Goodbye and hello: dieci anni senza Vic

Credi che la vita sia comunque degna di essere vissuta? Lo spero… beh… è una domanda veramente dura, hai fatto bene a lasciarla per ultima… come saprai soffro di depressione da sempre. Però c’è così tanta bellezza da scoprire e la vita è quello che possediamo. Proprio dietro l’angolo possono esserci meraviglie a portata di mano. Adoro tutto ciò e cerco di metterlo nelle canzoni. E’ la forza che mi sorregge e che credo si rifletta nei miei dischi. Sì… è tutto lì, nelle rivelazioni.

Ultimamente mi capita spesso di pensare che per davvero, citando Jennifer Egan, il tempo sia un bastardo. Però sa anche dirsi galantuomo, se parliamo di Arte. Lui scorre imperturbabile, ma qualcosa di noi resta mentre ci arrangiamo a vivere. Il che significa anche scegliere una strada e, pur sapendo che non sarai l’unico a percorrerla, fregartene. E incamminarti. Sono trascorsi dieci anni da che intervistai Vic Chesnutt per “Extra”, poco prima che decise di farla finita, e il succo di quei discorsi lo leggete nello scambio di battute sopra riportato.

Nella mia, uh… “carriera” è un momento ineguagliato e ineguagliabile, anche se non ho più riascoltato la cassetta con la nostra chiacchierata. Il nastro è rimasto in un’altra casa e in un’altra vita, che mancano come può mancare ogni cosa che lascia il segno. I dischi, tuttavia, ho iniziato a riascoltarli solo dallo scorso luglio. Qualcosa è scattato e ho capito che nel frattempo si erano portati via un pezzo di me; adesso, un decennio tondo dopo, quel pezzo lo stanno restituendo. In punta di piedi, gli album tornano a popolare i miei giorni e insieme alterniamo lacrime e sorrisi.

king vic

E siccome i cerchi ogni tanto si chiudono, è di stretta attualità la pubblicazione per Jimenez di “Non fare stronzate, non morire”, memoir lucido e commovente scritto da Kristin Hersh. Leggetelo: vi farà male ma bene. Come le Canzoni di quest’uomo, che figura tra i più grandi songwriter di sempre perché ha cantato la vita. Ha colto le rivelazioni nascoste nel quotidiano, in lui, in noi. Ha preso gomitoli di emozioni e li ha srotolati in brani che sono una coltellata al cuore e ci ricordano di essere vivi. Di curare la memoria, perché altrimenti fingiamo di vivere. Non sia mai.

Di quel pomeriggio ricordo particolarmente questo: terminata la conversazione telefonica, Vic era fisicamente nella stanza. Per la forza di ciò che aveva detto e di una musica larger than life. Così che, riflettendo su quella giornata di novembre e sugli accadimenti successivi, mi sale una commozione incontrollabile, però anche una voglia di Bellezza eterna che apre gli occhi e spinge ad abbracciare il mondo. Sul gesto con il quale l’artista georgiano pose fine ai suoi giorni non esprimo giudizi. Nessuno dovrebbe. Il suicidio è una questione privata. E benché ci sforziamo di ignorarlo, il blues pesa in spalla dalla nascita e alcuni non lo reggono. Siamo umani e dobbiamo mostrare umanità. Così sia.

vic singing

Preferisco pensare agli amabili resti. A Canzoni meravigliose, sincere da schiantarti il cuore e figlie della franchezza e dell’umiltà dei veri Grandi. A un concerto milanese del marzo 2009, chiuso investendo Everybody Hurts di un’aura liberatoria tuttora conficcata in chi c’era. A quella voce, sottile e insieme robusta come un filo che ondeggia al ritmo del vento. A una poetica intima che si trasforma in sentire universale, per descrivere la quale sono stati tirati in ballo con piena ragione Frank Kafka ed Emily Dickinson. Insomma: Vic Chesnutt non era nato per categorie ferree. Apparteneva a un’epoca antica e a essa si sarebbe ricongiunto. Era un cantore accompagnato da un’ombra.

Non mi riferisco al flirt con la morte che lui stesso cantò: intendo l’enigma che conquistava consegnando un rebus da risolvere. Sembrava di non averlo perfettamente a fuoco, lui che come pochi si è lanciato oltre il muro tra performer e pubblico e svaniva dentro la musica, austera al punto da non poter levare una nota, un sospiro, un accordo. Tutto stava – starà per sempre – nella sua chitarra logora e nelle sue corde vocali: pathos e conforto, rabbia e tristezza, sogni e ricordi. Ultimamente penso alla luce che non si spegnerà mai, anche se ci ha negato la gioia di un happy end. Mi ripeto che di un uomo si conservano i gesti e le parole che ha regalato agli altri, non quelli che ha tenuto solo per sé. Grazie infinite, Vic.

Le maschere di un poeta: Bonnie “Prince” Billy

La vetta più alta che l’artista può raggiungere è lo status di classico. Del modello un po’ monello che, sancito un prima e un dopo, conserva lo spirito della propria epoca allorché lo trascende. Nell’Olimpo c’è anche chi ha fatto di inafferrabilità virtù e spesso sono costoro gli Dei e le Dee che affascinano in maggior misura. Questo il segreto dell’inesistenza di un “vero” Bob Dylan, di un Neil Young che alterna la quiete ai mari di elettricità, delle metamorfosi con le quali Tom Waits, Bjork e PJ Harvey ricavano Arte dallo scorrere del tempo. Sono maschere di vita che riflettono chi le indossa e raccontano storie. Così, anche con Will Oldham ogni pretesa di considerare definitiva un’identità si riduce a presunzione.

Venendo al qui e ora, da dieci anni avevo la netta impressione che il Principino fosse dedito al cazzeggio d’autore. Prima che gridiate alla lesa maestà, lasciatemi spiegare: dallo zenit I See A Darkness, Will ha girato attorno alla sua cifra stilistica con genialità, estro e classe; intatte le emozioni e l’arguzia, seguitava a consegnare canzoni di alto livello. Tuttavia, da The Wonder Show Of The World la brillantezza è venuta meno e le uscite seguenti – scintillante eccezione l’album con i Trembling Bells – parevano nascondere un blocco dello scrittore o la precoce senilità. Comunque, proprio quando stavo per consegnarlo a un mestiere che non gli si confà, Mr. Oldham mi ha fregato. Dicevi delle maschere, scusa?

BPB

I Made A Place contiene infatti i primi nuovi autografi dal lontano 2011 (dodici più Mama Mama, traditional di retrogusto tex-mex) e indica la maturità di chi è diventato padre conservando – ritrovando? – le illogiche del poeta fingitore. Di chi utilizza mezzi tradizionali (country a bagno in folk e rock; arrangiamenti asciutti, attenti all’intarsio e con azzeccati risvolti fiatistici) per giocare con l’abbraccio tra musica e parole, trattate come amanti appassionati dal Maestro che indica una direzione conducendo altrove. Forse verso il luogo cui allude il titolo/sciarada dove un “have” appare e scompare dalla confezione: difficile stabilirlo, perché – giova ribadirlo – a contare è l’enigma in sé. Lo stesso vale per l’esistenza: complicata, misteriosa, disseminata di spazi grigi generosi di epifanie. E, va da sé, per un disco idealmente riassunto da Look Backward On Your Future, Look Forward To Your Past e la sua idea di passato e futuro che si scambiano i ruoli soppesando i massimi sistemi.

made a place

L’acusticheria scherzosa memore di Woody Guthrie è uno dei tanti gioielli in una scaletta solidissima e svelta a imprimersi in testa, dal Gram Parsons a capo dei Waterboys di New Memory Box, The Devil’s Throat e Squid Eye a una title-track insieme trasognata e acidula, passando per l’aura albionica anni ‘70 di Dream Awhile, una This Is Far From Over metà Bryter Layter e metà Astral Weeks e il soul celtico in jazz di Nothing Is Busted. Culmine un trittico finale lungo il quale gli spettri amichevoli di ance e voci che avvolgono The Glow Pt.3 conducono alla scintillante lamina emotiva Thick Air e a una sospesa, tersa Building A Fire. Una delle sequenze migliori mai allestite da Oldham vive di un’intensità che lascia senza parole, laddove il resto porge dolcezza e melanconie che scaldano l’anima nel profondo. Perché così è la vita e così s’ha da cantarla. Bentornato Prince Billy, ma chissà se davvero sei stato via.

Jim Ford: Kentucky soul brother

Fino al 2011, quando mi sentivo in vena di soulmen dal viso pallido bussavo alle porte dei gentiluomini sudisti Bobby Charles, Eddie Hinton e Tony Joe White. Quello stesso anno però Light In The Attic ristampò Harlan County, solo e unico album di Jim Ford che da allora è nel novero degli amici fidati con i quali consolarmi. Cercando informazioni sull’artefice mi imbattevo in un’altra ristampa, per Bear Family e risalente a quattro anni prima, con la scaletta allungata e il titolo modificato in The Sounds Of Our Time mentre Light In The Attic optava per la grafica originale e una rimasterizzazione. L’aspetto spiacevole della faccenda fu invece scoprire che Ford era già deceduto, sessantaseienne, il diciotto novembre 2007.

Tempismo amaro, considerato che dietro l’angolo attendeva un concerto in terra britannica per raccogliere fondi e mandarlo in studio con quel geniaccio – riposi in pace anche lui, che compiva gli anni tre giorni fa – di Jim Dickinson. Vaffanculo, destino. Potevi sforzarti e conservare ancora un po’ tra i mortali chi venne portato in palma di mano da Sly Stone e Bobby Womack e che Nick Lowe (curiosate nei crediti di Jesus Of Cool…) considera influenza principale; chi aveva ascoltato le proprie composizioni sgorgare dalle ugole di Bobbie Gentry, Aretha Franklin e dei Temptations; chi era idolatrato da Ronnie Wood e dal pub rock britannico.

jim ford

Impreco di rabbia al pensiero e ancor più riascoltando Harlan County. Perché questo sincero soul campagnolo al crocevia tra gli Stones e il Van Morrison più negroide avrebbe meritato il plauso del mondo intero. Invece no: solo scampoli di gloria postuma. Così vanno le cose, così non dovrebbero andare. Mai. Qualche spicciolo biografico, ora. Jim nasce nell’estate 1941 nella contea di Johnson, Kentucky. Tra povertà e violenza l’unica fonte di felicità è la musica suonata a tutto volume dalla radio di una vicina poco più grande, una certa… Loretta Lynn. Logico che il ragazzino scappi dall’inferno in terra recandosi nell’ordine dal padre biologico in Michigan, a New Orleans per suonare (e vivere) in strada, a zonzo per l’America in autostop. Trascorso poi un biennio sotto le armi, quando nel ’58 arriva a Los Angeles ha vissuto un bel po’  e nemmeno è maggiorenne (!).

Entrato subito nel “giro” grazie a P.J. Proby, lungo i sixites Ford sfora hit conto terzi e a un certo punto vuole fare da sé. Con la sezione ritmica dei Redbone, Dr. John, Jim Keltner e James Burton (chitarrista del “tardo” Elvis) confeziona la mezz’ora scarsa oggetto dei questo panegirico. Fuori in agosto su Sundown – marchio creato appositamente, distribuito dalla White Whale dopo il tentennamento della Atlantic – Harlan County resta schiacciato in un 1969 stellare. Siccome Jim detesta il palco, la frittata è servita. Dissolvenza. Nel 1971 un tentativo londinese con i Brinsley Schwarz viene accantonato e il nostro uomo sparisce. Parecchio tempo dopo un giornalista svedese lo stana in una roulotte nella quiete di Fort Bragg e apprende che, tra una traversia e l’altra, ha continuato a scrivere per puro diletto.

Harlan County LP

Il resto l’ho raccontato qui sopra nella speranza di accendere la vostra curiosità. Chi tra di voi è al corrente avrà magari rimesso sul piatto o nel lettore un album che ogni volta suona fresco come al primo incontro. Gli altri non esitino a procurarsi una festa (talvolta dolcemente mesta) a base di errebì, country, rock vibranti e turgide ballate. Si innamoreranno seduta stante dell’autobiografica, sarcastica title-track che citando Swing Low Sweet Chariot cammina in anticipo nelle lande di Exile On Main Street, della rilettura inzuppata nel funk di Spoonful, della sensualità guascona di I’m Wanta Make Her Love Me, del romanticismo di Love On My Brain e Changin’ Colors.

Ancora non basta? Benissimo: ecco To Make My Life Beautiful, la firma di Alex Harvey in calce a un melò degno di Hardin e Rose, un’esuberante Dr. Handy’s Dandy Candy, il boogie Long Road Ahead strappato ai coniugi Bramlett per inventare i Black Crowes. E se Under Construction plana dai solchi di Beggar’s Banquet, Workin’ My Way To L.A. vede i Little Feat prendere in ostaggio proprio Mick Jagger. Tutte canzoni belle, sincere e preziose. Canzoni che il fato non potrà cancellarvi dalla testa e dal cuore. Amen.

Gavin F.: noi, i ragazzi del Lypton Village

Certi dischi sono meteore e satelliti. Entrano nella tua vita d’impulso, non dopo una lunga ricerca o un articolato corteggiamento. In epoca pre-Internet funzionava anche così: leggevo la recensione – no: il “racconto” – di un album e in testa cresceva un’idea meravigliosa. Quando me lo procuravo, quel vinile poteva anche superare l’immaginazione e non avete idea della gioia di avere “firme” delle quali fidarsi ciecamente. Satelliti fedeli, quei dischi ancora mi ruotano intorno, mi riflettono, mi passano attraverso mentre sento che la loro impronta muta con l’età. Come quando sei adulto e rileggi una favola, capendo cose che prima non potevi perché intanto hai dovuto sacrificare l’innocenza. Le favole sono faccende che, stridenti e armoniose nello spazio di poche pagine, scavano nel subconscio alternando un tenero teatro della crudeltà a una crudele rappresentazione di tenerezze. Tutte iniziano con c’era una volta.

pru-nes

C’era una volta a Dublino il Lypton Village. Una comune di adolescenti oppressi dalla monotonia e dal ristagno, nuovi “Dubliners” che – in fuga da povertà, guerre di religione e cattolicesimo oltranzista – estremizzano l’eccentricità e la con-fusione del glam. Fiammata breve ma intensissima, quella, nel 1977 scaldava ancora e specie se l’originaria deflagrazione ti colse ragazzino. Tale il caso di Fionan Harvey, che a una festa conosce Paul Hewson e instaura un’amicizia che sfocia nella creazione del suddetto villaggio. In sprezzo alle convenzioni, i suoi… abitanti devono ribattezzarsi e i due diventano rispettivamente Gavin Friday e Bono Vox. Lo stesso i fratelli Richard e David Evans, alias l’oggi arcinoto The Edge e un Dik che con Gavin fonda i Virgin Prunes.

Nello slang locale il termine definisce i reietti, che però qui sono vergini: una cricca di puri a loro modo che presto accoglie “Guggi” e “Strongman” Rowen, “Dave-id Busaras” Watson, Anthony “Pod” Murphy, Danny “Bintii” Figgis e “Mary” D’Nellon. Mescolando Artaud, Yoko Ono, Azionismo Viennese, (tran)sesso e travestimenti, in scena scandalizzano con sangue, danze e rituali neopagani. Gavin, Guggi e Dave-id recitano sulla sei corde minimale di Dik e attorno al martellare del basso di Strongman e delle percussioni cui si alterneranno gli altri. Lo shock, totale e catartico, punta a demolire l’ipocrisia della società. Il collettivo debutta discograficamente nell’81 con l’EP autoprodotto Twenty Tens e, passato a Rough Trade, insiste con un intrigante disordine nel 45 giri Moments ‘N’ Mine e il progetto multimediale A New Form Of Beauty.

prunes

Bisogna attendere il novembre 1982 per toccare con mano la nuova forma di bellezza. Grazie anche all’attenta supervisione di Colin Newman …If I Die, I Die è un capolavoro che focalizza l’aspetto musicale dell’ensemble cavandone brani complessi ma strutturalmente compiuti, cupi e spigolosi come l’etno-wave Ulakanakulot e l’evocativa Decline And Fall, come la disturbata cantilena Sweethome Under White Clouds e la lunga contorsione Bau-Dachöng. Altri pregi sono il gusto per l’intarsio strumentale e la sapiente impaginazione, così che l’ironica epica rock di Ballad Of The Man e una Baby Turns Blue da Japan malevoli permettono di “respirare” prima della tambureggiante Walls Of Jericho, del manicomiale galoppo di Caucasian Walk e di una Theme For Thought che aggiorna i Comus.

In tanto ben di Dioniso, neppure un attimo di istrionismo o di pantomima. Lo stato di grazia è suggellato dal singolo Pagan Lovesong: prodotta da Nick Launay, l’anno prima al mixer per The Flowers Of Romance, questa fenomenale Scary Monsters sull’orlo dell’isteria diviene un inno del goth che sta iniziando a farsi moda. Intanto la band torna stremata da un tour nel quale ha mantenuto l’approccio da “performance art” e urge una pausa. Tra svariate difficoltà, The Moon Looked Down And Laughed risulta nell’86 slegato e opaco. Logica conseguenza il progressivo sfaldarsi del gruppo che privo di Guggi, Dik e Gavin traccheggia ancora un po’ come Prunes. Tutto è durato un decennio tondo. Il cerchio si chiude su inimitabili, magnifiche canzoni pagane di non amore.

ifidie[1]

Il secondo c’era una volta fu un gioco di specchi per me, che ascoltai il Friday solista prima dei Virgin Prunes. Sulle pagine di “Velvet”, un entusiasta Davide Sapienza (le firme di cui fidarsi) mi spinse verso il nome conosciuto per via del nesso con gli U2. Comprai Each Man Kills The Thing He Loves a scatola chiusa. Lo amai immediatamente e in trent’anni non ho smesso. Il cantautorato sui generis che legava Jacques Brel ai T.Rex fu un’evoluzione naturale per Friday, che sciolti i Virgin Prunes si era dedicato alla pittura fino all’incontro con il polistrumentista Maurice “The Man” Seezer. Andava a finire che i due scrivevano un pugno di pezzi per piano e voce, volavano a New York e piazzavano il demo sulla scrivania di Chris Blackwell della Island.

Assoldati seduta stante, in tre giorni provavano la scaletta a casa di Hal Willner, produttore scelto da Chris in quanto responsabile di Lost In The Stars, bellissimo tributo ai Brecht e Weill influenze dichiarate di Gavin. Nell’estate 1988 registravano vicino al Chelsea Hotel con un parterre di re: al basso Fernando Saunders, braccio destro di Lou Reed; Hank Roberts, violoncellista avant-jazz; il genio chitarristico di Bill Frisell e Marc Ribot; Michael Blair, batteria del Tom Waits più storto. L’esito è un’ora scarsa di splendore senza tempo.

each man

In comune col passato ci sono il titolo e le parole di una title-track da Scott Walker affacciato sul Bosforo, prelevate da Oscar Wilde come in parte fu per Theme For Thought. Ci starebbe anche il crescendo di The Next Thing To Murder, ma con un profondo distinguo e cioè che il sacerdote è ora un crooner post-decadentista. Non a caso, una superba cover della dylaniana Death Is Not The End anticipa di un lustro abbondante Nick Cave commuovendo fino alle lacrime; non a caso la circense ubriachezza di Next è sottratta al Maestro Brel; non a caso, lo scatto glitterato Man Of Misfortune richiama Howard Kaylan e Mark Volman dai solchi di Electric Warrior.

Il resto illumina d’immenso tra omaggi (la Rags To Riches che conduce Blue Valentine su questo lato dell’Atlantico) e visioni di futuro (i Black Heart Procession già contenuti in Apologia e Another Blow On The Bruise), sublimi acquerelli di tersa malinconia (Tell Tale Heart, He Got What He Wanted) e riflessioni screziate di tensione (Love Is Just A Word, Dazzle And Delight, You Take Away The Sun). Un ultimo legame con i Virgin Prunes in realtà lo trovo ed è la magia pressoché impossibile da spiegare. Anche con Each Man Kills The Thing He Loves bisogna insomma calarsi nei suoni, nelle parole, nell’atmosfera. Non importa se a scuotere saranno fremiti adolescenziali o rimpianti di mezza età: conta che l’anima si sciolga e poi si ricomponga. Grazie, Gavin Friday. Qualche volta, l’uomo può anche non uccidere ciò che ama.

Garland Jeffreys, un genio americano

A una certa età c’è chi, sentendo il tempo scorrere inesorabile, butta fuori dischi a getto continuo e senza discernimento. Non Garland Jeffreys, cavallo di razza (im)pura che da sempre parla solo se ha qualcosa di importante da dire. Prova ne è che, dopo quasi tre lustri di silenzio, nel 2011 l’ottimo The King Of In Between ci ricordava che di lavori deludenti ne conta giusto uno, l’uomo nato il 29 giugno 1943 a Sheepshead Bay (Brooklyn) incarnando il multiculturalismo della madre di tutte le metropoli. Con tutti i pro e i contro dell’essere un melting pot con sangue afroamericano, latino ed europeo, su tutti la difficoltà a farsi accettare in quanto troppo pallido per i “fratelli” e troppo scuro per gli ispanici. Non resta altro che affrontare la vita con Billie Holiday e Louis Armstrong, il doo-wop e l’errebì, Sam Cooke e Bob Dylan. Più tardi, frequentare i corsi di storia dell’arte alla Syracuse University.

Il ragazzo stringe colà amicizia con Lou Reed e Felix Cavaliere: mentre fantastico su cosa chiacchierassero negli intervalli tra le lezioni, annoto il suo accostarsi agli scrittori Beat e un lungo periodo a Firenze per toccare con mano il rinascimento. Terminati gli studi nel ‘66, Jeffreys bazzica il Village proponendo un folk tra impegno e cabaret. Serve però un triennio per qualcosa di più concreto e cioè quei Grinder’s Switch che, con lo pseudonimo Penguin, suonano in Vintage Violence di John Cale. Lì sta Fairweather Friend, prima composizione di pubblico dominio del Nostro e faccenda piuttosto modesta come entro dodici mesi And Grinder’s Switch, LP su Vanguard devoto a The Band. Dissolvenza.

garland

Altri tre annetti e nell’omonimo esordio solista il newyorchese poggia l’ugola duttile su rock urbani venati di folk e incursioni in reggae e black. La critica apprezza e alla Atlantic cercano di smuovere ulteriormente le acque con Wild In The Street/35 Millimeter Dreams, singolo supervisionato da Dr. John recante sul retro una polaroid mista Springsteen/Reed e sul lato A un classico che avrebbe potuto essere una hit. Lo frena invece la mancanza di adeguata promozione che è inoltre causa attriti con l’etichetta. Il lungo apprendistato termina nel 1977, quando la A&M pubblica Ghost Writer, splendido racconto sonoro di come sia difficile – impossibile, forse – essere un santo in città; di come la diversità possa rivelarsi un dono che paghi salato; di come una lucida analisi sociopolitica rappresenti la risposta a tutto ciò.

Ripescato il 45 giri, lo si accompagna con superbi episodi in levare (la title-track, Why-O, I May Not Be Your Kind), rock-soul essenziali e lirici (Rough & Ready, New York Skyline, Lift Me Up) e un’eloquente Spanish Town che piacerebbe sentire dai Calexico. Nel ’78 One Eyed Jack paga qualcosa in termini di scrittura, ma certo non nel duetto con Phoebe Snow di Reelin’, in una Scream In The Night cupamente sensuale e nella doppietta reggae di Desperation Drive e Been There And Back. In coda al decennio, American Boy And Girl risistema in alto l’asticella: Livin’ For Me anticipa The River, If Mao Could See Me Now vive di romantico autobiografismo, City Kids spedisce Van Morrison a zonzo per New York. Al pulsante funk-rock Night Of The Living Dead rispondono il soul di Giamaica Bring Back The Love e l’orecchiabilità arguta di Matador.

Escape Artist

Passato alla Epic, nell’81 l’uomo riassume il proprio talento in Escape Artist, poco meno di un’ora – al 33 giri è accluso un EP registrato a Londa con Dennis Bovell – allestita insieme a membri dei Rumour e della E-Street Band e ospiti del calibro di Big Youth, Linton Kwesi Johnson e l’amico Lou. La produzione di Bob Clearmountain impreziosisce una scaletta che incontra una certa fortuna commerciale spaziando da una spigliata cover di 96 Tears a brani che mescolano i DNA di Elvis Costello, Graham Parker e Joe Jackson (Modern Lovers, Christine), da roots screziate new wave (Innocent) a scintillanti apocrifi degli Specials (Graveyard Rock), da un’epica mai banale (R.O.C.K., Mystery Kids) al reggae macerato nel dub (Miami Beach, We The People). Dopo il live Rock ‘n’ Roll Adult parrebbe ora di incassare, tuttavia nel 1983 il fiacco Guts For Love allontana i vecchi fan senza acquisirne di nuovi.

Garland è deluso, sparisce e riordina le idee. All’alba dei Novanta torna affrontando il razzismo tra gospel, hip-hop, dub e rock nell’intenso Don’t Call Me Buckwheat; cinque anni e Wildlife Dictionary ragiona d’amore sintonizzandosi sul trip-hop, però esce solo sul Vecchio Continente. Ci si consola allora con la vita famigliare, sporadici tour europei e la partecipazione al documentario “The Soul Of A Man” di Wim Wenders. Nel 2006 un pugno di inediti spunta dalla raccolta I’m Alive, poi la ricomparsa di cui in apertura, il premio Tenco, le successive conferme Truth Serum e 14 Steps To Harlem e il recente ritiro dai concerti. Molto tempo fa, questo splendido settantaseienne dichiarò che tra bianco e nero non sapeva da che parte stare. Per quanto mi riguarda, Mr. Jeffreys, la metto dalla parte dei Grandi. Senza se e senza ma.

Unwound: foglie d’acciaio

Lunghi e piovosi, gli inverni del Nord Ovest americano e dunque cosa c’è di meglio che mettere su un gruppo? Li immagino così, gli adolescenti Justin Trosper (voce, chitarra), Vern Rumsey (basso) e Brandt Sandeno (batteria): che a Olympia, centro universitario dello stato di Washington dalla fiorente scena musicale, pubblicano fanzine e suonano hardcore punk nei Giant Henry. Che al grunge preferiscono la Dischord, che gli dà più calorie. Che ascoltano Wire, Chrome e Gang Of Four recuperando la new wave in tempi non sospetti. Di essa non c’è traccia nel nastro che si autoproducono, ma sarà il pilastro del progetto seguente, quegli Unwound che sapranno rinfrescarne le forme con il talento e l’attitudine della provincia, dove un po’ per orgoglio e un po’ per distacco critico si rielaborano le mode.

Intanto i tre assemblano Sonic Youth e sentori di fragoroso blues in un’altra cassetta che garantisce il sostegno della locale Kill Rock Stars, e dopo alcuni 45 giri pubblicati tra ’91 e ’92 registrano un LP omonimo inedito fino a metà Novanta. Insieme falsa partenza e fine dell’apprendistato, essendo lo spartiacque un avvicendamento dietro tamburi e piatti: a Sandeno, che comunque tornerà a dare una mano nel momento di lasciare il segno, subentra Sara Lund dei bizzarri Witchypoo portando solidità esecutiva e sensibilità arty.

Polawound

L’esordio Fake Train mostra nel ’93 un moderno power trio che trasporta ipotesi di Nirvana influenzati da Fugazi e Dinosaur Jr. tra i panorami di Sister, impressionando con il riassunto Dragnalus, il furore in liquido divenire di Valentine Card e la chitarristica risacca Feelings Real. A posteriori cogliiamo l’inizio del ricambio generazionale successivo alla metabolizzazione del grunge, quando la leva nata nei primi ’70 introduce nel panorama indie degli USA un’indole progressiva che confluirà non solo in ambito post-rock. Un anno e New Plastic Ideas incrementa robustezza e intesa offrendo l’inquieta Hexenszene e il minaccioso slowcore Usual Dosage, una felice attualizzazione dei Cure di Faith intitolata Abstraktions e gli Slint estatici di Fiction Friction.

Dimostrazioni che la band sta affinando la visione e in tal senso aiuta che nel 1995 supporti dal vivo Sonic Youth (li ricordo a Milano, inspiegabilmente fischiati…), Fugazi, Polvo e Blonde Redhead, che dai Nostri trarranno alcune intuizioni pur senza sciogliersi prima di annoiare; vede inoltre la luce The Future Of What, in cui le canzoni guadagnano i riflettori e la rabbia trascolora in clangori e fluttuazioni. Idee chiare e voglia di mettersi in gioco rendono prezioso anche Repetition, che rispetta la cadenza annuale introducendo un arsenale di tastiere vintage: nella multiforme compattezza dell’insieme spiccano l’aggressione ragionata Message Received, la torbida possanza di Lowest Common Denominator, il dub in candeggina di Sensible.

leaves

Da qui si prepara l’acuto finale. Prima tappa Challenge For A Civilized Society e le sue spontanee tortuosità armonico-ritmiche benedette dal gioiello Side Effect Of Being Tired, ovvero i Mission Of Burma alle prese con una Interstellar Overdrive ispirata agli Hawkwind. Le successive: il 12” The Light At The End Of The Tunnel, che approfondisce l’interesse per il krautrock; la raccolta A Single History: 1991–1997, con la quale ci si guarda per l’ultima volta indietro prima di spiccare il volo. In una casa nei boschi, gli Unwound suonano e incidono per mesi in piena libertà. Nel 2001 il Capolavoro doppio Leaves Turn Inside You chiude un’era, ponendosi da aurea cerniera tra le ultime fiammate post e la (old) new wave del terzo millennio.

Scintillano d’immenso la levitante e stratificata neo-psichedelia di We Invent You e una Terminus dagli archi acuminati e il piglio cinematico, la luccicanza shoegaze One Lick Less e una Below The Salt maestosa ma rarefatta, i sixties devia(n)ti di Demons Sing Love Songs e l’ipnosi Summer Freeze. Come minimo. Al vertice, si chiude: la separazione è annunciata un sardonico primo aprile 2002. Appartenere fieramente a ciò che chiamavamo “underground” aveva insegnato molto in termini di correttezza e integrità a Justin, Sara e Vern. Oltre alla splendida musica, voglio loro bene per essere stati fino in fondo dei veri intellettuali punk. Del resto, i campioni sanno quando è il momento di ritirarsi.

 

Oltre il post-rock: Modern Nature

Nell’arte poche cose sono certe come l’esistenza di un “retaggio”. Di un patrimonio di memorie storicizzate che, stratificatosi nei decenni, costituisce un punto di riferimento e di partenza. Appendice l’evidenza che i frutti più saporiti crescono dove gli elementi si confondono e il Genio mette (dis)ordine, anche da che Internet ha “spianato” il tempo in una tavola orizzontale dalla quale si pesca di tutto. Finendo spesso per proporre testi senza contesto affastellati con perizia e acume ma con il sentore dell’esercizio stilistico. Per maneggiare un crossover ardito, più delle acrobazie occorre insomma il talento. Per esempio quello di Ultramarine e Rustin’ Man, che di recente mi hanno spinto a tornare sul canone avant.

Etichetta comoda però utile a delimitare la “cosa” sviluppatasi in coda alla psichedelia, che venne definita underground e prima di incancrenirsi nel progressive riplasmò il rock tramite suggestioni sino ad allora perimetrali prelevate da contemporanea, jazz, etnica. Il non-genere che ne scaturì proseguiva la vena sixties in contesti mutati, smentendo il falso mito che la prima metà dei ‘70 fosse una palude stagnante. Chiamo al banco dei testimoni il krautrock, Canterbury, certe raffinatezze glam e mutazioni folk, i cani sciolti progressisti Brian Eno e Robert Fripp. Può bastare e persino avanzare.

Modern nature

Nel medesimo club colloco chi, ispirandosi al medesimo spirito di apertura mentale, tuttora estende di qualche millimetro le frontiere incrociando tra loro i più vari linguaggi. Metodo in uso sin dall’alba della musica popolare, ma che ora è propulso da uno stimolo più consapevole che istintivo: differenza sostanziale, siccome per evitare la freddezza bisogna temprare il risultato con le emozioni e con canzoni durature. Solo così il rock resta credibile nell’era post, ci piaccia o meno. Terminata la chilometrica premessa, passo a lodare i Modern Nature, duo britannico “aperto” che con il debutto How To Live ha contribuito alle suesposte riflessioni. Jack Cooper (ex Ultimate Painting) e Will Young dei Beak sanno eccome il fatto loro.

Sulle prime, il disco sembra sbucare da un 1974 plausibilmente parallelo in cui Eno produce i Faust e i Can condividono la sala prove con Hood e Yo La Tengo, giunti lì dopo aver chiesto un passaggio per Glastonbury alla Incredible String Band. Facezie a parte, il seguito dell’EP Nature sfugge a categorie troppo strette e mostra un’abilità non comune nell’armonizzare gli opposti. Attitudine evidenziata da una ragione sociale che accosta bucolico e urbano e da sonorità multiformi e sfuggenti. Di How To Live potreste infatti sbizzarrirvi a trovare decine di riferimenti e redigere la relativa lista. Fatica comunque superflua, ché ci hanno pensato gli stessi Modern Nature nel booklet, lasciandoci però soltanto l’illusione di mettere le tessere a posto mentre le scompigliano da capo.

how to live

Perché qui una suggestione fugace ne insegue un’altra, un riflesso si sovrappone a un bagliore, finché non capisci che l’insieme è personale e inafferrabile. Lo dimostra una scaletta che, legata dalla malinconica voce di Cooper, dipana senza soluzione di continuità un flusso narrativo tra titoli laconici che sono chiavi di accesso al disco e al bagaglio di rimandi dell’ascoltatore. Il mio bagaglio suggerisce che, dopo la delicata intro cameristica Bloom, Footsteps galoppa da Ege Bamyasi a So Far passando per Hoboken; che in Turbulence Michael Rother mescola Mother Nature‘s Son e Julia; che Nature è uno scontro frontale tra degli Hood ruvidi con classe e un’ipotesi di Notwist trattenuti; che nel capolavoro Criminals il Re Cremisi più dolce è avvolto dall’allure decadente dei Roxy Music e da un velo post-indie.

Che ai dEUS sotto sedativi di Seance risponde una Oracle intima e aeriforme e lo stesso vale per la crepuscolare Nightmares memore di Before And After Science e l’ipnosi jazz-folktronica Peradam. Cerchio e album si chiudono all’unisono con Devotee, elegia che scatena una giostrina alla Harmonia su ritmi febbrilmente jazz e infine si spegne, tenue, dentro rumori d’ambiente. Siamo pronti a ripetere il viaggio tra metropoli e campagna, certi che ogni volta sarà diverso. Un altro mondo è sempre possibile. Siate i benvenuti.

"Brave words about sounds & visions"