Brividi e mal di pancia in pillole, 1

Durante un raro momento di lucidità mi sono reso conto che da un po’ non creavo una nuova rubrica per “Turrefazioni”. Cogliendo la palla al balzo, ho scelto di assecondare il mio approccio alla contemporaneità improntato a rigide selezioni e a una metodologia vecchio stile, lontana dal senti-e-getta attuale. Così, da questo primo appuntamento apro una finestra periodica dedicata a dischi usciti nell’anno in corso che, per vari motivi, non tratto in articoli più lunghi. In ogni caso, tiro le fila delle reazioni suscitate da ascolti attenti e ripetuti, per l’appunto comprese nell’ampio spettro tra il brivido e i bruciori di stomaco. La cadenza delle “pillole” resta legata alla valanga di pubblicazioni che ci sommerge quotidianamente e al tempo utile per selezionare e poi ascoltare più attentamente possibile. Altro non mi resta da dire, se non ringraziare Shaun Ryder per il “campionamento” del titolo. Buona lettura.

Chills – Scatterbrain (Fire!)

Nell’era di Internet abbiamo perso il senso “verticale” del tempo e il controllo sulle reunion, che troppo spesso oscillano tra il superfluo e il patetico. Meno male che qualche eccezione conferma la regola: per esempio i Dream Syndicate e, su un piano più di culto, i neozelandesi Chills. C’è un valido motivo: la band è espressione del talento di Martin Phillipps, il quale voleva essere Syd Barrett, Roger McGuinn e Ian Curtis tutti insieme appassionatamente e c’è riuscito eccome. Dal 1980 questo artigenio non ha mai smarrito il tocco magico che con Scatterbrain sistema un altro pregevole tassello, dove gli ingredienti sono i soliti ma la scrittura si “apre” un filo più che negli immediati predecessori. Chissà che c’entri qualcosa il film “The Chills: The Triumph And Tragedy Of Martin Phillipps” che due anni fa raccontava le vicende del nostro antieroe con disarmante franchezza. Doversi rivedere – e rivedere il passato – può aver acceso qualche altra scintilla e allora parlerebbe chiaro Monolith, eloquente gioiellino collocato in apertura di programma. Per capirci tra fan, è una Pink Frost che sostituisce il pozzo di malinconia con un prudente ottimismo, conducendo in un universo parallelo dove Julian Cope è uno dei Seeds. Annotato che la grafica è opera niente meno che di David Costa, gustatevi l’ennesima dose di dolceamaro indie-pop d’autore che miscela folk-rock, new wave e psichedelia “morbida” con rara maestria. Grazie, Martin: ci risentiamo tra tre anni. Se ti va, anche prima…

Dry Cleaning New Long Leg (4AD)

Formazioni come i Dry Cleaning risultano utili da un punto di vista “speculativo”, perché stimolano a ragionare sul peso delle formule nell’attualità della popular music e su quanto possa reggere un suono non sostenuto da un’adeguata scrittura. Ciò premesso, dal 2018 il quartetto britannico ha gestito la sua carriera alternando uscite di breve formato a un’intensa attività concertistica interrotta dalla pandemia. Nel frattempo, ha lavorato con cura sull’attesissimo album d’esordio e, allorché si registrano dischi all’insegna del “tanto per”, l’intenzione è assai lodevole. Non così il risultato, dove l’ennesima riapparizione del post-punk cerca di sottrarsi a un passato ingombrante (senza scomodare i pesi massimi, basta il paragone con certi nomi dei “nostri” anni Dieci ed è tutto dire) ricorrendo al consolidato repertorio di scorticamenti, obliquità e storture che abbiamo ascoltato infinite volte con tutt’altra verve, sicché gli interessanti testi sgranati da Florence Shaw – pensate a una Laurie Anderson scazzata: pure troppo per i miei gusti – sono inanellati su un rosario di luoghi comuni per lo più smunti e incolori. Costituiscono belle eccezioni la sensualità funk sbiancata alla Au Pairs di Strong Feelings, l’ipnotico minimalismo di Leafy, i Polyrock irrobustiti di More Big Birds e la No Wave declinata math e space di Every Day Carry. Canzoni di buonissimo livello con le quali una volta si sarebbe confezionato un 12”, mentre il resto scivola via senza artyparty.

GY!BE – G-d’s Pee AT STATE’S END! (Constellation)

Compagni che non ti deludono mai, i GY!BE. Li hanno disegnati così: sicuri dei propri mezzi etici ed estetici, fedeli a una solidissima linea, determinati a tratteggiare l’apocalisse attorno a noi con dischi che mostrano uno spirito sempre più umano. Perfetto, poiché c’è un gran bisogno di puntare il dito e di sperare in un domani. Soprattutto, di combattere per esso con ogni mezzo necessario. Perché non basta mettere dei disegni di bottiglie molotov in copertina se l’antagonismo si ferma lì. Ma questo, lo sappiamo bene, non è il caso di chi offre oasi di pace bellicosa e intenzioni che divengono sempre prassi. Come questo nuovo album, intenso apice di un percorso ripreso quasi dieci anni fa insistendo per l’appunto sull’umanità e sforbiciando un pochino le durate di composizioni al solito mercuriali, densissime e imprendibili. Qualcosa che, nello specifico, spinge a escogitare descrizioni fantasiose – tanto per cambiare, abbastanza velleitarie – come “King Crimson e Amon Düül II che ospitano i Savage Republic a Pompei”, salvo sistemare a fondo corsa uno struggente congedo di liturgico afflato avendo già intervallato un altro oceano sonoro – indeciso tra la mestizia nervosa degli Earth, un’elegia da Spacemen 3 terrigni e fughe motorik – con un oscuro e sospeso folk urbano. Sempre uguale ma sempre diversa, la musica del collettivo canadese è un essere vivente che cresce con i suoi artefici e con chi ascolta. È Arte unica, suprema e meravigliosa. Arte da tenere stretta al cuore.

Ryley Walker – Course In Fable (Husky Pants)

Nonostante l’esito poco persuasivo, fa comunque piacere che Ryley Walker si sia messo alle spalle un periodo umanamente complicato. Lungo la seconda metà dello scorso decennio, infatti, la sua parabola di moderno cantautore ha mostrato un talento cristallino, abilissimo nello spremere un succo personale e gustoso da tanti frutti, che fossero l’Americana, le contaminazioni folk a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, un “post” dapprima attitudine e poi anche forma. Splendori come Golden Sings That Have Been Sung e Primrose Green erano arditi e baciati in fronte da una naturalezza di scrittura e impaginazione che attualmente appartengono a pochi. Ecco: il difetto di Course In Fable va cercato proprio in un diffuso virtuosismo spacciato per eclettismo, nel tortuoso zigzagare tra inutili orpelli che altrove scivola in una rilassata monotonia poco adatta ai cavalli di razza. A conti fatti, la presenza in regia di John McEntire lasciava presagire qualcosa di più di un catalogo di stilemi della Chicago che fu e di deprecabili strizzate d’occhio al progressive. Senza l’ironia e la classe di un Jim O’Rourke, il disco finisce per impantanarsi a metà del guado e meno male che – forse conscio di farla spesso fuori dal vaso – il ragazzo recupera lucidità porgendo un po’ di romanticismo che respira, emozionato ed emozionante. In attesa della prossima mossa, si salva in corner permettendo di assolvere Course In Fable con un sei e mezzo e una pacca sulla spalla. Quanto al domani, si vedrà.

I Breathless tra felicità e dolori del cuore

Dicono che alla fine ci si abitui anche alla Bellezza. Non ne sono così sicuro, a dirla tutta. Se a un certo punto l’incanto svanisce, le possibilità sono due: non era bellezza autentica, ma soltanto un abbaglio; altrimenti, le ho voltato le spalle e prima o poi me ne pentirò. Sono trascorsi più di trent’anni dal primo incontro con la musica dei Breathless, eppure ogni volta trova lei la via dell’anima e vi sistema il suo bagaglio di incanto ed emozione. E non avete idea della gioia, quando quasi nove anni fa mi trovai a intervistarli: da allora, non passa natale senza un biglietto d’auguri e un omaggio di uscita discografica. Quando si dice la signorilità…

Tutto quadra: più che dischi, questi sono tasselli di un mosaico del cuore che vanno posandosi dalla metà degli Eighties. Dei primi passi del quartetto britannico già vi ho riferito e idem delle loro imprese di fine millennio, ma torno nuovamente sull’argomento per riferire che a metà luglio la Tenor Vossa pubblicherà la ristampa del trentennale di Between Happiness And Heartache. Con l’usuale cura infusa in tali operazioni, il vinile (rosa) è ricavato dai master originali, vanta una grafica rimessa a nuovo, fotografie inedite di Kevin Westenberg e la possibilità di scaricare i brani in digitale con l’aggiunta del bonus Everything I See, ombroso dream pop che flette i muscoli come un David Sylvian più terreno. Ecco: la chiave interpretativa dell’album sta in due parole che diventeranno assai popolari in futuro.

Nel rigoglioso 1991, infatti, si parlava ancora di shoegaze, del quale i Breathless avevano in largo anticipo costruito le fondamenta mescolando post-punk e psichedelia in canzoni evocative che un magico equilibrio impedisce di risultare leziose o ridondanti. Con alla regia Drostan John Madden invece di John Fryer, il quarto LP Between Happiness And Heartache si affida a un approccio relativamente più grezzo senza perdere in ricercatezza. Vicino a un impatto “da live”, il suono racconta un’evoluzione che sterza dal morbido predecessore Chasing Promises superandolo di slancio. Scrittura, esecuzione e atmosfere dispiegano un pop raffinato e acuto pur restando sognanti lungo otto incantesimi dove le chitarre spiccano più del solito.

Tra ipotesi di Smiths che escono indenni dagli anni ’80 omaggiando i Joy Division con un cantante assai più espressivo (I Never Know Where You Are, You Can Call It Yours, Clearer Than Daylight) e i Galaxie 500 trasportati nella brughiera – questione di genitori comuni e affinità elettive – di Over And Over, la visionaria robustezza di Wave After Wave e All That Matters Now consegna sapienti variazioni della post-psichedelia tipica del gruppo. A sigillare un cerchio appena chiuso, la favolosa rilettura di Flowers Die degli Only Ones con ospite John Perry e un crescendo che sul serio lascia senza fiato. Sulla sua eco, le magistrali sferzate malinconiche di Help Me Get Over It scrivono la fine di un primo capitolo. Fino al 1999 i Breathless tacciono, poi tornano sulle scene a insegnare un paio di cose ai portabandiera del post e del drone-rock. Da allora, comunicano di rado e con invidiabile sicurezza. La stessa che li conserva in forma smagliante. Felicità, dolori del cuore e tutto quello che vi è in mezzo.

Madlib(itum)

I critici musicali preferiti sono un po’ come gli amici: piace averli attorno e non ti abbandonano nel momento del bisogno. Se il rapporto è di quelli che vanno avanti da anni, con loro ti confronti e ti scontri civilmente e a volte vai pure a Canossa. Con altri, a un certo punto, il dialogo invece si interrompe e addio. Quello che conta, alla fine, è essere aperti mentalmente, imparare il più possibile da chi ne sa e ragionare con la propria testa. Arrivando quasi al punto, come per chiunque altro, di Simon Reynolds non faccio un santino pur condividendone gran parte della visione. Specie quando a proposito della musica “made in UK” – ma il ragionamento vale per tutta la cultura, popolare e non – afferma che il meglio sta dove “bianco” e “nero” si mescolano.

Ecco: assieme al sentore di grandezza, questa è stata la prima reazione a Sound Ancestors. La seconda: scoprirsi subito in luoghi stranieri però familiari. Soprattutto, in luoghi che non conoscono confini. Poco da stupirsi, considerando che Otis Jackson Junior cammina un passo avanti al plotone con la disinvoltura di chi lavora costantemente attorno al talento, qui sbozzando e là levigando. Consapevole che il tempo scorre veloce portandosi via compagni, abitudini e pratiche, non è tipo da ripiegare sugli allori. Preferisce respirare l’epoca che sta attraversando, reagire e modellarla e se ciò comporta pubblicare decine di album con diverse ragioni sociali, nessun problema. Lo stesso per una collaborazione a distanza con Kieran Hebden A/K/A Four Tet, fan eccellente che ha chiesto una tonnellata di beat e bits cui mettere una cornice.

Con cura, Kieran ha indossato i panni del moderno Teo Macero trafficando con una materia prima piuttosto definita, sebbene bisognosa di briglie e contesto. Accordandosi alla lunghezza d’onda di Madlib – tutta scarti e deviazioni, discese e risalite – ha lasciato fluire la propria idea e ne è scaturito Sound Ancestors, un fantastico mutante che dallo scorso gennaio per comodità rubrichiamo alla voce “hip-hop”. In realtà, questa quarantina di minuti si fa beffe di ogni definizione: è grande musica, stop. È un caleidoscopio di suggestioni diverse baciato in fronte da un senso di unità che scaturisce dalla fusione stilistica e metodologica di cui parla Reynolds. Trasversale e storto, anche negli episodi più astrusi conserva la stringatezza, la forza comunicativa e il groove che permettono una The Call da Can del Duemila, i Portishead in overdose di melanina di Road Of The Lonely Ones, l’afrodub mentale Loose Goose, l’elettro-ipnosi The New Normal e un omonimo post-jazz così primitivo da risultare futuristico.

Bianco e nero che sfumano uno nell’altro… Eloquente al riguardo il campionamento degli Young Marble Giants che sorregge Dirtknock, ma ancor più i panorami e lo “spirito” di una scaletta composta da sole gemme. Menzione d’obbligo (oggi: domani chissà) per la There Is No Time (Prelude) sottratta a “Blade Runner” e l’esplicito omaggio del funk con anima bristoliana Two for 2 – For Dilla, per la black dadaista di One For Quartabê/Right Now e la ricostruzione etnica – i Can, ancora! – Duumbiyay, per una Theme De Crabtree che immagina Lee “Scratch” Perry alle prese con il trip-hop e la Hopprock che guarda perspicace a My Life In The Bush Of Ghosts. Roba sensazionale da ascoltare cento volte restando a bocca aperta, stupiti e ammirati. Roba con la quale i fuoriclasse confezionano i capolavori. Giustappunto.

Del Fuegos, a band of brothers

Essere consanguinei aiuta, specie se appartieni al composito universo che passa sotto il nome di “Americana”. Scorro lo scaffale e dai Felice Brothers – che come gli antesignani Everly e Louvin esplicitarono i natali comuni nella ragione sociale – risalgo ai fratelli Alvin, spina dorsale dei magnifici Blasters, e più indietro ancora ai capostipiti Fogerty. La famiglia possiede spesso una marcia in più, perché il genio è anche questione di DNA e idem la propensione a tramutarlo in armonia. A tal proposito, completo l’elenco con i Del Fuegos capitanati da Don e Warren Zanes, stelle loro malgrado mancate negli anni ‘80 fugacemente riunitisi un decennio fa con un gesto che, tra le altre cose, sapeva di sberleffo verso un successo a malapena sfiorato dal secondo album, classico di genere che incassò il plauso del Boss e dell’autore di Proud Mary.

Non per caso, siccome i ragazzi si muovevano nel solco tracciato da quei Giganti, dove pochi accordi e uno sbuffo di virile romanticismo infondono vita alla poesia del quotidiano. Singolare fino a un certo punto, quindi, che facessero base a Boston, città musicalmente ricchissima ma di norma ricordata per altro. Semmai, conferma quanto lo stile e l’attitudine blue collar siano radicati ovunque, da espressione genuina e per nulla ingenua dell’orgoglio proletario di una nazione cresciuta sull’etica del lavoro. Anche per questo il loro tradizionalismo era nuovo e benvenuto. Lo resta eccome.

Corre il 1980 quando il diciannovenne cantante/chitarrista Dan Zanes saluta la provincia del New Hampshire con il bassista Tom Lloyd e il batterista Steve Morrell. A Boston si costruiscono una reputazione e presto si rafforzano con l’altra sei corde di Warren, lo Zanes più giovane fresco di diploma. Stipati in un furgone, battono la costa occidentale, pubblicano un acerbo e autarchico 7” e rimpiazzano Morrell con Brent Giessmann. I tempi non sono favorevoli per scalare le classifiche, tuttavia permettono di mescolare le fatidiche radici in un calderone composito: Creedence e Stones, Springsteen e Petty, approccio garagista e venature rhythm’n’blues e country. Perfettamente calati in un’atmosfera urbana, i Del Fuegos scrivono quadretti di provincia appassionati come gli spettacoli live che convincono la Slash, nel catalogo della quale non sfigura affatto The Longest Day, esordio che riscalda l’autunno 1984 tramite le epidermiche Nervous And Shakey e I Should Be The One, la ribalda Backseat Nothing, una tesa Mary Don’t Change e una slanciata title track.

La produzione è nelle mani del debuttante Mitchell Froom, bravo a conservare “tiro” mentre aggiunge pennellate di tastiere e pone in risalto l’ugola roca di Dan nel Bo Diddley apocrifo di Out For A Ride, nel soul bianco Anything You Want e in quello rurale Have You Forgotten. L’esito spinge “Rolling Stone” a incensare un quartetto che tiene i piedi per terra pensando ad acquisire il pizzico di sicurezza che ancora manca. Basta poco, ché nel volgere di un anno, Boston, Mass entra dritto nel cuore e negli annali: il confermato Froom lucida con misura una scaletta immacolata dall’esplicativa Don’t Run Wild alla concitata It’s Alright passando per il fascino di Coup De Ville e le incalzanti Shame e Hand In Hand. Se Hold Us Down e Fade To Blue insieme commuovono ed esaltano, Night On The Town sistema John Mellencamp tra le pieghe di Damn The Torpedoes e i fianchi sinuosi di I Still Want You lambiscono i Top 100.

Parrebbe l’inizio dell’ascesa, anche in virtù dello spot televisivo per una nota marca di birra e il ruolo di spalla in un tour di Tom Petty. Ciò nonostante, grandi poteri e grandi responsabilità non sempre vanno d’accordo: ventiquattro mesi e Stand Up soffoca sotto arrangiamenti strabordanti e stanchezza compositiva un approfondimento del versante black sulla carta stuzzicante. Seguono la cacciata dalla Slash, il forfait di Woody e Warren e un rimpasto. Nell’89 la RCA pubblica Smoking In The Fields, calligrafia rinsavita – esemplari Move With Me Sister, Dreams Of You, No No Never – e ambienti di nuovo asciutti. Il baricentro passa dalla città alla campagna tra archi e ottoni calibrati, le Headlights e Lost Weekend in cui piano e armonica sono cortesia di Seth Justman e Magic Dick della J. Geils Band, una Stand By You che ospita Rick Danko. Non un passaggio di consegne, giacché pochi apprezzano, il decennio finisce e con esso l’avventura. Dopo lo scioglimento Dan ha proposto cose discrete con l’omonimo trio e un progetto di musica per bambini commercialmente fortunato, Warren ha messo in bacheca dischi passabili, un dottorato in arti visive e la biografia di Petty, Lloyd si è laureato in scienze ambientali e Giessmann ha fondato la Right Turn, organizzazione che combatte la dipendenza da droga e alcool.

In una bella storia in tutto e per tutto americana, sarà la miccia che accende la breve reunion: non puoi negarti a un compare per una giusta causa, ragion per cui nel giugno 2011 i Del Fuegos presenziano ai benefit bostoniani organizzati da Brent. Va così bene che visitano altre dieci città scelte per i bei ricordi, concludono il giro nella natia Concord e registrano il discreto EP di inediti Silver Star. Poi spariscono di nuovo nella vita di tutti i giorni, lasciando dietro di sé lo spirito che li ha sempre guidati e che rende indenni al tempo canzoni come non se ne scrivono quasi più. Canzoni che flettono i muscoli e accarezzano l’anima, attuali nel 1984 come nel 2012 o nel 2021 perché figlie di un’entusiastica urgenza che fonde musica e vita. Sta lì il segreto, oltre che negli affari di famiglia

Freakout nella prateria: Eleventh Dream Day

Nell’era di Internet, se non apri bocca a ogni minuto la gente si dimentica di te mentre chi bercia continuamente spesso possiede la consistenza artistica e umana del cartongesso. Anche per questo gli Eleventh Dream Day sono necessari: parlano solo quando ritengono di avere qualcosa di rilevante da dire e assecondando l’espressività con una perseveranza e una saldezza di intenti che meritano affetto. Lo stesso che proviamo per Yo La Tengo e Walkabouts, con i quali è possibile tracciare più di un parallelo, da linguaggi costruiti mescolando passato e presente all’eterna condizione di culto e alle discografie immacolate. Senza dimenticare che anche questa vicenda ruota attorno a una coppia lui/lei: Rick Rizzo canta e imbraccia la chitarra, Janet Beveridge Bean siede alla batteria pur non disdegnando il microfono.

Si incontrano nei primi ‘80 a Louisville, Kentucky, da punk che hanno consumato Zuma (l’influenza del loner canadese verrà presto a galla) e maneggiano disinvolti folk, country e bluegrass. All’epoca la spinta propulsiva della new wave va esaurendosi e, attraverso il movimento neo-sixties, confluisce nel magma chiamato per comodità “college” e/o “alternative” rock. In quel filone i Nostri reciteranno da protagonisti ma per ora traslocano a Chicago, completano i ranghi con il bassista Douglas McCombs e la sei corde di Baird Figi, tengono concerti esaltanti mescolando Dream Syndicate, X, Television e Velvet Underground. Nel 1987 debuttano con un EP omonimo per la piccola Amoeba, discreto ma superato l’anno seguente dall’LP Prairie School Freakout: penna ed esecuzione impressionano Bettina Richards, A&R della Atlantic che avanza un’offerta subito accettata.

Tre gli assi per la major intervallati dal live Borscht e nessuno smuoverà cifre tali da consolidare il rapporto. A noi bastano e avanzano per un posto nel cuore, cominciando da un Beet che a fine decennio regala impennate stile Marquee Moon, tumulti prelevati da Fire Of Love e inchini ai Crazy Horse via Steve Wynn. Ancor più coeso di lì a ventiquattro mesi Lived To Tell, che aggiunge staffilate in punta di violoncello e folk crepuscolare, laddove nel ’93 El Moodio tira le fila del discorso dopo che Figi ha sbattuto la porta ed è stato sostituito da Matthew O’Bannon. Una prima stesura con la produzione di Brad Wood viene respinta dall’etichetta (riaffiorerà nel 2013 come New Moodio) e il disco è reinciso a New York. Incredibilmente, la genesi travagliata non scalfisce quello che molti – sottoscritto incluso; lo tallona Stalled Parade – reputano il capolavoro della formazione.

Trame espanse e piglio al contempo meditato e viscerale sorreggono una scaletta memorabile in toto: facendo torto al resto, menzione d’obbligo per una Makin’ Like A Rug da Pixies al top, per la traslucida epopea Rubberband, per il sinuoso slowcore di Honeyslide, per l’elastica e potente The Raft. Dopo tre lanci e altrettanti strike, le regole del baseball prevedono che il battitore avversario debba lasciare il campo di gioco. Tale è la sorte immeritata di chi, cacciato dall’Atlantic, si cura dei figli e prepara il rientro nel mondo indie assieme a John McEntire, con il quale intanto McCombs ha allestito i Tortoise.

Un anno ancora e la Atavistic benedice la psichedelia modernista tra asprezza e introspezione di Ursa Major, poi una pausa triennale permette a Rick di laurearsi. Janet si dà al country-folk con i Freakwater e Douglas approda con i Tortoise alla Thrill Jockey. Logica conseguenza che da fine Novanta sia l’etichetta fondata dalla Richards a ospitare il trio – Matthew ha dato forfait ed è purtroppo deceduto nel giugno 2020 – che in Eighth approfondisce la vena “post”. Separatisi nella vita, Rick e Janet hanno impieghi normali e l’etichetta assicura adeguato sostegno, ricambiato nel Duemila sistemando in Stalled Parade l’omonimo shoegaze acidulo, un Lou Reed giovane domiciliato sulla West Coast (Bite The Hand), accorate meditazioni (Valrico74, In The Style Of…) e robusti attestati di classe (Ice Storm, Interstate, Way Too Early On A Sunday Morning).

Scampate le rogne dello showbiz, da qui gli Eleventh Dream Day prediligono l’attività in studio con cadenze dilatate. Nel 2003, all’esordio solistico della Bean (attiva anche con Horses Ha; Rick vanta un paio di sortite con Tara Key degli Antietam) risponde la ristampa del primo album. Mi piace pensare che la riuscita di Zeroes And Ones sia dovuta anche alla maturità con la quale i non più ragazzi hanno osservato i loro inizi, e lo stesso vale per i successivi Riot Now! (2011), Works For Tomorrow (2015; segna l’ingresso di James Elkington, chitarrista con un’interessante carriera in proprio) e il recentissimo, splendido e relativamente più pacato Since Grazed, pubblicato solo in vinile per Comedy Minus One. Dischi che mostrano un gruppo al massimo della forma, lontano da nostalgia e cliché. Un gruppo che continua a osare tra la robustezza indie di sempre e una vocazione post divenuta ormai classica, tra rivisitazioni dei Go-Betweens e ipotesi di Jefferson Airplane nati dopo il punk, ballate sospese prossime ai Low e lezioni impartite agli Arcade Fire. Un gruppo da prendere a esempio.

Bim Sherman oltre l’arcobaleno

Da ateo razionalista vivo abbastanza felicemente e ciò nonostante alcuni eventi continuano a essere inspiegabili. Ha ragione William Shakespeare, quando fa dire ad Amleto – o è forse il contrario? – che in cielo e terra ci sono più cose di quante ne sogni la filosofia. Per coerenza non dovrei credere nei miracoli perché, anche se non siamo in grado di vederla, ogni cosa ha una spiegazione. Tuttavia sono convinto che nell’Arte sia molto più sensato abbandonarsi all’estasi dell’ignoto e lasciare la mente libera. I prodigi qui esistono: in attesa sui nostri scaffali, basta ascoltarli per riceverne poesia indenne alle ingiurie del tempo e della vita. Ecco, la vita. Certo non è stata clemente con Barret Lloyd Vincent, ma un po’ consola che quest’uomo, scomparso di cancro a cinquant’anni e noto agli amanti del reggae come Bim Sherman, ci abbia lasciato un Capolavoro giustappunto intitolato “Miracolo”. Nessuna vanteria, poiché la sua Bellezza è concreta come terra arata e sfuggente come brezza primaverile. Lo sarà in eterno.

bim-sherman

Non fu semplice giungervi per la voce più dolce e pura di Giamaica. Un’ugola di seta che si conficca subito nel cuore è il dono di chi nasce nel 1950 a Westmoreland e, siccome la passione per la musica divampa presto, si sposta a Kingston spaccandosi la schiena con i mestieri più disparati ed esordisce su vinile diciottenne. Lo assiste Sid Bucknor, che rivedremo sul tris d’assi Catch A Fire’/Burning/Natty Dread e in curriculum già vanta produzioni per Toots & The Maytals, Desmond Dekker, Ken Boothe e decine di altri. Del 45 giri Love Forever, Sid è colpito per la qualità ma principalmente per la determinazione con la quale Sherman vuole controllare la propria carriera.

Sottraendosi al piratesco mercato locale, per le strade vende una serie di singoli in bello stile roots; alla fine dei ’70 ne raccoglie una decina sull’LP Love Forever, affidato alla britannica Tribesman in cerca di sbocchi più ampi. Mossa successiva un trasloco in Inghilterra e l’incontro, propiziato dall’amico comune Prince Far I, con Adrian Sherwood. Fan sfegatato, costui lo accoglie a braccia aperte presso la On-U Sound: presenza ricorrente nei lavori di New Age Steppers, Singers & Players, Justice League Of Zion e Dub Syndicate, nel 1982 Bim consegna prove tecniche di grandezza in Across The Red Sea e non è affatto male anche il gruzzolo di 33 giri su Century, altra griffe autarchica che lo confina al culto.

Miracle

È da qui che con una felice casualità si entra nella Storia. Ai Manor Studios, un giorno del 1994 Sherman reincide alcuni suoi classici in chiave “unplugged” assieme al chitarrista Skip McDonald e al percussionista indiano Talvin Singh. Tale la bontà dell’esito che si prosegue a sperimentare con il bassista Doug Wimbish, i cori di Carlton Ogilvie e la preziosa supervisione del mago Adrian. A Bombay vengono aggiunti gli archi della Studio Beat Orchestra, stratificando e intrecciando le trame con la stessa naturalezza che appartiene alla mirabile commistione di stili e all’interazione fra elettronica e strumenti organici.

A rendere Miracle un vertice assoluto è in ogni caso la voce di Sherman, anima di un uomo che in un’ora scarsa disegna mondi meravigliosi dove il Gange sfocia nei Caraibi (Golden Locks, Simple Life, Can I Be Free From Crying) e il reggae, scivolando pigro lungo tangenti dub, si colora di soul orchestrale (Bewildered, Must Be A Dream, Just Can’t Stand It) e immagina un Forever Changes pacificato e terzomondista (Over The Rainbow, My Woman, Lover’s Leap). Tempo dei pleonastici remix di It Must Be A Dream e della discreta replica What Happened? e siamo al drammatico addio. Poche settimane dopo la diagnosi, Sherman muore a Londra. A pensarci ancora non mi pare vero, ma talvolta i miracoli si negano. Così purtroppo è la vita.

Salute, efficienza, genio: This Heat

Nei giorni in cui scrivo queste righe i britannici Black Country, New Road sono il nome del momento. Portabandiera del “post-rock 2.0”, posseggono il minimo sindacale di umanità sufficiente a scansare l’approccio tutto tecnica e zero emozione di troppi colleghi e pertanto paiono promettenti. Tra i riferimenti centrifugati dai ragazzi saltano all’orecchio i This Heat, dimostrando quanto fu forte a suo tempo il legame tra rock progressista e new wave e come quella “alleanza” si sia riverberata su chi ha raccolto il testimone. Un robusto filo rosso lega infatti Van Der Graaf Generator, King Crimson, P.I.L., Pere Ubu, Slint e June Of ’44 ai Black Country, New Road: nel mezzo, la cerniera post tra punk e rock dei This Heat è un “a sé” di sconcertante contemporaneità con un cuore umano nascosto sotto la potenza dello stile e delle idee.

Un equilibrio raro tra avanguardia e umanesimo, il loro, cui va aggiunto uno spruzzo di caustica ironia per tracciare un parallelo con i Faust: che il collettivo di Wümme fosse un modello dichiarato per i This Heat è la logica chiusura del cerchio e la conferma del carattere duraturo e autorigenerante delle migliori musiche di ricerca. Lo sapeva bene John Peel quando sottolineava l’unicità di una band che, formatosi nella scena di Canterbury, non cedette all’onanismo ma preferì indagare grigi panorami urbani e annunciare apocalissi a venire tenendosi stretti il look falsamente casual, la coerenza, il gusto per la provocazione. Come per gli Henry Cow, chiamatelo avant rock in opposizione.

Attivi dagli albori del decennio con il progetto impro Dolphin Logic, i due Charles (Bullen: fiati, chitarra, viola) e Hayward (batterista proveniente dai Quiet Sun di Phil Manzanera) incontrano nel ’75 il “non musicista” Gareth Williams, lo sistemano a basso e tastiere e sperimentano nel disastrato sud di Londra ricavando uno studio da una cella frigorifera. Tra le mura del Cold Storage – afferrata l’ironia, vero? – sfogano la creatività e, pensando ai Can e all’Inner Space, smantellano le convenzioni tra stratificate tessiture, oggetti trovati e un approccio che tratta luogo e atto della registrazione come strumenti. Dopo una parentesi a nome Friendly Rifles e il cambio di ragione sociale suggerito dalla torrida estate 1976, Peel ascolta un demo casalingo e nel marzo Settantasette convoca gli sconosciuti senza contratto a registrare una session che in piena apoteosi punk offre sonorità fantasticamente innovative.

Esemplare il capolavoro Horizontal Hold, che anticipa la meglio gioventù di Louisville tra slarghi krauti, matematica frippiana e funk industriale. Otto minuti e mezzo che, previa una leggera sforbiciata, avranno l’onore di aprire il primo LP e qui garantiscono di già gli annali a chi rincara la dose con l’ambient malata di Not Waving e una The Fall Of Saigon cupa e trafitta da clangori tipicamente June Of ’44; sei mesi e un altro mazzetto di brani si cimenta con ispido pseudo jazz industriale, scontri frontali Shellac/Liars, anticamere di Immagine Pubblica, parafrasi audio del test di Rorschach. La faccenda è così avanti che servono due anni per un album, inciso con calma e pubblicato dalla neonata Piano di Chris Cunningham. Noto anche come “blue and yellow” per la minimale confezione, This Heat dispiega le 24 Track Loop e Testcard che prefigurano la techno più astratta e l’isolazionismo, una rediviva Not Waving colma di malinconia wyattiana, l’omaggio a Tago Mago di Water e una Twilight Furniture che viaggia verso la rarefazione; altrove, l’orrorosa Diet Of Worms risponde all’esplicativa Music Like Escaping Gas e una The Fall Of Saigon viepiù livida riordina il caos di Rainforest. Ascolti e non ci credi che abbiano più di quattro decenni sul groppone.

Mentre il management prova a trasformare il trio in una sorta di Pink Floyd per le nuove generazioni, nel 1980 il 12” Health And Efficiency conduce a estreme conseguenze la manipolazione di nastri con una Graphic/Varispeed suonabile a 16, 45 e 33 giri, ma recapita anche una formidabile title-track che preconizza i Battles sposando krautrock, rumorismo e melodia. Su tali basi un anno dopo Deceit segna il passaggio a Rough Trade innestando sapori etnici sul tronco di brani obliqui eppure solidi che reinterpretano i Talking Heads e indicano la via ai Savage Republic. Di un album che guarda al debutto nel jazz mitteleuropeo Triumph e nella serrata Paper Hats persuadono inoltre le moderate progressioni cantabili (apice l’immane A New Kind of Water) e una fermezza che fonde slancio, raffinatezza, trasversalità. Nonostante rimanga molto da esplorare, dopo una breve e poco convincente esperienza senza Williams nel 1982 ci si separa e partono le rispettive carriere soliste.

Dei This Heat si torna a parlare sottovoce nei medi Novanta, quando la These, etichetta legata al gruppo, immette sul mercato Repeat, che a Graphic Varispeed i rabbrividenti bordoni da rituale Gamelan di Metal. Altri tre anni e il fondamentale Made Available recupera le incisioni per la BBC accompagnando la definitiva consacrazione del post-rock con l’effetto collaterale della (ri)scoperta della band e un riaffacciarsi sulle scene interrotto dalla morte di Gareth nel dicembre di vent’anni fa. A tirare le somme nel 2006 Out Of Cold Storage, imperdibile box con l’integrale discografico e inediti, poiché non si va oltre quel trio. Da un lustro infatti Bullen e Hayward si esibiscono dal vivo con la sigla This Is Not This Heat, ospitando spiriti affini come Thurston Moore e Alexis Taylor. Non riesco a immaginare un modo migliore di restare fedeli a se stessi e onorare la memoria dell’amico scomparso. Avanguardia e umanesimo, fino alla fine.

L’umanesimo post-indietronico dei Notwist

Strana la vita e a volte anche i percorsi della popular music. Prendete i fratelli bavaresi Markus e Micha Acher, in arte Notwist. Ascolti il loro debutto omonimo del 1991 e ti travolge una tempesta post-hardcore punk; undici anni dopo, all’alba del nuovo secolo il capolavoro Neon Golden dispensa pastoralità mitteleuropea in sfoglie indie-pop impastate con l’elettronica e aromatizzate post-rock. Benissimo così: senza rinnegare le radici, si cresce e si cambia. Dicevo di una provenienza tedesca, con tutto quel che ne consegue in termini di retaggio. Ecco: nei Notwist il krautrock è un ingrediente che salta all’orecchio ma non più di altri, quasi un passaggio obbligato di cui bisogna tenere conto se ci si misura con certe sonorità. Da quella materia tuttora così attuale quando non avveniristica si può pescare all’infinito, e il nocciolo della questione sta nel cogliere soprattutto il messaggio.

Problema che non si pone con gli Acher e una carriera gestita all’insegna dell’iperattività, che oltre a una lunghissima concatenazione di impegni, progetti paralleli e collaborazioni li vede coinvolti in faccende altrettanto interessanti chiamate Village Of Savoonga, Tied & Tickled Trio, Lali Puna. Incredibile a dirsi, in tanto stakanovismo mai un passo mediocre da parte di chi iniziò sfogando la rabbia giovanile per sviluppare gradualmente la personale mescolanza perfezionata con Neon Golden. Nel 2008 The Devil, You + Me replicava da angolazioni più ombrose persuadendo giusto un filo meno del solito, mentre a rialzare l’asticella provvedeva entro sei anni Close To The Glass e dallo scorso gennaio Vertigo Days decreta la splendida mezza età della formazione.

Foto di Johannes Maria Haslinger

Micha e Markus non amano stare seduti sugli allori: con il nuovo arrivato Chico Beck, preferiscono convocare qualche collega (la jazzista Angel Bat Dawid, Juana Molina, l’ensemble fiatistico giapponese Zayaendo, Saya Ueno dei Tenniscoats) per lavorare su un canone del quale sono artefici, ma che tuttora considerano come una dimensione aperta. Dicotomia solo apparente e risolta in un disco dove latita il fastidioso approccio da “tutorial riccardone(rd)” delle nuove generazioni post e in sua vece trovi intuizioni brillanti, idee a fuoco, composizioni sviluppate da canovacci improvvisativi che si snodano lungo cambi d’umore e scenario.

Inframezzato da una manciata di funzionali interludi, c’è parecchio che valga la pena indagare tra i Gastr Del Sol alle prese con Cluster & Eno dell’iniziale Into Love/Stars e quelli viepiù bucolici del commiato Into Love Again: ad esempio, l’oscuro elettro-motorik Exit Strategy To Myself e una Where You Find Me irresistibilmente emotiva da Pavement , la malinconica e arguta orecchiabilità di Sans Soleil e il nervoso pop à la Stereolab di Al Sur. Se Ship trotta spedita dai panorami di Ege Bamyasi, Night’s Too Dark e Loose Ends potrebbero suscitare la benevola invidia del Damon Albarn solista; Into The Ice Age conduce un favoloso funk mutante in panorami jazz dapprima liquidi e infine tesi e l’elegante Oh Sweet Fire avviluppa il trip-hop dentro echi dub. Mi rendo conto di aver citato il programma quasi per intero e il motivo vi sarà chiaro. Impossibile annoiarsi con i Notwist: come dicono dalle loro parti, herzlichen Dank!

Beautify Junkyards: cartoline dal cosmo interiore

Come ogni musica popolare che si rispetti, il folk è un nastro di Möbius che più si avvolge su se stesso, più appare diverso. E come i personaggi di cui narrano certe tradizioni, rinasce ciclicamente nuovo ma antico: conosce le radici e per questo motivo andrà lontano mescolando presente e passato, memoria e ambizioni, nostalgia e fantasticherie. Di tutto ciò e molto altro è intessuto il policromo arazzo dei Beautify Junkyards, portoghesi in circolazione da un decennio freschi della pubblicazione di Cosmorama, quarto pannello di una serie che partiva nel 2012 con un’opera omonima di brani altrui in larghissima parte provenienti dal folk britannico d’antan. Una scelta che sin dall’inizio indicava le affinità elettive, l’estetica e il retroterra della formazione guidata dal cantante/tastierista João Branco Kyron.

Formazione che nel volgere di un triennio si spingeva un passo oltre con gli autografi di The Beast Shouted Love e poi, a una ricetta intrigante e aromatizzata di Tropicalismo, aggiungeva il passaggio alla Ghost Box (etichetta specializzata nella “hauntologia” britannica che ha intelligentemente ampliato il raggio d’azione) e l’arrivo di Helena Espvall dagli incantevoli Espers. Altri tre calendari e The Invisible World Of confermava il valore di un altro anello della catena che comprende Stereolab, Movietone, Pram, Broadcast e Vanishing Twin. Cioè di quei gruppi che in modi diversi disegnano paesaggi immaginari e costruiscono universi paralleli con brandelli di passati mai vissuti in prima persona.

Attitudine che nel caso specifico si fonde al talento per intrecciare elettrico e acustico, atmosfere filmiche ed esotismo, psichedelia ed elettronica retronuova in qualcosa che non soccombe al revival. In una personalità che nello sfuggente e mercuriale Cosmorama – il titolo si riferisce ad apparecchi ottocenteschi con cui osservare immagini panoramiche ingrandite e in rilievo: mi pare significativo – trova l’apice di maturità e allo stesso tempo un catalogo di possibili evoluzioni. Con la nuova cantante Martinez, qualche ospite (l’arpista Eduardo Raon; Nina Miranda, ex trip-poppettara con gli Smoke City; Alison Bryce, già nelle meteore neo-folk The Eighteenth Day Of May) e le idee al solito chiare, i lusitani consegnano il loro disinvolto equilibrio stilistico a una scaletta impeccabile.

Non rinunci a niente, qui, dalla magnifica Dupla Exposição che trasferisce i Can nei solchi di A Saucerful Of Secrets tra bagliori di colonne sonore horror dei ’70, ai trip-hop latini (e lisergici, e folk…) di Reverie e del brano omonimo, dal capolavoro The Sphinx – Isabelle Antena ostaggio degli Air: vi va? – al carnevale dal retrogusto malinconico di Parangolé. Se A Garden By The Sea incede con un passo da marcia classicheggiante ma non nasconde un cuore cosmico, The Collector cala un fantastico asso elettro-bossa in dub e l’inquieta Zodiak Klub tratta il krautrock come solo ai Laika riusciva. Infine, Vali è il madrigale misterioso e mistico che non può mancare, Deep Green si porge con trasognata grazia e il commiato The Fountain tira appropriatamente le fila del discorso. Magia nella magia, canzoni capaci di confortare e inquietare in egual misura diventano a un certo punto stanze di una casa stregata dalla quale non vuoi uscire. Preparatevi a gettare via la chiave.

Felt: storie di ottimisti e di poeti

Pochi hanno saputo costruire attorno a sé un alone di mistero come i Felt. Nel loro caso, l’enigma risulta inscindibile da uno stile che in parte deriva dal conflitto fra Arte e Pop vissuto da Lawrence Hayward, sensibile perfezionista che del gruppo fu fondatore e despota illuminato. Uno che voleva l’adorazione di teenager e critica ma purtroppo ha centrato solo il secondo bersaglio. Uno che ha scritto canzoni senza tempo, imbevute di un’emotività trattenuta tipicamente british e poco alla volta si è allontanato dall’astrattismo lungo un percorso di sfumature. La sua incessante, maniacale ricerca di perfezione spiega una parabola volutamente delimitata in dieci anni, dieci album, dieci singoli. Poi addio. Perché? Perché no, se il compito del Genio è anche quello di rompere le regole per stabilirne di nuove?

Spiace quindi che, come gli altri Venerati Maestri Go-Betweens, i Felt abitino ancora in un “limbo underground”. In un universo parallelo, lo schivo dandy Hayward è famoso quanto Moz e Jarvis Cocker, ma nel nostro mondo ci consoliamo con una musica di virile poesia e rimandi illustri. Musica giunta dalle Midlands operaie e per la precisione da Birmingham. Lawrence Hayward vi nasce nel 1961 per venir su in un borgo di periferia dal dickensiano nome di Water Orton. Esteta taciturno folgorato tredicenne da Ziggy e T.Rex, trova nel Settantasette la manna dal cielo e venera Television, Velvet Underground, Eno, Patti Smith, Swell Maps. Nel microcosmo di case di mattoni, querce e giorni che fingono di non passare incontra il virtuoso chitarrista Maurice Deebank. Intanto accantona il cognome – come Morrissey: però in anticipo e “a rovescio” – e bazzica la scena punk cittadina detestandone il dilettantismo ma non la risolutezza ad autogestirsi. E nella sua cameretta, scrive e suona.

Gary Ainge e Lawrence a Londra, febbraio 1982. Fotografia di David Corio/Redferns

In coda al decennio i Felt sono il paravento di un solista obbligato al salto allorché “Sounds” elegge singolo della settimana l’autarchico rumorismo di Index. Convocati Deebank, il batterista Gary Ainge e il bassista Nick Gilbert, il ragazzo pesca ragione sociale e voce dall’idolo Tom Verlaine e le intreccia a melodie di laconica efficacia, a corde che saldano Marquee Moon con l’estrazione classica di Deebank, al tambureggiare ipnotico di una Maureen Tucker sedata. Unicità che nel 1980 profuma anche di shoegaze e post-rock. Incredibile, eh? Come incredibile è che la Postcard rispedisca indietro un nastro perché suona “troppo alla Velvet” e che Mark E. Smith in persona risponda a una lettera di Nick invitando degli sconosciuti a Manchester per aprire un concerto dei Fall. Piacciono parecchio e si replica a Liverpool e Londra, dove Mike Alway li accasa alla Cherry Red.

Preceduto dal 7” Something Sends Me To Sleep e prodotto da John Rivers, nel marzo 1982 Crumbling Of Antiseptic Beauty stupisce per una maturità che attenua la tensione dei Television in chiave bucolica attraverso il viluppo Evergreen Dazed, una visionaria Templeroy, gli arabeschi Fortune e I Worship The Sun, le elegiache Birdmen e Cathedral. Lo notano in pochi e sarà una costante della compagine che rimpiazza Gilbert con Mick Lloyd e per due anni non cambia. La stabilità giova all’incontro Orange Juice/Love di My Face Is On Fire e alla straordinaria gemma pop-wave Penelope Tree, ispirata all’omonima modella dei ’60 e risultato “spirituale” dell’infatuazione di Lawrence per Bob Dylan. L’influenza affiorerà più avanti, ché The Splendour Of Fear risponde al debutto con toni seppiati e concedendo più spazio a strumenti e complessità strutturale. In copertina, il manifesto di Alan Aldridge per il film “Chelsea Girls” girato da Andy Warhol annuncia una mesmerica trama di new wave, psichedelia, premonizioni dream-pop, echi del West immaginario di Morricone con apici in The World Is As Soft As Lace, Mexican Bandits e The Stagnant Pool.

Tramite il solistico Inner Thought Zone, Deebank sfoga il surplus creativo e affronta il rapporto difficile con chi gestisce ogni aspetto della band e concepisce i singoli come parentesi pop tra LP più sperimentali. La dicotomia viene sciolta nell’autunnale The Strange Idols Pattern And Other Short Stories accostando concisione e linearità a un’indolenza seducente. John Leckie subentra per sigillare i Byrds post-punk – roba fina da suscitare l’invidia di Johnny Marr – come Roman Litter e Sunlight Bathed The Golden Glow, il Lou Reed barocco di Spanish House, preziosi legami con il recente passato e azzeccati omaggi ad Arthur Lee e Go-Betweens. La metamorfosi procede grazie anche a Robin Guthrie, che si porta i Nostri in tour con i Cocteau Twins ed è scelto come produttore. Ignorate i mugugni del leader, obbligato per contratto a non impicciarsi nel mix: nell’agosto 1985 l’ultraterrena Primitive Painters in duetto con Elizabeth Fraser scaglia oltre il cielo un mulinante crescendo di pura, ineffabile emozione.

Dalla cima della classifica indie saluta inoltre l’arrivo del giovanissimo Martin Duffy, tastierista provetto – tra i primi a riscoprire l’Hammond dopo i Prisoners: i fan Charlatans prederanno nota – destinato a incarnare il nuovo asse sonoro. Entra comunque in punta di piedi nel meraviglioso Ignite The Seven Cannons, dove Robin cristallizza romanticismo (My Darkest Light Will Shine, The Day The Rain Came Down, Caspian See) e introversione (Scarlet Servants, Black Ship In The Harbour) tra anticipi di Pulp (I Don’t Know Which Way To Turn), neo-psichedelia (Elegance Of An Only Dream) e aperture estatiche (Serpent Shade, Southern State Tapestry). Quando Deebank molla definitivamente, Martin colora la svolta definitiva che trasloca il Dylan elettrico nei solchi di The Velvet Underground.

Non sarà per la Cherry Red, siccome il colosso Warner foraggia un marchio satellite (Blanco y Negro) per potersi assicurare Everything But The Girl e Jesus & Mary Chain. Rimasti fuori dal gioco, nell’86 i Felt passano alla Creation con l’eccelso 12” Ballad Of The Band, nel quale brillano l’incalzante inno omonimo, una I Didn’t Mean To Hurt You younghiana con sentimento e un paio di sublimi notturni pianistici. Ti aspetti un altro LP capolavoro, ma Lorenzo il Magnifico Bizzoso rifila i brevi bozzetti strumentali di Let The Snakes Crinkle Their Heads To Death. Poco importa se sia un capriccio d’autore o un modo per sviare le attese, perché ai primi freddi Forever Breathes The Lonely Word palesa il cambiamento già in un artwork che cita il warholiano scatto del debutto però rimpiazzando Hayward con Duffy.

Da qualche parte tra un Lloyd Cole elegantemente maudit e dei Green On Red albionici, una manciata di vivaci acquerelli (Rain Of Crystal Spires, Down But Not Yet Out, Grey Streets) e sfoglie malinconiche (September Lady, All The People I Like Are Those That Are Dead, Hours Of Darkness Have Changed My Mind) stabilisce impareggiabili standard indie-pop. Per qualche mese Lawrence frequenta Sarah Cracknell, futura cantante dei Saint Etienne alla quale dedica la She Lives By The Castle che illumina Poem Of The River. Lavoro dalla genesi tormentata, questo, per il quale McGee impone la produzione dello svagato Mayo Thompson e Hayward vorrebbe gettare i master nel Tamigi per lo sconforto. Finiti i soldi, l’album esce rattoppato da Guthrie e malgrado il titolo sarcastico convince in pieno con un personale approccio vicino al Paisley Underground e il fantastico apice Riding On The Equator. Che nel 1987 la forma sia eccellente lo ribadisce il lirismo tenebroso dell’EP The Final Resting Of The Ark.

I primi scricchiolii si avvertono l’anno seguente. Di The Pictorial Jackson Review piace la musica, articolata su una prima facciata di canzoni più del solito ruvide (trattasi di demo: Lawrence andrà su tutte le furie) che garagizzano Blonde On Blonde e un retro crepuscolare dominato da Duffy. A spiazzare è l’elegiaco cinismo scolorito in livore e stanchezza. Prova ne sia l’inutile cocktail jazz di Train Above The City, riscattato nell’EP Space Blues con i Suicide gonfi di codeina della title-track. La storia termina in cerchi concentrici: Creation non può espletare il “piano decennale” e nell’89 si torna alla corte di Alway per Me And A Monkey On The Moon, piuttosto fiacco nonostante la regia di Adrian Borland. Hayward sa che i tempi stanno cambiando e in dicembre saluta con un concerto a Birmingham. Maurice è tra il pubblico e finale più letterario non poteva darsi.

A proposito di libri: vi rimando a “Ballad of the Fan” del francese JC Brouchard e a “Felt” del capobanda per mitologia e dettagli, annotando la bontà del documentario “Lawrence of Belgravia” uscito nel 2011 e ricordando che Martin Duffy ha fatto fortuna nei Primal Scream e Lawrence, tra alti e basi esistenziali, ha proseguito la carriera con i Denim e i Go Kart Mozart. Oggi un artista serio e coscienzioso convive con il maniaco delle simmetrie che nel 2018 ristampa il catalogo alterando mix e scaletta di Ignite The Seven Cannons… Sorrido e mi tengo stretti originali che conosco a memoria. Anzi, come dicono oltremanica, by heart. Giusto così, perché venti pezzi di vinile e di vita sono una questione di cuore. A metterli in fila, compongono un romanzo cui manca solo il titolo: “La ballata di un Genio incompreso”.

"Brave words about sounds & visions"