Retronow: my Paisley back pages

Prima o poi le radici ti trovano. Un giorno, quando la vita ha rifilato una certa dose di schiaffi e carezze, nello specchio all’improvviso scorgi le fattezze di tuo padre o di tua madre. Quasi. Il retaggio ti ha fregato e sai che è giusto. Come è altrettanto giusto che esistano dischi e dischi, da quelli che esaltano cuore e cervello a quelli che ancora non sai bene che ci facciano sullo scaffale. Nel mezzo ogni possibile sfumatura e in primis certi toccasana dell’anima che non lasciano mai soli, siccome prima o poi le radici eccetera.

Ecco: il teenager “avveduto” degli ‘80 ha sognato una California diversa da quella appartenuta a zii e fratelli maggiori. L’Eldorado contemporaneamente vicino ai fab sixties, al post-punk e al domani stava dall’altra parte del globo, tuttavia sa iddio quanto e come e in che meravigliosa maniera lo sentivamo vicino noi che consumavamo Emergency Third Rail Power Trip, The Days Of Wine And Roses e All Over The Place. Perché qualcuno si ispirava a vinili custoditi e venerati come reliquie e mentre conservava la tradizione – gesto necessario in era pre-Internet – ne cavava dell’altro. Metteva del suo in favolosi arazzi da smarrircisi dentro tuttora, storditi e felici.

paisley family

Chiedi cos’era il Paisley Underground e dirò lisergia senza sbrodolate, policromie chitarristiche che diverranno un pilastro del college rock, luce abbagliante nell’attualità. Da un bel po’ infatti c’è psichedelia nell’aria: devono essersene resi conto anche Bangles, Dream Syndicate, Three O’Clock e Rain Parade ascoltando la propria lezione estetica e attitudinale in decine di contemporanei. Lì forse la scintilla che nel dicembre 2013 spingeva a una rimpatriata live tanto riuscita da instillare l’idea di un LP di reciproche riletture. Dai tempo al tempo e lui, galantuomo, farà giustizia.

Ciò premesso, il fresco di stampa 3×4 è cosa diversa dal mitico Rainy Day nel modo in cui i figli maturi si discostano dai genitori, nel senso che ha una vita propria però sa benissimo da dove proviene. Fuor di metafora, l’irripetibile Rainy Day celebrava la comunanza e l’amicizia della “scena” congelando nel presente un passato indiscutibilmente glorioso; le cover di 3×4 sottolineano la classicità di canzoni che i medesimi amici forgiarono trasfigurando proprio quel passato. Alla fine, incastrato in uno di quei magnifici cortocircuiti che a volte crea la musica popolare, capisci che sulla Grandezza non vi erano dubbi sin dall’inizio.

3X4_FRONT

Di conseguenza tutto ha qui un senso. Le Bangles accentuano la cupezza vellutata di That’s What You Always Say conducendola dalla parti di Dancing Barefoot, cavalcano il nerbo melodico di Jet Fighter e rendono Talking In My Sleep un byrdsiano sogno più giovane di ieri. I Rain Parade avvolgono Real World in coltri di malinconia oppiacea, trasformano When You Smile nella splendida continuazione di No Easy Way Down e scintillano estatici con As Real As Real. Il Sindacato del Sogno sferraglia lungo la Hero Takes A Fall dedicata giustappunto a Steve Wynn, si appropria con classe di You Are My Friend e risale energico alla She Turns To Flowers incisa nel 1982 dai Salvation Army.

I quali furono l’anticamera dei Three O’Clock, bravissimi a correggere il loro cocktail pop con power (Tell Me When It’s Over), sunshine (What She’s Done To Your Mind) e garage (Getting Out Of Hand). E neanche un minuto di nostalgia canaglia, di vacuo karaoke o di mero mestiere. Nell’epoca in cui la retromania è un comodo paravento per le mezze seghe e le chitarre sono date per spacciate – sveglia: ogni forma d’arte lo è in mano a dei pagliacci! – fatevi un favore. Fiondatevi su 3×4: qualsiasi età abbiate, ascolterete musica pura per gente di oggi. Amen.

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Classics Revisited: Magazine – lo sguardo definitivo

Un vero lungimirante, Howard Devoto. Comprese prestissimo che il punk doveva evolversi per non finire come i buffoni sui quali stava scatarrando. Parlava con cognizione di causa, lui che invitò a Manchester l’epifania Sex Pistols e così accese la scintilla; lui che con Pete Shelley formò la favola emotiva e ironica chiamata Buzzcocks; lui che si ripensò letterato rock senza pretenziosità. Ponendosi piuttosto da bizzarro, elegante cantore che descrive il mondo attorno e dentro sé incollandone frammenti con accorato cinismo. Un ossimoro? Macché. Guidati dal padre putativo di Thom Yorke, similmente agli Ultravox! i Magazine furono dei clamorosi incompresi giunti troppo in anticipo per il successo. Vai a sapere se davvero gli importava, però…

Fatto è che Howard (nato Trafford) Devoto molla i Buzzcocks dopo l’epocale Spiral Scratch e trascorre l’anno in cui il punk esplode perfezionando il nuovo progetto con il chitarrista John McGeoch, il tastierista Bob Dickinson e la ritmica di Barry Adamson (basso) e Martin Jackson (batteria). Avrete certo colto il peso di quella tastiera in piena caccia alle streghe prog: scelta sul serio anticonformista e idem l’art-rock che un’urgenza assolutamente contemporanea mantiene asciutto, focalizzato. Alla ricetta aggiungete del glam raffinato e teatrale, vellutate scansioni motorik, brani dilatati e articolati, una presa d’algido funk ed ecco la magia.

Devoto

Dati talento e – altro anatema del quale ci si beffa – abilità esecutiva, a natale un demo basta a convincere la Virgin. Nel gennaio ‘78 il singolo Shot By Both Sides scaglia nei classici una bruciante ipercinesi melodica dei modelli di riferimento Ferry & Eno. Mentre Bob fa spazio al fondamentale Dave Formula, Howard rifiuta il playback a “Top Of The Pops” arrestando l’ascesa. In primavera, l’album Real Life prodotto da John Leckie è anticipato da Touch And Go/Goldfinger, eccelso 45 giri che salda il conto con creste e spille e sul retro mostra l’Adamson a venire.

Tale è lo stato di grazia che resta fuori dal Capolavoro in cui sfilano una Shot By Both Sides ora più tondeggiante e la circense The Great Beautician, la dezadenza minacciosa di Burst e un’innodica The Light Pours Out Of Me. Per tacer di facce complementari dell’inestimabile medaglia rappresentate dalla complessa linearità di My Tulpa e da una schizzata Recoil; e se Motorcade stupisce con assaggi di OK Computer, Parade inventa i Pulp e l’apice Definitive Gaze incastra tasti liquidi e minimali su cadenze fragranti di Harmonia.

Complici il rimpiazzo di Jackson con John Doyle e la regia di Colin Thurston, poco meno di un anno e Secondhand Daylight sfoggia tessiture ancor più elaborate, atmosfere glaciali e apparente ritrosia. Mossa coraggiosa che avvolge tramite l’amarezza trattenuta di Permafrost, la sinuosa spira Feed The Enemy, lo strumentale The Thin Air scippato a Low ma con qualcosa già degli Air. Altrove gli Stranglers sotto sedativi di Back To Nature rispondono alla trascinante Rhythm Of Cruelty e il resto non vale di meno.

Real Life

Diffidenti pubblico e la parte ottusa della stampa, nel maggio 1980 The Correct Use Of Soap offre seduzioni nervose e policrome. Supervisionato da Martin Hannett, paradossalmente risulta più “aperto” brillando negli stilosi muscoli di Because You’re Frightened e nei Can apocrifi alle prese con Sly Stone di Thank You, nello ska mutante Model Worker e nelle Sweetheart Contract e I’m A Party che insegna qualche trucco ai Blur, nello slanciato gioiello A Song From Under The Floorboards e nella malinconica You Never Knew Me. La ventottesima piazza non trattiene un McGeoch stregato dalla sirena Siouxsie e anche il caposquadra ha la testa altrove, così che il tour negli Stati Uniti e in Australia documentato da Play peggiora la situazione.

Si chiude a metà ‘81 sul fiacco Magic, Murder And The Weather e scusate se me la cavo alla svelta per gli orridi Visage, il traccheggiare del leader in solitaria e con i Luxuria, John che entrerà nei P.I.L. e muore all’improvviso nel 2004. Sottovoce vi dico che il meglio lo ha offerto Barry, alternando la militanza nei Bad Seeds con ottimi dischi solisti. Quanto a Howard, dopo una lunga pausa tornerà con i Buzzcocks, il pleonastico sodalizio ShelleyDevoto e la reunion dei Magazine che nel 2011 recapitava No Thyself, fotografia di un individuo intrappolato tra il passato remoto dei propri maestri e quello prossimo di sé. Lontano anni luce dal dandy marziano che mi struggeva un’ultima volta intonando Holocaust con i This Mortal Coil. Felice compleanno, Howard. Devot(o)amente tuo.

Retronow: l’inferno è un paradiso – Robert Forster

In un mondo davvero giusto, Robert Forster sarebbe portato in palma di mano da qualsiasi serio appassionato di rock. Diamine, stiamo parlando del cofondatore dei Go-Betweens, Maestri del guitar-pop emotivo che, erigendo un ponte tra i Sessanta e la new-wave, definirono in larga parte il canone sonoro e l’estetica “indie” a venire. In tal modo, mostrarono la via agli Smiths senza ottenere un briciolo della medesima notorietà. Avessero avuto un frontman linguacciuto e bravo a spararle grosse… Pazienza: gli splendori che ci hanno lasciato non invecchiano mai e curano l’anima anche se – o probabilmente perché – sono intrisi di malinconia.

Ecco. Come le spiagge in autunno e le piogge primaverili, le canzoni scritte da Robert Forster e Grant McLennan (perdita enorme, la sua) confortano i cuori sintonizzati su quel tipo di Bellezza: profonda, romantica, vulnerabile. Al di là delle dissertazioni critiche sulla loro attualità – comunque fuori discussione: vedi alla voce Steve Gunn – i Go-Betweens vanno “sentiti” più che ascoltati. E lo stesso vale per quanto offerto dai due amici australiani da che si separarono una prima volta.

inferno

L’allampanato dandy inaugurava la sua carriera solista quasi tre decenni fa col favoloso Danger In The Past, realizzato poco dopo lo scioglimento del gruppo madre nella Berlino dove, con la supervisione dello stesso Victor Van Vugt, ha preso forma anche il nuovo LP. In uscita oggi per Tapete, anche Inferno restituisce appieno la grandezza di un songwriter che da sempre armonizza luci e ombre in un linguaggio unico. Un’espressività tramite la quale costui parla di sé anche quando non parrebbe ed è per questo che le motivazioni a monte di un disco contribuiscono a spiegarne la natura.

Ho immaginato Robert che ragiona sullo scorrere della sabbia nella clessidra; sul pozzo di memorie da cui ha attinto per “Grant & Io”, toccante raccolta di memorie che la romana Jimenez Edizioni pubblicherà da noi a inizio aprile; su un figlio adolescente musicista che esordisce con gli apprezzabili Goon Sax. Fantasie o realtà, mi tengo stretta l’idea dell’autore di razza che pensa ai legami che uniscono, ricavando nove brani freschi però pure familiari tra gli estremi di una spigliata title-track che rispedisce in garage Ian Hunter e delle fragranze latin jazz della delicata Life Has Turned A Page.

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L’ottimo resto possiede il sapore del raffinato folk-rock elettroacustico nel quale il nostro uomo è infallibile e inimitabile. Crazy Jane On The Day Of Judgement e I’ll Look After You giocano con intarsi di piano e ritornelli dolceagri come le scintillanti radici dei Mojave 3 che sono, I’m Gonna Tell It caracolla dai solchi di Loaded, No Fame è jingle-jangle prossimo al Robyn Hitchcock più luminoso ma nel mezzo sistema l’immancabile nube passeggera, The Morning vanta il respiro e le movenze del marchio di fabbrica e Remain tratteggia un vibrante quadretto urbano.

Tutto bello e che si impone con il susseguirsi degli ascolti. Anche se, in fondo, basterebbe partire dal commiato One Bird In The Sky per consigliare l’album ed esprimere quello che le parole non possono. A ciò provvede un’accorata meditazione in punta di corde, tasti e archi nella quale avvolgersi all’infinito, convinti dell’inutilità di lambiccare se Inferno sia migliore o peggiore di altri lavori del gentiluomo di Brisbane. Il tempo sfugge tra le dita e va speso bene. Per esempio, custodendo gelosamente una nuova manciata di gioielli. Grazie infinite, Mr. Forster. Oggi più che mai.

Retronow: Rustin Man – lavorare con lentezza

Poco meno di un anno fa annotavo che dei bassisti bisogna fidarsi eccome. Alla lista di talenti esposta qui potete aggiungere Paul Webb e rimediare a una grave distrazione della quale faccio pubblica ammenda. Pensare che dal 2002 lo splendido Out Of Season – pubblicato con lo pseudonimo Rustin Man assieme alla divina Beth Gibbons – non ha mai preso polvere sugli scaffali… Lo stesso dicasi per gli ‘O’rang, ensemble “aperto” allestito nei medi Novanta con un altro fu Talk Talk, il batterista Lee Harris, dove Webb – tirando da novello Teo Macero le fila di ore spese a improvvisare – sfogava nei brillanti Herd Of Instinct e Fields And Waves la passione per dub, reggae, krautrock ed etnicismo.

Non sto divagando, tranquilli. Preparo solo il terreno per una lode al suo secondo album solista fresco di pubblicazione. Un’occhiata al calendario evidenzia che, tra una missiva e l’altra, costui si prende un bel po’ di tempo. Nell’era del presenzialismo a vanvera e dell’esasperazione produttiva, pesa i vocaboli. E, diversamente dall’ex caposquadra Mark Hollis, ha deciso di continuare a parlare.

paul webb

Bene, bravissimo, ché Drift Code – realizzato mentre l’eclettico in punta di piedi cresceva le figlie nel quieto Essex – è splendido e sfaccettato al pari del predecessore. Dice molto una genesi dilatata, condotta registrando un composito bric-à-brac strumentale tramite diversi microfoni sistemati nel suo studio casalingo per donare all’insieme identità e respiro. In tasca i santini di Robert Wyatt e Peter Hammill e coadiuvato da Harris e pochi altri ospiti, l’uomo è infine uscito dall’antico granaio in cui abita e lavora (una sorta di moderna Wunderkammer) con un bucolico enigma intessuto di rock, folk, jazz, psichedelia, progressività.

Però col senno del post e atmosfere che oltremanica definiscono eerie. Elementi che si fondono al “non detto sonoro”, alla sapiente stratificazione e al gusto per l’intarsio rivelatore di chi ha contribuito a The Colour Of Spring e Spirit Of Eden (loro benedicono il tutto, alla giusta distanza) in un meraviglioso a sé. Un mosaico che con personalità incastona schegge del passato e, sotto i toni seppiati e malinconici evocati dalla copertina, svela un’essenza policroma. Pensatelo insieme antico e moderno, familiare e alieno come il Tardis di “Dr. Who”. Poi salite a bordo e lasciatevi trasportare senza esitare un minuto di più.

drift code

In caso contrario vi perdereste una favola inquietante che, con una grana vocale al crocevia art tra il primo Bowie e i succitati Robert e Peter, dipana canzoni di ricercata sobrietà. Canzoni traboccanti fascino come l’iniziale Vanishing Heart, ipotesi di un David pre-Ziggy intento a trasfigurare il soul a Canterbury; come una Judgement Train da Can che si rilassano in un club jazz; come la spoglia lamina acustica All Summer che a fondo corsa obbliga ripartire da capo.

Con lo scopo di tornare infinte volte su trentotto densi e intensi minuti, soffermarsi sulle sfumature e imprimere nella memoria ogni episodio: dalla morriconiana ugola femminile che in Brings Me Joy risale il greto di Rock Bottom ai Pink Floyd pigri di Meddle magistralmente rivisitati per The World’s In Town, dai Love smarriti nella brughiera di Our Tomorrows allo stridente, malevolo funk Light The Light, dall’intermezzo ambientale Euphonium Dream alla sinfonietta Martian Garden cosa sola di Van Der Graaf Generator e Soft Machine. A rendere l’ineffabile un po’ ho provato, nondimeno la Bellezza di Drift Code va oltre ogni tentativo di spiegazione. Come se fosse sempre stata nascosta in noi, pronta a svelarsi, è qualcosa di raro e vivo, di (im)puro e necessario. Qualcosa da amare incondizionatamente. Regolatevi.

Classics Revisited: XTC – insediamenti pop britannici

Un bel segnale quando fatichi sette camicie per decidere “il” disco più rappresentativo di un artista. Lo stesso se lo scambio di opinioni con gli amici sull’argomento sfocia in (bonarie) liti tra membri della Crusca Rock. Per esempio, anni di discussioni hanno comprovato che, come per i R.E.M., non ha senso consigliare a eventuali neofiti un solo titolo degli XTC. La loro profonda intelligenza può essere riassunta mettendo in fila il Revolver della new wave (Drums & Wires), un Album Bianco tinto di verde (English Settlement) e il magnifico psych-pop agreste di Skylarking. Almeno.

La discografia dell’Estasi insomma conta – ehi, ecco un altro parallelo con i Fab Four georgiani! – giusto un paio di episodi un po’ fiacchi e comunque anche lì qualcosa di pregiato o degno lo trovi. Sai la rabbia, al pensiero di quel che meriterebbe la premiata ditta Partridge & Moulding… Mi consolano la bellezza senza tempo di gesta che parvero subito classiche a chi capì la sapienza nel cogliere il momento e insieme trascenderlo, la capacità di aprire finestre nella mente e nel cuore dell’ascoltatore, l’arguzia nel sondare nuovi territori. La sostanza del Genio pop, ecco.

xtc

Chiedi ai Lennon, ai McCartney, ai Brian Wilson, ai Ray Davies se non sai come si fa. E chiedi a Andy e Colin, che dalla sonnacchiosa Swindon, Wiltshire, graffiarono il tronco sixties albionico con schegge post-punk e devianza beefheartiana. Ricetta ignorata da un grande pubblico irrimediabilmente separato dal senso di avventura del decennio favoloso, ciò nonostante un’epoca d’oro in confronto a oggi: un’epoca in cui esporsi su quattro facciate costituiva un gesto importante. Il più importante. Dal febbraio 1982 English Settlement troneggia negli scaffali avvalorando la tesi appena esposta; strano ma vero, è tra i pochi “successi” della band, siccome giunse quinto tra i 33 giri nazionali trainato dal jingle-jangle mutante del singolo Senses Working Overtime, a sua volta piazzatosi sul fondo della relativa Top 10.

Metto su l’album per l’ennesima volta. Poi un’altra e un’altra e insomma sono di nuovo al gancio. Lo conosco a memoria, tuttavia mi stupisce l’attualità (citofonare Field Music, per favore) di un suono con solide fondamenta: penna raffinata ed eterogenea e arrangiamenti fantasiosi però calibrati. Strabiliante equilibrio tra atmosfere trasformate dall’introduzione di chitarre acustiche e a 12 corde e di un’elettronica “umanista” e le spontanee bizzarrie di sempre. Applausi dunque anche all’ingegnere del suono Hugh Padgham per aver fotografato ogni sfumatura di un’estrosa popclopedia di un’importanza che il tempo seguita a ingigantire.

englishsettlement

Lungo le sue pagine, alla forma smagliante di Moulding – autore della squillante Runaways, dell’irresistibile Ball And Chain, di una fragrante English Roundabout dalla ritmica dispari, della frenetica Fly On The Wall – Andy risponde con metodica follia (Yacht Dance: reggae spagnoleggiante per alienati sorridenti; Down In The Cockpit: medesimi destinatari ma isterico funk), indagini sociali tutt’uno di Kinks e Blur a venire (Leisure), arguti “falsi etnici” che raccolgono il testimone attitudinale dai Can e parte dell’estetica dai Talking Heads (Melt The Guns, It’s Nearly Africa). Splendida e significativa, la copertina raffigura il cavallo bianco di Uffington tra metafore ataviche vestite a nuovo (Jason And The Argonauts), sfoglie d’ansia (Snowman), timori (No Thugs In Our House).

E il futuro dietro l’angolo, sia nel tondo melodiare di All Of A Sudden (It’s Too Late) preludio di Mummer che in brani forse già pensati esclusivamente per lo studio di registrazione. Dopo una manciata di date del successivo tour mondiale Andy Partridge dirà basta. Emulerà i Beatles spalancando la porta a una paura da palcoscenico usata come maschera protettiva. Consegnati gli XTC alla Storia, oggi sommerge i seguaci di tweet e ritagli e frattaglie del proprio Talento. Così lontano e così vicino, lui che con pienissima ragione cantava this is pop!

Retronow: Steve Gunn – poesia in movimento

Chissà dove trova Steve Gunn il tempo per dormire. La domanda sorge spontanea scorrendo il curriculum del songwriter e chitarrista nato in Pennsylvania e trapiantato a Brooklyn. Sintetizzati tre lustri di carriera, annoto frequentazioni con Michael Chapman, Mike Cooper, Sun City Girls e Kurt Vile, il trio super underground GHQ, una nutrita produzione solista spalmata anche su edizioni limitate, CD-R e nastri. Roba da gareggiare con Ty Segall perdendo al fotofinish con i medesimi pro e contro: genio e sperpero, poliedricità e iperproduzione.

Eppure la maturità prima o poi giunge a chi mette in riga il proprio creativo (dis)ordine. Tale il caso di un workaholic spostatosi da contesti sperimentali/improvvisativi verso una indiedelia però confondendo le linee di confine. Mossa azzeccata che poggia su un suono privo di stilemi, su canzoni che sanno mantenere desta l’attenzione, su un artista moderno che sa il fatto suo e di conseguenza assorbe ogni cosa per rilasciarla in forme ibride.

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Benedetta sia la sorella maggiore che lo riforniva di cassette durante un’adolescenza spesa tra rap e hardcore punk. Accostando così a psichedelia, folk, country e funk la mente aperta e fertile che in seguito si appassionava alle tradizioni indiana e Gnawa, a La Monte Young e alla scena “trasversale” di Filadelfia. Nella Grande Mela iniziava l’iperattiva corsa di cui sopra, finché Way Out Weather e Eyes On The Lines rendevano più fruibile un approccio “neo neo-psichedelico” alle radici. Senza smarrire espressività e fascino, cavava dal cilindro una musica in grado di spalancare il proprio alveo oppiaceo su ampi spazi.

Approccio replicato dal nuovo lavoro – il secondo griffato Matador – The Unseen Inbetween con un distinguo fondamentale. Il ragazzo ha purtroppo perso il padre e affronta il lutto tramite un disco “importante”: per una vocalità migliorata a vantaggio dell’introspezione, per la presenza di Tony Garnier, bassista e arrangiatore di Bob Dylan, per il respiro delle tessiture strumentali. Davanti all’ineluttabilità della morte nondimeno si celebra la vita e il bello che nasconde, quel “non visto tra le righe” esplicitato dal titolo.

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Scrive “Allmusic” che la copertina ricorda gli LP folk dei medi ’60 e chiama in causa Bert Jansch. Condivido, aggiungo Bleecker & McDougal a uno dei pallini di Steve e lascio la custodia raffigurata su The Unseen Inbetween libera di spargere il suo folk-rock dalle tinte psichedeliche sin da New Moon, sensazionale incipit dove David Crosby e Fred Neil – l’influenza del quale permea anche il dolce jazz-folk Luciano – riscrivono Triad tra scintillanti riverberi elettrici. La scortano una Vagabond da Go-Betweens persi nei solchi di Meat Is Murder e Stonehurst Cowboy, scarna elegia sulla via di Blues Run The Game.

Basterebbe eccome, ma poiché trattasi di un talento che assorbe e rilascia ecco Lightning Field spolverare di LSD un’Americana altrove svagata (Chance) oppure avvolta in acustiche malinconie d’oltremanica (Morning Is Mended); ecco gli Smiths ripresentarsi in una tecnica chitarristica memore della lezione di Johnny Marr, pure lui discepolo di Jansch e allora tutto quadra; ecco l’abilità a mescolare il proprio retaggio in una New Familiar tra Rain Parade e Meat Puppets e nell’articolazione visionaria di Paranoid. La somma, diceva Totò, fa il totale. Il totale è uno dei dischi del 2019. Sloggia, Jonathan Wilson: in città c’è posto per un solo sceriffo. Il suo nome è Steve Gunn.

Retronow: Bradford Cox e le crittografie sonore

Parafrasando Ferretti & Zamboni, la parabola di Bradford Cox (da Athens, Georgia: un segno) è un progressivo conseguimento della maggiore età. Nei tre lustri sinora spesi alla guida dei suoi Deerhunter – un po’ di voce in capitolo la detiene giusto il chitarrista Lockett Pundt, bravo qui a offrire una Tarnung da Tortoise traslocati sul secondo lato di Low – questo eccentrico che simboleggia l’attualità per eclettismo e sfuggevolezza ha infatti scolpito un mondo personale. Disco dopo disco, aggiusta il tiro e spariglia le carte perché, oltre al talento e alla sensibilità, nel DNA ha impressa anche la determinazione a sorprendere.

Buon per noi che non sappiamo mai cosa aspettarci e buon per lui che da Microcastle si è guadagnato un posto negli annali. Dieci e rotti anni fa, il difficile terzo album (pubblicato per non smentirsi in coppia con l’introverso Weird Era Cont.) rendeva più attento alla canzone un indie-rock venato di noise e pop e macerato in lo-fi, psichedelia, shoegaze, krautismi, folk lisergico… Disegnando così un classico contemporaneo di trasversalità lontana dall’autismo, di linguaggi riconoscibili pur nella sintesi dei modelli, di calligrafia sempre brillante.

deerhunter in marfa

L’alieno caduto sulla terra – alto, magro e afflitto (come Joey Ramone: un altro segno) dalla sindrome di Marfan che ne rende bizzarro il fisico – raggiungeva un’ulteriore linearità tramite il dream-pop addizionato “C86” di Halcyon Digest. Considerando l’evoluzione nel complesso, lo stacco appare oggi meno brusco e idem quello che, AD 2013, conduceva a Monomania. Definito dal diretto interessato “nocturnal garage”, aggiungeva alla ricetta glam, country sudista, ballate ombrose e sciccoso indie-funk rischiando di essere il lascito definitivo (peggio è andata all’ex bassista Josh Fauver, deceduto lo scorso autunno).

Nel dicembre 2014 Bradford veniva investito da un’auto: ripresosi, voltava definitivamente le spalle agli arruffati esordi e con Fading Frontier gettava nel calderone persino un’elettronica umanista. Ve l’ho detto che è strambo, no? Ecco. Il nuovo album Why Hasn’t Everything Already Disappeared prosegue l’elogio della diversità già da una genesi per nulla pianificata. Su invito di Cate Le Bon, il ragazzo giungeva nella cittadina texana di Marfa per partecipare a un festival; accompagnato dalla band, si trovava così bene là dove sono stati girati “Il gigante” e “Non è un paese per vecchi” da metter mano a un lavoro incentrato sulla morte di cultura, natura ed emozioni.

why everything

Conseguenza ne è che la malinconia traspaia dall’iniziale delizia Death In Midsummer – l’harpischord della coproduttrice Le Bon a pilotare un pop barocco lungo crescenti volute post-psichedeliche memori del primo Brian Eno – e si imponga nella conclusiva Nocturne, meditazione insieme sbilenca e trasognata. Sistemati gli apici a mo’ di parentesi, il resto sottolinea il peso acquisito da un cesello strumentale privo di fronzoli.

Soprattutto mostra un autore ancor più sicuro dei propri mezzi espressivi, che si tratti di vestire i tardi Pavement con scampoli di For Your Pleasure (No One’s Sleeping) od omaggiare con deferenza i Tubeway Army (Greenpoint Gothic), di filtrare un recitativo dentro fondali new-wave (Détournement: un nomen omen da Residents sereni) o di variare con arguzia i temi delle recenti metamorfosi (gli Wire torpidamente orecchiabili di Element, una Pulse esotica e mutant, l’appiccicosa Futurism, una leggiadra title-track). Convincente, conciso e sfaccettato, Why Hasn’t Everything Already Disappeared punta direzioni conosciute solo al suo artefice. Il quale, i fatidici “anta” dietro l’angolo, seguita a incarnare un affascinante enigma e a sfornare opere di altissimo livello. Buon per lui e buon per noi, ribadisco.