Se non sono pazzi non li vogliamo: Claw Hammer

A volte un gruppo racchiude un po’ della sua essenza nel nome che si è scelto. In inglese clawhammer indica il martello usato per piantare e togliere chiodi, tuttavia gli esperti di old time music confermeranno che il vocabolo contraddistingue anche una particolare tecnica esecutiva del banjo. E, dando per scontato che tutti possediate una copia di Trout Mask Replica, vi sarà immediato planare un’ennesima volta sulla Orange Claw Hammer colà inclusa e chiudere il cerchio. Non completamente, però, siccome l’oggetto di questo articolo attingeva da tante fonti un suono criticamente conscio della storia e saccheggiava il passato allo scopo di ricomporlo con sana demenza e sacro furore. Perché lo amava, quel passato che non era poi così passato, ed era palese che sulla sua impollinazione incrociata si sarebbe costruito un domani credibile, come tanti altri stavano facendo in coda agli anni ‘80, quando il grunge conquistava la ribalta e il rock viveva l’ultima fiammata prima del post. Il quale emerge in termini di attitudine da un hard blues pazzerello screziato di noise e psichedelia e maltrattato da (hardcore) punk e new wave. In maniera simile ai Flaming Lips, i Claw Hammer ricavarono dall’unione di ragione e istinto un miscuglio che, seppur concretizzato in California, partiva dai panorami industriali dell’Ohio. Non un caso, siccome Pere Ubu e Devo erano modelli evidenti e riconosciuti, sia nel rifacimento integrale di Q: Are We Not Men? A: We Are Devo che in una vibrante Final Solution sistemata sul retro di un 45 giri.

La vicenda ha inizio a Long Beach nel settembre 1986, quando Jon Wahl (nato in Virginia, polistrumentista con voce da invasato e in precedenza roadie degli Agent Orange) molla i Pontiac Brothers guidati dall’ex Gun Club Ward Dotson e conosce il chitarrista Chris Bagarozzi, cresciuto nella Orange County alternando sul piatto Jeff Beck e Link Wray, Stooges e Gang Of Four, MC5 e Television, Black Flag e Captain Beefheart. Dopo un breve periodo con Dave Valdez e Sean Edwards, la sezione ritmica si stabilizza con il bassista Rob Walther e Rick Sortwell (deceduto nel luglio 2001) alla batteria e la loro trafila tipica dei gruppi americani è basata sui concerti, su un’inflessibile etica del lavoro e su materiali che Jon serbava nel cassetto e che continua a scrivere, proponendoli agli altri in una sorta di improvvisazione strutturata. Tocca aspettare un triennio per i primi frutti: promettenti la cassetta dal vivo – non sfugga il sardonico rimando agli Stones – Get Yer Za Za Yout e il singolo Poor Robert impreziosito da una scalmanata rilettura di Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey.

Partiti con il piede giusto, da minuscoli marchi i ragazzi approdano alla Sympathy For The Record Industry, godendo della totale libertà artistica che prorompe da Candle Opera e Brother Brick Says, tumulti su piccolo formato che spianano la strada all’eccezionale Claw Hammer, 33 giri che nel 1990 recapita canzoni frammentate e sferzanti magistralmente costruite sulla convivenza tra asprezze, lusinghe melodiche e padronanza esecutiva. Per il quartetto le cover rappresentano una fissa e una dichiarazione di intenti: lo zenit è raggiunto con il 7” Double Pack Whack Attack (accanto a Devo e Pere Ubu sfilano Patti Smith e Brian Eno) e alla citata rilettura – addizionata nel titolo di un secondo, scherzoso not – del primo album di Motersbaugh e soci. Nel frattempo Sortwell getta la spugna a favore di Bob Lee, rapido ad ambientarsi grazie alla militanza negli sperimentali Crawlspace anche se la formazione reagisce temporeggiando. Il biennio ‘90-‘91 vede Bagarozzi presenziare nei primi due album dei Down By Law e nell’omonimo LP dei neo-psichedelici Sacred Miracle Cave in cui figura anche Walther, laddove Wahl aiuta la moglie Terri a rodare il trash rock‘n’roll delle Red Aunts.

Dall’iperattività trae beneficio nel 1992 Ramwhale, dove la solidità d’insieme compensa una penna lievemente inferiore al debutto ma sempre capace di urticanti, policromi gioielli che consolidano la stima di Brett Gurevitz dei Bad Religion, qui in veste di produttore. Accolto il gruppo alla Epitaph, di lì a dodici mesi  Pablum aggiunge alla ricetta un pizzico di vigoria funk e la brillante maturità che nel ’94 ritroviamo in The Hard Stuff, album di Wayne Kramer dove fungono da lussuosa backing band. Adocchiati dalla Interscope, il loro salto nel mondo major giunge al culmine di una crescita graduale, non causa danni ed espande la tavolozza stilistica nello sguaiato Thank The Holder Uppers(1995; Gurevitz al commiato) e in un poco più ortodosso Hold Your Tongue And Say Apple(1997, al mixer Jim Dickinson), con nel mezzo l’E.P. Scuse The Excursion, dove si affrontano Duke Ellington e Miles Davis facendo il verso agli Stranglers in copertina. Siamo agli sgoccioli: nella primavera 2000 i ragazzi spariscono dai riflettori, nove anni dopo la Munster stampa il live risalente al ‘95 Deep In The Heart Of Nowhere e il resto, inclusa la rimpatriata per un solo concerto nel settembre 2013, è culto allo stato puro. Coerenti fino all’ultimo, i Claw Hammer escono di scena a testa alta lasciandoci in dote un pugno di dischi ruvidi, ingegnosi e coinvolgenti. Se vi pare poco…  

Simon Joyner: la cognizione di sé (e del dolore)

Non par vero che Simon Joyner – nato a New Orleans e residente a Omaha, Nebraska: punti di riferimento importanti per la geografia sonora ed emotiva – sia in circolazione da trentaquattro anni. Eppure i primi passi datano 1992 ed è un mistero che resti ancora un nome “di nicchia” malgrado un capolavoro di Americana declinata in chiave post come Hotel Lives, gli elogi di Beck e l’influenza su un paio di generazioni di cantautori/cantautrici ed è di figure del calibro di Conor Oberst e Adrienne Lenker che parliamo. Tuttavia così vanno le cose anche se così non dovrebbero andare, ragion per cui faccio il mio dovere consigliandovi l’ennesimo episodio (numero diciannove: pubblica BB Island, da noi distribuisce Goodfellas) di un catalogo folto contraddistinto dall’elevato livello medio. Non un disco qualsiasi, badate bene: Tough Love è doppio se scegliete il vinile e, con tredici brani per ottanta minuti, rappresenta un impegno di tempo ed energie che riporta a un’epoca lontana. Tempi in cui uscivano meno dischi e potevi conoscerli a fondo, indagarne le pieghe e i risvolti senza cedere a un primo incontro magari respingente.

Cosa che con Tough Love non accadrà se la vostra tazza di tè contiene un songwriting che, tra modernità e tradizione, getta lo scandaglio nell’anima per risalire con qualcosa di vivo facendo carta straccia di esercizi di stile e dei revival. Perché Simon è uno sincero, che parte dal vissuto per muoversi lungo linee ellittiche e liminali sia dal punto di vista sonoro che tematico, essendo ancora vivo il legame con la morte del figlio affrontata nel precedente LP Coyote Butterfly. Del resto, i sopravvissuti devono andare avanti meglio che possono, magari provando a riflettere sui massimi sistemi ed ecco un lavoro incentrato sull’amore severo e le maniere forti – espressamente citate nel titolo – che vengono analizzate in ambito sentimentale, famigliare e politico. La forma appartiene a quadretti chiaroscurali di folk reinventato assieme ai Nervous Stars (bravi, preparati e misurati Caleb e Micah Dailey, Michael Krassner, Mychal Marasco) più qualche ospite, seguendo un minimalismo curato che sottolinea l’intreccio tra sonorità, atmosfere e testi, approdando a un “a sé” del quale rintracci facilmente i numi tutelari classici – pur sempre di canzone d’autore si tratta – e, allo stesso tempo, applaudi intelligenza e personalità.

Di conseguenza, gli impasti elettroacustici, il rock metropolitano dal taglio Velvet e quello prefissato “post” che sta tra le pieghe, le ballate introspettive, l’atmosfera stranita e straniante sono folk perché parlano della gente e alla gente appartengono. Tutto il resto ce lo mette una musica preziosa che, incurante di categorie ed etichette, guarda avanti perché conosce il passato (piace pensare a Faulkner, non solo per un bel brano intitolato Wild Palms…) ma non se ne fa seppellire. Significativa e riassuntiva una title-track che, in venti minuti, porta via un’intera facciata agitandosi in una falsa quiete – all’incirca da Spacemen 3 che giocavano col fuoco, però sotto codeina – che medita su vita, morte e tutto ciò che è compreso nell’inesatto mezzo. Con franchezza da brividi e per interposta voce narrante del figlio, in questa epica trascendente Simon mette nero su bianco ogni fallimento e l’ineluttabilità di ciò che è fatto e tale resta, per sempre. Alla fine lascia comunque una piccola fessura aperta sul perdono e sulla comprensione. Da crepe come quella, insegna Leonard Cohen, entra la luce. E, mi permetto di aggiungere, esce la grande musica. A buon intenditor…

Brividi e mal di pancia in pillole, 24

The Lemon Twigs – Look For Your Mind! (Captured Tracks)

Che bello, finalmente è primavera! Adesso esco, vado al parco a fare due passi e magari mi mangio pure un bel gelato! Uh, no…è uscito il nuovo album dei Lemon Twigs! Ascoltiamolo, che figata, dai! Ehi, non sembra…zzzzzzzzzzzz…niente male…eh…mi ricordazzzzzzzzz moltozzzzzzzzz….i zzzzzzz… e anche glizzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzz… yawn… ah, ma come, è già finito? Aspetta che lo faccio girare di nuovzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz…

The Junction – s/t (Dischi Soviet Studio)

Da qualche anno il marchio veneto Soviet Studio è ciò che si suole definire una “bella realtà” e, in un panorama discografico nostrano stipato all’inverosimile, è riuscito a delineare un’identità a prescindere dai vari stili trattati dalla scuderia. Vale anche per i Junction, trio (Marco Simioni è cantante e chitarrista, Alessandro Maroso imbraccia il basso e Francesco Reffo si occupa di batteria e cori) di area padovana del quale piacciono il vigoroso piglio esecutivo, il cantato in inglese e l’ispirazione che omaggia certo indie-rock americano “rumoroso”. I loro modelli sono pesi massimi come Sonic Youth, Pixies, Pavement, Brainiac, Drive Like Jehu e Fugazi, tuttavia i ragazzi (tutt’altro che degli sprovveduti: in carniere vantano tre album, diversi singoli ed E.P., tour europei e nazionali) dosano con intelligenza gli ingredienti e hanno un’attenzione alla melodia che permette loro di elevare la proposta molto sopra la media. Eloquenti al proposito lo sbilenco assalto aperto dal ritornello di A Million Times, l’eleganza abrasiva di Buy Me e Sunny Beaches, l’indolenza glam che svolta verso Frank Black e Stephen Malkmus in Franco Panini e lo slanciato ed epidermico gioiellino Afternoon. Bravi, ragazzi, continuate così.

Nightmares On Wax/Adrian Sherwood – In A Space Outta Dub (Warp)

Da Re Mida contemporaneo, Adrian Sherwood trasforma in oro tutto ciò che tocca. Non fa eccezione questo incontro tra pesi massimi – dove a vincere è “il bel gioco” – tra il maestro supremo del dub e George Evelyn alias Nightmares On Wax, che festeggia il ventennale di In A Space Outta Sound facendone remixare otto tracce dall’uomo dietro la consolle e lo stile On-U Sound. Se siete tra gli estimatori di Sherwood sapete benissimo cosa aspettarvi: brani riconoscibili sotto il profilo melodico e nondimeno trasfigurati – soprattutto personalizzati – in una mescolanza allo stesso tempo eterea e materica, intrecci ritmici pigri e ipnotici, bassi elastici ma pastosi, un campo sonoro che si allarga e restringe continuamente, sapiente effettistica finalizzata a completare una pittura sonora che rimane sempre un “a sé” quale che sia il punto (o meglio: il disco) di partenza. Pienamente riuscito e godibilissimo in trasfigurazioni che si possono tranquillamente apprezzare senza conoscere il materiale dalla quali sono scaturite, In A Space Outta Dub aggiunge a quanto sopra saggi di psichedelia in levare, episodi danzabili, venature di R&B declinato post e un’idea sbilenca di downtempo. Tanto per cambiare, la ricetta nella quale l’astrattismo diventa sensualità e viceversa risulta squisita.

Da Robert a Wyatt e ritorno, passando da Silentradio

Giovedì 30 aprile sono stato ospite dei microfoni di Silentradio, gestita dall’amico Tiberio Faedi. Abbiamo chiacchierato di quel gran genio del nostro amico Robert Wyatt, ma soprattutto lo abbiamo ascoltato. Qui di seguito trovate il link al podcast e la scaletta dei brani trasmessi. Buon ascolto !

Soft Machine – Hope For Happiness

Soft Machine – Why Are We sleeping?

Soft Machine – Hibou, Anemone and Bear (live)

Soft Machine – Dada Was Here (live)

Robert Wyatt – Las Vegas Tango part 1

Matching Mole – O Caroline

Robert Wyatt – I’m A Believer (frammento live)

Hatfield & The North – Calyx

Robert Wyatt – Sea Song

Robert Wyatt – Shipbuilding

Robert Wyatt – Free Will And Testament

Soft Machine – Moon In June (Peel Sessions)

Brividi e mal di pancia in pillole, 23

Bevis Frond – Horrorful Heights (Fire)

Un biennio e spiccioli dopo Focus On Nature ecco il nuovo appuntamento con Nick Saloman/Bevis Frond. Basterebbe per inquadrare Horrorful Heights come l’ennesimo tassello dell’affresco che l’artigenio britannico dipinge da decenni con competenza e passione. Musica, la sua, assai meno revivalista di quel che potrebbe sembrare a un ascolto superficiale e destinata al pubblico di cultori smaliziati capaci di apprezzare sia gli ammiccamenti al passato che la costellano che lo stile a sé che deriva da quella stessa rete di rimandi. Di conseguenza ecco che acid-rock, jam chitarristiche di stampo hendrixiano, psichedelia albionica, schegge hard, omaggi a Byrds e Syd Barrett come a Wipers e Grant Hart si confermano le costanti estetiche e i punti di riferimento e soprattutto di forza per chi, aggiunte a questo giro venature country-rock, elargisce l’usuale manciata di canzoni ispirate ed eseguite con piglio e conoscenza della materia, senza dimenticarsi di aggiungere al corposo dispaccio la regolamentare dose di caramelline lisergiche, cantabilità dolceamara e psichedelia profumata d’oriente. Neofiti e frequentatori occasionali del mondo di Nick ascoltino con attenzione, ché al pari dei fan – che senza dubbio avranno mandato tutto a memoria – troveranno molto di che godere.

The Reds, Pinks And Purples – Acknowledge Kindness (Fire)

Da San Francisco, Glenn Donaldson ci versa un’altra tazza di tè ricavato da bustine di marca Postcard, Creation e Sarah. I più smaliziati avranno inteso che parliamo di indie-pop chitarristico giocato su confessioni in punta di penna e un’emotività che avvolge scrittura ed esecuzione. Ciò nonostante, in questo nuovo album Donaldson espande la tavolozza, spingendosi oltre la cameretta per aprire le finestre su panorami che mescolano presente e nostalgia mentre l’istinto prevale sulla razionalità. Non un caso, quindi, che il peso dei modelli di riferimento si avverta meno del solito in chi si dice ispirato da opere che trasformano la sofferenza in espressività come California degli American Music Club e 16 Lover’s Lane dei Go-Betweens. In Heaven Of Love, New Leaf, Doubt In Vain e Worthy Of Love rinverrete infatti riverberi del secondo titolo intersecati a un timbro vocale parente di Mark Eitzel e alla sua malinconia che, evitando il languore, si fa introspezione. Aggiungete sonorità di cristallino minimalismo, divagazioni dalla strada maestra come una ricorrente polverina d’alabastro 4AD e la strumentale title-track che ammicca all’Eno di Another Green World, un equilibrio estetico che non adombra la sostanza. La somma fa il totale, e il totale racconta una autore in crescita.  

Charlie Risso – Rituals (autoproduzione)

Anche se il nome d’arte può indurre a ritenerlo, Charlie Risso non è un rocker del New Jersey ma una cantautrice ligure che si chiama Carlotta e sa il fatto suo. Nel nuovo album, la ragazza traffica con un pop prefissato dream solcato da suggestioni gotiche memori di Nico, trasfigurazioni folk e intrecci tra sonorità organiche e sintetiche; inoltre, le canzoni sono raccordate da un concept che ha comunque più l’aspetto del tema di fondo. Ne traggono giovamento sia l’impianto d’insieme che un programma solido a prescindere dalle premesse, impreziosito da arrangiamenti all’insegna di un’essenziale ricercatezza, dalla partecipata rilettura di When You Finish Me dei Black Heart Procession e dalla presenza di Brian Lopez dei Calexico. Consigliato a chi, come il sottoscritto, è convinto che da troppi anni Marissa Nadler abbia perso la bussola, Rituals conosce momenti particolarmente azzeccati nei Beach House gassosi e cupi di Bad Instinct e in quelli viceversa sinuosi evocati da Winter Games, nelle ieratiche Under A Spell e No One Knows, in una I’m Coming in scia ai Mazzy Star, nell’avvolgente Let’s Move Somewhere Else, nel sospeso sortilegio Stray Dog. Il sottobosco nazionale è affollato, ma Charlie Risso merita la vostra attenzione.

Brividi e mal di pancia in pillole, 22

The Dining Rooms – Lost In The Spinning Sound (Schema)

Chissà quante ore dorme Stefano Ghittoni… Probabilmente il minimo indispensabile per ricaricare le batterie prima di lanciarsi nell’ennesima impresa, e mai che qualcosa riesca male a chi, decenni or sono, militava in una delle migliori band neo-psichedeliche italiane, ovvero quei Peter Sellers & The Hollywood Party ai quali già ho tributato i giusti elogi. E che in seguito – oltre a mettere dischi in giro per Milano, curare il programma “Comizi D’Amore” per Radio Popolare, scrivere un paio di libri – con Cesare Malfatti ha fondato The Dining Rooms, giunti con il fresco di stampa Lost In The Spinning Sound al dodicesimo album. Traguardo significativo per un duo che ha avuto tempo e soprattutto talento per sviluppare uno stile che mescola colonne sonore virtuali, suggestioni ambient, funk in moviola, dub e blues urbano post-moderno. In sintesi stiamo parlando di trip-hop, tuttavia Stefano e Cesare sono attenti alla forma canzone e da sempre evitano la deleteria tappezzeria nella quale il genere è decaduto. Ennesima conferma della bontà del progetto un lavoro in cui la voce di Chiara Castello si rivela di nuovo perfetta per espressività e timbro e dove brani notturni e suadenti sottolineano l’abilità nello scolpire il suono e gli arrangiamenti a vantaggio della scrittura. A questo giro, meritano la menzione obbligatoria i chiaroscuri Oh! e I Don’t Know Why, l’umoralità trasparente di Lay Your Arms Around Me e In My Soul e strumentali splendidi come l’oscura title-track e un Musica Concreta indeciso tra Morricone e DJ Shadow. Ne avessimo di più, in Italia, di artisti così…

Gorillaz – The Mountain (Kong)

Caro Damon(io), ascolta un cretino che ti sta scrivendo con il cuore in mano e, da fan di lunghissima data, ci tiene a farti sapere un po’ di cose e, in primis, che l’amore sarà cieco ma certo non è sordo. E poi: che per quanto riguarda i Gorillaz, devo annotare che il fiato è sempre più corto e la maturità di Plastic Beach si allontana all’orizzonte; che, dopo un quarto di secolo in cui ne abbiamo viste/ascoltate di cotte e di crude, ci siamo abituati anche alla genialata della band virtuale formato fumetto; che di conseguenza, a fronte di una sfilza di brani classici, da troppo tempo la scrittura sa di pilota automatico e di cazzeggio d’autore; che da uno come te gli album in stile catena di montaggio fanno più male del solito perché i campioni si rispettano pretendendo; che il talento non ti manca, anche se talvolta lo sgorbi perché magari nessuno ti dice che sarebbe preferibile evitare una seconda puntata e/o di proseguire con intuizioni riciclate fino alla perdita di brillantezza e di significato; che a non piacermi di The Mountain (belle, invece, le sue premesse di natura emotiva) non sono il concept o l’oleografica sbandata per i suoni dell’India, ma la parata di ospiti vivi e morti dalla quale non cavi un ragno dal buco, utilizzando male chiunque tranne Sparks, Joseph Talbot degli Idles e Omar Souleyman; che a questo giro sbadiglio spesso e malvolentieri, salvo addirittura incazzarmi quando recapiti un paio di faccende così inascoltabili che non le nomino neppure. In ragione di quanto sopra, caro Damon(io), ti consiglio di prenderti un paio di anni di riposo e schiarirti le idee. Con affetto e immutata stima, il tuo cretino.

Winged Wheel – Desert So Green (12XU)

Facendo di necessità virtù e approfittando della moderna tecnologia, è stato durante l’isolamento imposto dalla pandemia che gli Winged Wheel hanno preso forma. In pieno lockdown, infatti, Cory Plump degli Spray Paint si rivolgeva al batterista dei Tyvek – e cantautore in proprio – Fred Thomas per avere dei loop ritmici. Dopo che nel discorso si inserivano la chitarra di Matthew Rolin e la voce di Whitney Johnson, figure appartenenti al sottobosco sperimentale statunitense con le quali, senza spostarsi dalle rispettive case, partiva lo scambio di tracce. Nel 2022 No Island otteneva buoni riscontri e la band decideva di proseguire allargandosi con l’ingresso del chitarrista Lonnie Slack e sistemando dietro l’altra batteria nientemeno che Steve Shelley. Due anni or sono ne derivava la progressiva sterzata verso strutture vicine a un concetto “libero” di canzone che in Desert So Green trova definitivo compimento, disegnando un crocevia nel quale convergono i Sonic Youth maturi di Murray Street che nondimeno barattano la devozione per i Grateful Dead con quella per lo slowcore, un’ipotesi di Bardo Pond gonfi di codeina che alle sbrodolate da jam acida preferiscono una approccio post alla psichedelia e certi Loop scuri, sospesi e tossicamente gassosi di A Gilded Eternity. Il resto ce lo mettono una penna a lento rilascio, l’approccio mai scolastico a un rock prefissato noise ormai classico, architetture non convenzionali e ben strutturate, tessiture meticolose che incastrano minimalismo, ipnosi, stratificazioni di suoni e un cantato così lontano però in fondo così vicino. Bravissimi.

Brividi e mal di pancia in pillole, 21

Apparat – A Hum Of Maybe (Mute)

E se dopo l’epoca in cui tutti sarebbero stati famosi per quindici minuti vivessimo nel tempo in cui ognuno è la ghostalgia di qualcun altro? Così fosse, il berlinese Sascha Ring in arte Apparat fornisce in A Hum Of Maybe un’adeguata colonna sonora. Il suo sesto album è attraversato da tanti rimandi, ma la sua forza sta nell’intrecciarli con dedizione e pazienza oggi rare in una pregevole ipotesi di “cantautorato elettronico” dove scorgi echi dei Radiohead più astratti e trasfigurazioni di Mark Hollis. Di conseguenza, in una musica di spigoli che trattengono le emozioni riveste una profonda importanza l’atmosfera globale del disco, che porta con sé gli anni trascorsi dall’ultima missiva inviataci da Ring nel 2019. Tantissimo è cambiato da allora e A Hum Of Maybe affronta argomenti personali tramite ellissi e metafore, superando un blocco creativo cui l’artista ha risposto incidendo musica quotidianamente in totale libertà. Dopo sei mesi il Nostro aveva le coordinate del disco, allestito con alcuni amici e un paio di ospiti (KÁRYYN, che in Tilth veste Kate Bush di contemporaneità e azzeccato teatralismo; Jan-Philipp Lorenz alias Bi Disc, che aggiunge coriandoli di silicio a Pieces, Falling) attorno a una tecnologia umanista consapevole dell’ultimo ventennio di evoluzioni stilistiche e a belle canzoni che avvolgono decise (Hum Of Maybe, Recalibration), meditano con profondità mai scontata (An Echo Skips A Name, Enough For Me, Williamsburg) e spiazzano umorali (Glimmerine, A Slow Collision, Lunes). Bentornato, Sascha.

Dry Cleaning – Secret Love (4AD)

Non vorrei passare per il classico furbacchione che stronca un dischi allo scopo di farsi notare, tuttavia confesso che continuo a non capire l’entusiasmo che circonda i britannici Dry Cleaning. Sarà che nell’era della musica liquida i dischi “costano” poco o nulla e, di conseguenza, gli si affibbiano superlativi e voti elevati con eccessiva leggerezza; oppure è a causa della memoria corta di chi scrive ed essendo piuttosto giovane si stupisce al cospetto di sonorità ampiamente storicizzate e si scorda che non vi siano canzoni memorabili a giustificarne l’esistenza. Mi guardo allo specchio e sorge il dubbio che sia solo colpa mia: metti che mi sono svegliato con il blues del barbogio e non me lo sono più scrollato di dosso? Sta di fatto che anche stavolta i testi sgranati da Florence Shaw con un tono da Laurie Anderson (fin troppo) scazzata viaggiano su panorami scarsamente incisivi. Nel frattempo siamo arrivati al fatidico e teoricamente risolutivo terzo album, di nuovo caratterizzato da una copertina di dubbio gusto anche se un piccolo passo avanti rispetto a Stumpwork lo si è compiuto. Moderato elogio che mi sento di poter estendere alle sonorità, che la supervisione di Cate Le Bon restituisce più colorate che in precedenza. Il problema, nondimeno, va cercato nella ripetitività della formula, in un’ispirazione mediocre rispetto ad altre formazioni coeve dedite al recupero del post-punk e nell’assenza di qualcosa che resti in testa. Applaudita l’arguzia verbale di Florence e lo sfacchinare del chitarrista Tom Dowse, tutto il resto è noia.

Grigio Scarlatto – The Race (Shyrec/Scissor Salad)

È un dato di fatto che quello che in epoche lontane eravamo soliti chiamare underground nazionale stia attraversando un periodo assai felice dal punto di vista creativo. Ed è altrettanto lampante che, nonostante diverse difficoltà di natura pratica, proprio la sua estrema frammentazione in “micro scene” costituisce in fin dei conti più un propellente che una zavorra. Per avere il numero perfetto rimane un’ultima annotazione, ovvero che bisogna avere idee e la capacità di concretizzarle se si vuole spiccare sulla massa. Qualità che i veneti Grigio Scarlatto posseggono in apprezzabile misura, dal momento che l’atipico power-trio in circolazione dal 2019 (lo compongono Giovanni Stocco a chitarre, voce e testi, il batterista Sotirios Papastefanou e il bassista Marco Gomierato) è approdato strada facendo su lidi dream pop. La mossa è stata tutt’altro che azzardata e a comprovarlo ci pensa dallo scorso febbraio The Race, che convince attraverso una manciata di brani concepiti e realizzati con intelligenza e che, pur non mancando di indicare i propri numi tutelari, riescono a tenere a debita distanza l’esercizio di stile. Di conseguenza, gli appassionati dello shoegaze dal taglio più ruvido – ma non solo loro – apprezzeranno eccome episodi insieme grintosi e stilosi come Take Me, Burning e Forever Sex, l’avvolgente tensione che caratterizza When I Say So, Hold Me Tight e On The Verge, una ficcante Move On Up e il resto di un programma equilibrato e sempre a fuoco. Giovani indipendenti crescono, e la cosa ci fa molto piacere.

Perché Sanremo

 Perché Sanremo è pretesto, contesto, post-testo. E noi gli resistiamo, con le orecchie e i neuroni impermeabili, alla faccia di ogni accusa di esterofilia. Del resto, in quel bel canto(ne), si nasconde il brutto canto (neh?), ragion per cui preferiamo guardare altrove. Ma resta sempre un imperativo categorico quanto affidato alla foto sottostante. Valido sempre, per chiunque, a ogni latitudine.

L’amore ci salverà (ancora)

Mi rendo conto che può essere una trita e ritrita ovvietà, però se mi guardo indietro e attorno, mi rendo conto che la vita è davvero una faccenda assurda. Un gran mistero che – forse ma forse – viene risolto nell’ora suprema, come direbbe il poeta. O magari anche no, come direbbe il cinico passionale che vive dentro alcune persone alle quali voglio un bene dell’anima e non solo perché rendono i miei giorni degni di essere spesi fuori dal letto a combinare qualcosa. In realtà, quello spiritello (che è più romantico di quanto voglia dare a vedere…) abita anche dentro di me, si porta via un sacco di spazio e molto spesso mi prende in braccio e mi sorregge nei momenti bui.

Ed è sempre lui a spiegarmi che così vanno le cose anche se così non devono andare. Che, malgrado tutto, anche se per strada perdiamo qualcuno (ciao, mamma…) restiamo pur sempre un flusso in continuo movimento, un incessante divenire. Ciò premesso, mi tengo stretto quanto di più prezioso occupa spazio nella mia vita: persone, pensieri, parole scritte e cantate, visioni, musica muta, paesaggi. Per la semplice ragione che stiamo attraversando un’epoca buia che più buia non si potrebbe, circondati da assassini, farabutti, ladri, bugiardi e feccia della peggiore specie che, guarda un po’, è ai posti di comando e qualcuno l’ha addirittura eletta, dal momento che la democrazia è una gran bella cosa però esige un prezzo salato da pagare ed è l’evidenza che il cosiddetto homo è sempre meno sapiens mano a mano che gli anni scivolano.

Però, ecco, sapete che vi dico? Che di arrendermi alla bruttezza non ho minimamente intenzione, perché – sebbene spesso sia una fatica che sconfina nella sofferenza – mi attacco all’idea che sia più nobile un amletico impugnare “armi contro un mare d’affanni” e però rivisitato con fiero stoicismo, del genere che non illude ma esorta a muoverti in un attivismo focalizzato, serio, coerente. Quel genere di partecipazione che cerca di salvaguardare la libertà, la giustizia, la dignità delle persone. Che, proprio per questo motivo, ti spinge a spargere idee, a confrontarti con gli altri e le altre culture per conoscere, un po’ perché il tuo cervello non si spegne davvero mai e un po’ perché la vita non ha senso se non ti arricchisci dentro. Ma, immagino, vi starete domandando, cosa c’entra questa noiosa tirata autoriferita con i miei dischi preferiti dell’anno che è appena tramontato?

C’entra eccome: a parte il fatto che questo è un blog e un minimo di autoreferenzialità ci deve pur stare, provate a metterli uno in fila all’altro accanto ai vostri. Vedrete se non svelano in un attimo la loro anima di pilastri senza i quali tutti saremmo già impazziti per l’ansia e l’orrore che ci si riversa addosso ogni giorno. Perché se c’è qualcosa che può ancora salvarci o contribuire a rattoppare il mondo, è spargere bellezza, amore, comprensione come se fossimo persone rinascimentali post-moderne. Come se fossimo anche noi artisti dell’attivismo quotidiano, che ogni giorno incassano però qualche cazzotto che smuove le cose lo tirano comunque. E allora, dilette lettrici e diletti lettori, ricordatevi di elargire sorrisi, ma di tenere la guardia alzata quando è opportuno. Buon 2026, e che l’imperscrutabile (dis)armonia che comanda gli ingranaggi dell’universo ce la mandi, se non buona, almeno un pochino migliore.

La crème de la crème

Mulatu Astatke – Mulatu Plays Mulatu (Strut)                         

Gina Birch – Trouble: Put The Needle On The Record (Third Man)         

the black watch – For All The World (Atom)         

Chris Eckman – The Land We Knew The Best (Glitterhouse)                 

Bridget Hayden & The Apparitions – Cold Blows The Rain (Basin Rock)   

Horsegirl – Phonetics On And On (Matador)        

Lael Neale – Altogether Stranger (Sub Pop)                            

The New Eves – The New Eve Is Rising (Transgressive)

Panda Bear – Sinister Grift (Domino)

Squid – Cowards (Warp)

Mavis Staples – Sad And Beautiful World (Anti-)

StereolabInstant Holograms On Metal Film (Duophonic)      

These New Puritans – Crooked Wing (Domino)

Tunng – Love You All Over Again (Full Time Hobby)

Jeff Tweedy – Twilight Override (dBpm)

 La storia siamo noi

The Chills – Spring Board: The Early Unrecorded Songs (Fire)

Nick Drake – The Making Of Five Leaves Left (Island)

Polygon Window – Surfing On Sine Waves Deluxe Edition (Warp)

Bruce Springsteen – Nebraska ’82 Deluxe Edition (Columbia)

Swell Maps – The Peel Sessions (Mute)

Oltre le stelle: The Necks

Bentornati: Jesse Sykes & The Sweet Hereafter

Bontà nostrane: 30 Door Key, Guano Padano & Enrico Rava, La Niña, Nana Bang, Not Moving

Inseguendo Brian Wilson a Silent Radio

Ieri sera sono stato ospite del mio amico Tiberio Faedi e, sulle frequenze della sua emittente Silent Radio, tra un bicchiere di zibibbo e una caldarrosta abbiamo chiacchierato di Brian Wilson e di fantasmi, di pop e adolescenza. Qui di seguito il link per ascoltare l’intera trasmissione, corredato dalla scaletta dei brani proposti nel corso del programma. Buon ascolto!

(Michael Ochs Archives)

The Langley Schools Music Project – Good Vibrations

Primal Scream – Higher Than The Sun

Panda Bear/Sonic Boom/Adrian Sherwood – Edge Of The Edge Dub

Panda Bear – 50mg

Felt – Be Still

The High Llamas – Anna Lee, The Healer

The Aluminum Group – Caroline, No

Jessica Pratt – Life Is

Apples In Stereo – Heroes and Villains

Flaming Lips – God Only Knows

Olivia Tremor Control – Do You Like Worms (Do You Dig Worms)?

Sonic Youth – I Know There’s an Answer

Jesus & Mary Chain – Surfin’ U.S.A.

Beach Boys – Summer’s Gone

"Brave words about sounds & visions"

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