static Couture va a segno. La calma apparente di Strung, le pop-devianze da Pixies strapazzati di Pussyfootin’ e Hot Seat Can’t Sit Down, la sarcastica Kiss Me U Jacked Up Jerk e una manicomiale I Am A Cracked Machine stabiliscono le coordinate di un’opera che affronta il post-punk con creatività e attitudine sperimentale (ascoltare per credere Vincent Come On Down e 70 Kg Man) consegnando i Brainiac agli annali. Dopo le tournee di spalla a Beck, Breeders e Jesus Lizard e l’astratto EP elettro-kraut Electro-Shock For President supervisionato da Jim O’Rourke, fervono i lavori a un album per la Interscope. La notte del 23 maggio 1997, poco lontano da casa il ventottenne Taylor sviene al volante per le esalazioni del gas di scarico. L’auto si schianta, prende fuoco e lui muore sul colpo.

Il nome seguiterà ad essere riverito dai colleghi – nomi tra loro disparati come Jeff Buckley, Wayne Coyne, Chris Walla, Trent Reznor, Mars Volta, Muse – e conservato da pochi carbonari. Della più grande band perduta dei Novanta non si sentirà più parlare fino al 2019, quando il concittadino Eric Mahoney termina “Brainiac: Transmissions After Zero”, documentario che ripercorre la vicenda della formazione attraverso spezzoni live e interviste con la madre di Taylor, i membri superstiti e svariati fan di rango elevato. Speriamo che almeno post-mortem qualcosa si smuova: di nuovo, la mia piccola parte l’ho fatta. Adesso tocca a voi.

Unwound: foglie d’acciaio

Lunghi e piovosi, gli inverni del Nord Ovest americano e dunque cosa c’è di meglio che mettere su un gruppo? Li immagino così, gli adolescenti Justin Trosper (voce, chitarra), Vern Rumsey (basso) e Brandt Sandeno (batteria): che a Olympia, centro universitario dello stato di Washington dalla fiorente scena musicale, pubblicano fanzine e suonano hardcore punk nei Giant Henry. Che al grunge preferiscono la Dischord, che gli dà più calorie. Che ascoltano Wire, Chrome e Gang Of Four recuperando la new wave in tempi non sospetti. Di essa non c’è traccia nel nastro che si autoproducono, ma sarà il pilastro del progetto seguente, quegli Unwound che sapranno rinfrescarne le forme con il talento e l’attitudine della provincia, dove un po’ per orgoglio e un po’ per distacco critico si rielaborano le mode.

Intanto i tre assemblano Sonic Youth e sentori di fragoroso blues in un’altra cassetta che garantisce il sostegno della locale Kill Rock Stars, e dopo alcuni 45 giri pubblicati tra ’91 e ’92 registrano un LP omonimo inedito fino a metà Novanta. Insieme falsa partenza e fine dell’apprendistato, essendo lo spartiacque un avvicendamento dietro tamburi e piatti: a Sandeno, che comunque tornerà a dare una mano nel momento di lasciare il segno, subentra Sara Lund dei bizzarri Witchypoo portando solidità esecutiva e sensibilità arty.

Polawound

L’esordio Fake Train mostra nel ’93 un moderno power trio che trasporta ipotesi di Nirvana influenzati da Fugazi e Dinosaur Jr. tra i panorami di Sister, impressionando con il riassunto Dragnalus, il furore in liquido divenire di Valentine Card e la chitarristica risacca Feelings Real. A posteriori cogliiamo l’inizio del ricambio generazionale successivo alla metabolizzazione del grunge, quando la leva nata nei primi ’70 introduce nel panorama indie degli USA un’indole progressiva che confluirà non solo in ambito post-rock. Un anno e New Plastic Ideas incrementa robustezza e intesa offrendo l’inquieta Hexenszene e il minaccioso slowcore Usual Dosage, una felice attualizzazione dei Cure di Faith intitolata Abstraktions e gli Slint estatici di Fiction Friction.

Dimostrazioni che la band sta affinando la visione e in tal senso aiuta che nel 1995 supporti dal vivo Sonic Youth (li ricordo a Milano, inspiegabilmente fischiati…), Fugazi, Polvo e Blonde Redhead, che dai Nostri trarranno alcune intuizioni pur senza sciogliersi prima di annoiare; vede inoltre la luce The Future Of What, in cui le canzoni guadagnano i riflettori e la rabbia trascolora in clangori e fluttuazioni. Idee chiare e voglia di mettersi in gioco rendono prezioso anche Repetition, che rispetta la cadenza annuale introducendo un arsenale di tastiere vintage: nella multiforme compattezza dell’insieme spiccano l’aggressione ragionata Message Received, la torbida possanza di Lowest Common Denominator, il dub in candeggina di Sensible.

leaves

Da qui si prepara l’acuto finale. Prima tappa Challenge For A Civilized Society e le sue spontanee tortuosità armonico-ritmiche benedette dal gioiello Side Effect Of Being Tired, ovvero i Mission Of Burma alle prese con una Interstellar Overdrive ispirata agli Hawkwind. Le successive: il 12” The Light At The End Of The Tunnel, che approfondisce l’interesse per il krautrock; la raccolta A Single History: 1991–1997, con la quale ci si guarda per l’ultima volta indietro prima di spiccare il volo. In una casa nei boschi, gli Unwound suonano e incidono per mesi in piena libertà. Nel 2001 il Capolavoro doppio Leaves Turn Inside You chiude un’era, ponendosi da aurea cerniera tra le ultime fiammate post e la (old) new wave del terzo millennio.

Scintillano d’immenso la levitante e stratificata neo-psichedelia di We Invent You e una Terminus dagli archi acuminati e il piglio cinematico, la luccicanza shoegaze One Lick Less e una Below The Salt maestosa ma rarefatta, i sixties devia(n)ti di Demons Sing Love Songs e l’ipnosi Summer Freeze. Come minimo. Al vertice, si chiude: la separazione è annunciata un sardonico primo aprile 2002. Appartenere fieramente a ciò che chiamavamo “underground” aveva insegnato molto in termini di correttezza e integrità a Justin, Sara e Vern. Oltre alla splendida musica, voglio loro bene per essere stati fino in fondo dei veri intellettuali punk. Del resto, i campioni sanno quando è il momento di ritirarsi.

 

Unsane: nel marcio della grande mela

Ci sono gruppi che incarnano i luoghi di origine al punto da risultarne inscindibili. Non so voi, però fatico a immaginare i Sonic Youth a Los Angeles o i Meat Puppets in quel di Chicago. Allo stesso modo, il metallurgico garage-blues zuppo di folate noise, tossicità punk e granito hard degli Unsane poteva essere figlio solo di New York. Più paranoici dei Jesus Lizard e più cattivi dei Surgery, questi eredi dei Flipper si aggiravano tra i bassifondi della Grande Mela all’epoca dei sindaci Dinkins e Koch, quando la mela (prima di Rudy Giuliani, della tolleranza zero, degli yuppies che invaderanno Downtown) era marcia non per modo di dire.

Forse proprio per questo il loro furore arty era autentico ed è giunto sino a oggi: se infatti una formula può smarrire senso e smalto quando troppo insistita, con cavalli di razza – perfetti ma non troppo in quanto autenticamente umani – non si può mai dire. Sia dunque lode agli Unsane, che trentuno anni fa iniziarono a trasporre in suoni la paranoia e la violenza associate alla madre di tutte le metropoli. A Manhattan, Chris Spencer, cantante e chitarrista originario della North Carolina, stanava una sezione ritmica in Pete Shore (basso) e Charlie Ondras (batteria) chiudendosi in una sala prove condivisa con Pussy Galore e Cop Shoot Cop (della serie dimmi con chi vai…) per uscirne solo nel 1990.

unsane

Mentre la banda affronta il pubblico a testa bassa, un’urticante manciata di 45 giri per diversi marchi indica una progressiva focalizzazione. La svolta giunge una sera del 1991 al CBGB’s: un’esibizione con i Sonic Youth si protrae fino a notte fonda e il moderno power trio esplode in faccia a cinque persone. Una di queste è Gerard Cosloy, capo della Matador che assolda i ragazzi seduta stante. Primo frutto un LP omonimo dalla copertina eloquente – un altro loro marchio di fabbrica, la truculenza vera e lontana dal risibile splatter metallaro – che raffigura un uomo decapitato sui binari del treno. Del tutto in linea, il contenuto assembla distorsioni chitarristiche, basso da cazzotto nello stomaco, batteria che tutto raccorda.

Conferite ulteriori solidità e potenza al chirurgico frastuono, la lezione rumorista innerva un hard-blues di accordi in minore e una voce grondante alienazione e rabbia. Il problema di questi infuriati Travis Bickle resta mantenere la giusta distanza tra rappresentazione della realtà e identificazione nella stessa. Non vi riesce Ondras, stroncato nel 1992 da un’overdose. Lo rimpiazza Vinny Signorelli, ex Swans e Foetus che sottolinea così la funzione di cerniera esercitata dagli Unsane tra scene limitrofe che sino ad allora si erano frequentate poco.

Scattered etc.

Mentre l’etichetta inganna l’attesa recuperando i succitati 7” in Singles: 89-92 – l’artwork mostra una vasca e una doccia insanguinate – e un mini di sessioni per John Peel, l’attività concertistica acuisce l’intesa che nel ‘94 sfocia nel plumbeo Total Destruction. Imbrattati cofano e abitacolo di un’auto, Spencer e soci passano alla Amphetamine Reptile per Scattered, Smothered And Covered (indovinato? sangue su un letto) che sancisce l’uscita di Chris da problemi di droga, saluta il nuovo bassista Dave Curran e segna un apice dove sonorità affilate ed energiche si sommano a una penna fattasi quel tanto più epidermica. Essendo anni folli in cui i Ministry finiscono nei Top 40 e gli Helmet si accasano presso una major, il video super economico di Scrape finisce su MTV procurando date di spalla agli Slayer.

Gli Unsane potrebbero capitalizzare la stabilità conferita dal passaggio alla Relapse per Occupational Hazard, tuttavia il destino ha in serbo una beffa: in quello stesso 1998 Chris viene aggredito a Vienna. Lo salvano un’operazione di chirurgia e una sosta al principio del nuovo millennio. Il ritorno datato 2005 offrirà quattro apprezzabili dischi – tra i quali spicca il penultimo, Wreck, che chiude il cerchio rileggendo per l’appunto i Flipper – finché nel 2019 il Nostro coglierà tutti di sorpresa, dichiarando alla webzine “Equilibrio Precario” che non suonerà più con gli Unsane.  Tranquilli, ragazzi, perché nel frattempo Spencer messo in pista gli Human Impact e qualcosa mi dice che ne sentiremo ancora delle belle. Dura la vita, nondimeno c’è chi è più duro di lei.

Stili di vita attivi: Polvo

Prima o poi i Polvo sarebbero arrivati. Nel senso che qualcuno doveva pur trovare il filo conduttore tra psichedelia, post-punk e math-rock. Di suo mettendoci poi l’approccio al contempo sfuggente e ansiogeno in un cocktail tuttora freschissimo e lanciato oltre steccati cronologici e stilistici. In sostanza, l’unica caratteristica che rende databile – attenzione: non datata – questa cult band per eccellenza è la commistione di generi tipicamente anni ‘90.

Una libertà servita ai chitarristi/cantanti Ash Bowie e Dave Brylawsky per conferire attualità al concetto di espansione della mente e aggiungersi alla dinastia di coppie impegnate nei trip più visionari: John Cipollina e Gary Duncan, Jerry Garcia e Bob Weir, Tom Verlaine e Richard Lloyd, Thurston Moore e Lee Randaldo, Guy Kyser e Roger Kunkel. Eccoli, i nostri nerd preferiti, che studiano fino a tarda notte i testi sacri e in laboratorio mescolano l’immaginifico sentire urbano dei Television con le strutture labirintiche dei Mad River, le muscolari acrobazie aritmetiche e un’Asia della mente. Tu chiamala, se vuoi, neuro-psicodelia.

polvo in a car

Non a caso il duo strinse amicizia all’università di Chapel Hill (North Carolina: la fiorente scena locale sarà celebrata dai Sonic Youth in Dirty) sulla base della comune ammirazione per le pagine del catalogo SST volte a fondere hardcore punk e rock progressista. Assoldati il bassista Steve Popson e il batterista Eddie Watkins, nel 1990 iniziano a trafficare con curiosità intricate e dissonanti sull’autoprodotto 7” Can I Ride, tuttavia spetta al successivo Vibracobra convincere l’ex compagno delle superiori Mac McCaughan a volerli su Merge. L’esordio Cor-Crane Secret esce in piena sbornia grunge, dunque figurarsi se nel ‘92 al mondo interessa un disco che decostruisce Marquee Moon e Daydream Nation rimettendone insieme i cocci. Ottimo il riscontro critico, il pubblico resta – e resterà – confinato agli intenditori che distinguono il talento dalla stramberia fine a se stessa.

Dodici mesi dopo, Today’s Active Lifestyles sistema il baricentro attorno a sinuosi tintinnii di corde e armoniche dissonanze, all’equilibrio strumentale e all’ansia estatica che apparterrà a certe frange dell’universo emocore. A metà del guado, gli EP del biennio ‘94-‘95 Celebrate The New Dark Age e This Eclipse smussano qualche asperità rimanendo fedeli alla linea. Il gruppo cede alle lusinghe della Touch And Go nel 1996, ringraziandola col botto: Exploded Drawing è una giostra che, coerentemente al titolo, espone le parti che la compongono senza perdere di vista l’insieme. Soprattutto, è un capolavoro di cui si ricordano in pochissimi.

exploded drawing

Se Fast Canoe è compendio estetico di potenza in guanti di velluto, Light Of The Moon disegna una cartolina western lynchiana e Street Knowledge sparge esotici lampi acid-wave; alla In This Life che collega i pieni ’60 ai tardi Settanta risponde la parodia power-pop The Purple Bear. Abbondanza che sbiadisce davanti a When Will You Die For The Last Time In My Dreams, epopea che decolla su squarci di psichedelia bucolica approdando a isterici martellamenti lungo una via di schegge fumiganti. Lo sforzo esige un dazio: ci si prende una pausa durante la quale Brylawski insegue orientalismi sonori in India mentre Ash si rifugia nei mediocri Helium con la fidanzata Mary Timony.

Nel 1997 si ritrovano (tutti tranne il defezionario Watkins: brutta notizia la sua morte nell’aprile 2016) per Shapes e un classicismo non privo di senso dell’avventura che – alla batteria il più lineare Brian Walsby – sancisce la prima chiusura della vicenda. Complici le partecipazioni a importanti festival, i Polvo tornavano dieci anni or sono con Brian Quast dietro pelli e piatti. In Prism fotografava un gesto più che dignitoso imitato nel 2013 da Siberia, nulla aggiungendo però neppure togliendo alla grandezza e insomma vi sono state rimpatriate ben peggiori. Ciò che davvero conta è l’eredità di Exploded Drawing. La scia stordente che sta attraversando lo spazio e il tempo, pronta a tornare chissà quando, sotto chissà quale forma. State all’erta.

Buffalo Tom e Breeders: adult oriented indie rock

Fu un ritorno particolarmente gradito non solo per questioni di cuore, quel Three Easy Pieces che nel 2007 riportava i Buffalo Tom sulle scene. Ci sentivo tutta la grandezza della formazione americana senza che il passato divenisse presenza ingombrante o, peggio ancora, schiacciante. E pazienza se sette anni or sono Skins si raccontava episodio appena discreto nel quadro di una produzione dalla media elevata. Bene lo stesso, siccome non avevo nulla da chiedere agli artefici di Let Me Come Over, Capolavoro che da un quarto di secolo – festeggiato nel 2017 con ristampe e concerti – troneggia nei dischi della vita di tantissimi, chi scrive incluso. Tuttora scintillante, il suo matrimonio tra rock classico e prefissato indie fu l’evoluzione che stracciò la maligna etichetta “Dinosaur Jr. jr.” all’inizio affibbiata ai ragazzi in ragione di evidenti assonanze.

Ammettiamolo: fu pigrizia ingenerosa e venne puntualmente smentita. E ammettiamo anche che il boom alternative appare oggi distante “ma anche” vicinissimo. Per gli echi che possiamo ascoltare ovunque, per i ritorni celebri – leggete più avanti al proposito – e per la mediocrità che spesso affligge le nuove leve. Dati nondimeno insufficienti a spiegare fino in fondo l’attualità di un impasto tra lirismo a squarciagola, chitarre stellari, innodia e romanticismo. C’è altro. C’è uno spirito che della nostalgia canaglia se ne frega e che, usando il linguaggio sonoro che trova più consono, si confronta con la maturità. Per questo non scadono in pantomima l’acustico sentire frustato d’elettricità e un’emotività che racconta il mondo tra le righe.

buffalo tom

Su tali pilastri il gruppo formatosi ad Amherst (lì nacque e visse Emily Dickinson: accarezzo l’idea che non si tatti di coincidenze) ha costruito una carriera che avrebbe meritato di più commercialmente. Tuttavia così va la vita e tocca farsene una ragione, in parte confortati dall’evidenza che costoro non hanno fatto la fine di sua mediocrità Evan Dando. E che mai la faranno. L’album numero nove Quiet And Peace suscita infatti paragoni attitudinali con i Teenage Fanclub e, quel che più conta, applausi: quando i tre pigiano sull’acceleratore (All Be Gone, Lonely Fast And Deep, Slow Down), quando dipingono robusti quadretti remiani (Roman Cars, Freckles), quando affrontano le radici nell’autografa See High The Hemlock Grows e in una The Only Living Boy In New York a firma Paul Simon. Alla voce compare Lucy Janovitz e, sì, è la figlia di Bill. Gesto colmo di significato, da veri Signori. Alzi la mano chi ne dubitava.

Aria di Novanta… contemporaneamente al trio del Massachusetts riecco anche le Breeders originali (a beneficio di giovanissimi e smemorati: le sorelle Kim e Kelley Deal; l’inglese Josephine Wiggs; il maschietto Jim Macpherson) rinvigorite a dovere. Dopo la riproposizione “live” dell’epocale Last Splash, dimostrano anch’esse di aver recuperato quell’alchimia che latitava negli ultimi album. Non avete idea del piacere di renderne conto o forse sì. Un piacere per certi versi simile al vedere Kim Deal confermata nel ruolo di autentico motore dei Pixies. Parlo del momento in cui la puntina si posò su Pod e sulla succitata venticinquenne replica. Sembra ieri e che favolosi scherzi gioca Cronos di tanto in tanto, considerando che bastano quegli splendori a cancellare il Black Francis solista e l’insensata reunion dei Folletti.

Breeders

Tornando al qui e ora, il rischio rimaneva il solito e cioè che le celebrazioni si risolvessero in un “come eravamo” patetico e privo di senso. Era esattamente l’inutilità di fondo il morbo che affliggeva Mountain Battles e Title Tk, lavori (di una band composta da Kim più mediocri comprimari: questa una plausibile spiegazione) apprezzabili per la determinazione ad allontanarsi dai cliché e viceversa deludenti nell’esito. Uno scolorito timbrare il cartellino che non si addice(va) a gente di blasone e talento siffatti e bravissima la diretta interessata a capirlo. La mezz’ora abbondante di All Nerve spiega già dal titolo un’urgenza libera di donare fresca linfa agli ingredienti di sempre: l’esecuzione ruvida e accurata; un melodiare sorto però pure a presa rapida; quella dinamica “loud/quiet” entrata nel lessico rock tramite i Nirvana.

Ascoltatela luccicare in Nervous Mary e Wait In The Car, in Skinhead #2 e Blues At The Acropolis: coppie che, rispettivamente, inaugurano e sigillano un LP solidissimo che va giù tutto d’un fiato e cresce con gli ascolti. Un LP che nel mezzo sistema oasi di obliqua dolcezza (la title-track, parente prossima di I Bleed; Dawn: Making An Effort, che “Spin!” dice perfetta per un film di David Lynch: concordo pienamente), sensualità ombrosa (Metagoth, Howl At The Summit), gomitoli che avvolgono inesorabilmente (l’apice Spacewoman, la crepuscolare ballata Walking With A Killer) e la fenomenale appropriazione di Archangel’s Thunderbird degli Amon Düül II. Di nuovo, come per i Buffalo Tom, è un brandello di storia sfidato ad armi pari, un altro cerchio chiuso. Sono altri applausi, soprattutto altra classe. Chapeau.

 

 

 

K. McCarty e l’intrattenitore desolato (come ho conosciuto Daniel Johnston)

Do yourself a favour / Become your own saviour.”

Appassionato o critico, hai a (spesso inconsapevole) disposizione mille modi per imbatterti in un artista del quale ti innamori. Succede anche tra esseri umani: una sera apparentemente come tante incroci uno sguardo e la tua vita non è più la stessa. Arrivo al punto, tranquilli. Per anni ho avuto un’idea vaga di chi fosse Daniel Johnston e mi limitavo a osservare una buffa rana sulle magliette che Kurt Cobain sfoggiava con signorilità punk. Ancora non mi ero accostato alla sua musica e giuro che ho dimenticato se per timore o distrazione.

Qualcosa imponeva di attendere il momento giusto e il momento giunse nella primavera 1996, dalla vasca degli usati di un negozio, rischiarando un’esistenza sospesa dentro il limbo che talvolta precede l’ingresso nel mondo reale. Un CD a poco prezzo, artefice sconosciuta e l’intrigante sottotitolo songs of Daniel Johnston. Ma sì, proviamo. Due giorni dopo – l’anima rivoltata come un calzino, il cuore lacrimante gioia – avevo un nuovo amico.

songs of dj

Come tanti suoi colleghi, Daniel Johnston è stato, fino alla sua dipartita nel 2019, in parte vittima di un malinteso. Nel senso che l’eccentricità non è un lasciapassare per altri mondi e il disagio a monte del Genio non spiega davvero la tenerezza commovente delle sue canzoni sublimi. C’è dell’altro che si spinge molto in profondità. C’è un linguaggio sbilenco, ineffabilmente fulgido e magico, tipico di chi cammina sul rasoio della vita e ne coglie l’essenza dolceamara. Di chi desidera il midollo perché l’osso non basta più. Di gente come Syd Barrett, Mark Linkous, Tom Waits, Jeff Mangum, Mark Oliver Everett.

Semplice la ragione: le canzoni possono  salvare la vita a chiunque. Basta capirlo, poi incastonarle con i loro significati nella giostra quotidiana del vivere. Dunque, se di Daniel nulla possedete, consiglio umilmente di partire da Dead Dog’s Eyeball, l’album di K. McCarty oggetto dell’amarcord di cui sopra. Kathy è una ragazza texana che militava in tali Glass Eye: sciolta la band, nel ’94 pubblicava su Bar/None una generosa manciata di composizioni dell’amico cavandone un disco di “culto al quadrato”. Uno specchio deformante in positivo, che dagli originali rimuove le molle rotte e le corde scordate conservando luccicanze, sfumature, tonalità.

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Grazie a un toccante gesto di riconoscenza – cucito con stoffe indie rock di alta qualità intessute di folk, lounge jazz e pop psichedelico – vi sarà più facile risalire agli LP originali, dai rifiniti Artistic Vice, Fun e Fear Yourself ai più ruvidi Continued Story, Yip Jump Music e Hi, How Are You. Mi accodo al corteo di fan – tanti anche eccellenti, com’è giusto – confermandoli colmi di splendori disarmanti che ragionano sui miti (The Beatles, Casper The Friendly Ghost) e offrono vie di fuga (Rocket Ship, Speeding Motorcycle, I Am A Baby In My Universe), che sfoggiano lucidità come una seduta psicanalitica giammai potrà (Story Of An Artist, Sorry Entertainer) e si pronunciano sui massimi sistemi (Living Life, I Live For Love), oscillando tra i margini di melodie così pure che canticchi in un attimo a dispetto di forme spesso out there.

Che te ne fai comunque della “normalità” al cospetto di un capolavoro assoluto come True Love Will Find You In The End? Ecco. Fino all’ultimo, Daniel è stato un timido che scrutava il mondo e, con un sorriso naif, spargeva – spargerà per sempre, anzi – semi di tenerezza nel nostro spirito . L’uomo che ha scritto “seppelliscimi nel tuo cuore e là io rimarrò, senza andare in decadenza” era uno di noi: se fu un pazzo, allora lo siamo tutti. Uno di noi: lì, forse, sta il segreto. La fatica e il disagio che avvertiamo al primo incontro con Daniel derivano anche dall’accettare che lui sedeva già nel nostro intimo giardino. Entrato in punta di piedi, si è accomodato per rendere questo sciocco mondo un posto migliore. Spero tu possa trovare la vera pace, alla fine, caro sorry entertainer.

Arson Garden: canzoni come fantasmi plastici

Ci sono momenti in cui pensi ai dischi che rappresentano un “capitale” per pochi intimi. Quelli che ti domandi “come è possibile che nessuno se li sia filati?” e vuoi scriverne perché, con l’ingenuità di uomo maturo ma pur sempre sognatore, pensi che il messaggio in bottiglia possa tramutarsi in un mattoncino di equità. Di fatto, ogni generazione custodisce i propri santini mentre la memoria del pop si cancella alla velocità della luce, tuttavia una band favolosa come gli Arson Garden meriterebbe di essere celebrata ogni giorno. Invece resta cult per antonomasia, questo miraggio metà technicolor psichedelico e metà bianco e nero metropolitano esploso a colmare la distanza tra l’elevazione dei Jefferson Airplane e i bassifondi velvetiani. Tratti somatici ancor più sorprendenti considerandone la provenienza da Bloomington, Indiana.

under towers

Nella patria del basket e di John Mellencamp sarà stata roba da alieni la vigorosa inclinazione arty degli Arson Garden, fondati al tramonto degli Ottanta dai fratelli Combs – April, ammaliante sirena; James, chitarrista – con la ritmica di Joby Barnett (batteria) e Clark Starr (basso). A loro si aggiunge poco più tardi Michael Mann, fondamentale sei corde solista abile sia con il feedback che con trame ipnotiche. Sarà comunque autentica forza del collettivo, la loro, distillata in un sortilegio che amalgama i singoli elementi. Suppongo che di magia ne promanasse parecchia dal demo giunto nell’88 sulla scrivania di Albert Garzon. Estasiato, colui al quale dobbiamo 10,000 Maniacs e Brenda Khan accoglie il quintetto alla Community 3 e offre supporto produttivo lungo la febbrile settimana – agli studi Paisley Park di Prince, nientemeno! – che partorì l’esordio Under Towers giusto per sciogliere gli ultimi freddi del 1990.

Nessuna ruga su un raffinato folk misto (indie) rock, zuppo di new wave e talora venato di funk bianco. Lo stesso per canzoni che danzano con impeto, rapimento ed emozione restando ineffabilmente lievi, mai troppo nitide. Sono sogni divenuti realtà sommamente affascinanti l’incalzante Two Sisters, le Lash e Heat From A Radiated House in bilico tra turbinoso ed etereo, la sensazionale title-track che fonde Fairport Convention e Throwing Muses. Laddove al liquido battere di Solitariat replicano l’acida grinta di The Sways e Once Then Twice Removed e una Armistice giocata alla pari con Feelies e Walkabouts.

Arson Band

Fantasmi plastici illuminati da bellezza suprema che riscuotono il plauso della stampa più ricettiva e addirittura di MTV: gli Arson Garden si ritrovano ospiti del programma “120 Minutes” allorché un tour culmina con la capatina in Europa e l’entusiasmo di John Peel. In dicembre accettano l’invito a una session delle sue e poi salutano Garzon con l’EP a 45 giri Virtue Made Out Of Sticks. Registrato nottetempo con un budget risicato, nel ’92 Wisteria reca il marchio della piccola Vertebrae, mostrando il nerbo esecutivo ereditato dai concerti e insistendo su strutture intricate però seducenti con la sibilante Of 2 Minds e una minacciosa Goes Out Kicking, con i lisergici saliscendi Bird In The House e This Chemical Draws e l’eco di Grace Slick in Cold e Kathy’s In Deep.

Schiacciate dal grunge, non vanno lontano commercialmente ma garantiscono agli artefici il Lollapalooza e altre tournee. Una data newyorchese muove l’interesse dell’American Empire, che di lì a un biennio pubblica The Belle Stomp, scrittura un filo più lineare a incorniciare acusticherie delicatamente nervose e il capolavoro psych-folk-wave di Please Let’s Sleep. Nondimeno l’etichetta chiude e gli Arson Garden si sciolgono, stanchi e disillusi. Annotata una reunion del 2006 per beneficenza nella città natale, apprendo che – dopo una carriera solista e altri progetti poco rilevanti – oggi James traffica col country-rock contaminato nei Great Willow e la sorella (frattanto convolata a nozze con Michael) scrive canzoni folk per bambini. Il viaggio si è infine compiuto, dalle ali alle radici. Perfetto.

Il melanconico mondo dei Red Red Meat

C’è chi insegue uno stile per una carriera senza trovarlo. Alcuni, invece, se ne appropriano da subito e poi non raggiungono più la vetta. Altri ancora braccano le proprie ossessioni finché non le ingabbiano per esplorarne ogni sfumatura. Tim Rutili appartiene all’ultima categoria: da un quarto di secolo la sua ricerca gira attorno a un chiodo arrugginito che teniamo nel cuore. Da che ha scoperto un’identità artistica, Tim guarda il passato con gli occhi della contemporaneità. Forse è merito delle sue origini in quel di Chicago, chi può dirlo.

In ogni caso, la sua idea delle radici – di un blues tanto più eterno quanto più è attuale – non rispetta le forme ma ne ravviva lo spirito. E se i geni non crescono sugli alberi, devono pur partire da qualcosa. Magari da un bozzolo che non lascia presagire granché, come una band persa nel cielo “indie” americano chiamata Friends Of Betty, dedita a del passabile post-punk rumorista e intestataria di un disco, sarcasticamente intitolato Blind Faith II, che Rutili liquida come un errore di gioventù.

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In effetti, hanno come unico pregio l’avere in formazione – oltre al batterista John Rowan, che incasserà soldoni negli Urge Overkill come Blackie Onassis – Glenn Girard (chitarra) e Glynis Johnson (fidanzata di Tim, basso), elementi sui quali il nostro uomo, cantante e chitarrista, edificherà nei primi Novanta i Red Red Meat. I quali mettono presto mano a un LP prodotto da Brian Deck, che siede alla batteria e diventa interlocutore fisso di Rutili. L’esordio omonimo esce autoprodotto nel ’92 scontando l’urgenza talvolta fuori fuoco di certe opere prime, ma porgendo sonorità già caratteristiche dove evidenti influenze sixties confluiscono in una psichedelia che stordisce la mente invece di espanderla. Frattanto Glynis è portata via dall’HIV e la rimpiazza Tim Hurley: tempo un anno, la Sub Pop pubblica Jimmywine Majestic, forte di melodie estatiche che poggiano il baricentro sugli insegnamenti di Exile On Main Street e della Magic Band. Ricetta che Bunny Gets Paid (Sub Pop, 1995) affina con un magnifico paradosso di malinconica narcolessia, acustiche dolenze e (post) rock-soul.

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L’entrata negli annali giunge dopo un cambio di formazione. Girard saluta ed entrano il bassista Matt Fields e il fondamentale Ben Massarella alle tastiere, vecchia conoscenza degli Amici di Betty da qui in poi altro braccio destro di Rutili. Il frutto del nuovo corso è There Is A Star Above The Manger Tonight, misconosciuto capolavoro che vive in una dimensione a sé tra avanguardia e tradizione, “art blues” e krautrock, Beefheart e Stones, scrittura eccelsa e uso acuto della tecnologia.

C’è tuttora di che perdersi e stupirsi nei suoi viluppi, dalla Sulfur che muore tra onirici strappi al folk in apparenza “normale” della title-track, da una Chinese Balls che alterna ritornello sguaiato e ritmi pericolanti a certi geniali anticipi degli Akron/Family. Se alla dolceagra Second Hand Sea rispondono l’elegia alcolica Quarter Horses e il Mississippi della mente di All Tied, Paul Pachal martella un vudù tribale vicino ai Can, Airstream Driver nasconde ipnosi infinite e una pazzia dal ferreo metodo inventa contorsioni degne dei Royal Trux come Mecanix e Just Like An Egg On Stilts.

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Raggiunto il traguardo, si chiude transumanando nella logica consequenzialità del progetto Califone, ovvero gli stessi accompagnatori in atmosfere più distese in equilibrio tra acustico ed elettronico. Da una discografia di alto livello che conduce al qui e ora, estraggo un secondo capo d’opera: uscito su Glitterhouse un decennio fa, Roomsound è una prateria dell’anima dove si aggirano i Rolling Stones e Gram Parsons con un laptop sotto braccio; a un certo punto, da On The Beach, con le movenze ancor più assonnate li raggiunge Neil Young. Insieme scrivono cristalline ballate da sogno che celano le ansie e le storture di sempre.

Arte sublime che, quando credi di aver compreso, sfugge con un lieve scatto lungo strade già battute per collegare nuove terre. Un talento da tenersi stretti, Tim Rutili, romantico che scruta la sofferenza umana attraverso un blues di cui si è appropriato con la sicura riservatezza dei Maestri. Se vi pare poco…