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Pram: musiche credibilmente strane

Lo scorso maggio è caduto il 160° anniversario della nascita di Albert Robida. Ehm, scusa, di chi? Dell’autore dei “Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo e in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne”, romanzo fantastico-avventuroso del 1879 (qualcuno ricorderà lo sceneggiato RAI dei Settanta) che ispirò i registi Georges Méliès e Marcel Fabre. Robida era un tipo poliedrico: illustratore, umorista e architetto, animò il cabaret parigino “Le Chat Noir” con spettacoli di teatro delle ombre, tra cui l’apocalittico “La Nuit Des Temps” che vedeva la capitale distrutta in una battaglia aerea.

Vi pare bizzarro? Sappiate che per l’Esposizione Universale del 1900 ricostruì sul lungo Senna i quartieri medioevali demoliti da Haussman… Facile dunque che nei Pram riconoscerebbe degli eredi per la propensione naturale a (ri)costruire passati verosimili con giochi di specchi e messe in scena dove il confine tra reale e fantastico è piuttosto labile. E se esiste un sottogenere che evoca una nazione e il suo spirito come l’Americana, possiamo legittimamente ipotizzarne la versione d’oltremanica e chiamarla – se vi piace – “Vittoriana”.

Meridian

Tuffarsi nell’oceano di suono dei Pram significa anche nuotare in un immaginario adatto a emuli britannici di Robida, Verne e Salgari. Si viaggia con la mente, certo, ma pure con la memoria e la nostalgia di ricordi non vissuti. In modo simile ai più krauti compagni Stereolab e Broadcast – prima ancora a Young Marble Giants e Antena, cui un po’ somiglia nei momenti quieti – dal 1990 la band di Birmingham (no: non vengono da Scarfolk…) si è ritagliata un ruolo di antesignana della ghostalgia, avvolgendola in surrealismi d’avanguardia e rimasugli new-wave, in esotismi e jazz, in stravagante library music e in trip-hop da bar sotto il mare.

A un certo punto, come fanciullini temprati da serenità e stridori, i Pram hanno diluito l’attitudine post con dosi di dolceagra umanità. Poi sono spariti per un decennio abbondante. Quando stavo archiviarli definitivamente, Across The Meridian me li ha restituiti in ottima forma. Tra un lavoro dalle nove alle cinque e l’altro, hanno salutato la cantante Rosie Cuckston e si sono reinventati affidandosi all’etica creativa “democratica” che li contraddistingue sin dagli inizi. Parliamo pur sempre di chi confronta le idee e non ostenta il talento in vacui proclami. Di chi si fa fotografare mascherato per non distogliere da una musica alla quale dedica cura e attenzione.

Pram b & w

Lo comprova una fresca dozzina di brani ricavata da improvvisazioni registrate in Galles e poi rielaborate con sovraincisioni, editing, auto-campionamenti. Ciò che i diretti interessati chiamano “collagismo” restituisce l’arguta fusione di cui sopra, insistendo su jazz esotico e/o urbano (seppiato in Ladder To The Moon, inquieto per Shimmer And Disappear, dinamicamente lunare all’altezza di Footprints Towards Zero) e acute mutazioni errebì (The Midnight Room), su dolcezze che spiegano benissimo l’aggettivo “eerie” (Mayfly, Where The Sea Stops Moving) e colonne sonore immaginarie ispirate ai maestri italiani (Doll’s Eyes, Thistledown).

Il tutto reso viepiù prezioso da un piglio ritmico deciso eppure raffinato e dal personalissimo, ineffabile fascino che avvolge la retrotronica da manuale di Wave Of Translation e permette a una sciantosa fantasma di misurarsi disinvolta con Erik Satie (Electra) e ondeggiare tra Berlino e Bristol (Shadow In Twilight). Bene, bravi. Adesso però non fatemi aspettare altri undici anni, per favore.