Classics Revisited: gli anni transatlantici di Ralph McTell

Per quanto possano aver detto e fatto, l’appassionato medio legherà sempre certi artisti a un unico brano. Casi esemplari: Don McLean è il tizio di American Pie e Ralph McTell quello che ha scritto Streets Of London. Punto. Poco importa se quest’ultima parli dei senzatetto, sia stata composta a Parigi e abbia scalato le classifiche in una versione meno fascinosa dell’originale. A chi interessa, c’è della sostanza: McTell è nome d’arte omaggiante il Willie che – Bob Dylan docet – canta il blues come nessun altro; invece di un buon disco in un mare di mediocrità, Ralph vanta una carriera costellata da LP di vaglia, specie i primi per la mitica casa del folk revival britannico Transatlantic.

Da qualche parte tra un Donovan più terrigno, un Nick Drake senza male di vivere e un Cat Stevens non così ecumenico, è un “minore” con in bacheca un capolavoro di genere e parecchie canzoni di nobile afflato, acquarelli che scaldano il cuore nei pomeriggi piovosi e nelle tiepide mattine primaverili, quando la città intontita e pigra si mette in moto. Con gioia ho dunque appreso che da qualche mese Cherry Red ha pubblicato All Things Change: The Transatlantic Anthology 1967-1970, doppio CD con l’integrale del trovatore alla corte di Nat Joseph. Fossi in voi, una chance gliela darei.

Ralph McTell

 

Conscio di avervi annoiato abbastanza, passo al sodo di una storia iniziata nel dicembre 1944 a Farnborough, Kent. Da un cognome, May, e un battesimo che – il destino, a volte… – onora il compositore classico Vaughan Williams, per il quale babbo Frank aveva lavorato come giardiniere. Tre anni e il capofamiglia abbandona tutti a Croydon, dove mamma Winifred tira su da sola Ralph e il fratellino Bruce senza fargli mancare nulla. La musica riempie prestissimo il vuoto in un ragazzo brillante e sveglio che alla Grammar School fatica ad ambientarsi con coetanei di ceto più elevato. A quindici anni stravede per rock’n’roll e skiffle, molla i banchi e si arruola.

Sei mesi e torna a dare il meglio nelle discipline artistiche, poi scopre la beat generation e il jazz, il blues, l’errebì. Ispirato da Jesse Fuller, Robert Johnson e Woody Guthrie, già abile con l’armonica si spacca le dita sulla chitarra e la schiena in lavori precari, viaggia incrociando i futuri sodali Jacqui McShee, Martin Carthy, Wizz Jones, alterna il bluegrass negli Hickory Nuts con l’attività di busker. Belgio, Grecia, Germania, Italia, Jugoslavia e soprattutto Parigi, per il fascino della rive gauche e per un amico statunitense che ha studiato con la Leggenda Gary Davis e molto gli insegna sulle dodici battute.

Nella città più romantica del globo trova anche l’amore in Nanna Stein, studentessa norvegese ancora al suo fianco dalla primavera 1966. Tornati in Inghilterra, vivono in una roulotte mentre Ralph suona nel circuito folk della Cornovaglia con Wizz, che suggerisce il passaggio da May a quel che sapete. Le giuste nozze chiudono l’annata, Nanna in dolce attesa e lui insegnante che da grande farà il folksinger. I tempi sono maturi, il talento pure: nel ‘67 la Transatlantic lo accoglie in studio con Tony Visconti ad arrangiare gli archi e la regia di Gus Dudgeon.

transatlantic years

 

Tra qualche difficoltà – tutti sono alla prima volta – Eight Frames A Second si rivela gustoso assai, ché a cancellare la maldestra cover di Granny Takes A Trip imposta dai piani alti basta una sentita e vivida rilettura di Morning Dew. Lo spirito dell’opera e dell’autore risiede tuttavia nel sentire agreste tinto di blues (Hesitation Blues, Blind Blake’s Rag, lo stomp Louise, la briosa Too Tight Drag) e di folk declinato nel dolce sentire di Nanna’s Song, con la slanciata tristezza della title-track e di I’m Sorry – I Must Leave, su cadenze più mosse per The Mermaid And The Seagull.

A inizio Sessantotto la BBC apprezza e il botteghino pure, ma è l’anno seguente a consegnare l’uomo al romanzo del folk d’oltremanica. Spiral Staircase mantiene i pregi del debutto – penna robusta e policroma, arrangiamenti leggiadri ma non svenevoli, incursioni blues – limando i lievi difetti d’ingenuità. Il confermato Dudgeon e l’ex Manfred Mann Mike Vickers benedicono la Streets Of London – incisa in una sola take controvoglia! – arazzo d’innodica melanconia, la traslucida meraviglia drakiana Daddy’s Here, il pacato amarcord Mrs. Adlam’s Angels. All’ombrosa Last Train And Ride e a una Kind Hearted Woman Blues (Robert Johnson) dolente come può un viso pallido di Albione rispondono le England 1914 e Terminus che uniscono orchestrazione sapiente e compiutezza di scrittura, laddove la meditabonda The Fairground trova un contraltare nella delicata Bright And Beautiful Things e nell’omonima marcetta.

ralph in red

 

Giudizioso, Ralph rifiuta la fotocopia e se ne frega quando a luglio il frizzante 7” Summer Come Along cade nel vuoto. In inverno approfondisce il lato pop con My Side Of Your Window: da ricordare qui una Girl On A Bicycle in anticipo sui Belle & Sebastian, l’abbraccio tra piano e violoncello di All Things Change, una bucolica però tesa Michael In The Garden. Per tacer del Brian Wilson tra le brughiere di Kew Gardens e dell’intimismo lucente di Silver Birch And Weeping Willow. Il tramonto del decennio porta il tutto esaurito alla Royal Festival Hall, la presenza a Wight e Revisited, ultimo 33 giri Transatlantic che a ottobre rivernicia estratti dai due ultimi predecessori puntando l’America. Artisticamente solo discreto, è buco nell’acqua commerciale che esce anche in madrepatria mentre McTell, supportato dalla Paramount, intraprende il primo tour oltreoceano.

Seguono la firma per la Reprise e lavori di buon peso e ottimo riscontro nazionale. Poi, un giorno del 1974 Ralph registra di nuovo quella canzone per un singolo natalizio che tutto il mondo acquista. Ha tuttavia gli attributi per imporsi sull’etichetta, intitolando il relativo LP Streets… e mettendoci dentro amici da Fairport Convention, Steeleye Span, Lindisfarne. I meritati best seller gli permettono da lì in poi di vivere tranquillo e oggi, dopo mezzo più di secolo suonato e cantato, come un autentico bluesman non vuol saperne di smettere. Applausi per lui.

Tur(r)ista per caso: Mulatu Astatke, Re dell’ethio-jazz

Hai un bel lamentarti che non si fanno più dischi come una volta. C’entra nulla il fattore generazionale che, a una certa età e con la relativa montagna di ascolti sul groppone, impedisce il palesarsi dello stupore. Evidenza è che trovo sempre meno gente capace di prendersi dei rischi con intuito e idee. Troppi intellettualoidi in giro ad autocompiacersi con la giacchetta sulle spalle, ma per fortuna qualcuno ancora trasmette emozioni, spedisce neuroni in collisione, ridisegna la percezione delle cose. Correva il 2009 quando il terzo volume della serie Inspiration Information accostava l’etiope Mulatu Astatke agli Heliocentrics. Da un pilastro del jazz africano e una congrega inglese dedita al trip-hop retrofuturista, l’etichetta Strut cavava un favoloso incrocio culturale e sonoro dalle radici spinte assai indietro nel tempo. Lo comprova il fatto che Astatke (il quale ha testé concluso una tournee che ne ha confermato la stupefacente forma) sia rimasto a lungo appannaggio degli specialisti in materia “etno” e dei pochi rimasti folgorati dalla collana Ethiopiques. Finché…

Finché quel gran genio di Jim Jarmusch non ne utilizzò alcuni brani a commento della tenera e surreale pellicola “Broken Flowers”. Stati Uniti ed Europa convocavano Mulatu per collaborazioni e tour culminati nel giugno 2008 in memorabili esibizioni a Londra e Glastonbury. Gli astanti furono investito da una corrente che fondeva stimoli cerebrali e fisicità, come immagino sia stato, mutatis mutandis, di fronte a Funkadelic e Can, a Talking Heads e al Miles Davis della svolta elettrica. Logico, se ripercorro anche solo per sommi capi la storia di Astatke: primo musicista etiope a viaggiare all’estero, nei ‘60 prende come modello Duke Ellington – nel ’73 suonerà col proprio Venerato Maestro al cospetto di Haile Selassie – voltando le spalle all’ingegneria aeronautica e gettandosi giovanissimo nella scena jazz londinese. A New York frequenta – di nuovo, primo fra gli africani – il Berklee College Of Music. Il 1969 lo vedeva rimpatriare per sviluppare con pazienza e passione un idioma che unisse jazz, tecnologia, tradizione.

Portrait of the Ethiopian Jazz Musician Mulatu Astatke, 2009

 

Tra organo elettrico e wah-wah, tra le armonie autoctone e il sax colossale del conterraneo Getatchew Mekuria, infine trova un filo conduttore: “Servivano le persone giuste per rendere noto l’ethio-jazz in modo corretto. Ethiopiques e Jim Jarmusch hanno fatto sì che ciò fosse realtà.” Anni dopo, spetta ancora alla capitale britannica benedire una sinergia disegnata in cielo: per una data gli Heliocentrics fungono da backing band al Nostro sfoggiando la perfetta conoscenza del repertorio. Sul volo che lo riporta ad Addis Abeba, in valigia il pianista custodisce un CD con tracce nuove incise assieme a loro; a casa scrive le partiture di tastiere e vibrafono e integra l’apporto vocale e strumentale di Dawit Gebreab e Yezina e Mesafnit Nagash: “Ho sempre desiderato inserire strumenti della mia cultura nel jazz. Credo di aver imparato sperimentando negli anni Sessanta: volevo esplorare le strutture modali con un diverso senso di armonia e assoli. Ho cercato costantemente di tenere la mente aperta e aver suonato con tanti grandi musicisti di diversa estrazione ha aiutato.

Inspiration Information

 

Ai primi di settembre del 2008 i due universi si mescolano, sempre a Londra. Da allora Inspiration Information Vol.3 è un Capolavoro primordiale e futurista di suggestioni orchestrali, fanfare spagnoleggianti, archi disco, ritmi insieme moderni e atavici. Guarda a tal punto indietro da spingersi avanti senza risultare mai ostico o slegato. Anzi. Addis Black Widow brucia il funk di Isaac Hayes sui panorami di Entroducing; Mulatu riporta all’origine la fissità di James Brown; Blue Nile trafigge ottoni sensuali con una chitarra profumosa di Bristol e blues. Esketa Dance è sinuosa ed ebbra come un Mingus redivivo, Chinese New Year aggiorna la grammatica jazz tra corde di contrabbasso e violino. Ovunque insomma anime e background degli artefici si liquefanno con una magia che abbatte ogni barriera. Nel 2010, Mulatu Steps Ahead aggirerà la ripetizione di un momento unico scivolando lungo trombe davisiane, trame di percussioni e piano, bordate fiatistiche e violini africaneggianti. Quattro anni or sono, Sketches Of Ethiopia osservava il Duca e Gil Evans dall’Acrocoro Etiopico con nuovi sodali. Il momento critico nella carriera di un Artista è il seguito a un Capo d’Opera. Una regola che, evidentemente, non vale per tutti.

Classics Revisited: Jayhawks – Hollywood è uno stato della mente

Quel bastardo elettrizzante e poetico per comodità chiamato rock ha il bel vizio di riscoprire periodicamente le proprie radici e, talvolta, di dar loro anche una scossa rivitalizzante. Giusto per fare un paio di esempi: in chiusura dei Sessanta, i Grateful Dead passavano dalla pura psichedelia a uno scintillante country-rock intinto nel folk; nei ’90, il grunge incontrava nel movimento “No Depression” un sincero contraltare agreste. Insomma: per ogni Blonde On Blonde esiste un Nashville Skyline in attesa a guardare indietro ma anche avanti, perché il senno del poi rende le cose diverse se non sei un amanuense. Prendete i Jayhawks e il loro gusto popolare e raffinato, solido come la memoria e caldo come i legami di sangue: sono convinto che all’epoca fosse una fesseria – e che lo rimanga tuttora – considerare il loro terzo (e migliore) LP “superato”.

Da Pearl Jam, Lemonheads e Blind Melon, magari? Non scherziamo: preferire un’aurea cosmic american music all’epica grunge, ai calchi seventies, all’indie di cartongesso rappresentava nel 1992 un gesto controcorrente, da punk in spirito che cavarono di tasca un Classico. Qualcuno, a beneficio delle generazioni future, doveva impiastrarsi le mani di terra e piantare un totem come Hollywood Town Hall, il quale suona fuori da qualsiasi dimensione cronologica e cresce anno dopo anno, messo sull’altare di un rock tornato a fidarsi della Canzone perché oltre un certo post non poteva spingersi, pena l’autismo.

jayhawks

 

Patologia peraltro assente in dieci brani lontani sia dai lustrini milionari di Nashville che dalle pagine seppiate degli Uncle Tupelo, ricchi di una profonda conoscenza della storia e del piglio esecutivo di chi considera Replacements e Hüsker Dü fratelli prima che concittadini. Partivano giustappunto da Minneapolis i Jayhawks, quando a metà anni Ottanta Mark Olson e Gary Louris (chitarristi, cantanti, autori) raccoglievano il bassista Marc Perlman e il batterista Norm Rogers per la regolamentare gavetta. Suggerivano belle potenzialità il country-roots del debutto omonimo e di Blue Earth, tuttavia occorrevano una telefonata di George Drakoulias e una mossa del destino per benedire la maggiore età artistica. Un giorno, l’uomo dietro ai Black Crowes chiama gli uffici della Twin/Tone, in sottofondo ascolta Blue Earth e se ne innamora seduta stante.

Messi i ragazzi sotto la sua ala protettrice, li spedisce – tonificati dall’arrivo del nuovo batterista Ken Callahan e da un tour – a incidere sotto la sua supervisione e con Benmont Tench e Nicky Hopkins alle tastiere. Ne nasce ciò che per dirla con Louris è “folk a volume più alto” e che nel mio piccolo amo definire “tradizione ibrida”. Chiamatela come vi pare, ma sappiate che è baciata da estro e feeling sommi ovunque, più che altrove in una Waiting For The Sun da Eagles nati da una costola di The Band, nell’innodico e virile struggimento Take Me with You (When You Go), nelle Two Angels e Settled Down Like Rain che Jeff Tweedy e Ryan Adams di sicuro conoscono a menadito.

hollywood town hall

 

Altrove è il granaio umido di Harvest che rifiorisce a vita nuova (Crowded In The Wings), oppure si bivacca attorno a un focolare a mezza via tra Exile On Main Street e The Gilded Palace Of Sin (Martin’s Song, Clouds, Sister Cry), cavalcando melodie indimenticabili (Nevada, California) e un’epidermicità mai scontata (Wichita). Gioielli che raggiungono il cuore con l’emozione e la spontaneità entusiastica di chi si è appena sudato una zolla di paradiso. Nel ’95 Tomorrow The Green Grass replica con convinzione più che bastante, poi Olson si rifugia nel deserto di Mojave con la moglie (la cantautrice Victoria Williams: divorzieranno a metà anni zero) portandosi via bussola ed equilibrio. Solo al comando, Gary traccheggia fino alla messa in naftalina nel 2004.

Amici che si sfanculano cento volte ma si riappacificano sempre e comunque, i due suonano assieme dal vivo tra 2005 e 2006. Ristampe e antologie li mettono poi di fronte alla gloria e alla grandezza che furono, la risposta affidata a una reunion dapprima spesa sui palchi statunitensi e poi in studio per l’apprezzabile Mockingbird Time. Dopo il quale Mark non vuole più giocare e se ne va, ancora. Definitivamente? Macché: prodotto da Peter Buck, Paging Mr. Proust nel 2016 zampillava verve ragguardevole. Lo scorso aprile, infine, ecco i Jayhawks accompagnare niente meno che Mr. Ray Davies nel suo Americana, chiudendo un cerchio. L’ennesimo. Beati loro, che il futuro lo hanno dietro le spalle.

Retronow: oltre il tempo – quarant’anni di Wire

Non ho mai ascoltato una nostra copia che fosse anche solo vagamente convincente.” (Colin Newman, 2010)

Che puoi fare, a un certo punto di una carriera di altissimo livello e con innumerevoli tentativi di imitazione? Volendo – soprattutto, potendo… – ti reinventi. Ancora. Come ogni Maestro, dopo quattro decenni nessuno è gli Wire più degli Wire stessi. Ovvero gente che non si è seduta sugli allori e alle soste sul viale dei ricordi preferisce il movimento continuo, perché un gruppo rock che si rispetti filtra la realtà e ne restituisce una visione universale. Sempre. E quando non ci riesce più, dovrebbe sciogliersi.

Si chiama buonsenso d’Artista, benché per primi Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey scatarrerebbero su certe parole. Salvo ammettere subito, con un sogghigno da genuino intellettuale, che un contributo all’evoluzione della musica popolare l’hanno dato, senza attaccarsi al barcone dell’ennesimo revival new wave, loro che non sono “ritornati” per la semplice ragione che mai sono andati via. Una logica minimale e inconfutabile. Una logica squisitamente Wire.

wire

Non vai da nessuna parte senza una ragione. Se quella ragione riguarda l’arte, che senso ha se non hai nulla di nuovo da proporre?“ (Colin Newman, 2010)

 Consci che Entertainment!, Y e Marquee Moon appartengono tanto all’oggi quanto a un’epoca precisa e proprio per questo sono Capolavori come i loro primi tre LP, non vi appongono inutili postille e usano l’energia per andare avanti. Ne ho la prova buttando un orecchio a chi, lungo il nuovo secolo, replica(va) banalmente stilemi di Cure e Banshees, di P.I.L. e Joy Division, ma soprattutto a chi merita elogi per aver ibridato tra loro quelle e altre estetiche. Dei messaggi lanciati dalla formazione britannica, è proprio questa lezione metodologica e filosofica a conficcarsi nell’eternità e nel “qui e ora”, intimamente connessa al riassumere la propria epoca anticipando il futuro.

Perché la nostalgia conduce al coma artistico, il gusto medio allarga progressivamente le sue maglie e le rivoluzioni le inneschi una sola volta. Di conseguenza, a quel punto di una parabola artistica, tutto si gioca sul limite entro il quale muti restando fedele alle tue motivazioni originarie. Capito, U2? Altra cosa gli Wire, benissimo focalizzati su qualsivoglia presente da aver costantemente conferito alla loro Genialità forme diverse e ciò nonostante riconoscibili.

silver-lead

Non ci sentiamo a nostro agio col revival, siamo troppo interessati alle novità. Essere pezzi da museo deve essere un tale tedio…” (Colin Newman, 2010)

Dunque, come rispondono i nostri Signori all’ingresso del Settantasette negli “anta”? Senza patetiche retroguardie e/o lacrimevoli amarcord. In loro vece, ciò che – la lingua come d’abitudine puntata nella guancia – definiscono post-punk psichedelico del ventunesimo secolo. Ecco: oltre a idee e vigore, Silver/Lead contiene anche questo. Esce sul mercato tramite canali assolutamente DIY e, testimone la definitiva integrazione del giovane Matt Simms, vede strumenti e ritmi saldarsi nell’alveo produttivo gestito da Colin Newman. Attenzione al dettaglio, senso della misura, dialogo tra muscoli e cervello i pilastri su cui poggia l’organismo Wire, più che mai dacché le forme sono classiche però non museali.

Parlano allora chiaro un post-pop chitarristico secco e rutilante che scatta l’ennesima polaroid all’occidente (Short Elevated Period), l’omaggio sagace al caracollare dei T.Rex (Diamonds In Cups), la riscrittura della grammatica di Drums And Wires (Brio) e marchi di fabbrica perfetti (Sonic Lens, il brano omonimo, An Alibi). Laddove la splendida Sleep On The Wing è apice intimista incamminato su inediti sentieri Go-Betweens e il resto trasforma i primi Roxy Music da antefatto della new wave a una delle sue possibili conseguenze. Silver/Lead è un saggio di stile, coerenza e grandezza. E il vostro corrispondente è felicissimo di raccontarvelo.

Retronow: Feelies – ancora (ritmi) pazzi dopo tutti questi anni

Mai fidarsi dei nerd. Specie di quelli che in bacheca vantano un Capolavoro intitolato Crazy Rhythms e hanno esercitato un’influenza enorme. Influenza che ha richiesto più del normale per finire in classifica, così che quando i cicisbei Strokes fecero il botto con la versione annacquata di quel suono velvetiano, obliquo e percorso da frenesie ed eccitazioni, tempo un mese mi tappai le orecchie per evitare l’ennesimo tormentone sul “ritorno delle chitarre”. Quando mai se n’erano andate?

Bisognava cercarle sotto spoglie più defilate, certo, ma erano vive. Lo stesso ragionamento possiamo estenderlo oggi alla band del New Jersey, ignorata dal successo però venerata da storiografi e intenditori, dalla critica più attenta e da figli – quelli sì, veramente eccelsi – della statura di R.E.M., Galaxie 500, Yo La Tengo. Insomma: senza i Feelies, il cosiddetto alternative rock sarebbe (stato) faccenda assai diversa e di sicuro più noiosa.

feelies

Ciò premesso, pare che ai diretti interessati del clamore importi zero. Con serafico e pervicace understatement gli basta pubblicare un album quando gli aggrada per ricordarci di aver scritto la Storia e di predicare e razzolare all’altezza di un passato glorioso. Li amo, per questo. E per essere intellettuali che badano al sodo, per il look qualunque con buona pace del finto indiecasual, per musica che ogni volta trattiene significati profondi. Strabuzzo gli occhi giusto per un breve attimo, al pensiero che il nuovo In Between è soltanto il sesto LP della formazione guidata da Glenn Mercer e Bill Million. Cosa buona e giusta, in verità: chi possiede carisma parla poco e bene. Pur sforzandovi, non troverete infatti nostalgia in una delle poche rimpatriate ad avere un senso, fosse anche semplicemente quello di mostrare ai giovani cosa significa fare sul serio.

Perché dal giorno uno i Feelies rifiutano il superfluo e ancor più da quando girano attorno a una formula che gli appartiene sulle ali di canzoni superbe. Canzoni che rendono bello e consigliato un lavoro dove ritmi pazzi e nervosismo perpetuo non sono svaniti. Sono una specie di trompe-l’oeil sonoro che è in realtà la spina dorsale di ballate minimali e rock essenziali, di chitarre che dialogano su pennellate di batteria, percussioni e basso stese dai puntuali Stan Demeski, Dave Weckerman e Brenda Sauter. Talvolta le sei corde disturbano il panorama con un metodo riconoscibile al primo ascolto, come del resto la calligrafia e il cantato, la magistrale gestione delle dinamiche e sonorità che riportano agli orizzonti di The Good Earth. Però! Però con il piglio dei Maestri che non si sono rammolliti né rimbambiti.

feelies lp

Dei Maestri che spargono nell’aria aromi di vitale classicismo e composizioni che cancellano i discepoli dell’ultimo quindicennio, i quali sono bravi(ni) e tuttavia si possono pure scordare l’innodia di ombre e sorrisi accennati Gone, Gone, Gone, la serpentina Pass The Time, l’eleganza melanconica della traccia omonima e di When To Go. Per tacer della peculiare fragranza di Time Will Tell, di una Been Replaced che smaccatamente caracolla à la Modern Lovers, delle Stay The Course e Flag Days costruite attorno a pause e ripartenze falsamente intontite, dell’umore riflessivo – un po’ da Tom Petty maturo: è un complimento – di Make It Clear.

Bellezza che si spiega da sola, ecco. Specialmente una ripresa della title-track che, in chiusura, strapazza lungo nove minuti di cadenze serrate, pianoforte stoogesiano e sberle di fischiante chitarrismo. A quarant’anni dagli esordi, suona come un (benvenuto) vaffanculo da Signori. Garbato e traboccante classe, certo, ma comunque un vaffanculo. Mai fidarsi dei nerd. Poi non dite che non vi ho avvisati.

Kult Korner: l’inclassificabile giardino di Franti

Tra una menata e l’altra quasi scordavo che sono trascorsi trentuno anni dall’uscita de Il giardino delle quindici pietre. Mille-novecento-ottanta-sei. Eh… Un lasso di tempo enorme, se penso a quanto il mondo nel frattempo si è ribaltato e certe cose – le peggiori, le più squallide – sono rimaste sostanzialmente immutate. Lo sapevano benissimo, i Franti, che un cambiamento era in atto. Lo dimostrarono sciogliendosi dopo un capolavoro, consci delle motivazioni forti che ne stavano mutando il ruolo e le forme (Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Ishi, le carriere solistiche di Stefano e Lalli…). Lo scopo fu presto chiaro: adattarsi a una nuova temperie per conservare intatto uno spirito antagonista realmente punk. Per lasciarlo continuare.

Potevano permetterselo, i torinesi Stefano Giaccone (sax, chitarra, voce), Vanni Picciuolo (chitarra) e Marinella “Lalli” Ollino (voce), decollati con la ritmica di Massimo D’Ambrosio e Marco Ciari dal cuore degli anni di piombo da una metropoli specchio dell’intera nazione. Solo così era possibile riconnettere il ’77 al ’68 mescolando da collettivo aperto rock d’autore e jazz, schegge di Canterbury e nuova onda, poesia e militanza. Nell’82 il progetto trovava forma e nome in una scelta significativa: affidarsi al personaggio del deamicisiano “Cuore”, cattivo – a posteriori ipotetico – che tira sassi ai vetri e ride ai funerali del re, significava mettersi con le anime anarchiche e con i romantici a vita, che cercano un senso alle cose come (non) sanno e come (non) possono.

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Le prove tecniche di grandezza le svolgono due nastri (Luna nera e Schizzi di sangue) e un 33 giri a metà con i Contrazione. Roba che sfancula la SIAE con la fondazione – assieme agli aostani Kina, fantastici “Hüsker Dü delle montagne” – della Blu Bus, marchio totalmente autogestito e autofinanziato che all’epoca rappresentava un azzardo assoluto, pionieristico. Traendo linfa da Area, Ornette Coleman ed Ex, resistono al riflusso e agli edonismi degli anni Ottanta in un sottobosco di centri sociali e riviste underground, di radio libere e cause giuste. Rispondendo in tal modo a una scena che si preparava alle polemiche del passaggio dei CCCP alla Virgin – loro la trista fine del Giovanni Lindo non la faranno – e al venir meno dell’aderenza tra vita vera e musica.

Quadrando il cerchio tra queste ultime e una fiera inafferrabilità, l’esperienza si scioglie nella maturità di un album sublime, il cui titolo rimanda a una leggenda del Giappone medievale, secondo la quale a Kyoto esiste un giardino con quindici pietre, ma da qualsiasi punto lo si osservi se ne scorgono sempre e solo quattordici. Quella mancante essendo l’enigma dell’Arte che allo stesso tempo basta a sé e comunica a chi ha la pazienza per ascoltare, lontana dalla svendita a buon mercato, dai proclami intellettualoidi, dalla vanagloria. L’Arte che dura nel tempo, insomma. Questo l’humus di un lavoro tra i più fulgidi pubblicati nel Belpaese e di canzoni che entrano dentro a scuoterti e a farti pensare.

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Il dub venato free-jazz Il battito del cuore (parole di Linton Kwesi Johnson), l’ipnosi sferzante Acqua di luna, la poesia metropolitana de L’uomo sul balcone di Beckett, l’hardcore evoluto Hollywood Army/Big Black Mothers affermano lirismo e necessità come i chiaroscuri di Micrò Micrò e la commovente Elena 5 e 9, come la marziale Nel giorno secolo e un’armoniosa À suivre che pare opera di Nino Rota. Integrità, determinazione, genio. Non classificabili, Franti, e Non classificato è infatti la raccolta che mette fine alla vicenda sfoggiandone la discografia completa, patrimonio sul serio culturale la cui importanza cresce nei decenni contribuendo a collocare l’oggi in prospettiva. Perché è solo sapendo da dove veniamo che possiamo ipotizzare un futuro punto di approdo.

Classics Revisited: Gene Clark – nella luce bianca

Possedeva tutto il necessario al riconoscimento universale, Gene Clark. Doti canore e compositive e un carisma di spirituale mistero lo consegnano all’élite rock, benché a ricordarselo siano soprattutto fan di Americana, critici, musicisti. Devoti che consumano ogni giorno quanto di buono – ed è tantissimo – ci ha concesso con il fare riservato di chi scansò la fama perché non digeriva le pressioni legate allo showbiz. Provo a immaginare cosa potesse significare essere il frontman in uno dei complessi più famosi del mondo allorché John Lennon – i Beatles Cesari contemporanei – gridava “Aiuto!” senza che lo ascoltassero. Non ci riesco. Allora penso a Harold Eugene Clark il pioniere e lo scrittore di classici assoluti.

Tanto basta per perdonare le sregolatezze future di chi nel novembre 1944 nasce a Tipton, Missouri, terzo di tredici figli con sangue irlandese, tedesco e pellerossa nelle vene. Di chi assimila giovanissimo i rudimenti della chitarra dal padre ispirandosi a Hank Williams, Elvis Presley, Everly Brothers e, adolescente alla guida di un gruppetto rock‘n’roll, resta folgorato dal folk revival. Queste le coordinate in cui si muove e si muoverà il ragazzo che all’università preferisce i locali di Kansas City, dove nell’estate ‘63 i New Christy Minstrels lo notano portandoselo in tour e in studio. All’inizio dell’anno seguente i Fab Four lo fanno cadere sulla via per Damasco, cioè la Los Angeles dove incontra l’anima affine Jim “Roger” McGuinn. Il resto è Mito: nei Byrds Clark (co)scrive ampia parte di un repertorio che poi affida a un’ugola virile colma di emozione.

gene younger

Appropriatamente, il compito di innervare la tradizione con l’elettricità spetta agli epocali Mr. Tambourine Man e Turn Turn Turn che sono tuttavia anche fonte di screzi. Il management impone più spazio vocale per Roger, il corresponsabile del Capolavoro intitolato “otto miglia più in alto” ha la fobia dell’aereo, gli altri mugugnano per le royalties che costui incamera. Le crepe diventano fratture. Ai primi del ’66, sul fronte di Fifth Dimension Gene non c’è. Debutta poco dopo con il gustoso folk-rock venato pop e country di With The Gosdin Brothers, dove alla lavorazione travagliata rispondono il cast di prim’ordine (i fratelli Gosdin, Chris Hillman, Michael Clarke, Van Dyke Parks) e splendori come Echoes (i R.E.M. di Up senza elettronica in estasi onirica), la squillante So You Say You Lost Your Baby, le celestiali Is Yours Is Mine e The Same One prodotte da Gary Usher, le terrigne Tried So Hard e I Found You che annunciano una svolta.

Photo of Gene Clark

Prima della quale c’è il fiasco causato dalla Columbia, che perversamente pubblica l’LP nella stessa settimana di Younger Than Yesterday dirottando altrove la promozione e l’interesse dei media. A nulla vale lo splendente 45 giri The French Girl, cover di Ian & Sylvia supervisionata dal mago Curt Boettcher come l’acidula ancella Only Colombe. Con i Byrds ci riprova a ottobre ‘67 ma niente da fare. Il Sessantotto lo trascorre alla A&M allestendo la premiata ditta Dillard & Clark (con il banjoista Doug e, socio di minoranza, quel Bernie Leadon che negli Eagles raccatterà milioni con la medesima formula…) e sposando rock e country in modo coraggioso e felicissimo, più nell’esordio The Fantastic Expedition Of che nel Through The Morning Through The Night di un anno posteriore. L’eccesso di anticipo non paga e l’uomo imbocca definitivamente la via solistica. Prima, approfittando dei cospicui diritti, si sposa e mette su famiglia nei pressi di Mendocino.

Attende lo scoccare del nuovo decennio per la pagina più abbagliante, un lavoro omonimo – il titolo White Light sparì non si sa come dalla confezione – che nel 1971 presenta un eloquente scatto di copertina: inglobando il profilo dell’autore, il sole pare allo stesso momento tramontare a chiusura di un’epoca e sorgere per salutarne un’altra. Perfetta metafora del passaggio dai ’60 ai ’70 e dall’era del “noi” a quello del “me” avvolta in malinconie elettroacustiche che scaldano le ossa e l’anima. Raccolta in presa diretta con l’amico chitarrista Jesse Ed Davis più una misurata line-up, la magia incontaminata promana dalle ballate intense e cristalline Because Of You, With Tomorrow e Where My Love Lise Asleep e da episodi poco più mossi come la title-track, The Virgin, One In A Hundred. For A Spanish Guitar strappa il consenso di Dylan e la cover di Tears Of Rage vale l’originale. La stampa si spella le mani, il pubblico apprezza solo in Olanda e alla A&M se ne fregano.

white light

Gene allora regala brani a Dennis Hopper per il film “American Dreamer” e registra i pezzi che, rifiutati, nel ’73 finiscono su Roadmaster, a lungo disponibile solo nei Paesi Bassi e da avere per i gioielli con i vecchi sodali She’s The Kind Of Girl e One In A Hundred, per la Here Tonight con i Flying Burrito Brothers, per il country col cuore in mano In A Misty Morning. Come minimo. Dopo le Full Circle e Changing Heart che sono il poco salvabile della rimpatriata che cagiona Byrds, si riparte dalla Asylum. Un triennio dopo la luce bianca, No Other trasporta Phil Spector in dilatati e oppiacei sogni di essenzialità. Fondendo Gram Parsons e Marc Bolan. Silver Raven e Some Misunderstanding, From A Silver Phial e Lady Of The North raccontano un disco tanto misconosciuto quanto sensazionale. Apice la madreperlacea Strength Of Strings poi ripresa dai This Mortal Coil, lo adorano Beach House, Grizzly Bear e Fleet Foxes ma all’epoca non lo compra nessuno e gli elevati costi di produzione mandano in bestia David Geffen. Il matrimonio alla frutta, la bottiglia ha campo libero nella vita del Nostro.

no other

Discreto Two Sides To Every Story del ’77 e piatti McGuinn, Clark & Hillman e City, l’uomo è soccorso da Davis che lo disintossica (di mezzo adesso c’è pure l’eroina) e lo rimette in pista. Quando a metà ’80 esce l’anonimo Firebyrd, le nuove generazioni hanno già rispolverato chitarre Rickenbacker e armonie vocali. La neopsichedelia omaggia un padre ospite in Native Sons dei Long Ryders per la bellissima Ivory Tower e in So Rebellious A Lover, a quattro mani con Carla Olson dei Textones. Vorrei riferire di un riscatto, da qui. Mi distraggo consigliando il postumo Silverado ’75: Live & Unreleased, ma non posso evitare la tragica realtà: nel 1988 a Gene asportano mezzo stomaco, il successo della I’ll Feel A Whole Lot Better rifatta da Tom Petty gli offre altro carburante per l’incendio, nel gennaio ‘91 festeggia con i Byrds “storici” l’ingresso nella Rock & Roll Hall Of Fame ma il viso, un tempo così fascinoso, è un trapasso svuotato. Muore in maggio, il giorno del compleanno di Bob Dylan. Al cimitero di Tipton la lapide recita “Harold Eugene Clark – No Other” e di rado epitaffio è stato più calzante.