Archivi tag: Wilco

Jayhawks: Hollywood è uno stato della mente

Quel bastardo elettrizzante e poetico per comodità chiamato rock ha il bel vizio di riscoprire periodicamente le proprie radici e, talvolta, di dar loro anche una scossa rivitalizzante. Giusto per fare un paio di esempi: in chiusura dei Sessanta, i Grateful Dead passavano dalla pura psichedelia a uno scintillante country-rock intinto nel folk; nei ’90, il grunge incontrava nel movimento “No Depression” un sincero contraltare agreste. Insomma: per ogni Blonde On Blonde esiste un Nashville Skyline in attesa a guardare indietro ma anche avanti, perché il senno del poi rende le cose diverse se non sei un amanuense. Prendete i Jayhawks e il loro gusto popolare e raffinato, solido come la memoria e caldo come i legami di sangue: sono convinto che all’epoca fosse una fesseria – che lo rimanga tuttora – considerare il loro terzo (e migliore) LP “superato”.

Da Pearl Jam, Lemonheads e Blind Melon, magari? Non scherziamo: preferire un’aurea cosmic american music all’epica grunge, ai calchi seventies, all’indie di cartongesso rappresentava nel 1992 un gesto controcorrente, da punk in spirito che cavarono di tasca un Classico. Qualcuno, a beneficio delle generazioni future, doveva impiastrarsi le mani di terra e piantare un totem come Hollywood Town Hall, il quale suona fuori da qualsiasi dimensione cronologica e cresce anno dopo anno, messo sull’altare di un rock tornato a fidarsi della Canzone perché oltre un certo post non poteva spingersi, pena l’autismo.

jayhawks

Patologia peraltro assente in dieci brani lontani sia dai lustrini milionari di Nashville che dalle pagine seppiate degli Uncle Tupelo, ricchi di una profonda conoscenza della storia e del piglio esecutivo di chi considera Replacements e Hüsker Dü fratelli prima che concittadini. Partivano giustappunto da Minneapolis i Jayhawks, quando a metà anni Ottanta Mark Olson e Gary Louris (chitarristi, cantanti, autori) raccoglievano il bassista Marc Perlman e il batterista Norm Rogers per la regolamentare gavetta. Suggerivano belle potenzialità il country-roots del debutto omonimo e di Blue Earth, tuttavia occorrevano una telefonata di George Drakoulias e una mossa del destino per benedire la maggiore età artistica. Un giorno, l’uomo dietro ai Black Crowes chiama gli uffici della Twin/Tone, in sottofondo ascolta Blue Earth e se ne innamora seduta stante.

Messi i ragazzi sotto la sua ala protettrice, li spedisce – tonificati dall’arrivo del nuovo batterista Ken Callahan e da un tour – a incidere sotto la sua supervisione e con Benmont Tench e Nicky Hopkins alle tastiere. Ne nasce ciò che per dirla con Louris è “folk a volume più alto” e che nel mio piccolo amo definire “tradizione ibrida”. Chiamatela come vi pare, ma sappiate che è baciata da estro e feeling sommi ovunque, più che altrove in una Waiting For The Sun da Eagles nati da una costola di The Band, nell’innodico e virile struggimento Take Me With You (When You Go), nelle Two Angels e Settled Down Like Rain che Jeff Tweedy e Ryan Adams di sicuro conoscono a menadito.

hollywood town hall

 

Altrove è il granaio umido di Harvest che rifiorisce a vita nuova (Crowded In The Wings), oppure si bivacca attorno a un focolare a mezza via tra Exile On Main Street e The Gilded Palace Of Sin (Martin’s Song, Clouds, Sister Cry), cavalcando la melodia indimenticabile di Nevada, California e l’epidermicità mai scontata di Wichita. Gioielli che raggiungono il cuore con l’emozione e la spontaneità entusiastica di chi si è appena sudato una zolla di paradiso. Nel ’95 Tomorrow The Green Grass replica con convinzione più che bastante, poi Olson si rifugia nel deserto di Mojave con la moglie (la cantautrice Victoria Williams: divorzieranno a metà anni zero) portandosi via bussola ed equilibrio. Solo al comando, Gary traccheggia fino alla messa in naftalina nel 2004.

Amici che si sfanculano cento volte ma si riappacificano sempre e comunque, i due suonano assieme dal vivo tra 2005 e 2006. Ristampe e antologie li mettono poi di fronte alla gloria e alla grandezza che furono, la risposta affidata a una reunion dapprima spesa sui palchi statunitensi e poi in studio per l’apprezzabile Mockingbird Time. Dopo il quale Mark non vuole più giocare e se ne va, ancora. Definitivamente? Macché: prodotto da Peter Buck, Paging Mr. Proust nel 2016 zampillava verve ragguardevole. Lo scorso aprile, infine, ecco i Jayhawks accompagnare Mr. Ray Davies in Americana chiudendo un cerchio. L’ennesimo. Beati loro, che il futuro lo hanno dietro le spalle.