Tur(r)ista per caso: African Head Charge – World Dub Explosion!

Tra Giamaica, Africa e Albione si dipana una fitta rete di influenze che quel genio di Adrian Maxwell Sherwood ha dispiegato benissimo con il marchio ON-U Sound. Soprattutto tramite African Head Charge, Dub Syndicate e New Age Steppers, formazioni che plasmarono il futuro passando per lo più inosservate a causa del famigerato gusto medio non ancora pronto. Guardandosi indietro, Adrian di rabbia ne avrebbe, ché l’unica cosa mancata alla sua creatura – così unica che la si considera uno stile a sé; così tipica che nei ‘90 i negozi inglesi avevano una sezione a essa dedicata; così “avanti” che le uscite recavano impressa una data di dieci anni posteriore: nessuna presunzione – è giustappunto il successo.

Intendo il successo di allievi straordinari come Massive Attack, inconcepibili senza questo crossover stilistico e vocazionale figlio dell’apertura mentale del post-punk. Lo stesso per Screamadelica e Millions Now Living…, per le dilatazioni degli Him e le cupezze illbient. Per Orb e XX, come no. Autentico monumento sonoro al multiculturalismo, la ON-U Sound precorse il nostro oggi intrecciando passato e presente: con l’unione fra tribalismo e tecnologia, fra atavici rituali e moderne ansie, gli African Head Charge ne incarnano l’anima più profonda. Gli scettici si procurino Environmental Holes & Drastic Tracks, box che l’anno scorso ne raccoglieva i primi quattro lavori aggiungendo un dischetto di rarità e inediti. Avranno di che stupirsi. A lungo.

Bonjo and Adrian

 

Galeotti Brian Eno e David Byrne… La scintilla un intervista con l’ex Roxy in cui si colse la frase “visione di un’Africa psichedelica” a proposito di My Life In The Bush Of Ghosts, Capo d’opera che scoperchiò i cervelli di Mr. Sherwood e Bonjo Iyabinghi Noah, ovvero il rastaman Burnell Ralston Anderson giunto a Londra a fine ’60 con un talento per le percussioni nyabinghi. Costui sgobba per Dandy Livingstone e milita nei Foundations finché un amico lo introduce nell’estrema sinistra del reggae britannico, dove conosce Adrian, intento a fondare un’etichetta lontana dalle convenzioni. Bonjo suona con svariati nomi della scuderia e acquisisce sicurezza, poi con il mixologist vara gli African Head Charge, ensemble “aperto” perfetto per allestire lunghe jam nello studio di costui, il Berry Street, autentico buco sottoterra spiritosamente omaggiato nell’LP d’esordio e utilizzato come strumento a tutti gli effetti.

Fortuna vuole che quella tana possegga una peculiare risonanza, una sorta di cupezza trafitta da tiepidi raggi di sole che impediscono alle atmosfere di diventare eccessivamente tetre. Questo uno dei segreti, gli altri essendo immaginazione, estro e lo sperimentalismo naturale scaturito da anime affini. Ricetta esibita nell’81 aprendo My Life In A Hole In The Ground su Elastic Dance: battito minimale danzabile e scacciapensieri che ronza sopra un’onda anomala di synth la rendono attualissima come la Far Away Chant cantata da Prince Far I, un’ipnotica Family Doctoring e la cantilena Stebeni’s Theme. Riferimenti trasfigurati: Albert Ayler in Stone Charge, il Bosforo per Primal One Drop, l’eco robusta di Soon Over Babaluma dentro Hole In The Roof.

AHC box

 

Dodici mesi ed Environmental Studies approfondisce la fusione tra dub e impro. Il parterre di musicisti – tra gli altri: l’esperto batterista Style Scott, Steve Beresford, l’ex Pop Group Bruce Smith – spiega l’attitudine generale e la persuasività del mutant-rocksteady Beriberi, della cinematica Crocodile Hand Luggage, del maestoso orientaleggiare di Dinosaur’s Lament, del jazz libero High Protein Snack. Terzo LP in altrettanti calendari, Drastic Season è inciso ai Southern Studios avvalendosi del digitale: il suono si spezzetta viepiù in un taglia e cuci burroughsiano, acuisce gli spigoli – splendida eccezione l’estasi davisiana Fruit Market – avventurandosi in territori ostici o alien(at)i. Alle azzeccate ipotesi di Pere Ubu afro-caraibici replicano lo scintillante apocrifo Can di Timbuktu Express e la disturbata Depth Charge.

Conscio di non potersi spingere oltre senza incappare nell’autismo, il gruppo volta pagina approdando sul palco e a vibranti suggestioni etniche. A un lustro dall’esordio Off The Beaten Track disegna paesaggi di dub tribale multi-mondista che faranno scuola. Il ritmo accoglie linearità e l’ipnosi emerge dall’intersecarsi tra percussioni, loop e campionamenti. Nell’aria profumata d’India dalla title-track e abitata da eccelse sarabande stonate, vibrano una Language & Mentality che assolda Albert Einstein nel ruolo di MC, il didgeridoo di Down Under Again, la filmica Some Bizarre e il violino tzigano che percorre Over The Sky.

AHC Praise

 

Nessun seguito fino al 1990, l’attesa ripagata dal sublime Canto Libero Songs Of Praise. Insieme terrigno e mistico, integra registrazioni sul campo a un pulsare ritmico-melodico che sottrae l’etnomusicologia a musei e accademie. In Cattle Herders Chant una chitarra highlife si annoda alla chiamata e risposta vocale, Orderliness, Godliness… e My God sono reggae di giungla e chiesa, Hymn immagina Paul Simon nelle pieghe di Sandinista!. Ancora: Free Chant caracolla su spiagge brasiliane, Hold Some More trattiene la sabbia del Ténéré, Gospel Train e Chant For The Spirits preconizzano il blues contaminato di quei Little Axe che proprio da una costola degli Africani nasceranno.    

Al capolavoro risponde nel ‘93 In Pursuit Of Shashamane Land, completando con somma eleganza l’arrotondamento delle forme. Dopo di che Bonjo mette su famiglia in Ghana e pubblica senza Sherwood per i problemi economici attraversati dalla On-U Sound. Tuttavia la magia latita e il duo si ritrova nel 2005: African Head Charge sono in tour con gli Asian Dub Foundation, Adrian troneggia alla consolle e si confeziona Visions Of A Psychedelic Africa, fuori cinque anni dopo tallonato nel 2011 da Voodoo Of The Godsent. Intatte classe e bellezza, entrambi si esprimono con linguaggi che provengono dal passato e restano tuttora futuristici. Incredibili a dirsi, meravigliosi ad ascoltarsi.

Retronow: Angeli Neri in oceani di suono

Gli antichi romani ritenevano che nel nome si celasse la premonizione del destino di ognuno. Per convincermi della validità di questa credenza in ambito rock mi basta pensare ai Black Angels, sogno divenuto realtà dove le cose sono tuttavia più complesse di quel che appare. Per fare un grande gruppo, infatti, non bastano la ragione sociale ammiccante, i loghi e le grafiche altrettanto, un aspetto dimessamente cool. Grande devi esserlo: non c’è provare.

Chiudo il momento “Maestro Yoda” ricordando che la formazione di Austin ha dimostrato di saperla lunga nel peregrinare in quattro decenni di suoni. Che i suoi… ehm… viaggi avvengano in lande conosciute, nel 2017 conta zero per motivi che tanti hanno spiegato meglio del sottoscritto. Il quale considera gli Angeli Neri attuali nella misura in cui poggiano sul distacco temporale e il profondo senso della storia un talento che incrocia Elevators e Velvet, new wave e garage, minimalismo psichedelico e sixties pop.

The Black Angels

La musica pura occupa il centro pulsante dell’universo abitato da questi discendenti dei Brian Jonestown Massacre. In quel vortice, “guardare indietro” significa “guardarsi attorno” per scegliere Maestri di classe, genio, equilibrio e aggiungere qualcosa al canone. Pertanto, a differenza degli ultimi Tame Impala, i texani sono al sicuro dal kitsch e lo sottolinea la disinvoltura con la quale hanno condotto l’autodefinito – in maniera suppongo sarcastica, ma assai acuta – modern vintage sound lungo policrome variazioni sul tema senza sottomissioni ai modelli o svilimenti.

Attraverso la potenza sincretica di Passover e il manifesto/capolavoro Directions To See A Ghost, un Phosphene Dream spedito nelle chart e il pop corros(iv)o di Indigo Meadow, il percorso era sinora immacolato. Lo rimane. Death Song – titolo che chiude il cerchio citazionista, produzione e mixaggio affidati all’esperto Phil Ek – conferma un ensemble che conosce il segreto per far durare tanto un bel gioco. Che del suo linguaggio indagano le pieghe, le varianti, le possibilità. Che esplora ancora all’interno di un perimetro ampio ma definito. Pare roba da nulla e invece rappresenta la spina dorsale di un disco eccellente che prosegue con coerenza un’evoluzione di passi piccoli ma saldi.

black angels cover

Non stupisce per il mero gusto di farlo, Death Song. Preferisce cimentarsi con testi a volte legati all’attualità politica, sfoggiando una mano esecutiva ruvida e una penna scintillante volte a rafforzare la bruma acidula da cui l’orecchiabilità emerge poco alla volta: così Half Believing vanta stimmate Echo & The Bunnymen, I’d Kill For Her sparge zolfo e caligine sugli Yardbirds – e sui Pixies, certo che sì… – di Evil Hearted You, Grab As Much (As You Can) maneggia la pigrizia visionaria e sexy degli Shiva Burlesque.

Il resto ce lo mettono atmosfere cupe e/o fumiganti (Death March, Comanche Moon, Currency), esperimenti riusciti (Hunt Me Down e I Dreamt sono Roky Erickson ostaggio di Can e primi Pink Floyd; la fenomenale Medicine spolvera con chitarre western e garage lisergico un incedere disco funk), ballate ombrosamente struggenti (la sublime e chiesastica Estimate; Life Song: Syd Barrett che entra nei ’70 indenne scortato dai Grandaddy). Nella testa piacevolmente stordita mi balena un’idea: se fossimo al cospetto dei Mudhoney della neo-neo-psichedelia? Da devoto seguace di Mark Arm e compagni mi balocco con l’idea, tuffandomi per l’ennesima volta dentro al maelstrom. Ci vediamo dall’altra parte!

Retronow: Moonlandingz – mad dogs and Englishmen

Sono Pazzi Questi Post-Poppettari. Solo parafrasando Obelix trovo il modo di iniziare a raccontare Interplanetary Class Classics, l’esordio su LP dei Moonlandingz. Esordio faccio per dire, siccome trattasi di un progetto partorito dalle menti malate di Lias Saoudi a/k/a Johnny Rocket e Saul Adamczewski (Fat White Family) più quegli Adrian Flanagan e Dean Honer (poco) noti al mondo come Eccentronic Research Council. Tipi tosti dotati di estro e creatività superiori alla media d’oltremanica, hanno pensato di trasformare in realtà una band immaginaria presentata in un album concept dagli stessi Eccentronic eccetera. L’unione fa la forza? Assolutamente sì, considerato che per a originalità e focalizzazione viaggiano un’abbondante tacca sopra le formazioni di provenienza.

moon ladz

Tanto vale dirlo subito: Interplanetary Class Classics è una sarabanda di sintetizzatori, chitarre e ritmi motorik dove non si cazzeggia dietro velleità artistoidi. Ci sono canzoni e un suono intrigante il giusto. Pochi ascolti e dall’ingannatrice patina kitsch emergono gli attributi, l’attitudine post-modernista, le disinvolte sintesi stilistiche. E ancora:  registrazioni supervisionate da/con Sean Lennon, ospiti Phil Oakey (!), Yoko Ono (!!) e Randy Jones alias il cowboy dei Village People (!!!). Nondimeno, senza la sostanza tutto rimarrebbe una curiosità per stuzzicare i barbuti malvestiti che lamentano come l’indie-rock non sia più quello di una volta. Certo, di quando loro frequentavano la prima elementare…

Non voglio però sottrarre ulteriore spazio a un lavoro ottimo che, traendo vigore e senso dall’armonizzazione di estremi, cammina sicuro sul filo tra realtà e finzione, tra politica ed escapismo, tra sguazzate nel camp e calci in faccia. Insomma, ciò che avrei voluto sentire dai Primal Scream dopo More Light o dai Kills in un’intera carriera. Badando al sodo, questo bollente infuso glam-techno-pop – danzabile, spesso: alla batteria chiude il cerchio Ross Orton, già negli Add N To (X) – possiede un’anima che appartiene ad apocalittici che mai si integreranno, come fosse un BBC Radiophonic Workshop festaiolo fondato nel ’77 a Sheffield da Fall e Sparks.

Moonlandingz

Sulla scrittura la ghenga ha lavorato bene, saldandola all’innata vena di sana follia per assestare gustose spallate alla piattezza. Black Hanz minaccia rutilante e cingolata con arguta trasversalità pop tra Clinic e Black Angels; The Strangle Of Anna è definita dai diretti interessati la “formula vincente Velvet/Mary Chain/ABBA” nella quale tuttavia scambio una figurina con Suicide e Raveonettes; The Rabies Are Back vede Matt Johnson e Mark E. Smith rifare Shoulder Pads in overdose di vitamine. Se Lufthanza Man è un pacco bomba da (La) Düsseldorf che invece di esplodere si scioglie in una coda di archi, lo zozzissimo (occhio al testo…) elettro-blues bolaniano Glory Hole vede di Soft Cell spargere sordidezze con Cowboy Randy in un infimo locale notturno.

Là, dove i battenti sono aperti dai lustrini e dai fumi di benzina di Vessels e la nottata offre le pochade I.D.S., Sweet Saturn Mine e Neuf De Pape. Il mattino incipiente, ci si saluta sul riassunto The Cities Undone, la Ono e Oakey a intonare mantra noise-funk su una cavalcata memore di Tomorrow Never Knows. Stordito e ammirato, cedo infine la parola ad Adrian: “L’album è una celebrazione di chi è ai margini. Vogliamo raggiungere persone che cercano una voce nell’oscurità e una discoteca malmessa che gli riaccenda il fuoco nell’anima”. Missione compiuta, ragazzi.

Retronow: Robyn Hitchcock – l’uomo che inventò se stesso

Come tutti i cappellai matti d’Albione, Robyn Hitchcock occupa una dimensione parallela nella quale Doctor Who si getterebbe a capofitto per vedere l’effetto che fa. Da quando chiuse una prima volta l’esperienza Soft Boys, questo personaggio artisticamente obliquo quanto umanamente affabile ha intrapreso un percorso da “leader di sé”, sorta di medium tra noi e certe realtà che stanno oltre il quotidiano ma vogliono comunque comunicare con i comuni mortali. Robyn ti accoglie nella sua testa per condurti lungo le crepe di un continuum spazio-temporale con brani che sono favole sospese tra Lewis Carroll e Sigmund Freud. Che, soprattutto, rappresentano pagine sublimi dell’elogio della follia iniziato suo malgrado da Syd Barrett. Due le porte di accesso a questo meraviglioso mondo: un traslucido folk e la sua elettrificazione, entrambi dipanati su un sentiero che ha l’aspetto del triangolo di Penrose.

Da lì, con l’eccentricità naturale che appartiene ai grandi, Hitchcock (non) spiega ciò che accade là dove pochissimi osano guardare. Per questo da tre decenni non manco mai l’appuntamento e pazienza se un paio di volte siamo rimasti al minimo sindacale di genio, arguzia, verve. L’ultimo lascito si spingeva comunque oltre: The Man Upstairs, prodotto tre anni or sono dal mitico Joe Boyd, si raccontava bello di spartano e autunnale riallacciarsi all’immenso I Often Dream Of Trains. E allo scoccare delle sessantaquattro primavere portate benissimo, ecco l’LP omonimo, ché qui viviamo con logiche a se stanti. Meno male: sai la noia, altrimenti.

RH

Secondo il diretto interessato, il lavoro è incentrato su “miti inglesi osservati dall’estero”: lo attestano la registrazione a Nashville, la supervisione puntuale di Brendan Benson, il trio affiatato di strumentisti, gli ospiti defilati che per lo più sono amici come Gillian Welch e Grant Lee Phillips. Questo per quanto attiene alla cronaca, il distacco della quale mal si adatta a una mente in cui abbondano rebus, labirinti, scale di Escher. Sono semplici dati oggettivi in un contesto dove devi farti trasportare dalla sostanza, da canzoni che ti osservano curiose però riservate come gatti domestici affabili ma pur sempre legati alle loro regole. A questo giro di giostra primaverile, dunque, l’aria è fresca e profumata della raggiante popedelia modernista codificata in Black Snake Diamond Role, Fegmania! ed Element Of Light, apici del “lato elettrico” che, assieme alla spoglia acusticheria di cui sopra, segna un ritorno a livelli di forma smagliante.

hitch lp

Per convincersi basta un ascolto dell’iniziale ibrido tra Roxy Music e Mott The Hoople I Want To Tell You About What I Want, delle scintille jangle-rock sull’asse Byrds/Beatles/Big Star Virginia Woolf e Detective Mindhorn, di una favolosa Time Coast che diresti sottratta a Revolver. Se Mad Shelley’s Letterbox è power-pop da manuale e Sayonara Judge si porge notturna e flessuosa, il genius loci nashvilliano è trattenuto in una divertita e divertente I Pray When I’m Drunk e dalla pedal steel della rilassata 1970 In Aspic.

I capolavori assoluti Rob li sistema in sequenza per non farsi manca nulla: Raymond Of The Wires è psichedelia vetrosa in volute pastello di fascino istantaneo e duraturo; Autumn Sunglasses, come sopra ma fasciata con toni orientaleggianti e sentire ipnotico. Per quanto mi riguarda, era da Queen Elvis che l’acid-rock del londinese non suonava così vivido e fantasioso. Tutto da stupirsi, o forse nulla. Del resto, siamo al cospetto di Robyn Hitchcock, l’uomo che inventò se stesso.

Classics Revisited: gli anni transatlantici di Ralph McTell

Per quanto possano aver detto e fatto, l’appassionato medio legherà sempre certi artisti a un unico brano. Casi esemplari: Don McLean è il tizio di American Pie e Ralph McTell quello che ha scritto Streets Of London. Punto. Poco importa se quest’ultima parli dei senzatetto, sia stata composta a Parigi e abbia scalato le classifiche in una versione meno fascinosa dell’originale. A chi interessa, c’è della sostanza: McTell è nome d’arte omaggiante il Willie che – Bob Dylan docet – canta il blues come nessun altro; invece di un buon disco in un mare di mediocrità, Ralph vanta una carriera costellata da LP di vaglia, specie i primi per la mitica casa del folk revival britannico Transatlantic.

Da qualche parte tra un Donovan più terrigno, un Nick Drake senza male di vivere e un Cat Stevens non così ecumenico, è un “minore” con in bacheca un capolavoro di genere e parecchie canzoni di nobile afflato, acquarelli che scaldano il cuore nei pomeriggi piovosi e nelle tiepide mattine primaverili, quando la città intontita e pigra si mette in moto. Con gioia ho dunque appreso che da qualche mese Cherry Red ha pubblicato All Things Change: The Transatlantic Anthology 1967-1970, doppio CD con l’integrale del trovatore alla corte di Nat Joseph. Fossi in voi, una chance gliela darei.

Ralph McTell

 

Conscio di avervi annoiato abbastanza, passo al sodo di una storia iniziata nel dicembre 1944 a Farnborough, Kent. Da un cognome, May, e un battesimo che – il destino, a volte… – onora il compositore classico Vaughan Williams, per il quale babbo Frank aveva lavorato come giardiniere. Tre anni e il capofamiglia abbandona tutti a Croydon, dove mamma Winifred tira su da sola Ralph e il fratellino Bruce senza fargli mancare nulla. La musica riempie prestissimo il vuoto in un ragazzo brillante e sveglio che alla Grammar School fatica ad ambientarsi con coetanei di ceto più elevato. A quindici anni stravede per rock’n’roll e skiffle, molla i banchi e si arruola.

Sei mesi e torna a dare il meglio nelle discipline artistiche, poi scopre la beat generation e il jazz, il blues, l’errebì. Ispirato da Jesse Fuller, Robert Johnson e Woody Guthrie, già abile con l’armonica si spacca le dita sulla chitarra e la schiena in lavori precari, viaggia incrociando i futuri sodali Jacqui McShee, Martin Carthy, Wizz Jones, alterna il bluegrass negli Hickory Nuts con l’attività di busker. Belgio, Grecia, Germania, Italia, Jugoslavia e soprattutto Parigi, per il fascino della rive gauche e per un amico statunitense che ha studiato con la Leggenda Gary Davis e molto gli insegna sulle dodici battute.

Nella città più romantica del globo trova anche l’amore in Nanna Stein, studentessa norvegese ancora al suo fianco dalla primavera 1966. Tornati in Inghilterra, vivono in una roulotte mentre Ralph suona nel circuito folk della Cornovaglia con Wizz, che suggerisce il passaggio da May a quel che sapete. Le giuste nozze chiudono l’annata, Nanna in dolce attesa e lui insegnante che da grande farà il folksinger. I tempi sono maturi, il talento pure: nel ‘67 la Transatlantic lo accoglie in studio con Tony Visconti ad arrangiare gli archi e la regia di Gus Dudgeon.

transatlantic years

 

Tra qualche difficoltà – tutti sono alla prima volta – Eight Frames A Second si rivela gustoso assai, ché a cancellare la maldestra cover di Granny Takes A Trip imposta dai piani alti basta una sentita e vivida rilettura di Morning Dew. Lo spirito dell’opera e dell’autore risiede tuttavia nel sentire agreste tinto di blues (Hesitation Blues, Blind Blake’s Rag, lo stomp Louise, la briosa Too Tight Drag) e di folk declinato nel dolce sentire di Nanna’s Song, con la slanciata tristezza della title-track e di I’m Sorry – I Must Leave, su cadenze più mosse per The Mermaid And The Seagull.

A inizio Sessantotto la BBC apprezza e il botteghino pure, ma è l’anno seguente a consegnare l’uomo al romanzo del folk d’oltremanica. Spiral Staircase mantiene i pregi del debutto – penna robusta e policroma, arrangiamenti leggiadri ma non svenevoli, incursioni blues – limando i lievi difetti d’ingenuità. Il confermato Dudgeon e l’ex Manfred Mann Mike Vickers benedicono la Streets Of London – incisa in una sola take controvoglia! – arazzo d’innodica melanconia, la traslucida meraviglia drakiana Daddy’s Here, il pacato amarcord Mrs. Adlam’s Angels. All’ombrosa Last Train And Ride e a una Kind Hearted Woman Blues (Robert Johnson) dolente come può un viso pallido di Albione rispondono le England 1914 e Terminus che uniscono orchestrazione sapiente e compiutezza di scrittura, laddove la meditabonda The Fairground trova un contraltare nella delicata Bright And Beautiful Things e nell’omonima marcetta.

ralph in red

 

Giudizioso, Ralph rifiuta la fotocopia e se ne frega quando a luglio il frizzante 7” Summer Come Along cade nel vuoto. In inverno approfondisce il lato pop con My Side Of Your Window: da ricordare qui una Girl On A Bicycle in anticipo sui Belle & Sebastian, l’abbraccio tra piano e violoncello di All Things Change, una bucolica però tesa Michael In The Garden. Per tacer del Brian Wilson tra le brughiere di Kew Gardens e dell’intimismo lucente di Silver Birch And Weeping Willow. Il tramonto del decennio porta il tutto esaurito alla Royal Festival Hall, la presenza a Wight e Revisited, ultimo 33 giri Transatlantic che a ottobre rivernicia estratti dai due ultimi predecessori puntando l’America. Artisticamente solo discreto, è buco nell’acqua commerciale che esce anche in madrepatria mentre McTell, supportato dalla Paramount, intraprende il primo tour oltreoceano.

Seguono la firma per la Reprise e lavori di buon peso e ottimo riscontro nazionale. Poi, un giorno del 1974 Ralph registra di nuovo quella canzone per un singolo natalizio che tutto il mondo acquista. Ha tuttavia gli attributi per imporsi sull’etichetta, intitolando il relativo LP Streets… e mettendoci dentro amici da Fairport Convention, Steeleye Span, Lindisfarne. I meritati best seller gli permettono da lì in poi di vivere tranquillo e oggi, dopo mezzo più di secolo suonato e cantato, come un autentico bluesman non vuol saperne di smettere. Applausi per lui.

Tur(r)ista per caso: Mulatu Astatke, Re dell’ethio-jazz

Hai un bel lamentarti che non si fanno più dischi come una volta. C’entra nulla il fattore generazionale che, a una certa età e con la relativa montagna di ascolti sul groppone, impedisce il palesarsi dello stupore. Evidenza è che trovo sempre meno gente capace di prendersi dei rischi con intuito e idee. Troppi intellettualoidi in giro ad autocompiacersi con la giacchetta sulle spalle, ma per fortuna qualcuno ancora trasmette emozioni, spedisce neuroni in collisione, ridisegna la percezione delle cose. Correva il 2009 quando il terzo volume della serie Inspiration Information accostava l’etiope Mulatu Astatke agli Heliocentrics. Da un pilastro del jazz africano e una congrega inglese dedita al trip-hop retrofuturista, l’etichetta Strut cavava un favoloso incrocio culturale e sonoro dalle radici spinte assai indietro nel tempo. Lo comprova il fatto che Astatke (il quale ha testé concluso una tournee che ne ha confermato la stupefacente forma) sia rimasto a lungo appannaggio degli specialisti in materia “etno” e dei pochi rimasti folgorati dalla collana Ethiopiques. Finché…

Finché quel gran genio di Jim Jarmusch non ne utilizzò alcuni brani a commento della tenera e surreale pellicola “Broken Flowers”. Stati Uniti ed Europa convocavano Mulatu per collaborazioni e tour culminati nel giugno 2008 in memorabili esibizioni a Londra e Glastonbury. Gli astanti furono investito da una corrente che fondeva stimoli cerebrali e fisicità, come immagino sia stato, mutatis mutandis, di fronte a Funkadelic e Can, a Talking Heads e al Miles Davis della svolta elettrica. Logico, se ripercorro anche solo per sommi capi la storia di Astatke: primo musicista etiope a viaggiare all’estero, nei ‘60 prende come modello Duke Ellington – nel ’73 suonerà col proprio Venerato Maestro al cospetto di Haile Selassie – voltando le spalle all’ingegneria aeronautica e gettandosi giovanissimo nella scena jazz londinese. A New York frequenta – di nuovo, primo fra gli africani – il Berklee College Of Music. Il 1969 lo vedeva rimpatriare per sviluppare con pazienza e passione un idioma che unisse jazz, tecnologia, tradizione.

Portrait of the Ethiopian Jazz Musician Mulatu Astatke, 2009

 

Tra organo elettrico e wah-wah, tra le armonie autoctone e il sax colossale del conterraneo Getatchew Mekuria, infine trova un filo conduttore: “Servivano le persone giuste per rendere noto l’ethio-jazz in modo corretto. Ethiopiques e Jim Jarmusch hanno fatto sì che ciò fosse realtà.” Anni dopo, spetta ancora alla capitale britannica benedire una sinergia disegnata in cielo: per una data gli Heliocentrics fungono da backing band al Nostro sfoggiando la perfetta conoscenza del repertorio. Sul volo che lo riporta ad Addis Abeba, in valigia il pianista custodisce un CD con tracce nuove incise assieme a loro; a casa scrive le partiture di tastiere e vibrafono e integra l’apporto vocale e strumentale di Dawit Gebreab e Yezina e Mesafnit Nagash: “Ho sempre desiderato inserire strumenti della mia cultura nel jazz. Credo di aver imparato sperimentando negli anni Sessanta: volevo esplorare le strutture modali con un diverso senso di armonia e assoli. Ho cercato costantemente di tenere la mente aperta e aver suonato con tanti grandi musicisti di diversa estrazione ha aiutato.

Inspiration Information

 

Ai primi di settembre del 2008 i due universi si mescolano, sempre a Londra. Da allora Inspiration Information Vol.3 è un Capolavoro primordiale e futurista di suggestioni orchestrali, fanfare spagnoleggianti, archi disco, ritmi insieme moderni e atavici. Guarda a tal punto indietro da spingersi avanti senza risultare mai ostico o slegato. Anzi. Addis Black Widow brucia il funk di Isaac Hayes sui panorami di Entroducing; Mulatu riporta all’origine la fissità di James Brown; Blue Nile trafigge ottoni sensuali con una chitarra profumosa di Bristol e blues. Esketa Dance è sinuosa ed ebbra come un Mingus redivivo, Chinese New Year aggiorna la grammatica jazz tra corde di contrabbasso e violino. Ovunque insomma anime e background degli artefici si liquefanno con una magia che abbatte ogni barriera. Nel 2010, Mulatu Steps Ahead aggirerà la ripetizione di un momento unico scivolando lungo trombe davisiane, trame di percussioni e piano, bordate fiatistiche e violini africaneggianti. Quattro anni or sono, Sketches Of Ethiopia osservava il Duca e Gil Evans dall’Acrocoro Etiopico con nuovi sodali. Il momento critico nella carriera di un Artista è il seguito a un Capo d’Opera. Una regola che, evidentemente, non vale per tutti.

Classics Revisited: Jayhawks – Hollywood è uno stato della mente

Quel bastardo elettrizzante e poetico per comodità chiamato rock ha il bel vizio di riscoprire periodicamente le proprie radici e, talvolta, di dar loro anche una scossa rivitalizzante. Giusto per fare un paio di esempi: in chiusura dei Sessanta, i Grateful Dead passavano dalla pura psichedelia a uno scintillante country-rock intinto nel folk; nei ’90, il grunge incontrava nel movimento “No Depression” un sincero contraltare agreste. Insomma: per ogni Blonde On Blonde esiste un Nashville Skyline in attesa a guardare indietro ma anche avanti, perché il senno del poi rende le cose diverse se non sei un amanuense. Prendete i Jayhawks e il loro gusto popolare e raffinato, solido come la memoria e caldo come i legami di sangue: sono convinto che all’epoca fosse una fesseria – e che lo rimanga tuttora – considerare il loro terzo (e migliore) LP “superato”.

Da Pearl Jam, Lemonheads e Blind Melon, magari? Non scherziamo: preferire un’aurea cosmic american music all’epica grunge, ai calchi seventies, all’indie di cartongesso rappresentava nel 1992 un gesto controcorrente, da punk in spirito che cavarono di tasca un Classico. Qualcuno, a beneficio delle generazioni future, doveva impiastrarsi le mani di terra e piantare un totem come Hollywood Town Hall, il quale suona fuori da qualsiasi dimensione cronologica e cresce anno dopo anno, messo sull’altare di un rock tornato a fidarsi della Canzone perché oltre un certo post non poteva spingersi, pena l’autismo.

jayhawks

 

Patologia peraltro assente in dieci brani lontani sia dai lustrini milionari di Nashville che dalle pagine seppiate degli Uncle Tupelo, ricchi di una profonda conoscenza della storia e del piglio esecutivo di chi considera Replacements e Hüsker Dü fratelli prima che concittadini. Partivano giustappunto da Minneapolis i Jayhawks, quando a metà anni Ottanta Mark Olson e Gary Louris (chitarristi, cantanti, autori) raccoglievano il bassista Marc Perlman e il batterista Norm Rogers per la regolamentare gavetta. Suggerivano belle potenzialità il country-roots del debutto omonimo e di Blue Earth, tuttavia occorrevano una telefonata di George Drakoulias e una mossa del destino per benedire la maggiore età artistica. Un giorno, l’uomo dietro ai Black Crowes chiama gli uffici della Twin/Tone, in sottofondo ascolta Blue Earth e se ne innamora seduta stante.

Messi i ragazzi sotto la sua ala protettrice, li spedisce – tonificati dall’arrivo del nuovo batterista Ken Callahan e da un tour – a incidere sotto la sua supervisione e con Benmont Tench e Nicky Hopkins alle tastiere. Ne nasce ciò che per dirla con Louris è “folk a volume più alto” e che nel mio piccolo amo definire “tradizione ibrida”. Chiamatela come vi pare, ma sappiate che è baciata da estro e feeling sommi ovunque, più che altrove in una Waiting For The Sun da Eagles nati da una costola di The Band, nell’innodico e virile struggimento Take Me with You (When You Go), nelle Two Angels e Settled Down Like Rain che Jeff Tweedy e Ryan Adams di sicuro conoscono a menadito.

hollywood town hall

 

Altrove è il granaio umido di Harvest che rifiorisce a vita nuova (Crowded In The Wings), oppure si bivacca attorno a un focolare a mezza via tra Exile On Main Street e The Gilded Palace Of Sin (Martin’s Song, Clouds, Sister Cry), cavalcando melodie indimenticabili (Nevada, California) e un’epidermicità mai scontata (Wichita). Gioielli che raggiungono il cuore con l’emozione e la spontaneità entusiastica di chi si è appena sudato una zolla di paradiso. Nel ’95 Tomorrow The Green Grass replica con convinzione più che bastante, poi Olson si rifugia nel deserto di Mojave con la moglie (la cantautrice Victoria Williams: divorzieranno a metà anni zero) portandosi via bussola ed equilibrio. Solo al comando, Gary traccheggia fino alla messa in naftalina nel 2004.

Amici che si sfanculano cento volte ma si riappacificano sempre e comunque, i due suonano assieme dal vivo tra 2005 e 2006. Ristampe e antologie li mettono poi di fronte alla gloria e alla grandezza che furono, la risposta affidata a una reunion dapprima spesa sui palchi statunitensi e poi in studio per l’apprezzabile Mockingbird Time. Dopo il quale Mark non vuole più giocare e se ne va, ancora. Definitivamente? Macché: prodotto da Peter Buck, Paging Mr. Proust nel 2016 zampillava verve ragguardevole. Lo scorso aprile, infine, ecco i Jayhawks accompagnare niente meno che Mr. Ray Davies nel suo Americana, chiudendo un cerchio. L’ennesimo. Beati loro, che il futuro lo hanno dietro le spalle.