Classics Revisited: la fuga di Paul

Fatto numero uno: alcuni appassionati di rock sono come i tifosi che sbandierano le proprie talebane certezze al bar sotto casa. Confesso che, in anni giovanili nei quali l’apertura mentale un po’ difettava, pure io sono incappato in qualche oltranzismo ed è un peccato, siccome con l’ombra del mezzo secolo dietro l’angolo so di aver perso ore di gioia. Fatto numero due: dai primi della classe pretendi il massimo e per questo la critica ha randellato il McCartney solista senza pietà. Spesso con ragione, ché è dura mandar giù le silly songs da spot del deodorante e certi LP utili a sonorizzare centri commerciali. Eppure, sotto la ruggine e le sdolcinatezze trovi del buono e finanche dell’ottimo: parlando di 33 giri, calo un tris con l’omonimo debutto, il successore Ram e il più recente Chaos And Creation In The Backyard.

Nel mezzo ci sono gli Wings, parentesi di gruppo paravento per mostrare che sapeva ancora collaborare. Perché Paul è tante cose: sperimentatore curioso e rocker di razza, melodista stellare e promotore di buone cause. Uno che fa cento cose e se qualcosa non riesce, ok lo stesso, ché domani è un altro giorno. Perché se nasci sotto il segno dei Gemelli sconti un po’ la bipolarità, ma al momento giusto sai zittire chiunque. Poco alla volta, oltre al successo commerciale è giunta così anche la rivalutazione critica. Non so quanto interessi a un uomo di terza età che, signorilmente, affronta una vita che lo ha privato anzitempo di due amici – nonché compagni del Sogno che cambiò il mondo e che, spezzandosi, lo mandò in crisi – e dell’adoratissima moglie.

Paul

Nonostante tutto, Paul conserva il lampo negli occhi e nel sorriso. Ne sono felice e anzi commosso. Ora di recarmi a Canossa, raccontando nello spazio che resta di un disco da aggiungere senza esitare a quelli testé citati e fare poker. Non semplice la genesi di Band On The Run, ma le difficoltà temprano l’artefice e i risultati: gli Wings – Sir Paul, la consorte Linda, i chitarristi Denny Laine ed Henry McCullough, Danny Seiwell alla batteria – sono alla vigilia della terza tappa di un viaggio sin lì poco convincente. Approfittando della defezione di Seiwell e McCullough, si vola a Lagos, Nigeria, con l’intenzione di usare gli studi locali della EMI. Non proprio lo stato dell’arte questi ultimi, ma tra una rapina subita e un confronto con Fela Kuti si completa il lavoro entro la fine dell’estate ‘73.

Paul fa quasi tutto da sé e, citando il Fiumani, fa molto più di tre: trova un moderno pop-rock curato nei dettagli e pieno di intuizioni, energia e passione. Non butti via nulla, qui: non l’omonima mini suite che apre i giochi avvolgente ma inquieta per esplodere anticipando l’innodica malinconia dei Grandaddy; non una sinuosa, muscolare e irresistibile Jet tra glam e premonizioni di XTC; non il delicato etno-folk Bluebird, il roots-rock battente Mrs. Vandebilt e Let Me Roll It, che su uno strascicato errebì invia messaggi (arrangiamento e voce la rendono una potenziale outtake di Plastic Ono Band) a Mr. Lennon. Il quale si complimenterà per il disco e sarà un primo appianare il clima di polemiche creatosi nell’immediato post-Beatles.

BOTR

Non da meno un lato B dove scorrono l’asciutta ballata Mamunia, la No Words scritta con Danny Laine mediana tra Rubber Soul e Abbey Road, l’articolato omaggio Picasso’s Last Words (Drink To Me) che, come fosse opera di un Van Dyke Parks d’oltremanica, scivola imprendibile tra acusticherie, jazz da rive gauche, rimandi ad altri pezzi dell’album e sapiente orchestrazione. Resta ancora la “disco-rock” alla Roxy Music, stranita e colpita al cuore dal synth, di Nineteen Hundred And Eighty-Five: a fondo corsa e chiusa su un’ulteriore citazione della title-track, esorta a ripartire da capo mentre sale il dubbio che Band On The Run sia una specie di concept.

Del resto, il titolo e una copertina dove il gruppo è colto da un riflettore mentre cerca di evadere dal carcere parlano chiaro. Scappare. Chissà se dal fardello del recente passato, dallo show business o da un’esistenza che tanti pretendevano fosse “come prima” ma lui no, perché non avrebbe avuto senso. Mi piace pensare che Paul abbia esorcizzato lo spirito di quella band con un disco: ovvero, con un cerchio che gira su se stesso. E che lo abbia sigillato, quel cerchio, con un’identità artistica infine consacrata alla propria (im)perfetta solitudine.

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Kult Korner: Vaselines, perché low-fi?

A volte serve tempo per vedersi riconoscere dei meriti. Magari deve tessere le lodi un nome “importante” ed ecco cani e porci saltare sul carro. Così va il mondo, amen. Dando per scontato che chiunque conosca Unplugged dei Nirvana, sottolineo che solo un vero punk come Kurt Cobain poteva inserire in scaletta una serie di brani altrui che erano atti di riconoscenza e amore: accanto al Leadbelly straziato e straziante, a dei Meat Puppets conclamati classici e a un Bowie elevato a nuova e altra Immortalità, ecco una ballata vibrante e innodica sino ad allora patrimonio di pochi cultori. Tra luce di quelle candele, Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam è cosa Maiuscola. Di tale “pubblicità”, Eugene Kelly – autore del brano e, con Frances McKee, anima dei Vaselines – ha tuttavia beneficiato solo in termini di royalties, senza oltrepassare il culto.

Eppure il leader dei Nirvana (ipse dixit: “i miei compositori preferiti al mondo”) non fu l’unico a trarre ispirazione: nell’elenco vanno inclusi la K Records, Beat Happening, Sebadoh e un’ampia fetta del low-fi statunitense dei ‘90. Di conseguenza, anche chi in epoche più vicine ha memorizzato il manuale “C86”, per esempio Veronica Falls (che dei Vaseslines hanno inciso una cover) e le Girls prefissate Dum Dum e Vivian. Influente  Eugene Kelly lo è. In un modo sommerso che si confà a lui e all’amico Stephen Pastel, l’altro scozzese portabandiera del guitar-pop amabilmente ruvido e citazionista dei secondi anni Ottanta.

Vaselines

Corre l’anno 1986 quando in un pub edinburghese Eugene e Frances fondano i Vaselines, raccogliendo più tardi alla batteria l’altro Kelly, Charles, e il bassista James Seenan. L’amico Stephen ha messo su l’etichetta 53rd And 3rd (ah, Ramones!) e gli offrono la prima session in studio, Son Of A Gun. Brano spettacolare che farà scuola per verve melodica, minimalismo tagliente e ruvido, possiede un’espressività brada e schietta che mostra un embrione dei Nirvana – il feedback iniziale, quel canto annoiato, l’aprirsi del ritornello – mentre le ancelle dell’ottimo EP porgono folk elettrificato e una canzone di Divine (!) in salsa techno-pop garagista.

Il successivo 7” Dying For It approfondisce invece il legame con i Velvet Underground (sia per il tramite generazionale di Psychocandy che per il versante torbidamente quieto) in Molly’s Lips e nell’originale Jesus Doesn’t Want Me For A Sunbeam, in punta di viola e cuore aperto. Da avere anche l’album Dum Dum – che dicevo su ragazze e ispirazione? – che nell’89 varia gli schemi con le tastiere (Slushy) e anticipando lo yé-yé da motociclisti dei Raveonettes (Monsterpussy), dandosi al countrybilly (Oliver Twisted) e a filastrocche disturbate (The Day I Was A Horse), incrociando i fratelli Reid e i Television Personalities (Bitch, Dum-Dum), strapazzando polaroid della California (Lovecraft) e del Greenwich Village (Let’s Get Ugly).

the way of

La storia (inclusa quella d’amore tra Eugene e Frances) finisce nella settimana in cui l’LP è nei negozi. I Vaselines si ritrovano solo nel 1990 per aprire la data cittadina dei Nirvana. Due anni e Incesticide recupera le Molly’s Lips e Son Of A Gun nirvaniane, la Sub Pop paga pegno con la raccolta The Way Of The Vaselines e Kelly torna con gli Eugenius, dopo che il 12” Flame On a nome Captain America ha causato beghe legali con la Marvel. Oomalama si adatta all’epoca con suoni induriti e una produzione più cristallina, recupera l’EP incriminato e chiude il cerchio rifacendo Indian Summer di Calvin Johnson. Non male, però vende poco e si chiude bottega dopo un mini dal vivo e il mediocre Mary Queen Of Scots.

Avanti veloce sul trascurabile seguito fino all’estate 2006, quando la coppia torna per un concerto di beneficenza. Altri due calendari via dal muro e, con un’altra sezione ritmica, gli spettacoli proseguono sempre meno in sordina, apici la prima data americana (a Hoboken: mi piace credere che gli Yo La Tengo fossero in prima fila) e la festa del ventennale della Sub Pop. Seguono l’antologia Enter The Vaselines, il Primavera Sound, l’All Tomorrow’s Parties e un paio di album – Sex With An X (Sub Pop, 2010); V For Vaselines (Rosary Music, 2014) – nei quali ritrovo le psicotiche nenie e i ruvidi babà pop che risuonano lungo l’ultimo trentennio indie. Mica male per degli artigiani, no?

Perfetti ma non troppo: Charlatans – amichevolmente vostri

Nel rock aiuta moltissimo fare ragionamenti in retrospettiva. Il distacco cronologico permette di rileggere serenamente i fenomeni e (ri)contestualizzare mode e tendenze. Prendiamo il “Madchester sound”: cosa resta, trent’anni dopo? L’esempio di crossover assoluto e l’attitudine sono impresse forti e chiare, certo, ma se parliamo di album, il cesto non è proprio colmo. Vero che fu un momento fulmineo e non di rado fatto più si singoli e 12”, tuttavia… Ecco Screamadelica, Capolavoro assoluto nell’ultimo anno dei Capolavori assoluti. Di sicuro Pills ‘n’ Thrills And Bellyaches degli Happy Mondays, altro passaggio obbligato che portò in classifica l’accidia e il cinismo dei poeti di borgata.

L’esordio degli Stone Roses? Splendido oltre ogni dire, ma con la pista da ballo e l’ecstasy c’entrava di striscio, essendo in realtà uno degli ultimi Capolavori del pop chitarristico indie anni Ottanta e perciò una cerniera tra epoche. L’elettronica policroma degli 808 State, beh, anch’essa una bellissima faccenda parallela. Vengo al punto aggiungendo un 33 giri che all’epoca la stampa britannica esaltò e che oggi colpisce per come osserva da una nicchia dorata tutto ciò che lo ha seguito.

charlatans

Tranne i primi EP, se chiedete a me nessun altro lavoro dei Charlatans vale l’esordio del 1990, quel Some Friendly che cattura l’attimo di cui sopra sottolineando come spesso il più fulgido pop d’oltremanica derivi dalla commistione con la black music. Le radici dello stile sensuale e comunque dotato di un piglio sostenuto della formazione del West Midlands (il cantante Tim Burgess, carismatico e dall’adeguato physique du role; le tastiere di Rob Collins e la chitarra di Jon Baker; la ritmica con Martin Blunt al basso e Jon Brookes, batterista morto di tumore al cervello nel 2013) stavano in antesignani come Brian Auger, Graham Bond Organization, Spencer Davis Group. E nei Prisoners, cult-band dalla quale proveniva un altro coevo sdoganatore dell’organo Hammond, James Taylor.

Parlano chiaro lo strumento padroneggiato da Rob Collins – scomparso pure lui: nel ’96, in un incidente automobilistico – e la scintillante The Only One I Know, però non date ai ragazzi di allora dei revivalisti. Il loro errebì ad alta seduzione pop era sovente sintonizzato sulla contemporaneità e più che altrove negli echi di jingle-jangle da R.E.M. maturi dell’inno Sproston Green, nella moderna pelle nera di Believe You Me e Polar Bear (ai Nostri la house di Chicago piaceva assai: anni dopo, Burgess canterà con i Chemical Brothers e costoro sforneranno un eccellente remix di Patrol) e nei ‘60 ricordati con garbo e acume in White Shirt.

some friendly

I Ciarlatani insomma furono baggy poco e bene, nondimeno freschezza e personalità ci guadagnarono comunque. Alla deboscia il quintetto preferiva rattristarsi (Then), lanciarsi tra le pieghe di una morbida neo-psichedelia squisitamente albionica (You’re Not Very Well, Sonic) e trovare un groove cautamente danzabile mentre erano in “viaggio” e viceversa. In Some Friendly l’alchimia funziona dall’inizio alla fine e sarà l’unica volta, poiché subito ci saranno defezioni, sfighe e casini vari che vi risparmio.

La vicenda arriva sino all’attualità attraverso vicissitudini, ma soprattutto tramite una sequela di album piuttosto carini, quale più e quale meno impreziositi da occasionali zampate e buoni spunti. Detto ciò, non mi sento di definirli imperdibili. Consiglio invece di investire tempo e denaro su Same Language, Different Worlds del 2016, dove Tim Burgess e Peter Gordon collaborano omaggiando intelligentemente il Bowie berlinese e quel gran Genio di Arthur Russell. Volete un tris? Procuratevi Melting Pot, eccellente raccolta datata ‘98 dall’ottima scelta di brani e siate felici. Il crogiolo dei Charlatans sarà stato talvolta un pochino confuso, ma al suo meglio era brillante assai. E lo resta tuttora.

Kult Korner: Company Flow, cronache del dopobomba hip-hop

Una tra le qualità dell’arte che più apprezzo è la capacità di rigenerarsi attraverso un rapporto costruttivo con le radici. In altre parole, saper preservare lo spirito della tradizione allorché la forma viene adatta al qui e ora o a futuri che saranno. Una ricetta che permette inoltre di durare negli anni, questa, come dimostrano decine di dischi che amiamo. Confesso di nutrire un’ammirazione particolare per i Company Flow. Potrò mai ringraziarli abbastanza El-P (AKA El Producto, turbolento viso pallido che sulla carta d’identità porta scritto Jamie Meline), Leonard “Mr. Len” Smythe e Justin Ingleton ossia Bigg Jus?

Intanto provo a rammentare come liberarono l’hip-hop dalle secche milionarie del funk più melenso e delle parodie gangsteriste. Di come il loro talento riconsegnò la creatività a un underground visionario e sperimentale che puntava al progresso del rap e non a un crasso autocompiacimento. Idee chiare e obiettivi altrettanto, El-P e DJ Mr. Len si conoscevano alla festa del diciottesimo compleanno di Meline, alla quale Smythe era stato invitato a metter dischi. Avviato il progetto nel 1993, registravano per la Libra il singolo Juvenile Techniques e Bigg Jus lo apprezzava al punto che, da amico impiegato presso l’etichetta, diventava elemento stabile della formazione.

funcrusher

Era con lui che nel ’95 si metteva mano a Funcrusher, album autoprodotto e autofinanziato in trentamila copie esaurite in un lampo. Otto brani – sette saranno ripescati sul successore – che catalizzano l’attenzione di numerose etichette, tra le quali si sceglie la Rawkus perché l’unica ad accettare condizioni inaudite: la proprietà di master ed edizioni più la metà dei guadagni netti. Un tappeto rosso sul quale nel ‘97 questi tre moderni re magi poggiano l’hip-hop mutante di Funcrusher Plus. Un linguaggio che demolisce convenzioni e cliché tramite paesaggi sonori inquietanti e inquieti senza rinunciare al groove, per quanto storto e irregolare.

Su di esso è disegnata un’apocalisse quotidiana costruita con rumori subliminali e disturbi di sottofondo, jazz obliquo (Bad Touch Example, Krazy Kings) e venature orientali (il sitar che percorre The Fire In Which You Burn), orrori latenti aspersi di oppiacea laconicità (8 Steps To Perfection, Last Good Sleep) e funk post-atomico (Legends, Vital Nerve, Collide/Intrude). Musica per un “Blade Runner” girato da David Lynch, se vi piace l’idea.

coflow

Il presente sospeso sopra l’incertezza e affrontato con senso della realtà e umorismo (“Anche quando non dico nulla, è pur sempre un bel modo di usare dello spazio negativo” snocciola El-P in The Fire In Which You Burn) è l’altra fonte cui i ragazzi attingono per restituire eloquenza e argomenti d’avanguardia mai forzati, anche per quanto riguarda produzione e scratching. Tra la complessa fluidità degli incastri, clangori industriali e la sorprendente rapedelia di Lune TNS emerge la forza del meticciato. Capisci che Meline restituisce a modo suo lo stile appreso da adolescente per le strade del Queens, mentre i concittadini afroamericani mescolano la conoscenza del passato con la determinazione a trascenderlo.

La magia durerà giusto il tempo di guadagnarsi gli annali, dopo di che Bigg Jus se ne va. La compagnia si scioglie – seguiranno sporadiche reunion, ma soltanto dal vivo – all’inizio del nuovo millennio dopo lo strumentale Little Johnny From The Hospitul. Sotto ai riflettori finirà specialmente El-P, intestatario del favolosamente oscuro e stordente Fantastic Damage del 2002 e fondatore della Definitive Jux, marchio che ha tenuto a battesimo il genio visionario di Cannibal Ox e che dieci anni fa ristampava il capolavoro senza tempo sin qui magnificato. Massimo rispetto.

Perfetti ma non troppo: fiori sotto la casa – Public Image Limited

La vita è strana. Beato chi ci vede un percorso coerente e uno straccio di senso. Come direbbe Julian Cope, è un caos elegante. Per questo a volte è meglio lanciare sassi dentro lo stagno e vedere che succede: contare i cerchi, oppure guardarli finché non diventano sempre più sottili fino a sparire dalla vista. John Lydon non ne poteva più del punk e del pupazzaro McLaren: secondo pel di carota, quella rivoluzione doveva far nascere cento nuove musiche e non cento copie dei Sex Pistols. Strappati i fili con cui Malcom, povero illuso, credeva di poterlo controllare, se ne andò ad allestire un suo progetto che mostra come John Non-più-marcio già avesse nella testa il post-rock.

Per forma, attitudine e spirito, siccome battezzò la nuova avventura Public Image Limited giocando con la percezione di noi che hanno gli altri e l’idea che un gruppo musicale potesse essere concepito e gestito come un’azienda. Prima di perdersi e poi ritrovarsi, infilerà il Capolavoro Metal Box tra altri due LP sensazionali che tuttora lasciano a bocca aperta, il terzo in ordine cronologico ancor più del primo.

Flowers Of Romance

Più che l’ingresso nei Top Twenty britannici seguito alla pubblicazione nella primavera 1981, di Flowers Of Romance stupisce per l’attualità e anche la forza con la quale rispose a un momento difficile. Perso un membro fondatore e un fondamento del suono con l’abbandono dell’amico bassista Jah Wobble, non senza un certo cinismo Lydon e il chitarrista Keith Levene serrarono le fila cambiando pelle un’altra volta con Martin Atkins, batterista presente solo in tre brani. Gettate un paio di settimane in tossici cazzeggi allo studio The Manor, assieme all’ingegnere del suono Nick Launay (poi convocato da Phil Collins grazie alla sapienza con la quale qui registra la batteria) si torna a Londra per sperimentare.

Tenendosi stretta la forma canzone tranne che nel conclusivo e sfocato delirio Francis Massacre, Flowers Of Romance sposta infatti l’asse sulla ritmica. Resa irriconoscibile una chitarra comunque defilata e sistemato in un angolino il basso, tamburi e percussioni salgono al proscenio mescolandosi a echi mediorientali, sintetizzatori Prophet, orologi da polso amplificati, registrazioni televisive e molto altro. Da trame stratificate però minimali si libera una bestia che all’inizio non capisci cosa sia né cosa voglia.

PIL

Poi quell’animale parla. Flowers Of Romance si conficca nel cervello con inesorabile calma, perché è allo stesso tempo subliminale e concreto. Qui piomba addosso come un mattone e là accarezza con un rasoio di velluto, persuadendo che il genio autentico decolla dai propri limiti con pochi mezzi ma un’infinità di idee. Idee che dal krautrock e da Captain Beefheart si/ci spingono dritte nella contemporaneità di fan dichiarati come i Liars. E che scintillano nei martellamenti da muezzin in paranoia di Four Enclosed Walls e Under The House, nel groove sbilencamente efficace di Track 8, in una Phenagen ondeggiante tra teatro della crudeltà e trasfigurazioni etniche.

Laddove la title-track, nenia mista di gotico e gitano che vide la luce anche su singolo, è la faccenda con maggior parvenza di normalità e Hymie’s Him tratteggia ambient brumosa parecchio inquieta(nte), Banging The Door gonfia i Can di sarcasmo e vetriolo e Go Back gira come una rugginosa, ipnotica giostra. Pionieristico, selvatico e visionario, Flowers Of Romance risulta perfetto nella sua lievissima imperfezione. Mi ricorda certi variopinti pesci tropicali che ti osservano dalla vasca mentre per un attimo pensi che, forse, il vero prigioniero sei tu. Ma no, dai. Deve essere un’allucinazione. Oppure un’altra Immagine Pubblica.

Classics Revisited: Ian Hunter, Golden aged rock ‘n’ roller

Da ragazzo seguivo i Mott The Hoople lungo il paese saltando sul treno senza pagare. Era un periodo meraviglioso: tutto ciò che volevo era suonare la chitarra. Nient’altro.” Il giovanotto cui devo la citazione la suonerà eccome, quella chitarra. Così bene da superare Maestri coi quali, galantuomo, saprà sdebitarsi. Di lui avrete certo sentito parlare: si chiama Mick Jones. I Mott The Hoople facevano questo effetto a chi poté viverli, poiché erano – Kris Needs dixit – “the people’s band”, il gruppo della gente e per la gente che rispettava il pubblico perché da là veniva e ne andava fiero. E ottenne un agognato riscatto percorrendo una via tortuosa portando con sé appassionati e colleghi.

Tra questi, altri hanno raccolto la fiaccola come Morrissey, Grant Lee Philips e Michael Stipe, fan terminale che all’epoca di Lifes Rich Pageant modellò il look su Ian Hunter e che ha citato i Mott in Man On The Moon traendone ispirazione per Monster e New Adventures In Hi-Fi. Devozione e interesse perdurano, come dimostrato dai recenti box Mental Train: The Island Years 1969-71 e From The Knees Of My Heart: The Chrysalis Years, incentrato sul biennio ‘79-‘81 del solo Hunter. In fondo, ditemi come si fa a non voler bene ai Mott The Hoople: canzoni romantiche e argute, dignità conferita al glam e trucchi insegnati al punk sullo sfondo di una brillante “terza via” tra la dimensione art dei Roxy Music e la sognante sensualità bolaniana. Cuore, muscoli e poesia che si fondevano parlano tuttora a chi sa ascoltare.

Motts

Pensare che gli inizi non furono granché… A metà ’60, tali Doc Thomas Group “vantano” un LP di cover registrato in Italia e concerti sulla riviera romagnola. Chiusa la parentesi, Peter “Overend” Watts (basso), Dale “Buffin” Griffin (batteria), Mick Ralphs (chitarra) e il cantante Stan Tippins accolgono l’organista Verden Allen, diventano Silence. Vanno a Londra e nessuno se li fila finché Ralphs irrompe nell’ufficio del produttore Guy Stevens – vedi alla voce London Calling – sbattendogli un demo sul tavolo. Detto, fatto: band assunta alla Island senza Tippins (da qui fedele tour manager), ribattezzata come sappiamo e raggiunta da un nuovo cantante, Ian Hunter Patterson. Tra cinque e dieci primavere più degli altri, ha famiglia e un passato in fabbrica ma adora Jerry Lee Lewis, Little Richard, Bob Dylan e scrive, canta e pesta sul pianoforte.

In una settimana del ’69 è pronto l’esordio omonimo che mostra il felice bipolarismo tra il rock stradaiolo di Ralphs e le ballate stile Blonde On Blonde scritte da Ian. Il sessantaseiesimo posto in madrepatria cagiona la tournee che sfocia in USA, influenzando a fine decennio un Mad Shadows dove foga e introspezione si bilanciano poco anche per l’incapacità a catturare in studio la potenza di spettacoli in cui la band chiede solo una sterlina per l’ingresso, introduce di nascosto i kids più accaniti e li accoglie sul palco. Punk? Sì, grazie. Intanto in Wildlife Guy latita e si sente, l’attitudine incompromissoria procura rogne e idem il divorzio del frontman. La rabbia è trasmessa a giovani che mettono a soqquadro la Royal Albert Hall e canalizzata in Brain Capers, che recupera terreno con il rientrante Stevens.

hunter

I Nostri sono comunque messi alla porta e toccano il fondo a Zurigo, esibendosi in una stazione di benzina dismessa. A scioglimento deciso, il tifosi di lunga data David Bowie propone un contratto Columbia più l’inedita Suffragette City: Hunter e soci chiedono Drive-In Saturday e ci si accorda su All The Young Dudes. Buffo che uno degli inni glam passi alla storia grazie a una gang di proletari etero, ma del resto tali erano anche i Ragni Marziani, a conferma che quell’epopea fu un teatro di sottintesi e con-fusione, del rivelare il gioco per smontarlo e rimontarlo. Per questo immagino Malcom McLaren che prende appunti in un’estate albionica del 1972 in cui il brano sale al terzo posto. Pochi mesi dopo, nell’LP omonimo Bowie produce e perfeziona l’altrui talento in un’atmosfera di colta decadenza urbana.

Aperto con la dichiarazione di intenti della velvetiana Sweet Jane, è imperdibile e fascinoso nei Roxy lividi di One Of The Boys e nel commiato orchestrale Sea Diver, nell’hard stiloso e asciutto Ready For Love/After Lights e nel Lou Reed storto e blues di Momma’s Little Jewel, in una Jerkin’ Crocus profumata d’asfalto bagnato e nella viziosa Sucker. L’inatteso clamore sgretola i rapporti: nel ‘73 Morgan Fisher subentra alle tastiere. Uscito di scena Ziggy, Mott reagisce con la trascinante raffinatezza di All The Way From Memphis e Honaloochie Boogie, il sensazionale “proto post-punk” Violence, le sculettate à la Jagger di Drivin’ Sister e la meditativa Ballad Of Mott The Hoople. La diaspora però non si arresta: Ralphs forma i Bad Company, rimpiazzato da Luther Grosvenor/Ariel Bender quando in lizza c’erano Joe Walsh, Ronnie Montrose e Tommy Bolin.

dudes

Nonostante qualche eccesso, l’anno seguente The Hoople piace per le epidermiche The Golden Age Of Rock & Roll, Roll Away The Stone e Born Late ‘58, una Crash Street Kidds che omaggia gli Sparks anticipando gli Only Ones, la dylaniana Trudi’s Song. Ci si imbarca nell’ennesimo giro concertistico – primi rockettari a invadere Broadway: ancora i Clash prenderanno nota – riassunto da Live, incendiario preludio al 45 giri spectoriano Foxy Foxy e alla celebrativa Saturday Gigs. Ultimi guizzi, ché mi resta ancora da riferire di Mick Ronson che scalza Bender, del capobanda che si chiude in ospedale con l’esaurimento nervoso, poi esce e inizia la carriera solista. Degli altri che tirano a campare come Mott fino al ’76, poi diventano British Lions e infine spariscono.

Di Hunter sono da avere almeno You’re Never Alone With A Schizophrenic del ’79, con Mick più mezza E-Street Band, e Short Back n’ Sides, dove due anni dopo sempre Jonesy supervisiona un magico mix tra London Calling e Sandinista! Le strade dei Mott The Hoople si incroceranno sporadicamente con le voci sulla rimpatriata fino all’autunno 2009, quando la formazione quasi completa tiene alcuni concerti a Londra. Il tutto esaurito fa sì che un evento in teoria unico sia replicato, malgrado il decesso di Griffin nel gennaio 2016 e di Watts un anno e rotti dopo. Pur disapprovando, capisco il tentativo di esorcizzare Crono. I veri rocker sono umani che l’Arte trasforma almeno per un giorno in Eroi. Felice ottantesimo compleanno, Mr. Hunter.

Perfetti ma non troppo: Unsane – nel marcio della grande mela

Ci sono gruppi che incarnano i luoghi di origine al punto da risultarne inscindibili. Non so voi, però fatico a immaginare i Sonic Youth a Los Angeles o i Meat Puppets in quel di Chicago. Allo stesso modo, il metallurgico garage-blues zuppo di folate noise, tossicità punk e granito hard degli Unsane poteva essere figlio solo di New York. Più paranoici dei Jesus Lizard e più cattivi dei Surgery, questi eredi dei Flipper si aggiravano tra i bassifondi della Grande Mela all’epoca dei sindaci Dinkins e Koch, quando la mela (prima di Rudy Giuliani, della tolleranza zero, degli yuppies che invaderanno Downtown) era marcia non per modo di dire.

Forse proprio per questo il loro furore arty era autentico ed è giunto sino a oggi: se infatti una formula può smarrire senso e smalto quando troppo insistita, con cavalli di razza – perfetti ma non troppo in quanto autenticamente umani – non si può mai dire. Lode sia dunque agli Unsane, che trentuno anni fa iniziarono a trasporre in suoni la paranoia e la violenza associate alla madre di tutte le metropoli. A Manhattan, Chris Spencer, cantante e chitarrista originario della North Carolina, stanava una sezione ritmica in Pete Shore (basso) e Charlie Ondras (batteria) chiudendosi in una sala prove condivisa con Pussy Galore e Cop Shoot Cop (della serie dimmi con chi vai…) per uscirne solo nel 1990.

unsane

Mentre la banda affronta il pubblico a testa bassa, un’urticante manciata di 45 giri per diversi marchi indica una progressiva focalizzazione. La svolta giunge una sera del 1991 al CBGB’s: un’esibizione con i Sonic Youth si protrae fino a notte fonda e il moderno power trio esplode in faccia a cinque persone. Una di queste è Gerard Cosloy, capo della Matador che assolda i ragazzi seduta stante. Primo frutto un LP omonimo dalla copertina eloquente – un altro loro marchio di fabbrica, la truculenza vera e lontana dal risibile splatter metallaro – che raffigura un uomo decapitato sui binari del treno. Del tutto in linea, il contenuto assembla distorsioni chitarristiche, basso da cazzotto nello stomaco, batteria che tutto raccorda.

Conferite ulteriori solidità e potenza al chirurgico frastuono, la lezione rumorista innerva un hard-blues di accordi in minore e una voce grondante alienazione e rabbia. Il problema di questi infuriati Travis Bickle resta mantenere la giusta distanza tra rappresentazione della realtà e identificazione nella stessa. Non vi riesce Ondras, stroncato nel 1992 da un’overdose. Lo rimpiazza Vinny Signorelli, ex Swans e Foetus che sottolinea così la funzione di cerniera esercitata dagli Unsane tra scene limitrofe che sino ad allora si erano frequentate poco.

Scattered etc.

Mentre l’etichetta inganna l’attesa recuperando i succitati 7” in Singles: 89-92 – l’artwork mostra una vasca e una doccia insanguinate – e un mini di sessioni per John Peel, l’attività concertistica acuisce l’intesa che nel ‘94 sfocia nel plumbeo Total Destruction. Imbrattati cofano e abitacolo di un’auto, Spencer e soci passano alla Amphetamine Reptile per Scattered, Smothered And Covered (indovinato? sangue su un letto) che sancisce l’uscita di Chris da problemi di droga, saluta il nuovo bassista Dave Curran e segna un apice dove sonorità affilate ed energiche si sommano a una penna fattasi quel tanto più epidermica. Essendo anni folli in cui i Ministry finiscono nei Top 40 e gli Helmet si accasano presso una major, il video super economico di Scrape finisce su MTV procurando date di spalla agli Slayer.

Gli Unsane potrebbero capitalizzare la stabilità conferita dal passaggio alla Relapse per Occupational Hazard, tuttavia il destino ha in serbo una beffa: in quello stesso 1998 Chris viene aggredito a Vienna. Lo salvano un’operazione di chirurgia e una sosta al principio del nuovo millennio. Il ritorno data 2005 e sinora ha offerto quattro apprezzabili dischi tra i quali spicca il penultimo, Wreck, che chiude il cerchio rileggendo per l’appunto i Flipper. Dura la vita, nondimeno c’è chi è più duro di lei.