Thyme Perfumed Gardens-4: Dr. Strangely Strange

Si fossero formati negli anni zero in Finlandia o in un angolo della provincia americana, i Dr. Strangely Strange sarebbero finiti immediatamente sulla copertina di “The Wire” e li avremmo annoverati tra i nomi di punta del fenomeno weird folk. A suo tempo, però, questa accolita di sperimentatori figli di un’irripetibile libertà che scriveva regole nuove passò inosservata. Tuttora resta un argomento per chi ama curiosare tra le pieghe dei ‘60 e difficilmente le cose cambieranno, per quanto scommetterei che ai diretti interessati ciò importi poco. Di certo non se ne curavano Tim Booth (voce, chitarra) e Ivan Pawle (nativo del Suffolk: basso, plettri assortiti) quando nel 1967 si incontrarono al dublinese Trinity College, stabilendosi poi in una comune di Sandymount gestita da Anne Christmas conosciuta come “The Orphanage”.

Nella retrograda isola il luogo funge da asilo per la locale bohème ed è pertanto il terreno di coltura perfetto per il duo, che – tratto il nome dai fumetti Marvel, onorando il “dottore delle arti magiche” Stephen Strange – si fa trio con il tastierista Brian Trench e approda a una trasognata mistura di tradizione, psichedelia e orientalismi. All’inizio del ’68 aprono una data cittadina dell’Incredible String Band (il loro referente stilistico diretto, in una versione quel tanto più terrigna e influenzata dalla musica popolare della loro terra) e un entusiasta Robin Williamson convince Joe Boyd a recarsi a Dublino per saggiarne il talento.

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Palato finissimo, a costui basta un concerto estivo per accogliere la formazione nella scuderia Witchseason, senonché Trench preferisce conseguire la laurea. Booth e Pawle non si perdono d’animo e rammentano che il fidanzato di Annie, il pittore Tim Goulding, ha studiato pianoforte, girovagato per la Scandinavia e conosce il jazz e i poeti Beat. Si ambienta subito e, con fiati e harmonium, imprime il tocco finale ad atmosfere favolistiche e a inafferrabili acusticherie cui contribuiscono anche l’ugola e le percussioni dell’ultima arrivata, Caroline Greville. A gennaio dell’anno seguente si stipano nella Renault 4 di Goulding, destinazione Londra. Lì approntano i cinquanta minuti di Kip Of The Serenes sotto l’occhio esperto di Boyd, che registra in diretta rinunciando alla batteria.

Pagina autorevole del folk anglo-celtico, l’album marchiato Island sparge nell’aria di metà ’69 la delicata innodia di Strangely Strange But Oddly Normal e Frosty Mornings, infiltra il jazz e la bossanova nel medioevo per Dark-haired Lady e ondeggia tra classicismo ed ebrezza in Dr. Dim And Dr. Strange. Altrove si misura con le accordature aperte (Strings In The Earth And Air) e un senso d’estasi acida (On The West Cork Hack), porgendo ballate al contempo eteree e bizzarre come A Tale Of Two Orphanages e Donnybrook Fair. In quell’annata memorabile sono tuttavia pochi a goderne, e inefficaci si rivelano la presenza di Strangely Strange… in una compilation economica e un frugale tour promozionale britannico.

Strangely Kip

Mentre la Greville getta la spugna, Boyd dirotta la formazione alla Vertigo. Con l’amico Gary Moore alla chitarra e Dave Mattacks dei Fairport Convention a tamburi e piatti, nel 1970 Heavy Petting “normalizza” un poco lo stile sterzando verso il (blues) rock e attenuando la svagatezza. Buono l’esito in genere, addirittura ottimo nell’accorata dilatazione Sign Of My Mind, nel piano honky-tonk che punteggia la fairpoartiana Ballad Of The Wasps, negli esuberanti cambi di marcia di Summer Breeze e Mary Malone Of Moscow, nel folk-blues progressivo Give My Love An Apple. La nuova veste richiede un batterista fisso e con Neil Hopwood i Dottori battono il circuito dei college e incidono un trentatré giri rimasto inedito fino al 2007, allorché la Hux stampa Halcyon Days.

Siamo agli sgoccioli: Boyd torna negli Stati Uniti; Goulding entra in un monastero buddista, poi sposa Anne e si dedica alla pittura. Gli altri ingaggiano Gay e Terry Woods dagli Steeleye Span ma non funziona. Ufficializzato lo scioglimento nella primavera del ’71, i ragazzi non scadranno nel patetico, ritrovandosi dal vivo all’incirca ogni decennio e addirittura pubblicando a fine Novanta il discreto Alternative Medicine. La rituale adunata del luglio 2009 li coglieva al “Witchseason Weekender” organizzato dal mentore Boyd intenti a suonare gratis nel foyer del londinese Barbican Center. Ditemi voi come si può non voler bene a questi mai domi fricchettoni…

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