Uno nessuno cento Dylan

Dal giorno in cui si salvò con una capriola e un salto dalla motocicletta, alla sua maniera Il Bardo ci ha regalato un Capolavoro per ogni decennio. Lungo una sceneggiatura di squilibrato rigore, abbiamo inghiottito Selfportrait per scaldarci con l’amore che non è più di Blood On The Tracks, ricevuto in dote la magnificenza di Oh Mercy dopo le immersioni nell’acqua santa e guardato lo spessore di Time Out Of Mind schiacciare tanti passi svogliati. Il gioco delle contraddizioni appartiene di diritto all’unico artista che, sfaccettato all’inverosimile, è transitato dalla musica popolare alla letteratura da Maestro indiscusso. Non si incasella Dylan: è mercurio selvaggio. Come potresti, con chi si nasconde dietro le maschere perché – ipse dixit all’epoca della Rolling Thunder Revue – chi le indossa non può mentire?

Lo spiegò alla perfezione Todd Haynes, affidando a Cate Blanchett il ruolo dell’unico Bob iconograficamente fedele dello splendido “Io non sono qui”: Jokerman è una matassa impossibile da sbrogliare, dunque bisogna lasciarsene avvolgere ed è così che cogli il fascino dei “qualcosa” ancora da capire a distanza di anni, dell’estrema e dichiarata multiformità, del gusto della sorpresa. Tant’è vero che la mano di carte da applauso tardava ad arrivare in un ventennio nel quale ci siamo scervellati, accontentati e (in parallelo con Neil Young, che lo stesso giorno risponde dal passato con Homegrown) soprattutto affidati agli archivi. Eravamo quasi prossimi alla rassegnazione, finché…

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Finché Rough And Rowdy Ways non ha consegnato i primi autografi dal 2012. Canzoni di ricercata asciuttezza strumentale, vocalità densa e parole che pesano tonnellate. Parole intrecciate ai suoni perché questa è musica che farebbe uno Shakespeare contemporaneo, un pistolero sagace che affida lo spirito di un’epoca a universali profondi da perdercisi dentro. Poesia? Vedo il diretto interessato sorridere sornione nel momento in cui – Giano bifronte che cita Whitman – apre il disco affermando di contenere moltitudini e confessandosi “man of contradictions”. Il che, nello specifico, significa modellare il canone occidentale e incastrarne gli ingranaggi in brani che raccontano l’uomo e la Storia. Nell’intervista al “New York Times” che ha preceduto l’album, infatti, Zimmie spiega che le canzoni nascono da sole e poi confidano sulla sua voce. Pensa a se stesso come un mezzo, non come un messaggio.

Tra certezze vestite da inquietudini e viceversa, ecco piovere blues vibranti (False Prophet, Crossing The Rubicon), valzer mitteleuropei ricamati di pedal steel (My Own Version Of You è Mary Shelley nei solchi di Rain Dogs), errebì romantici aromatizzati doo-wop con rimandi a Jacques Offenbach (I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You), omaggi che trottano tristallegri (Goodbye Jimmy Reed). Quanto al folk eternamente reinventato, lo trovate nella delicatezza ambientale di I Contain Multitudes e in una coheniana Mother Of Muses, nella favolosa e laconica Black Rider e nel crepuscolare commiato Key West (Philosopher Pirate). Quando la “Wasteland” di Murder Most Foul – sistemata su un dischetto separato, a osservare più che a tirar le fila – avvolge con un’amarezza da camera che ricorda John Cale, capisci che Rough And Rowdy Ways scintilla qui e ora. Che è un labirinto in cui perdersi e riflettere, perché sbaglia chi in Bob Dylan cerca risposte: soffiano nel vento, le malandrine, e acchiappale tu se sei capace. A settantanove anni, Bob continua a porre domande e a sciogliersi dalle catene come Houdini. Sa che il poeta è un fingitore. Noi, invece, ancora dobbiamo farcene una ragione.

Nick Haeffner in tempo per il tè

La natura di un cult record è sfuggente e curiosa. Dove sta il segreto di dischi che, mancato il successo, esercitano un’influenza sotterranea ma persistente e vantano fan che li considerano un pezzo delle proprie vite? Forse nella sconsiderata genialità che si fonde con una dimensione “moderatamente collettiva”, intrecciando la coperta di Linus sotto la quale ci riconosciamo tra carbonari salvati da un pezzo di vinile. Anche per questo tanti ricordano la neopsichedelia con profonda emozione e vi racconteranno che una parte di quel movimento approdò su lidi sixties mai esistiti. Che colse lo spirito di un’epoca vissuta di riflesso, rendendola una faccenda attuale.

Accadeva dappertutto, da Los Angeles a St. Albans, Hertfordshire. Colà Nick Haeffner (classe 1959) cresce con Beatles e Stones, Leonard Cohen e Incredible String Band, Led Zeppelin e Fairport Convention. A sedici anni imbraccia la chitarra da autodidatta e a venti scrive canzoni per sé e per tali Clive Pig & The Hopeful Chinamen. Il concittadino Phil Smee, che dirige la piccola etichetta Waldo’s, li affianca in scuderia ai punkettari The Bears e quando costoro diventano Tea Set, Nick entra nei ranghi come chitarrista. Una session per John Peel attrae l’attenzione di Hugh Cornwell degli Stranglers e la EMI finanzia un singolo. Nondimeno, l’inesperto quartetto e un Hugh troppo meticoloso dilapidano il budget in un mezzo disastro e il gruppo si scioglie.

 

Fortuna vuole che Nick mantenga i contatti con Smee, frattanto specializzatosi nel recupero di manufatti anni Sessanta con il marchio Bam Caruso: questi soppesa i brani ed espande la visuale del ragazzo passandogli dischi di John Cale, Captain Beefheart, Nick Drake, Van Dyke Parks, Beach Boys. Nei medi ‘80 Phil decide di arricchire il catalogo con qualche novità e un 33 giri di Haeffner è la scelta più naturale. Le registrazioni sono spalmate su nove mesi, approfittando dei ritagli di tempo e facendo di necessità virtù con pochi amici e il produttore Brian Marshall. Chiare le idee e sufficienti i mezzi, nel 1987 The Great Indoors può stupire da gioiello che, ben presente la new wave, distilla i DNA di Ayers, Barrett e Drake pur non fermandosi lì e costruendo un universo a sé, indenne al tempo e alle mode. Un universo difficile da raggiungere fino allo scorso anno, quando la spagnola Hanky Panky ha ripubblicato il disco in un doppio CD colmo di rarità e inediti. 

Il piatto forte restano comunque i dieci brani originali, che dalla copertina in perfetto stile psichedelico conducono lungo un’arcadia eccentrica da osservare a occhi spalancati. Tutti e tre, ovviamente. Ci si perde dentro strumentali bucolici (la bossanova omonima; You Know I Hate Nature, che scivola da Bryter Later con ironia) e l’irresistibile pop acidulo di The Sneaky Mothers e The Master risvegliandosi con l’Africa mutant alla Brian Eno di Breaths – cover degli Sweet Honey On The Rock – e una Don’t Be Late in cui un Barrett rasserenato capeggia i Love; e se in Furious Table i Can trafficano con storture wave-funk, i Devo albionici di The Earth Movers precorrono Jacco Gardner. Un delizioso aroma di britishness aleggia ovunque e più che altrove nei due apici collocati quasi in chiusura, il lisergico bignè beatlesiano Back In Time For Tea e l’acusticheria malinconica Steel Grey.

 

Tutto molto bello e che si perderà nel nulla. Le vendite dell’album bastano giusto a pareggiare i costi, il nostro eroe tiene pochissimi concerti e a inizio 1988 la Bam Caruso fallisce. Subentra la Demon, non interessata a un seguito del quale esistono già il titolo (uno spiritoso Dali Parton), alcuni demo e l’ipotetica supervisione di Andy Partridge; peccato, perché quanto riaffiora dalla ristampa meritava una sorte diversa. Dopo una comparsata con gli Psychic TV, invece, Haeffner accantona la musica e termina gli studi. Fino all’estate 2017 insegna arte e cinema all’università, scrive saggi e cura mostre, poi lascia il lavoro e nel 2019 ecco un disco nuovo, significativamente intitolato A New Life Awaits You. Bene, ora che Nick è tornato, vado a mettere su la teiera e preparare torte e pasticcini. Tra poco arrivano i nostri chuckaboo Alice e il Cappellaio Matto. Da gentleman, ci tengo a fare bella figura.

Mark Mulcahy, stella brillante

La vita non è stata gentile né equa con Mark Mulcahy. Quest’uomo ha scritto canzoni splendide in un gruppo che, fedele al nome, ha compiuto miracoli per una platea che dire ristretta è puro eufemismo. Ma ciò è ancora niente. Nel 2008 Mark perdeva la moglie restando con due figlie piccole e per soccorrerlo economicamente alcuni colleghi allestivano Ciao My Shining Star, un benefit album di riletture del suo repertorio. Per avvicinarvi ai Miracle Legion partite tranquillamente da lì: garantisco che cercare gli originali e innamorarsene sarà questione di un attimo.

Quello sarà il vostro dorato biglietto di accesso a un club che annovera Michael Stipe, Ryan Adams, Nick Hornby e diversi altri fedelissimi di nobile rango pronti a giurare su una bellezza che mescola folk-rock, new wave, emozioni. Se la ricetta sembra familiare, è perché i Miracle Legion furono una versione meno criptica dei primi R.E.M. e oggi si ergono a simbolo di tanti che come loro seppero rinnovare il passato, trovandosi loro malgrado lontano dai riflettori. Non dovesse bastare, per sua stessa ammissione Thom Yorke vide mutato da costoro l’approccio al cantato e alla scrittura.

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Ragazzi di provincia folgorati dal punk, nei primi Ottanta gli amici Mark Mulcahy e Raymond “Mr. Ray” Neal suonano batteria e chitarra in diversi gruppi di New Haven, Connecticut. Quando decidono di scrivere assieme, il primo tira fuori quaderni pieni di parole, si piazza al microfono e la strana coppia funziona. Nel 1983 i due adottano la ragione sociale definitiva, una delle cento copie del demo A Simple Thing plana sulla scrivania di “Sounds” e per uscire dalla cantina serve una sezione ritmica. Detto, fatto. Un altro anno e la Incas del manager Brad Morrison stampa The Backyard, sfavillante mini-LP che dipana nostalgia e ricordi su intrecci chitarristici, passo squadrato, una voce profonda e tremolante.

L’innodica title-track, una meditativa Say Hello, l’inquieta Butterflies e il notturno acustico Stephen, Are You There? conquistano il cuore e i critici ma il seguito si fa attendere parecchio. Un concerto dopo l’altro, i ragazzi affinano intesa e repertorio, poi firmano con la Rough Trade e nell’87 Surprise Surprise Surprise poggia su strutture complesse e arrangiamenti dediti all’intarsio malinconici mid-tempo (Country Boy, Mr. Mingo), ballate accorate (Truly, Little Man), gioielli come la cantilena in ripartenza Paradise, il crescendo Wonderment, la fenomenale psych-wave di All For The Best. Dopo l’EP Glad, però, i Miracle Legion sono di nuovo Mark, Ray e basta.

The Backyard

Senza perdersi d’animo, i due vanno in tour con gli Sugarcubes e registrano in perfetta solitudine Me And Mr. Ray. Mossa azzeccata, ché il robusto minimalismo si addice alle cupezze di Pull The Wagon e all’ipnosi di And Then?, alla filastrocca You’re The One Lee e al country-rock The Ladies From Town, a una Sailors And Animals visionaria e a una vibrante Gigantic Transatlantic Trunk Call. Oltre la cerchia degli appassionati non lo nota nessuno, Rough Trade fallisce e nel 1992 i Miracle Legion tornano un quartetto passando alla Morgan Creek, una casa cinematografica californiana decisa a trarre profitti dal boom indie. Supervisionato da John Porter, già in regia con gli Smiths, Drenched avrebbe qualche possibilità grazie alle raffinate Snacks And Candy ed Everything Is Rosy e alle luccicanze Little Blue Light, Sea Hag e Out To Play.

Per ragioni ignote l’etichetta non lo promuove, abbandonando i Nostri fino al 1996 del commiato autoprodotto Portrait Of A Damaged Family. Poi Neal si trasferisce in Scozia per amore e Mark adotta la sigla Polaris per i brani del programma televisivo The Adventures Of Pete & Pete. Qualche tempo dopo la tragedia cui accenno in apertura, Mulcahy viene raggiunto dall’amico su un palco britannico e voilà. Il “Record Store Day” 2016 saluta la ristampa di Portrait Of A Damaged Family, quell’estate la reunion è ufficializzata con una tournee e riassunta la primavera seguente dal live Annulment. Per non farsi mancare nulla, sappiate che intanto quel bel tipo di Mulcahy ha rimesso in pista anche i Polaris. Tanta tenacia andrebbe infine premiata, non credete?

Giovani, romantici Breathless

Dominic Appleton è il mio cantante vivente preferito. La sua voce è triste e stupenda, come le melodie che intona.

Così parlò decenni fa Ivo Watts-Russell, fondatore e cervello della 4AD. Non esagerava, poiché erano stima e amicizia reciproche a far in modo che i promettenti Breathless lavorassero con John Fryer, il produttore che aveva da poco scolpito la compiutezza estetica dei Cocteau Twins. Ulteriore prova dell’onestà intellettuale di Ivo il fatto che Dominic comparirà nel secondo e terzo volume del progetto This Mortal Coil anche se il gruppo da lui guidato non pubblicherà mai per la sua etichetta. Tu chiamale, se vuoi, affinità elettive. Punk nello spirito e nella pratica, i Breathless ricorrevano da subito all’autoproduzione tramite il marchio Tenor Vossa al fine di evitare il lato oscuro dello showbiz. Comunque inverosimile pensarli delle star nei medi Ottanta, siccome è solo in epoche relativamente recenti che una traduzione piuttosto annacquata e formulaica del dream pop ha conquistato le classifiche.

Sì, perché ci fu un tempo in cui ciò che chiamavamo ‘shoegaze‘ seppe incarnare un suadente anello di congiunzione tra il post-punk e la psichedelia. Mi piace credere che siano stati gli Smiths a forgiarlo nel capolavoro How Soon Is Now?, dove chitarre sibilanti e una voce mesta sballottavano il cuore e il cervello con lo stesso piglio energico e visionario dei Breathless, talenti purissimi in grado di condurre Tim Buckley tra i solchi di un A Saucerful Of Secrets supervisionato da Brian Eno. Se cercate i progenitori dei “guarda scarpe”, dovete rivolgervi anche a loro per questioni cronologiche, ma soprattutto per l’anima romantica che li colloca in una bolla atemporale.

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Similmente agli A.R. Kane, gentiluomini e gentildonna sono un culto con basi solidissime che in un attimo ridimensiona i moderni epigoni. Eventuali scettici e neofiti si procurino The Glass Bead Game, il loro LP d’esordio reso ora di nuovo disponibile in un CD Tenor Vossa splendidamente suonante. Annotato che della ristampa in vinile si occupa la 1972 e che alla scaletta originale è stato aggiunto un brano dell’antecedente EP Two Days From Eden, mi limito a ricordare che qui nasce un’alchimia sonora di fascino ed eloquenza non comuni. Eano del resto navigati, i quattro, poiché Appleton aveva militato con l’amico chitarrista Gary Mundy negli A Cruel Memory e figurava alle tastiere in The Sitting Room di Anne Clark. Conosciuta la bassista Ari Neufeld e accettato l’invito a entrare nella sua band, l’intesa si rivelava tale che entrambi immediatamente fondavano i Breathless convocando Mundy e il batterista Tristram Latimer Sayer. Dopo un paio di singoli e il succitato EP, incidevano questo 33 giri in diretta per conferire “tiro” a brani di livello elevatissimo.

Forte della sapiente post-produzione di Fryer, dal 1986 un wall of sound maestoso senza eccessi intreccia chitarre, tasti e voci su ritmi marziali però sciolti e un basso pulsante (Across The Water, See How The Land Lies), trasforma i Gemelli Cocteau nei Joy Division con un orecchio rivolto ai corrieri cosmici e l’altro di già al post-rock (All My Eyes And Betty Martin, Every Road Leads Home, Touchstone), spedisce gli A Certain Ratio in gita su Marte (Sense Of Purpose) e porge wavedelia evocativa e seducente (Count On Angels, Monkey Talk) . Smentendo il titolo del disco e dell’omonimo romanzo di Hermann Hesse che lo ispirò, queste perle non sono affatto di vetro. Sono i primi abbaglianti gioielli di una carriera immacolata e apprezzata da pochi. A voi il compito di spargere la voce.

Bentornati al medicine show

Benché zoppicante e rattoppata, la democrazia è il sistema di governo nel quale viviamo e conviene averne la massima cura, perché tra tante altre cose garantisce la libertà di pensiero ed espressione. Ognuno può più o meno pensarla come vuole su qualsiasi tema, dalla nazionale di calcio alle famigerate reunion. Tema spinoso e complesso, quest’ultimo, poiché se Wire e Feelies tuttora dispensano lezioni di ingegno, più spesso che no assistiamo a faccende patetiche per le quali risulta difficile spendere elogi o un minimo di benevolenza. Almeno così è per il sottoscritto, considerando che al mondo esiste pure chi si inebria di nostalgia canaglia e problemi non ha.

Fra i due estremi ci sono poi artisti che riannodano i fili che furono con il senno di quanto accaduto nel frattempo. Da questa delicata operazione può nascere un equilibrista che cammina disinvolto sul filo tra ieri e oggi. Tuttavia non sempre la si azzecca al primo tentativo. Nel caso dei Dream Syndicate “anni dieci”, il fresco di stampa The Universe Inside indica che How Did I Find Myself Here? These Times siano stati i passaggi intermedi per giungere a uno stile che non si arrendesse alla rievocazione. Gesto da applaudire anche solo per la serietà e il rispetto verso se stessi e il pubblico, non vi pare?

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Un gesto necessario, anche. Perché se in line-up c’è un chitarrista abile (Jason Victor) ma diverso dai predecessori, devi adattare il linguaggio sonoro. E allora accogli in pianta stabile il vecchio amico tastierista Chris Cacavas e, forte della comprovata solidità ritmica di Mark Walton e Dennis Duck, convochi un fiatista e un percussionista. Entri in studio, attacchi la spina e vedi cosa succede. Succede che infine (ti) trovi. Succede che sposti le chitarre un passo indietro, però conservi la ruvida meraviglia della neopsichedelia impastandone il lato più free con jazz cosmico e krautrock. Steve Wynn è pur sempre il curioso onnivoro che cantava del blues di John Coltrane ed ecco che, mutatis mutandisThe Universe Inside vive della febbrile creatività e della grandezza autoriale appartenute a The Medicine Show. 

Registrato in diretta e successivamente “montato” ispirandosi al lavoro di Teo Macero con Miles Davis, il disco svela subito la rivoluzione in The Regulator, venti minuti di sensazionale cavalcata motorik dentro una giungla urbana di chitarre, voci, sax e il sitar dell’ospite Stephen McCarthy. Grossomodo, un’ipotesi di Can che in California mescolano On The Corner e Velvet Underground, risacche e impennate, codeina e anfetamine. Non vale meno il resto, dall’ombrosa ballata The Longing al groove acido misto country siderale di Apropos Of Nothing passando per quella ipnosi vibrante che in Dusting Off The Rust guida un funk-jazz elettrizzato ed elettrizzante. Approdo conclusivo The Slowest Rendition, tesa astrazione con l’eco di For Your Pleasure nell’aria. C’è stato un tempo per giorni di vino e rose e un tempo per storie di fantasmi. Adesso abbiamo un universo interiore nel quale perderci. Roba da non credersi. Roba da medicine showmen.

James e il potere dell’understatement

A volte il segreto sta nell’equilibrio. Nel camminare su una corda tesa senza cadere e, arrivati a destinazione, ripartire da capo. Questo il destino dei James, che lungo gli anni ’90 si infilarono nelle classifiche con un raffinato pop intessuto di post adolescenza e contaminazioni stilistiche. A suo agio nelle arene però adatto alla cameretta – l’equilibrio eccetera – perché offerto da adulti col cuore da teenager e tanta dignità che non sono divenuti patetiche macchiette. Capito, U2 e Simple Minds? Garbati anticonformisti e maestri nell’arte dell’understatement, ai James vuoi bene spontaneamente e infatti tuttora godono di un rispettabile seguito. Tuttavia non credo si tratti solo  di nostalgici: penso invece che i fan di un tempo portino i figli ai concerti e tutti si emozionino con un felice paradosso di epica intimista. Il talento insomma è fuori discussione.

Così come è fuori discussione che nell’Inghilterra degli eighties la ricerca di “nuovi Smiths” rappresentò per qualcuno una calamità. Ma siccome ogni regola ha un’eccezione, nel 1985 fu Morrissey in persona a dare risalto a un nome che nel triennio precedente aveva pubblicato la miseria di un 45 giri su Factory. Lungo e faticoso, l’apprendistato di Paul Gilbertson (chitarra), Jim Glennie (basso), Tim Booth (frontman caratteristico e ugola da Ian McCulloch più versatile) e del batterista Gavan Whelan terminava con l’invito di Moz ad aprire le date del tour di Meat Is Murder. L’occasione è sfruttata benissimo e sfocia in un contratto con la Sire. 

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Sostituito Gilbertson con Larry Gott, nell’inverno ’86 il gioiellino Stutter vanta la regia del braccio destro di Patti Smith, Lenny Kaye, e una naivetè folk trasfigurata da echi new wave smaniosamente armonici (Why So Close, Skullduggery, Scarecrow), venature funk (So Many Ways), ispirate trasposizioni del verbo di Aztec Camera (Just Hip, Johnny Yen) e Smiths (Summer Songs, Really Hard). Bellezza di culto che offusca lo sbiadito seguito Strip-Mine, dopo il quale l’etichetta si disfa della band che si rifugia da Rough Trade per la distribuzione dell’autofinanziato live One Man Clapping. La prima piazza nella chart indie segna il commiato di Whelan, cui subentra David Baynton-Power nel quadro di un’espansione dell’organico che vede aggiungersi il tastierista Mark Hunter, il violino di Saul Davies e l’esperto Andy Diagram alla tromba.

Mossa che potrebbe istigare magniloquenza ma si rivela autentica rinascita, poiché i James si adattano con classe al “Madchester” spedendo in alto singoli ottimi come Sit Down, Lose Control e Come Home. Ciò nonostante Geoff Travis tentenna, si passa chez Fontana e nel 1990 Gold Mother cavalca verso il successo aggiungendo al menu il trascinante lirismo di How Was If For You, gli Happy Mondays impegnati di Government Walls, le avvolgenti Walking The Ghost e Top Of The World, un brano omonimo in scia ai migliori Talking Heads. Neanche ventiquattro mesi e Seven consolida fama e forma in virtù del tris spacca classifiche Born Of Frustration/Ring Them Bells/Sound, dell’accorato western Mother, del soul moderno a spasso per le brughiere Don’t Wait That Long. 

Laid

Altro giro, altra corsa. Incassata la defezione di Diagram, Brian Eno aiuta a confezionare quel Laid che considero l’apice dei mancuniani. In un clima sospeso fra pastoralità tenui e remoti scorci urbani, l’ex Roxy Music conserva l’anima della formazione mentre ne enfatizza la purezza melodica (Out To Get You, Sometimes, Say Something), il lato più riflessivo (Dream Thrum, Lullaby) e la sapienza nel gestire dinamiche (Five-O, Knuckle Too Far, P.S.) e atmosfere (Skindiving e Everybody Knows addirittura anticipano Kid A). Anche l’America infine cede, adescata da una title-track malandrina che inneggia alle gioie del sesso spopolando nelle radio universitarie.

Invece della fotocopia, l’autunno successivo Wah Wah rielabora un’ora di jam pescate da Laid e sono gli ultimi bagliori: Gott lascia, nel 1996 Tim escogita con Angelo Badalamenti il curioso Booth And The Bad Angel e attenderemo quasi un lustro per l’ispirato Whiplash. Nello sperimentare con aggiornamenti di glam, techno rumorista, jungle e ambient non vi è traccia della flessione che al passaggio di secolo mostrano  Millionaires e Pleased To Meet Me. La separazione sarà prevedibile e durerà fino al 2007, quando Tim rimette in piedi la line-up di Laid (ma intanto Gott se n’è andato di nuovo) per recapitare un pugno di album apprezzabili e non privi di zampate. Sempre un piacere averlo tra noi, il tenero Giacomo.

 

 

Texas Instruments: radici nell’infinito

Non deve essere male vivere ad Austin. Capitale del Texas dal lontano 1839, riposa sulle rive del fiume Colorado tra laghi artificiali e colline rocciose vantando una vivace scena musicale. Caratteristica che mi permette di introdurre al volo un gruppo che prese il nome dall’omonima casa produttrice di calcolatori allorquando la new wave sfumava in una faccenda esaltante per comodità definita rock alternativo. David Woody (chitarra), Ron Marks (basso) e Steve Chapman (batteria) erano ragazzi che – similmente a tanti altri sparsi nella provincia statunitense – navigarono alla riscoperta di un passato e, nell’indifferenza del grande pubblico, seppero reinventarlo senza rendersene conto.

Folk e hard, slanci acidi e ipnosi post-punk, ammiccamenti ai Settanta e un ribollire ritmico parente dei Minutemen (omaggiati sul secondo LP rileggendo Life As A Reharsal) disegnavano i confini di un terreno spesso confinante con quello presidiato dai fratelli Kirkwood. Sarebbe tuttavia ingiusto ridurre i Texas Instruments a epigoni meno talentuosi dei Meat Puppets e/o dei Giant Sand: dai loro dischi migliori affiora un’interpretazione intrigante il giusto dell’ineffabile “estetica desertica” che trasformava miraggi in canzoni. Date loro una chance e garantisco che non vi deluderanno.

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Corre il 1983 quando il trio esce dalla cantina per lanciarsi a testa bassa nei locali di Austin. Ventiquattro mesi di serrata attività ripagano con la coesione e la robustezza sfoggiate dall’autarchico EP More Texas Instruments! La formazione predilige cadenze pacate e attende lo stesso lungo intervallo per esordire a 33 giri, dando nel frattempo una mano a Daniel Johnston per il nastro Continued Story. Ben ponderato, l’album omonimo (edito come il successore dalla Rabid Cat) può fondere muscoli e cervello giocando disinvolto tra impatto e raffinatezza. In un programma privo di cadute spiccano Call And Response, Prussian Blue, No Wonder I’m Confused e Girl Like You, mentre le travolgenti cover di Do Re Mi (Woody Guthrie) e A Hard Rain’s A-Gonna Fall sistemate in chiusura paiono eseguite da un Fogerty punkettaro.

Le promesse di grandezza trovano pieno compimento nell’oppiaceo, policromo Sun Tunnels, forte nel 1988 di una scanzonata You Ain’t Going Nowhere sottratta ancora a Dylan, del pigro folk Little Black Sunrise, del boogie‘n’roll modernista A Seascape Scapegoat, di una The Daily Image che strapazza il sixties pop britannico. Facce complementari della medesima, splendida moneta sono il citato tributo ai Minutemen e le scintillanti ipotesi di Hüsker Dü sotto LSD The Thing In Apartment B e Some Kinda Surprise, l’ondeggiare flessuoso di Floating Off To Greenland e una title-track che alterna estasi a impennate. Capolavoro cult? E sia.

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L’anno seguente il chitarrista Clay Daniel si aggiunge alla line-up mentre fervono i lavori al terzo LP. L’etichetta però fa bancarotta e Crammed Into Infinity esce su Rockville solo nell’autunno 1991, restando giocoforza schiacciato dai “pesi massimi” di una vendemmiata irripetibile. Un vero peccato perché atmosfere un poco più roots sfociano negli incantevoli folk-rock alla R.E.M. prima maniera del brano omonimo e di Hanging By A Thread, in un’articolata World’s Gotten Smaller, negli aromi blues di Big White Horse, in una She’s Not Free indirizzata sulla malinconica traiettoria che conduce da The Band agli Wilco. Altri due calendari e un passaggio alla Doctor Dream nel mezzo, Magnetic Home accusa il colpo in termini di brillantezza e scrittura, laddove il dignitoso Speed Of Sound segna la resa a metà dei Novanta.

Troppo obliqui sia per il grunge che per il movimento “No Depression”, i nostri spossati eroi si separano anche perché la multinazionale di cui sopra ha intentato causa, vinto e piantato l’ultimo chiodo nella bara. Non siamo in molti a ricordarci di loro, tuttavia (ri)scoprire i Texas Instruments è d’obbligo qualora la “tradizione reinterpretata” sia il vostro pane quotidiano. Da una sognante e tranquilla dimensione parallela, il bagliore traslucido di Floating Off To Greenland e Hanging By A Thread ribadiscono quanto la vecchia scuola indie americana costituisca un esempio di intelligenza, stile e creatività indenne allo scorrere del tempo. Avercene di gente così, oggi.

Popwork orange: Campag Velocet

It’s not meant to be comfortable, because life isn’t comfortable.” (Pete Voss)

Quando si critica l’Inghilterra per certe stramberie, spesso se ne dimentica la schietta natura di isola. Di un’entità a sé, staccata dal continente ma non abbastanza da potersene dire aliena. La “giusta distanza” è anche quella che gli isolani tengono verso ospiti ai quali gradualmente si aprono per non rimanere del tutto isolati. Nonostante il grigio presente, Albione continua a essere un posto dove piangi quando arrivi e quando te ne vai. La ami, però devi abituarti a certi aspetti nel bene e anche nel male. Prendete il piatto locale che più ci piace, quella pop(ular) music figlia dell’impollinazione incrociata fra sonorità bianche e nere che oggi vive il suo “post 2.0”. Che lungo e strano viaggio è stato, vero? E che bello muoversi come Dr. Who soffiando via la polvere da certi dischi per rendergli giustizia.

Assurdo per esempio che i Campag Velocet siano culto di pochi. Proprio loro, che riassunsero un decennio al tramonto con un crossover “al quadrato” tuttora freschissimo approfittando di una particolare twilight zone (il Duemila era alle porte) dove le certezze scoloravano in nuove inquietudini. Lo trovate ancora lì, il quartetto (Pete Voss, voce; Ian Cater, chitarra e tastiere; Barnaby Slater al basso; dietro la batteria, Lascelle Gordon) che fuse Madchester, krautrock, hip-hop e shoegaze mettendo d’accordo frequentatori della pista da ballo e fan del guitar-pop. Cinici ma adorabili, immagino questi figuri intenti a schiaffeggiare quei buzzurri dei Gallagher con un tascabile Penguin di “A Clockwork Orange” e poi passare con la stessa eleganza a cose molto più serie. Tipo intrecciare intuizioni del passato in qualcosa di splendidamente personale.

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Qualcosa di contaminato, anche, fin dalle origini in quel di Portsmouth, dove a fine ‘80 Pete e Arge fanno comunella tramite la passione per Schooly D e Public Enemy. Si spostano poi nei club londinesi e Voss tiene spiritati, eterogenei DJ set all’insegna di un’apertura mentale che torna quando nasce la band. Tratto il nome dal libro “Arancia Meccanica” e da una marca di biciclette italiane, i ragazzi ci mettono un po’ a carburare ma va benissimo così: nel novembre ’97 il 12” Drencrom Velocet Synthemesc è singolo della settimana del “New Musical Express”. Meritatamente, poiché il gioco tra esplicite citazioni da Anthony Burgess e uno stiloso assalto chitarristico apre squarci luminosi nei panorami di Metal Box. La Play It Again Sam li accoglie e To Lose La Trek graffia da bastardo di hip-hop e rock stradaiolo in anticipo sui Primal Scream di XTRMNTR. La sua minimale potenza spiega alla perfezione l’abilità con la quale i Campag Velocet armonizzano gli estremi e strapazzano cocci altrui; saldata a una scrittura di alto livello, sarà anche il basamento dell’album Bon Chic Bon Genre.

Dal 1999 questo fenomeno stringe la giugulare con un guanto di velluto. Tempo di premere “play” ed ecco un giovane Lydon che borbotta esagitato su lividi passi hip-techno nei novanta secondi della title-track e poi si concede del relativo relax capeggiando i Ride in Only Answers Delay Our Time. Se Cacophonous Bubblegum dona senso al “secondo avvento” degli Stone Roses – evocati in fogge new wave dallo strepitoso indie (acid) rock Vito Satan – in Sauntry Sly Chic gli Happy Mondays rinsaviscono con un’endovena kraut-funk. Mica finita: recuperati i singoli ed espulsa l’adrenalina, si prosegue tra sapienti dinamiche, riverberi di corde e ritmi robusti però fluidi. Tra gli Slowdive in febbri “baggy” di Skin So Soft e l’epica Pike In My Life/Schiaparelli Cat (grossomodo: Alan Vega ostaggio dei Can), tra la dubadelia di Caught Unawares e una Harsh Shark che riempie di codeina i Two Lone Swordsmen.

BCBG

Inafferrabile, visionario e coraggioso, Bon Chic Bon Genre cresce con gli ascolti ma rimette ogni volta in gioco la familiarità con sfumature inedite. A dispetto della stampa entusiasta, se lo filano in pochi e vai a sapere perché: eccessivo acume, scarsi mezzi promozionali dell’etichetta, qualche ruvidità caratteriale. Difficile dirlo. Più semplice è annotare come ridicolizzi le schiere di brufolosi ribelli(ni) dell’ultimo ventennio, primi fra tutti quei Kasabian passati alla cassa con la versione da supermarket delle medesime intuizioni.

Tornando a bomba, attenderemo cinque anni e un nuovo contratto per It’s Beyond Our Control, convincente seguito che cosparge un post-funk bianco di detriti new wave, elettronica ruvida e lisergie danzerecce. Non smuoveva granché e, sciolta la banda nel 2005, Voss ripartiva con i The Count ma di nuovo nulla da fare. Oggi il vulcanico pazzoide è titolare di un marchio di cinture fashion e sono certo che conservi lo spirito di un tempo. Lo spirito del moderno rocker mutante che scardina cliché e formule creando bellezza duratura. Perché è quella che conta davvero, e a culo tutto il resto.

Brainiac, i nerd superstars

La storia del rock è piena di sfortune assortite e decessi in giovane età. A voler sottolineare la genesi dal blues siglata tramite il patto con Robert Johnson, sovente il diavolo (o chi per lui) arriva a reclamare il dovuto. Nel caso dei Brainiac le disgrazie tocca addirittura sommarle: ventidue anni e rotti fa, il leader Timmy Taylor perì in un incidente al volante della sua Mercedes Benz del 1977. Quasi del tutto arrugginita, era il solo mezzo che potesse permettersi nel mentre il gruppo, adorato dalla stampa, stava per concretizzare un contratto major.

Beffa nella beffa, la band è stata praticamente rimossa ma chissà dove l’avrebbe portata il talento visionario di Timmy dalla natia Dayton, cittadina industriale dell’Ohio culla anche di Breeders e Guided By Voices. È là che questi quattro nerd stilosi – Tim (voce, tastiere), il bassista Juan Monasterio, il batterista Tyler Trent e la chitarrista Michelle Bodine – iniziano a suonare nel 1992 scegliendo una ragione sociale autoironica. Ispirato dal nemico di Superman, nello slang d’oltreoceano il termine brainiac indica i “cervelloni” accademici: non a caso, in linea con altri “deviati” rampolli dell’Ohio anche la musica saprà essere cerebrale pur senza autocompiacimento.

brainiac

La gavetta è tipica dell’epoca: concerti a profusione e qualche singolo che catturi l’attenzione. Quello stesso anno, sia Superduperseven che lo split con le Bratmobile convincono la Grass Records, marchio di ridotte dimensioni comunque capace di collocare nel ’93 Eli Janney dei Girls Vs Boys alla regia dell’album di esordio. Abbastanza promettente, Smack Bunny Baby, anche se latita il suono eccentrico, angoloso e irrobustito da iniezioni di modernariato elettronico che farà grande la formazione, qui intenta a trafficare con furia giovanile e storture melodiche. Poco dopo Michelle viene rilevata da John Schmersal e si lavora a una replica sempre con Janney, che eccetto due episodi sulla media distanza non abbandonerà più la band.

Da ascriversi anche al nuovo arrivato il progresso Bonsai Superstar, nel quale Radio Apeshot, Sexual Frustration e Juicy On A Cadillac incastrano la lezione dei Pere Ubu sulla frenesia stradaiola di Jonathan Spencer e Hot Metal Dobermans e Fucking With The Altimeter aggiornano i primi Devo; altrove, la predisposizione a giocare coi nervi dell’ascoltatore sfocia in una cantabilità tanto contagiosa quanto stralunata che necessita di un pizzico di messa a punto. Durante il tour che li vede sul secondo palco del Lollapalooza, i ragazzi sono reclutati dalla Touch & Go: curato proprio da Kim Deal, l’EP Internationale conferma la verve preparando il terreno alla maturità.

Hissing...

Nella primavera 1996 Hissing Prigs In Static Couture va a segno. La calma apparente di Strung, le pop-devianze da Pixies strapazzati di Pussyfootin’ e Hot Seat Can’t Sit Down, la sarcastica Kiss Me U Jacked Up Jerk e una manicomiale I Am A Cracked Machine stabiliscono le coordinate di un’opera che affronta il post-punk con creatività e attitudine sperimentale (ascoltare per credere Vincent Come On Down e 70 Kg Man) consegnando i Brainiac agli annali. Dopo le tournee di spalla a Beck, Breeders e Jesus Lizard e l’astratto EP elettro-kraut Electro-Shock For President supervisionato da Jim O’Rourke, fervono i lavori a un album per la Interscope. La notte del 23 maggio 1997, poco lontano da casa il ventottenne Taylor sviene al volante per le esalazioni del gas di scarico. L’auto si schianta, prende fuoco e lui muore sul colpo.

Il nome seguiterà ad essere riverito dai colleghi – nomi tra loro disparati come Jeff Buckley, Wayne Coyne, Chris Walla, Trent Reznor, Mars Volta, Muse – e conservato da pochi carbonari. Della più grande band perduta dei Novanta non si sentirà più parlare fino al 2019, quando il concittadino Eric Mahoney termina “Brainiac: Transmissions After Zero”, documentario che ripercorre la vicenda della formazione attraverso spezzoni live e interviste con la madre di Taylor, i membri superstiti e svariati fan di rango elevato. Speriamo che almeno post-mortem qualcosa si smuova: di nuovo, la mia piccola parte l’ho fatta. Adesso tocca a voi.

Come te nessuno mai: Isobel Campbell

A volte, per rifarsi una vita non c’è altra soluzione che andarsene. Infili la porta con la valigia in mano e, senza guardarti troppo indietro, arrivederci e grazie dei ricordi. Regola aurea per chiunque, in particolare per la categoria di artisti che cerca costantemente l’evoluzione nella continuità. Un equilibrismo delicato e per nulla facile che può implicare scelte anche piuttosto drastiche, come quella presa da Isobel Campbell che nel 2002 mollava allo zenit creativo i Belle & Sebastian co-fondati poco più che adolescente. Ecco: a mio modesto avviso, la macchina indie-pop per eccellenza dell’ultimo quarto di secolo – i veri eredi “post postmoderni” degli Smiths – ha iniziato a imballarsi con la defezione sua e di Stuart David.

Il punto però non è questo. Il punto è che la ragazza ha intrapreso in tutta calma una carriera degna di rispetto, dapprima con quei Gentle Waves in cui figuravano anche membri dell’ex gruppo e successivamente, preso il coraggio fra le mani, mettendoci il nome. A tre dischi con Mark Lanegan aggiungo il paio pubblicato in solitudine e, con un certo stupore, realizzo che dall’ultima missiva di tempo ne è trascorso un bel po’. La Campbell non è comunque stata con le mani in mano: dopo il trasloco a Los Angeles e le nozze con il produttore Chris Szczech, lavorava su There’s No Other terminandolo nel 2016. Succedeva però che l’etichetta originaria nel frattempo falliva e il progetto rimaneva invischiato nei relativi strascichi legali, finché la Cooking Vinyl soccorreva la cantautrice, ormai prossima al crollo psicologico, con un nuovo contratto e il supporto necessario agli ultimi ritocchi.

isobel gazing

Meno male, ché altrimenti ci saremmo persi una delizia nella quale una certa rilassatezza venata di malinconia che è la cifra stilistica della scozzese rappresenta anche la catarsi “postuma” del percorso di cui sopra. I tredici brani registrati a L.A. con il marito seguono infatti la bussola del sunshine pop e delle mutazioni folk a cavallo tra anni ’60 e ’70, tuttavia affidandosi al solido approccio creativo (nello specifico: un orecchio teso alla modernità comunque classica di Mojave 3 e Mazzy Star) che ha permesso ai Mercury Rev lo squisito The Delta Sweete Revisited. Parlano chiaro le atmosfere che sin dalla copertina richiamano la psichedelia light e gli arrangiamenti curati nel dettaglio che contraddistinguono un folk-pop orchestrale di elevata seduzione melodica e dai toni twee d’ordinanza.

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Svelato il gioco con l’iniziale luccichio City Of Angels, nel prosieguo la ricetta è arricchita con l’elettronica vintage di recente adottata dal Moon Duo (Ant Life), bossanova felicemente svagata (Rainbow), vibranti pennellate gospel (The Heart Of It All) e soul (Hey World). Ne deriva un sostanzioso babà retromaniaco frutto di passione ed esperienza che non risulta mai banale né melenso. Che addirittura consegna un poker di piccoli capolavori tramite la rilettura di Runnin’ Down A Dream di Tom Petty dove Margo Guryan si dà al krautrock, una The National Bird Of India dipinta con pastelli lisergici, la sinuosa ma pure mesta Boulevard e il delicato commiato Below Zero. There’s No Other è un perfetto compagno per attraversare l’inverno, accogliere la primavera e durare nel tempo. Congratulazioni, cara Isobel.

"Brave words about sounds & visions"