Freakout nella prateria: Eleventh Dream Day

Nell’era di Internet, se non apri bocca a ogni minuto la gente si dimentica di te mentre chi bercia continuamente spesso possiede la consistenza artistica e umana del cartongesso. Anche per questo gli Eleventh Dream Day sono necessari: parlano solo quando ritengono di avere qualcosa di rilevante da dire e assecondando l’espressività con una perseveranza e una saldezza di intenti che meritano affetto. Lo stesso che proviamo per Yo La Tengo e Walkabouts, con i quali è possibile tracciare più di un parallelo, da linguaggi costruiti mescolando passato e presente all’eterna condizione di culto e alle discografie immacolate. Senza dimenticare che anche questa vicenda ruota attorno a una coppia lui/lei: Rick Rizzo canta e imbraccia la chitarra, Janet Beveridge Bean siede alla batteria pur non disdegnando il microfono.

Si incontrano nei primi ‘80 a Louisville, Kentucky, da punk che hanno consumato Zuma (l’influenza del loner canadese verrà presto a galla) e maneggiano disinvolti folk, country e bluegrass. All’epoca la spinta propulsiva della new wave va esaurendosi e, attraverso il movimento neo-sixties, confluisce nel magma chiamato per comodità “college” e/o “alternative” rock. In quel filone i Nostri reciteranno da protagonisti ma per ora traslocano a Chicago, completano i ranghi con il bassista Douglas McCombs e la sei corde di Baird Figi, tengono concerti esaltanti mescolando Dream Syndicate, X, Television e Velvet Underground. Nel 1987 debuttano con un EP omonimo per la piccola Amoeba, discreto ma superato l’anno seguente dall’LP Prairie School Freakout: penna ed esecuzione impressionano Bettina Richards, A&R della Atlantic che avanza un’offerta subito accettata.

Tre gli assi per la major intervallati dal live Borscht e nessuno smuoverà cifre tali da consolidare il rapporto. A noi bastano e avanzano per un posto nel cuore, cominciando da un Beet che a fine decennio regala impennate stile Marquee Moon, tumulti prelevati da Fire Of Love e inchini ai Crazy Horse via Steve Wynn. Ancor più coeso di lì a ventiquattro mesi Lived To Tell, che aggiunge staffilate in punta di violoncello e folk crepuscolare, laddove nel ’93 El Moodio tira le fila del discorso dopo che Figi ha sbattuto la porta ed è stato sostituito da Matthew O’Bannon. Una prima stesura con la produzione di Brad Wood viene respinta dall’etichetta (riaffiorerà nel 2013 come New Moodio) e il disco è reinciso a New York. Incredibilmente, la genesi travagliata non scalfisce quello che molti – sottoscritto incluso; lo tallona Stalled Parade – reputano il capolavoro della formazione.

Trame espanse e piglio al contempo meditato e viscerale sorreggono una scaletta memorabile in toto: facendo torto al resto, menzione d’obbligo per una Makin’ Like A Rug da Pixies al top, per la traslucida epopea Rubberband, per il sinuoso slowcore di Honeyslide, per l’elastica e potente The Raft. Dopo tre lanci e altrettanti strike, le regole del baseball prevedono che il battitore avversario debba lasciare il campo di gioco. Tale è la sorte immeritata di chi, cacciato dall’Atlantic, si cura dei figli e prepara il rientro nel mondo indie assieme a John McEntire, con il quale intanto McCombs ha allestito i Tortoise.

Un anno ancora e la Atavistic benedice la psichedelia modernista tra asprezza e introspezione di Ursa Major, poi una pausa triennale permette a Rick di laurearsi. Janet si dà al country-folk con i Freakwater e Douglas approda con i Tortoise alla Thrill Jockey. Logica conseguenza che da fine Novanta sia l’etichetta fondata dalla Richards a ospitare il trio – Matthew ha dato forfait ed è purtroppo deceduto nel giugno 2020 – che in Eighth approfondisce la vena “post”. Separatisi nella vita, Rick e Janet hanno impieghi normali e l’etichetta assicura adeguato sostegno, ricambiato nel Duemila sistemando in Stalled Parade l’omonimo shoegaze acidulo, un Lou Reed giovane domiciliato sulla West Coast (Bite The Hand), accorate meditazioni (Valrico74, In The Style Of…) e robusti attestati di classe (Ice Storm, Interstate, Way Too Early On A Sunday Morning).

Scampate le rogne dello showbiz, da qui gli Eleventh Dream Day prediligono l’attività in studio con cadenze dilatate. Nel 2003, all’esordio solistico della Bean (attiva anche con Horses Ha; Rick vanta un paio di sortite con Tara Key degli Antietam) risponde la ristampa del primo album. Mi piace pensare che la riuscita di Zeroes And Ones sia dovuta anche alla maturità con la quale i non più ragazzi hanno osservato i loro inizi, e lo stesso vale per i successivi Riot Now! (2011), Works For Tomorrow (2015; segna l’ingresso di James Elkington, chitarrista con un’interessante carriera in proprio) e il recentissimo, splendido e relativamente più pacato Since Grazed, pubblicato solo in vinile per Comedy Minus One. Dischi che mostrano un gruppo al massimo della forma, lontano da nostalgia e cliché. Un gruppo che continua a osare tra la robustezza indie di sempre e una vocazione post divenuta ormai classica, tra rivisitazioni dei Go-Betweens e ipotesi di Jefferson Airplane nati dopo il punk, ballate sospese prossime ai Low e lezioni impartite agli Arcade Fire. Un gruppo da prendere a esempio.

Sponsored Post Learn from the experts: Create a successful blog with our brand new courseThe WordPress.com Blog

WordPress.com is excited to announce our newest offering: a course just for beginning bloggers where you’ll learn everything you need to know about blogging from the most trusted experts in the industry. We have helped millions of blogs get up and running, we know what works, and we want you to to know everything we know. This course provides all the fundamental skills and inspiration you need to get your blog started, an interactive community forum, and content updated annually.

Bim Sherman oltre l’arcobaleno

Da ateo razionalista vivo abbastanza felicemente e ciò nonostante alcuni eventi continuano a essere inspiegabili. Ha ragione William Shakespeare, quando fa dire ad Amleto – o è forse il contrario? – che in cielo e terra ci sono più cose di quante ne sogni la filosofia. Per coerenza non dovrei credere nei miracoli perché, anche se non siamo in grado di vederla, ogni cosa ha una spiegazione. Tuttavia sono convinto che nell’Arte sia molto più sensato abbandonarsi all’estasi dell’ignoto e lasciare la mente libera. I prodigi qui esistono: in attesa sui nostri scaffali, basta ascoltarli per riceverne poesia indenne alle ingiurie del tempo e della vita. Ecco, la vita. Certo non è stata clemente con Barret Lloyd Vincent, ma un po’ consola che quest’uomo, scomparso di cancro a cinquant’anni e noto agli amanti del reggae come Bim Sherman, ci abbia lasciato un Capolavoro giustappunto intitolato “Miracolo”. Nessuna vanteria, poiché la sua Bellezza è concreta come terra arata e sfuggente come brezza primaverile. Lo sarà in eterno.

bim-sherman

Non fu semplice giungervi per la voce più dolce e pura di Giamaica. Un’ugola di seta che si conficca subito nel cuore è il dono di chi nasce nel 1950 a Westmoreland e, siccome la passione per la musica divampa presto, si sposta a Kingston spaccandosi la schiena con i mestieri più disparati ed esordisce su vinile diciottenne. Lo assiste Sid Bucknor, che rivedremo sul tris d’assi Catch A Fire’/Burning/Natty Dread e in curriculum già vanta produzioni per Toots & The Maytals, Desmond Dekker, Ken Boothe e decine di altri. Del 45 giri Love Forever, Sid è colpito per la qualità ma principalmente per la determinazione con la quale Sherman vuole controllare la propria carriera.

Sottraendosi al piratesco mercato locale, per le strade vende una serie di singoli in bello stile roots; alla fine dei ’70 ne raccoglie una decina sull’LP Love Forever, affidato alla britannica Tribesman in cerca di sbocchi più ampi. Mossa successiva un trasloco in Inghilterra e l’incontro, propiziato dall’amico comune Prince Far I, con Adrian Sherwood. Fan sfegatato, costui lo accoglie a braccia aperte presso la On-U Sound: presenza ricorrente nei lavori di New Age Steppers, Singers & Players, Justice League Of Zion e Dub Syndicate, nel 1982 Bim consegna prove tecniche di grandezza in Across The Red Sea e non è affatto male anche il gruzzolo di 33 giri su Century, altra griffe autarchica che lo confina al culto.

Miracle

È da qui che con una felice casualità si entra nella Storia. Ai Manor Studios, un giorno del 1994 Sherman reincide alcuni suoi classici in chiave “unplugged” assieme al chitarrista Skip McDonald e al percussionista indiano Talvin Singh. Tale la bontà dell’esito che si prosegue a sperimentare con il bassista Doug Wimbish, i cori di Carlton Ogilvie e la preziosa supervisione del mago Adrian. A Bombay vengono aggiunti gli archi della Studio Beat Orchestra, stratificando e intrecciando le trame con la stessa naturalezza che appartiene alla mirabile commistione di stili e all’interazione fra elettronica e strumenti organici.

A rendere Miracle un vertice assoluto è in ogni caso la voce di Sherman, anima di un uomo che in un’ora scarsa disegna mondi meravigliosi dove il Gange sfocia nei Caraibi (Golden Locks, Simple Life, Can I Be Free From Crying) e il reggae, scivolando pigro lungo tangenti dub, si colora di soul orchestrale (Bewildered, Must Be A Dream, Just Can’t Stand It) e immagina un Forever Changes pacificato e terzomondista (Over The Rainbow, My Woman, Lover’s Leap). Tempo dei pleonastici remix di It Must Be A Dream e della discreta replica What Happened? e siamo al drammatico addio. Poche settimane dopo la diagnosi, Sherman muore a Londra. A pensarci ancora non mi pare vero, ma talvolta i miracoli si negano. Così purtroppo è la vita.

Salute, efficienza, genio: This Heat

Nei giorni in cui scrivo queste righe i britannici Black Country, New Road sono il nome del momento. Portabandiera del “post-rock 2.0”, posseggono il minimo sindacale di umanità sufficiente a scansare l’approccio tutto tecnica e zero emozione di troppi colleghi e pertanto paiono promettenti. Tra i riferimenti centrifugati dai ragazzi saltano all’orecchio i This Heat, dimostrando quanto fu forte a suo tempo il legame tra rock progressista e new wave e come quella “alleanza” si sia riverberata su chi ha raccolto il testimone. Un robusto filo rosso lega infatti Van Der Graaf Generator, King Crimson, P.I.L., Pere Ubu, Slint e June Of ’44 ai Black Country, New Road: nel mezzo, la cerniera post tra punk e rock dei This Heat è un “a sé” di sconcertante contemporaneità con un cuore umano nascosto sotto la potenza dello stile e delle idee.

Un equilibrio raro tra avanguardia e umanesimo, il loro, cui va aggiunto uno spruzzo di caustica ironia per tracciare un parallelo con i Faust: che il collettivo di Wümme fosse un modello dichiarato per i This Heat è la logica chiusura del cerchio e la conferma del carattere duraturo e autorigenerante delle migliori musiche di ricerca. Lo sapeva bene John Peel quando sottolineava l’unicità di una band che, formatosi nella scena di Canterbury, non cedette all’onanismo ma preferì indagare grigi panorami urbani e annunciare apocalissi a venire tenendosi stretti il look falsamente casual, la coerenza, il gusto per la provocazione. Come per gli Henry Cow, chiamatelo avant rock in opposizione.

Attivi dagli albori del decennio con il progetto impro Dolphin Logic, i due Charles (Bullen: fiati, chitarra, viola) e Hayward (batterista proveniente dai Quiet Sun di Phil Manzanera) incontrano nel ’75 il “non musicista” Gareth Williams, lo sistemano a basso e tastiere e sperimentano nel disastrato sud di Londra ricavando uno studio da una cella frigorifera. Tra le mura del Cold Storage – afferrata l’ironia, vero? – sfogano la creatività e, pensando ai Can e all’Inner Space, smantellano le convenzioni tra stratificate tessiture, oggetti trovati e un approccio che tratta luogo e atto della registrazione come strumenti. Dopo una parentesi a nome Friendly Rifles e il cambio di ragione sociale suggerito dalla torrida estate 1976, Peel ascolta un demo casalingo e nel marzo Settantasette convoca gli sconosciuti senza contratto a registrare una session che in piena apoteosi punk offre sonorità fantasticamente innovative.

Esemplare il capolavoro Horizontal Hold, che anticipa la meglio gioventù di Louisville tra slarghi krauti, matematica frippiana e funk industriale. Otto minuti e mezzo che, previa una leggera sforbiciata, avranno l’onore di aprire il primo LP e qui garantiscono di già gli annali a chi rincara la dose con l’ambient malata di Not Waving e una The Fall Of Saigon cupa e trafitta da clangori tipicamente June Of ’44; sei mesi e un altro mazzetto di brani si cimenta con ispido pseudo jazz industriale, scontri frontali Shellac/Liars, anticamere di Immagine Pubblica, parafrasi audio del test di Rorschach. La faccenda è così avanti che servono due anni per un album, inciso con calma e pubblicato dalla neonata Piano di Chris Cunningham. Noto anche come “blue and yellow” per la minimale confezione, This Heat dispiega le 24 Track Loop e Testcard che prefigurano la techno più astratta e l’isolazionismo, una rediviva Not Waving colma di malinconia wyattiana, l’omaggio a Tago Mago di Water e una Twilight Furniture che viaggia verso la rarefazione; altrove, l’orrorosa Diet Of Worms risponde all’esplicativa Music Like Escaping Gas e una The Fall Of Saigon viepiù livida riordina il caos di Rainforest. Ascolti e non ci credi che abbiano più di quattro decenni sul groppone.

Mentre il management prova a trasformare il trio in una sorta di Pink Floyd per le nuove generazioni, nel 1980 il 12” Health And Efficiency conduce a estreme conseguenze la manipolazione di nastri con una Graphic/Varispeed suonabile a 16, 45 e 33 giri, ma recapita anche una formidabile title-track che preconizza i Battles sposando krautrock, rumorismo e melodia. Su tali basi un anno dopo Deceit segna il passaggio a Rough Trade innestando sapori etnici sul tronco di brani obliqui eppure solidi che reinterpretano i Talking Heads e indicano la via ai Savage Republic. Di un album che guarda al debutto nel jazz mitteleuropeo Triumph e nella serrata Paper Hats persuadono inoltre le moderate progressioni cantabili (apice l’immane A New Kind of Water) e una fermezza che fonde slancio, raffinatezza, trasversalità. Nonostante rimanga molto da esplorare, dopo una breve e poco convincente esperienza senza Williams nel 1982 ci si separa e partono le rispettive carriere soliste.

Dei This Heat si torna a parlare sottovoce nei medi Novanta, quando la These, etichetta legata al gruppo, immette sul mercato Repeat, che a Graphic Varispeed i rabbrividenti bordoni da rituale Gamelan di Metal. Altri tre anni e il fondamentale Made Available recupera le incisioni per la BBC accompagnando la definitiva consacrazione del post-rock con l’effetto collaterale della (ri)scoperta della band e un riaffacciarsi sulle scene interrotto dalla morte di Gareth nel dicembre di vent’anni fa. A tirare le somme nel 2006 Out Of Cold Storage, imperdibile box con l’integrale discografico e inediti, poiché non si va oltre quel trio. Da un lustro infatti Bullen e Hayward si esibiscono dal vivo con la sigla This Is Not This Heat, ospitando spiriti affini come Thurston Moore e Alexis Taylor. Non riesco a immaginare un modo migliore di restare fedeli a se stessi e onorare la memoria dell’amico scomparso. Avanguardia e umanesimo, fino alla fine.

L’umanesimo post-indietronico dei Notwist

Strana la vita e a volte anche i percorsi della popular music. Prendete i fratelli bavaresi Markus e Micha Acher, in arte Notwist. Ascolti il loro debutto omonimo del 1991 e ti travolge una tempesta post-hardcore punk; undici anni dopo, all’alba del nuovo secolo il capolavoro Neon Golden dispensa pastoralità mitteleuropea in sfoglie indie-pop impastate con l’elettronica e aromatizzate post-rock. Benissimo così: senza rinnegare le radici, si cresce e si cambia. Dicevo di una provenienza tedesca, con tutto quel che ne consegue in termini di retaggio. Ecco: nei Notwist il krautrock è un ingrediente che salta all’orecchio ma non più di altri, quasi un passaggio obbligato di cui bisogna tenere conto se ci si misura con certe sonorità. Da quella materia tuttora così attuale quando non avveniristica si può pescare all’infinito, e il nocciolo della questione sta nel cogliere soprattutto il messaggio.

Problema che non si pone con gli Acher e una carriera gestita all’insegna dell’iperattività, che oltre a una lunghissima concatenazione di impegni, progetti paralleli e collaborazioni li vede coinvolti in faccende altrettanto interessanti chiamate Village Of Savoonga, Tied & Tickled Trio, Lali Puna. Incredibile a dirsi, in tanto stakanovismo mai un passo mediocre da parte di chi iniziò sfogando la rabbia giovanile per sviluppare gradualmente la personale mescolanza perfezionata con Neon Golden. Nel 2008 The Devil, You + Me replicava da angolazioni più ombrose persuadendo giusto un filo meno del solito, mentre a rialzare l’asticella provvedeva entro sei anni Close To The Glass e dallo scorso gennaio Vertigo Days decreta la splendida mezza età della formazione.

Foto di Johannes Maria Haslinger

Micha e Markus non amano stare seduti sugli allori: con il nuovo arrivato Chico Beck, preferiscono convocare qualche collega (la jazzista Angel Bat Dawid, Juana Molina, l’ensemble fiatistico giapponese Zayaendo, Saya Ueno dei Tenniscoats) per lavorare su un canone del quale sono artefici, ma che tuttora considerano come una dimensione aperta. Dicotomia solo apparente e risolta in un disco dove latita il fastidioso approccio da “tutorial riccardone(rd)” delle nuove generazioni post e in sua vece trovi intuizioni brillanti, idee a fuoco, composizioni sviluppate da canovacci improvvisativi che si snodano lungo cambi d’umore e scenario.

Inframezzato da una manciata di funzionali interludi, c’è parecchio che valga la pena indagare tra i Gastr Del Sol alle prese con Cluster & Eno dell’iniziale Into Love/Stars e quelli viepiù bucolici del commiato Into Love Again: ad esempio, l’oscuro elettro-motorik Exit Strategy To Myself e una Where You Find Me irresistibilmente emotiva da Pavement , la malinconica e arguta orecchiabilità di Sans Soleil e il nervoso pop à la Stereolab di Al Sur. Se Ship trotta spedita dai panorami di Ege Bamyasi, Night’s Too Dark e Loose Ends potrebbero suscitare la benevola invidia del Damon Albarn solista; Into The Ice Age conduce un favoloso funk mutante in panorami jazz dapprima liquidi e infine tesi e l’elegante Oh Sweet Fire avviluppa il trip-hop dentro echi dub. Mi rendo conto di aver citato il programma quasi per intero e il motivo vi sarà chiaro. Impossibile annoiarsi con i Notwist: come dicono dalle loro parti, herzlichen Dank!

Beautify Junkyards: cartoline dal cosmo interiore

Come ogni musica popolare che si rispetti, il folk è un nastro di Möbius che più si avvolge su se stesso, più appare diverso. E come i personaggi di cui narrano certe tradizioni, rinasce ciclicamente nuovo ma antico: conosce le radici e per questo motivo andrà lontano mescolando presente e passato, memoria e ambizioni, nostalgia e fantasticherie. Di tutto ciò e molto altro è intessuto il policromo arazzo dei Beautify Junkyards, portoghesi in circolazione da un decennio freschi della pubblicazione di Cosmorama, quarto pannello di una serie che partiva nel 2012 con un’opera omonima di brani altrui in larghissima parte provenienti dal folk britannico d’antan. Una scelta che sin dall’inizio indicava le affinità elettive, l’estetica e il retroterra della formazione guidata dal cantante/tastierista João Branco Kyron.

Formazione che nel volgere di un triennio si spingeva un passo oltre con gli autografi di The Beast Shouted Love e poi, a una ricetta intrigante e aromatizzata di Tropicalismo, aggiungeva il passaggio alla Ghost Box (etichetta specializzata nella “hauntologia” britannica che ha intelligentemente ampliato il raggio d’azione) e l’arrivo di Helena Espvall dagli incantevoli Espers. Altri tre calendari e The Invisible World Of confermava il valore di un altro anello della catena che comprende Stereolab, Movietone, Pram, Broadcast e Vanishing Twin. Cioè di quei gruppi che in modi diversi disegnano paesaggi immaginari e costruiscono universi paralleli con brandelli di passati mai vissuti in prima persona.

Attitudine che nel caso specifico si fonde al talento per intrecciare elettrico e acustico, atmosfere filmiche ed esotismo, psichedelia ed elettronica retronuova in qualcosa che non soccombe al revival. In una personalità che nello sfuggente e mercuriale Cosmorama – il titolo si riferisce ad apparecchi ottocenteschi con cui osservare immagini panoramiche ingrandite e in rilievo: mi pare significativo – trova l’apice di maturità e allo stesso tempo un catalogo di possibili evoluzioni. Con la nuova cantante Martinez, qualche ospite (l’arpista Eduardo Raon; Nina Miranda, ex trip-poppettara con gli Smoke City; Alison Bryce, già nelle meteore neo-folk The Eighteenth Day Of May) e le idee al solito chiare, i lusitani consegnano il loro disinvolto equilibrio stilistico a una scaletta impeccabile.

Non rinunci a niente, qui, dalla magnifica Dupla Exposição che trasferisce i Can nei solchi di A Saucerful Of Secrets tra bagliori di colonne sonore horror dei ’70, ai trip-hop latini (e lisergici, e folk…) di Reverie e del brano omonimo, dal capolavoro The Sphinx – Isabelle Antena ostaggio degli Air: vi va? – al carnevale dal retrogusto malinconico di Parangolé. Se A Garden By The Sea incede con un passo da marcia classicheggiante ma non nasconde un cuore cosmico, The Collector cala un fantastico asso elettro-bossa in dub e l’inquieta Zodiak Klub tratta il krautrock come solo ai Laika riusciva. Infine, Vali è il madrigale misterioso e mistico che non può mancare, Deep Green si porge con trasognata grazia e il commiato The Fountain tira appropriatamente le fila del discorso. Magia nella magia, canzoni capaci di confortare e inquietare in egual misura diventano a un certo punto stanze di una casa stregata dalla quale non vuoi uscire. Preparatevi a gettare via la chiave.

Felt: storie di ottimisti e di poeti

Pochi hanno saputo costruire attorno a sé un alone di mistero come i Felt. Nel loro caso, l’enigma risulta inscindibile da uno stile che in parte deriva dal conflitto fra Arte e Pop vissuto da Lawrence Hayward, sensibile perfezionista che del gruppo fu fondatore e despota illuminato. Uno che voleva l’adorazione di teenager e critica ma purtroppo ha centrato solo il secondo bersaglio. Uno che ha scritto canzoni senza tempo, imbevute di un’emotività trattenuta tipicamente british e poco alla volta si è allontanato dall’astrattismo lungo un percorso di sfumature. La sua incessante, maniacale ricerca di perfezione spiega una parabola volutamente delimitata in dieci anni, dieci album, dieci singoli. Poi addio. Perché? Perché no, se il compito del Genio è anche quello di rompere le regole per stabilirne di nuove?

Spiace quindi che, come gli altri Venerati Maestri Go-Betweens, i Felt abitino ancora in un “limbo underground”. In un universo parallelo, lo schivo dandy Hayward è famoso quanto Moz e Jarvis Cocker, ma nel nostro mondo ci consoliamo con una musica di virile poesia e rimandi illustri. Musica giunta dalle Midlands operaie e per la precisione da Birmingham. Lawrence Hayward vi nasce nel 1961 per venir su in un borgo di periferia dal dickensiano nome di Water Orton. Esteta taciturno folgorato tredicenne da Ziggy e T.Rex, trova nel Settantasette la manna dal cielo e venera Television, Velvet Underground, Eno, Patti Smith, Swell Maps. Nel microcosmo di case di mattoni, querce e giorni che fingono di non passare incontra il virtuoso chitarrista Maurice Deebank. Intanto accantona il cognome – come Morrissey: però in anticipo e “a rovescio” – e bazzica la scena punk cittadina detestandone il dilettantismo ma non la risolutezza ad autogestirsi. E nella sua cameretta, scrive e suona.

Gary Ainge e Lawrence a Londra, febbraio 1982. Fotografia di David Corio/Redferns

In coda al decennio i Felt sono il paravento di un solista obbligato al salto allorché “Sounds” elegge singolo della settimana l’autarchico rumorismo di Index. Convocati Deebank, il batterista Gary Ainge e il bassista Nick Gilbert, il ragazzo pesca ragione sociale e voce dall’idolo Tom Verlaine e le intreccia a melodie di laconica efficacia, a corde che saldano Marquee Moon con l’estrazione classica di Deebank, al tambureggiare ipnotico di una Maureen Tucker sedata. Unicità che nel 1980 profuma anche di shoegaze e post-rock. Incredibile, eh? Come incredibile è che la Postcard rispedisca indietro un nastro perché suona “troppo alla Velvet” e che Mark E. Smith in persona risponda a una lettera di Nick invitando degli sconosciuti a Manchester per aprire un concerto dei Fall. Piacciono parecchio e si replica a Liverpool e Londra, dove Mike Alway li accasa alla Cherry Red.

Preceduto dal 7” Something Sends Me To Sleep e prodotto da John Rivers, nel marzo 1982 Crumbling Of Antiseptic Beauty stupisce per una maturità che attenua la tensione dei Television in chiave bucolica attraverso il viluppo Evergreen Dazed, una visionaria Templeroy, gli arabeschi Fortune e I Worship The Sun, le elegiache Birdmen e Cathedral. Lo notano in pochi e sarà una costante della compagine che rimpiazza Gilbert con Mick Lloyd e per due anni non cambia. La stabilità giova all’incontro Orange Juice/Love di My Face Is On Fire e alla straordinaria gemma pop-wave Penelope Tree, ispirata all’omonima modella dei ’60 e risultato “spirituale” dell’infatuazione di Lawrence per Bob Dylan. L’influenza affiorerà più avanti, ché The Splendour Of Fear risponde al debutto con toni seppiati e concedendo più spazio a strumenti e complessità strutturale. In copertina, il manifesto di Alan Aldridge per il film “Chelsea Girls” girato da Andy Warhol annuncia una mesmerica trama di new wave, psichedelia, premonizioni dream-pop, echi del West immaginario di Morricone con apici in The World Is As Soft As Lace, Mexican Bandits e The Stagnant Pool.

Tramite il solistico Inner Thought Zone, Deebank sfoga il surplus creativo e affronta il rapporto difficile con chi gestisce ogni aspetto della band e concepisce i singoli come parentesi pop tra LP più sperimentali. La dicotomia viene sciolta nell’autunnale The Strange Idols Pattern And Other Short Stories accostando concisione e linearità a un’indolenza seducente. John Leckie subentra per sigillare i Byrds post-punk – roba fina da suscitare l’invidia di Johnny Marr – come Roman Litter e Sunlight Bathed The Golden Glow, il Lou Reed barocco di Spanish House, preziosi legami con il recente passato e azzeccati omaggi ad Arthur Lee e Go-Betweens. La metamorfosi procede grazie anche a Robin Guthrie, che si porta i Nostri in tour con i Cocteau Twins ed è scelto come produttore. Ignorate i mugugni del leader, obbligato per contratto a non impicciarsi nel mix: nell’agosto 1985 l’ultraterrena Primitive Painters in duetto con Elizabeth Fraser scaglia oltre il cielo un mulinante crescendo di pura, ineffabile emozione.

Dalla cima della classifica indie saluta inoltre l’arrivo del giovanissimo Martin Duffy, tastierista provetto – tra i primi a riscoprire l’Hammond dopo i Prisoners: i fan Charlatans prederanno nota – destinato a incarnare il nuovo asse sonoro. Entra comunque in punta di piedi nel meraviglioso Ignite The Seven Cannons, dove Robin cristallizza romanticismo (My Darkest Light Will Shine, The Day The Rain Came Down, Caspian See) e introversione (Scarlet Servants, Black Ship In The Harbour) tra anticipi di Pulp (I Don’t Know Which Way To Turn), neo-psichedelia (Elegance Of An Only Dream) e aperture estatiche (Serpent Shade, Southern State Tapestry). Quando Deebank molla definitivamente, Martin colora la svolta definitiva che trasloca il Dylan elettrico nei solchi di The Velvet Underground.

Non sarà per la Cherry Red, siccome il colosso Warner foraggia un marchio satellite (Blanco y Negro) per potersi assicurare Everything But The Girl e Jesus & Mary Chain. Rimasti fuori dal gioco, nell’86 i Felt passano alla Creation con l’eccelso 12” Ballad Of The Band, nel quale brillano l’incalzante inno omonimo, una I Didn’t Mean To Hurt You younghiana con sentimento e un paio di sublimi notturni pianistici. Ti aspetti un altro LP capolavoro, ma Lorenzo il Magnifico Bizzoso rifila i brevi bozzetti strumentali di Let The Snakes Crinkle Their Heads To Death. Poco importa se sia un capriccio d’autore o un modo per sviare le attese, perché ai primi freddi Forever Breathes The Lonely Word palesa il cambiamento già in un artwork che cita il warholiano scatto del debutto però rimpiazzando Hayward con Duffy.

Da qualche parte tra un Lloyd Cole elegantemente maudit e dei Green On Red albionici, una manciata di vivaci acquerelli (Rain Of Crystal Spires, Down But Not Yet Out, Grey Streets) e sfoglie malinconiche (September Lady, All The People I Like Are Those That Are Dead, Hours Of Darkness Have Changed My Mind) stabilisce impareggiabili standard indie-pop. Per qualche mese Lawrence frequenta Sarah Cracknell, futura cantante dei Saint Etienne alla quale dedica la She Lives By The Castle che illumina Poem Of The River. Lavoro dalla genesi tormentata, questo, per il quale McGee impone la produzione dello svagato Mayo Thompson e Hayward vorrebbe gettare i master nel Tamigi per lo sconforto. Finiti i soldi, l’album esce rattoppato da Guthrie e malgrado il titolo sarcastico convince in pieno con un personale approccio vicino al Paisley Underground e il fantastico apice Riding On The Equator. Che nel 1987 la forma sia eccellente lo ribadisce il lirismo tenebroso dell’EP The Final Resting Of The Ark.

I primi scricchiolii si avvertono l’anno seguente. Di The Pictorial Jackson Review piace la musica, articolata su una prima facciata di canzoni più del solito ruvide (trattasi di demo: Lawrence andrà su tutte le furie) che garagizzano Blonde On Blonde e un retro crepuscolare dominato da Duffy. A spiazzare è l’elegiaco cinismo scolorito in livore e stanchezza. Prova ne sia l’inutile cocktail jazz di Train Above The City, riscattato nell’EP Space Blues con i Suicide gonfi di codeina della title-track. La storia termina in cerchi concentrici: Creation non può espletare il “piano decennale” e nell’89 si torna alla corte di Alway per Me And A Monkey On The Moon, piuttosto fiacco nonostante la regia di Adrian Borland. Hayward sa che i tempi stanno cambiando e in dicembre saluta con un concerto a Birmingham. Maurice è tra il pubblico e finale più letterario non poteva darsi.

A proposito di libri: vi rimando a “Ballad of the Fan” del francese JC Brouchard e a “Felt” del capobanda per mitologia e dettagli, annotando la bontà del documentario “Lawrence of Belgravia” uscito nel 2011 e ricordando che Martin Duffy ha fatto fortuna nei Primal Scream e Lawrence, tra alti e basi esistenziali, ha proseguito la carriera con i Denim e i Go Kart Mozart. Oggi un artista serio e coscienzioso convive con il maniaco delle simmetrie che nel 2018 ristampa il catalogo alterando mix e scaletta di Ignite The Seven Cannons… Sorrido e mi tengo stretti originali che conosco a memoria. Anzi, come dicono oltremanica, by heart. Giusto così, perché venti pezzi di vinile e di vita sono una questione di cuore. A metterli in fila, compongono un romanzo cui manca solo il titolo: “La ballata di un Genio incompreso”.

Isole nella corrente: addio, 2020!

Ora che i “nostri” anni dieci si sono chiusi con un bisesto assurdamente funesto, possiamo dirci la verità. La svolta ipertecnologica ha cambiato le nostre vite, però non nel senso che credevamo o speravamo: invece di unire, alla fine ci ha diviso. Parallelamente alla nascita di nuovi sistemi di fruizione della musica – arte immateriale che necessita da sempre di un medium che la “congeli” oltre il momento dell’esecuzione – il nuovo millennio ha compiuto un progressivo isolamento dell’individuo. Pur cercando di evitarlo, ci troviamo dietro/dentro scudi più o meno virtuali mentre la cultura pop si frammenta ancor più in parrocchiette separate una dall’altra come vasche dei pesci.

Lì in mezzo ci siamo noi, isole nella corrente che sarebbe giusto tornassero a formare un continente e in qualche modo si può, come accenno in chiusura. Nel panorama sopra descritto, intanto, chi è ossessionato dall’essere à la page soccombe alla bulimia e trincia giudizi; altri selezionano, ponderano, ricordando come si stava meglio quando si credeva di stare peggio e annotano la scarsa persistenza di tante opere fresche d’uscita.

best 2020

Sarà successo anche a voi di realizzare che tante pubblicazioni odierne lasciano in testa solo vaghe tracce. Così l’estrema frammentazione mostra il suo volto e sorge un dubbio: colpa dell’attenzione che si riduce o di una congenita mediocrità? Assodato il naturale ridursi dei margini di progresso creativo mano a mano che passano i decenni, è un fatto che la sovrapproduzione appiattisca la media. Come è un fatto che si reagisca guardando a epoche meno affollate e più ricche di contenuti, mentre nostalgia rima con retromania e rischiamo di sminuire anche quanto di bello e significativo vede la luce. Il quesito, insomma, resta aperto. 

Certo è che la Bellezza vada preservata, perché forse ci salverà. Per questo servono prudenza e giudizio nel contestualizzare i dischi. Bisogna ascoltarli davvero, a lungo e con attenzione. Questo l’approccio che spiega il mio fior da fiore 2020, dritto da un setacciare meticoloso che opero anche in altri aspetti della vita. Meno è più: più soddisfatti, più felici, magari anche un poco più sereni. Sappiatemi dire, dilette lettrici e diletti lettori. Nell’attesa, vi abbraccio più calorosamente che mai.

japanese best 2020

My Bunch Of Sweeties

Algiers – There Is No Year

Terry Allen – Just Like Moby Dick

Dream Syndicate – The Universe Inside

Bob Dylan – Rough & Rowdy Ways

Bill Fay – Countless Branches

Flaming Lips – American Head

Gurubanana/Nana Bang – Ear Refill/Life Of An Ant

Heliocentrics – Infinity Of Now

Holy Fuck – Deleter

Mourning (A) BLKstar – The Cycle

Run The Jewels – 4

Wire – Mind Hive

Blasts From The Past

Allison Run – Walking On The Bridge

Free Design – Are Free: The Original Recordings 1967-72

Jon Hassell/Farafina – Flash Of The Spirit

Ennio Morricone – Morricone Segreto

Tom Petty – Wildflowers & All The Rest

Prince – Sign o’ The Times (super deluxe)

Cinquanta pezzi da(i) Dieci

Tra operatori del settore ed appassionati, un po’ tutti amano stilare elenchi del “meglio” di qualsiasi cosa e insomma Nick Hornby aveva visto giusto. Non sono comunque compulsivi che cercano di tenere tutto sotto controllo, ma membri di un’Accademia della Crusca che si divertono in modo intelligente ragionando su generi, epoche, stili. Amare la popular music al punto da studiarla con rigore e accanimento implica ritrovarsi in una bolla che un po’ ci mantiene giovani. Non parlo del fisico, ma di anima e mente.

Se saluti gli anta con immutata passione, i dischi ripagano isolandoti per qualche ora dagli orrori del mondo e rappresentando un sostegno e un’uscita di sicurezza. Dite grazie alle canzoni che ci salvano la  vita e a quelle che illuminano il più nefando dei giorni, ché questa specie di adolescenza sospesa a mezz’aria non implica la fuga dalle responsabilità. Significa piuttosto affrontare l’esistenza come quando di anni ne avevi venti con la saggezza nel frattempo offerta dai calci presi e da quelli dati. Impresa difficile, certo, ma non impossibile.

Come la maggior parte di chi traffica con il rock (inteso in senso molto ampio; è più un’attitudine, ecco) e con la cultura che a esso gravita attorno, anch’io sono uno snob di buon cuore. Per questo motivo – e perché appartengo alla scuola che calcola un decennio da “uno” a “zero” – nel 2019 mi sono risparmiato l’inventario degli anni Dieci. Senza chiamarmene fuori, ho rinviato la faticaccia in questi mesi assurdi anche per lasciarmeli alle spalle con un’incombenza piacevole.

Ed eccolo, il risultato, in tutto il suo splendore (?). Prima che commentiate con i soliti “dove cavolo è tizio?” e “roba da matti, ha lasciato fuori i Semproni” vi rammento che state leggendo un blog, ovvero l’espressione diretta di chi lo scrive. Di conseguenza, questi cinquanta album – lo confesso: per nulla facili da scegliere e suddividere in categorie – sono il distillato del mio cuore e il frutto di un prolungato divertimento. Perché il punto non è fare a chi è più figo, ma usare ognuno la propria testa e confrontarsi con quella altrui. Buona lettura.

Magnifici dieci

Damon Albarn – Everyday Robots (Parlophone, 2014)

Algiers – The Underside Of Power (Matador, 2017)

Arctic Monkeys – AM (Domino, 2013)

Neneh Cherry – Blank Project (Smalltown Supersound, 2014)

Dirtmusic – Bu Bir Ruya (Glitterbeat, 2018)

P.J. Harvey – Let England Shake (Island, 2011)

Low – Double Negative (Sub Pop, 2018)

Mourning (A) BLKstar – The Cycle (Don Giovanni, 2020)     

Ryley Walker – Primrose Green (Dead Oceans, 2015)

Jonathan Wilson – Gentle Spirit (Bella Union, 2011)

Splendidi quindici

Terry Allen – Just Like Moby Dick (Paradise Of Bachelors, 2020)

Bombino – Nomad (Nonesuch, 2013)

David Bowie – Blackstar (ISO, 2016)

Dr. John – Locked Down (Nonesuch, 2013)

Bob Dylan – Rough & Rowdy Ways (Columbia, 2020)     

Steve Gunn – The Unseen In Between (Matador, 2019)

Michael Head & The Red Elastic Band – Adios Señor Pussycat (Violette, 2017)

Ed Laurie – Cathedral (Moon Painter, 2012)

Nap Eyes – I’m Bad Now (Paradise Of Bachelors, 2018)

Rustin’ Man – Drift Code (Domino, 2019)

Ty Segall – Freedom’s Goblin (Drag City, 2018)

St. Vincent – s/t (Loma Vista, 2014)

Suuns – Images Du Futur (Secretly Canadian, 2013

Jesse Sykes & Sweet Hereafter – Marble Son (Fargo, 2011)

These New Puritans – Fields Of Reeds (Infectious, 2013)

Preziosi venticinque

Beach House – Bloom (Sub Pop, 2012)

Black Angels – Death Song (Blue Horizon, 2017)

Anna Calvi – s/t (Domino, 2011)

Nick Cave & Bad Seeds – Skeleton Tree (Mute, 2016)

Elvis Costello & The Imposters – Look Now (Concord, 2018)

Dream Syndicate – The Universe Inside (Anti-, 2020)

Mark Eitzel – Hey Mr. Ferryman (Merge, 2017)

Fat White Family – Serfs Up (Domino, 2019)

Field Music – Open Here (Memphis Industries, 2018)

Lee Fields & Expressions – Special Night (Big Crown, 2016)

Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway, 2017)

Brittany Howard – Jaime (ATO, 2019)

LCD Soundsystem – American Dream (DFA, 2017)

Mbongwana Star – From Kinshasa (World Circuit, 2015)

Mega Bog – Dolphine (Paradise Of Bachelors, 2019)

Randy Newman – Dark Matter (Nonesuch, 2017)

Angel Olsen – My Woman (Jagjaguwar, 2016)

OM – Advaitic Songs (Drag City, 2012)

Sleater-Kinney – No Cities To Love (Sub Pop, 2015)

Trembling Bells – Dungeness (Tin Angel, 2018)

Tropical Fuck Storm – Braindrops (Joyful Noise, 2019)

Ultramarine – Signals Into Space (Les Disques du Crepuscule, 2019)

Tom Waits – Bad As Me (Anti-, 2011)

Jane Weaver – Modern Kosmology (Fire, 2017)

Lucinda Williams – Ghosts Of Highway 20 (Highway 20, 2016)

Dio esiste e non è sordo: Allison Run

Attorno alla metà degli anni Ottanta il dibattito sul recupero dei sixties aveva assunto toni piuttosto accesi. La neopsichedelia costituiva in effetti il filone più interessante tra quelli emersi allo svanire del post-punk e nei suoi momenti migliori aveva poco di revivalistico. A conti fatti, ridottisi drasticamente i margini di espansione creativa, girano molti più cloni adesso e in qualsiasi ambito: gente anche brav(in)a ma dedita all’esercizio di stile, alla bella ma algida calligrafia, alla copia della copia. Con poche eccezioni, il sentore – specie tra le nuove leve – è di accademismo spinto. Prima che mi accusiate di nostalgia, pensate al marchio impresso dalla new wave sulle frange più innovative del movimento. E ricordate che anche chi da noi non trafficava con la “nuova musica cantata in italiano” a volte concepiva originali sintesi del decennio favoloso.

Ecco: gli scettici hanno a disposizione ulteriore materiale per ricredersi, poiché Spit/Fire e Spittle Records (distribuzione Goodfellas) hanno replicato per gli Allison Run lo sforzo già compiuto nel 2017 con Peter Sellers And The Hollywood Party. Risultato è l’imperdibile cofanetto Walking On The Bridge, tre CD che radunano l’integrale di questi pugliesi trapiantati a Bologna guidati dal talentuoso Amerigo Verardi. Portabandiera di una psichedelia davvero “neo” che non si accontentava di pantomime retrò, consumarono la loro storia tra 1985 e 1990, cioè in significativo (quasi) parallelo a Ghittoni e soci. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: un culto artefice di musica splendida che racconta la propria epoca mentre se ne colloca al di fuori.

Anche quelli, infatti, erano a loro modo anni formidabili. Anni in cui essere indipendenti costava fatica e sacrifici, ma mettendoci anima e cuore affrontavi l’acid-pop britannico con lo stesso approccio evoluto di Television Personalities, Robyn Hitchcock e Julian Cope. Senza sfigurare, poiché queste canzoni intelligenti, raffinate e non di rado ironiche vantano una freschezza senza tempo. Gustando gli “extra” prelevati da concerti e demo e il prezioso libretto curato da Federico Guglielmi, ascolti il trio composto da Verardi, Alex Saviozzi e Mimo Rash muoversi sicuro con il nastro Lost In A Circle, partecipare al secondo volume di Eighties Colours e nell’87 debuttare su vinile con l’EP All Those Cats In The Kitchen tra estatiche fusioni di psichedelia, indie-pop chitarristico alla Smiths, echi post-punk.

Con l’arrivo del bassista Umberto Palazzo e di Sado Sabbetta alle tastiere, gli Allison Run si misurano a testa alta con Ceremony nel tributo Something About Joy; altri dodici mesi e l’unico, favoloso album God Was Completely Deaf garantisce loro un posto nel romanzo psichedelico grazie a gioielli come la stupefatta e stupefacente As We Grope, una Tangle Of Love che trasloca in California il caracollare urbano di Loaded e lo stranito carillon lisergicamente pop di Allison. Come minimo, e facendo un torto a tutto il resto. Apprezzati anche fuori dai confini nazionali, i ragazzi si sciolgono all’improvviso dopo aver inciso una cover di Edoardo Bennato. Di elevato spessore la carriera successiva di Amerigo con Lula, Lotus e in solitudine, laddove Umberto Palazzo compare nei primi Massimo Volume e poi fonda i Santo Niente. Vicende, queste, che ci portano dritti al 2020, in cui Walking On The Bridge lascia a bocca aperta con un pizzico di malinconia che scalda il cuore. Ma, più di ogni altra cosa, con meraviglie da incastrare nel nastro di Moebius che chiamiamo “attualità”. Commossi, applaudiamo.

Sull’altra riva del fiume con Terry Reid

Mi piace immaginare Terry Reid seduto sulla riva sbagliata ma in fondo giusta del suo fiume. L’ha condotto lì il destino mentre lui si assumeva delle responsabilità, dicendo “no” laddove poteva dire “sì”. Ecco. Sarà capitato anche a voi di prendere dei se e avrei dovuto e farne un falò purificatore per sentirsi meglio, perché il rimpianto è un chiodo rugginoso che dentro ti scava il freddo e il vuoto. Di rimpianti, “Superpolmoni” – come lo chiamano affettuosamente amici e fan – pare non ne abbia, e ciò fa onore a colui che replicò il “famoso” rifiuto opposto a Jimmy Page anche ai Deep Purple e a Spencer Davis.

Datemi del bestemmiatore, però vi dico: meglio così, ché altrimenti ci saremmo persi quel gioiello di River. E vi dico anche che il Bartleby melvillano qui non c’entra. Quest’uomo va fiero della propria vita e di aver contribuito ad accendere il motore del Dirigibile. Che diamine: nel 1969 aveva vent’anni e credeva in se stesso. Era stato in America di spalla a Cream e Stones e il futuro pareva così splendente da accecare. Cosa avremmo fatto al posto suo, noi sapientoni del senno di poi?

Terry Reid

Terry Reid nasce oggi settantuno anni fa nei pressi di Huntingdon, Cambridgeshire. Inizia prestissimo la carriera con i Jaywalkers, che sottraggono ai bittaroli liceali Redbeats un pischello che canta come chi non vuole la pelle nera perché già ha le corde vocali di quel colore. Nel ’66 aprono per Jagger & soci alla Royal Albert Hall, il diciassettenne si ingrazia Graham Nash degli Hollies e questi li porta alla EMI. Malgrado le buone vendite del soul-pop The Hand Don’t Fit The Glove, il gruppo si separa. Entra in scena Mickie Most e in coda ai Sessanta Bang Bang, You’re Terry Reid e un LP omonimo offrono un rock slanciato, misto di pop e soul ma propenso a impennate hard e oasi di folk acido. Guarda caso, in linea con protetti di Most come Jeff Beck Group e Donovan; guarda caso, anticipando un felice dualismo che i Led Zep renderanno stellare.

Talento Reid ne ha eccome: guida un trio inusuale (voce e chitarra, organo, batteria) lungo gli Stati Uniti raccogliendo elogi. Quando Page gli offre il ruolo di cantante dei New Yardbirds, deve onorare impegni importanti e risponde di contattare un tipo della Band Of Joy che di nome fa Robert Plant. Da gentleman consiglia anche il batterista, tale John Bonham. Il resto è storia. A fine 1969 il brillante percorso si arresta. Il mentore vuole un burattino da classifica e pubblica il secondo disco senza consultare l’artista, che serio e determinato com’è, sbatte la porta.

Terry Reid Backstage

Per tre anni Terry non pubblica più nulla a causa delle grane legali derivanti dal litigio. Ciò nonostante, tira dritto. A Wight e Glastonbury incassa applausi, collabora con David Lindley, si vede estromettere Without Expression da Deja Vu per i capricci di Stills. Con il bassista Lee Miles, il batterista Alan White e Lindley lavora in madrepatria sul materiale accumulato nei cassetti, poi Alan molla per gli Yes e David per Jackson Browne e l’album è terminato a Los Angeles mentre Ahmet Ertegun spalanca le porte della Atlantic. La lotta contro i dardi dell’oltraggiosa fortuna infine paga. Dal 1973 possiamo gioire di River, splendore a lento rilascio incamminato con passo più terrigno sui sentieri di Astral Weeks. Duttile e superbo, il cantato di Reid fluisce come fosse uno strumento dentro il perfetto amalgamarsi fra blues, soul, folk, rock e un Brasile assimilato grazie all’amicizia con l’esule Gilberto Gil.

Lo sostengono l’unione tra groove corposi e ipnotici (la sezione ritmica di cui sopra, oppure la batteria di Conrad Isodore e le percussioni di Willie Bobo) e gli arazzi chitarristici di Lindley, così che anche la prima facciata – più movimentata e robusta – è avvolta nel sorridente torpore che rappresenta lo spirito dell’album. Sono canzoni sorprendenti e inafferrabili Dean e Things To Try, Avenue e Live Life, tuttavia l’autentico cuore di River risieda sul lato B. Trovate lì una title-track di svagata emotività (uno Stevie Wonder tropicalista e fumato?) e le malie acustiche Dream e Milestones, dove Nick Drake insegna la saudade a Tim Buckley ed entrambi spariscono in volute di aria solida.

river

La vicenda potrebbe chiudersi su una perfezione che pochi notano e che avrà una postilla nel 2016, allorché il vaglio delle registrazioni inutilizzate porta alla luce gli inediti e le versioni alternative di The Other Side Of The River. Invece, sbrigandomela in fretta, riferisco di ulteriori sfighe. Una perplessa Atlantic straccia il contratto: sollevato e con in tasca una liquidazione di tutto rispetto, Reid si chiude in una villa californiana, mette su famiglia e dal buen retiro comunica di rado. Nel ‘76 Seed Of Memory esce la settimana in cui l’etichetta che lo pubblica, ABC, dichiara bancarotta; tre anni e la Capitol non promuove Rogue Waves, che commercialmente da qualche parte forse sarebbe giunto. Gli Ottanta scivolano via tra cameo e lavoretti conto terzi. Nel 1991 Trevor Horn confeziona il trascurabile The Driver e il resto del decennio è speso negli States con Brian Auger e Mick Taylor. Arriva il nuovo secolo: Terry collabora con DJ Shadow e Alabama 3, River esce in CD e il culto si amplia.

Vi svelo un segreto. In testa ho diversi film che non saranno mai girati. Uno finisce così: un inglese sulla settantina si appresta a salire sul palco, fisico in forma e volto simpaticamente guascone col quale Crono ha avuto clemenza. Gli si avvicina un amico grossomodo della stessa età che conserva vistose tracce dello spezzacuori che fu in gioventù, capello lungo ormai argenteo e sguardo intenso da cavaliere di Rohan. Abbraccio fraterno. Il cavaliere dice: “Lo sai che avresti potuto vivere un’altra vita?”. L’altro sistema la Gretsch davanti al petto. L’accarezza. Gli occhi fissano un orizzonte lontano. “Sì, ma ho la mia. Questo conta, alla fine.” Sui loro sorrisi quasi impercettibilmente diversi partono i titoli di coda. Buon compleanno, Superpolmoni!

"Brave words about sounds & visions"