Retronow: nothing now? Il ritorno degli Arcade Fire

In occasione della pausa estiva voglio confessarvi un segreto: all’inizio di “Turrefazioni” mi ero imposto alcune regole, e una di queste era evitare sprechi di energia e tempo scrivendo di fallimenti e delusioni. Già ci pensa la vita a gettarci addosso fango e la musica dovrebbe servire anche a ripulire le brutture, ragion per cui… Eppure la pazienza, come le persone, ha dei limiti. Avete presente quando lui o lei vi tradiscono con una sciacquetta o un burino? Ci domandiamo come sia stato possibile e, una volta passato l’impulso di sfasciare il mobilio, sentiamo di doverne parlare con qualcuno perché la pelle e l’anima bruciano. Eravamo innamorati. Lo siamo. A volte, però, l’amore fa male.

Vengo al punto: adoro gli Arcade Fire e i quattro album che sinora hanno offerto. Continuerò ad amarli, quei dischi. Nondimeno, proprio per questo Everything Now mi pare una corazzata fantozziana. Perché l’evoluzione orientata sul groove innescata tramite la fenomenale Reflektor si sfalda in una scrittura ridondante oppure bolsa e in stucchevoli formalismi. Perché, pronta alla conquista del mondo e al prossimo spot di telefonia mobile, la formazione relega i sentimenti in un angolino e cancella quella melanconia che – mescolata a un ossimoro concretizzato chiamato “epica intimista” – rendeva il loro arena-indie rock (grossomodo: gli Echo & The Bunnymen di Killing Moon che con Mike Scott e Frank Black rifanno Born To Run tra suggestioni etniche e folk) una faccenda magica e geniale.

Everything Now

Non che siano un disastro totale, questi quarantasette minuti da morto che biascica. Signs Of Life è un bel funk da Tom Tom Club muscolari e la ballata We Don’t Deserve Love regge malgrado qualche prolissità. Aggiungo lo stralunato electro-reggae Peter Pan e poi addio, mondo crudele. Caruccia e tuttavia stiracchiata Chemistry, l’esecrabile title-track suona come i Cock Robin che rifanno Alive And Kicking e la lagna Electric Blue riassume le ragioni del passo falso: Regine si infila la tutina da “disco diva” e pensa di sedurre con voce da scoiattolo schiacciato sotto una jeep. Tra sbadigli e sguardi all’orologio non so se ridere o incazzarmi. Realizzo che siamo fuori di sesto e di contesto, che le buone intenzioni non bastano a rendere credibile un cambiamento. Ricordo la seconda metà degli anni Ottanta, allorché gruppi di valore passavano dal mondo indipendente alle major (toh: adesso gli Arcade Fire escono su Columbia) distruggendo la propria credibilità con lavori brutti e senz’anima. Un incubo.

Arcade Fire

A nulla vale ripetersi che per ogni disco tocca fare tabula rasa delle aspettative, che è sbagliato proiettavi i nostri desideri, che gli artisti sono come i figli e crescono come cazzo gli pare. Però dai cavalli di razza certi scivoloni sono inammissibili: Put Your Money On Me e Creature Comfort paiono Galeazzi sulla pista dei cento metri, Infinite Content gira a vuoto e la ripresa atmosferica del brano omonimo sa di contentino. Alla luce del fulgido passato e di un recentissimo, trascinante live milanese, mi sorge il dubbio di non aver capito nulla. Forse tra qualche mese il Fuoco si rivelerà autentico e non una mera immagine sullo schermo televisivo. Ma, in fondo, life is now e dunque…

Retronow: it’s shoegazing again

A volte ritornano e magari c’è da rabbrividire. Confesso di essere sempre un po’ meravigliato dal fascino che lo shoegaze esercita sulle nuove generazioni. Poi ricordo che le voci sognanti, il melodiare paradisiaco, l’impasto tra feedback e pulviscolo sonico effettato impressero una certa ventata di novità sulla scena albionica; e che la decostruzione chitarristica in un ordito qui rumorista e là gassoso ha senz’altro influito sul nascente dopo-rock e sul superamento della concezione “classica” di riff e assoli. L’influenza emersa a distanza mostra inoltre che esso non fu faccenda così monocorde come troppo spesso si è scritto. Anzi: in retrospettiva pare una cerniera tra i sussulti finali della neo-psichedelia anni ‘80 e le montanti avanguardie “post”. E infine, fidatevi: le diatribe postume sull’attribuzione di questo o quel nome a un genere sono un buon segno.

Slowdive now

 

Tolti i noiosi mestieranti e i più post-psichedelici che altro, al suo centro pulsante osservo i Maestri A.R. Kane, Cocteau Twins e My Bloody Valentine fare (la) Storia a sé mentre Breathless e Boo Radleys si pongono come venerati progenitori e talenti policromi. Resta un pacchetto (anche qui con dei distinguo: ve lo dicevo che è una questione complessa!) composto da Curve, Lush, Sundays, Sverwedriver, Slowdive e Ride. L’ultima coppia è perfetta per spiegare la contemplazione delle scarpe e i suoi volti distinti e nondimeno complementari come dolcezza e passione in un Vero Amore. Da un lato il prologo ai Mojave 3, psichedelia al caramello zuppa di ambient e melanconia con apici nell’esordio Just For A Day e nei coevi 12”. Dall’altro, indie-pop lirico e muscolare – che discendeva da How Does It Feel To Feel e insegnerà qualche trucco ai Tame Impala – cristallizzato nel 1990 con l’ottimo primo LP Nowhere.

Avanti veloce al 2017. Avvolte in un insolito destino, entrambe le band si ripresentano a breve distanza una dall’altra con dischi che non cambieranno la vita ma miglioreranno i giorni di noi “anta-e-oltre”, che siamo pur sempre lo zoccolo duro che tiene in piedi le macerie del mercato discografico. Però anche quelli di chi, più verde l’età, a certi suoni è giunto tramite emuli recenti e in tal modo capirà meglio le sfaccettate radici del contemporaneo dream-pop. Proprio perché di esso si è fatta gran modaiola chiacchiera, ha pienamente senso che Weather Diaries e Slowdive esistano: differenti gli esiti se parliamo di qualità, li accomuna una robustezza espressiva che appartiene a un altro tempo.

ride 2017

 

Anche per questo Slowdive convince da subito per sonorità stratificate e vigorose a sostegno di una penna che in tralice reca l’anima folk di Neil Halstead. Penna che regala momenti memorabili nella circolare, minimalista efficacia di Slomo e nell’aeriforme mestizia di Sugar For The Pill, nell’eleganza incalzante di Star Roving e nel commiato pianistico Falling Ashes. Ai Pink Floyd anni Settanta modernizzati da Go Get It rispondono le oniriche Everyone Knows e No Longer Making Time e una Don’t Know Why sapiente distillato di essenze Disintegration e Gemelli Cocteau. Si indignano i pasdaran se dichiaro tutto ciò la cosa migliore della formazione dal/col debutto? Credo di no.

Guardarsi indietro per guardarsi attorno. Vale per i Ride di Weather Diaries, prodotto dal dj Erol Alkan e mixato dalla lenza Alan Moulder per un risultato buono benché ineguale. Esaltano la sensazionale Charm Assault (gli House Of Love alle prese col freakbeat) e una Lannoy Point giocata tra sospensioni e slanci motorik; tuttavia Rocket Silver Symphony spreca citazioni di Spiritualized in troppa epica, Impermanence eccede col sentimentalismo e Cali stiracchia un bel folk-rock alla Church. Meglio allora una Lateral Alice che i Black Rebel Motorcycle Club non scriveranno mai più e la White Sands cartolina spedita ai Radiohead mesti e trasparenti di fine secolo. Bene, bravini, sette meno. A volte ritornano e c’è da applaudire.

Retronow: John Murry – l’inquietudine del cantautore solitario

Quanto è bello il rock quando con un sorriso ti culla nell’illusione di averle sentite tutte e poi ti svela un talento fino a poco prima sconosciuto. Espletata la formalità del “mea culpa”, peraltro comprensibile nel folle marasma odierno, hai un nuovo tesoro da custodire e che felicità! I lettori di questo blog saranno a conoscenza del fatto che c’è stato un tempo in cui il sottoscritto (coronando un sogno cullato fin dall’adolescenza) collaborava con una nota, gloriosa rivista musicale che nel frattempo è divenuta la succursale hipster di “Vanity Fair”.

Ciò mi permise di intervistare artisti ammirati da sempre, rivelatisi inoltre squisiti dal punto di vista umano. Ad esempio: veri Signori i Breathless, con cui parlai nel novembre di cinque anni fa. Da quella telefonata, Ari Neufeld e Dominic Appleton mi inviano regolarmente cadeaux editi sul loro marchio discografico Tenor Vossa ed è stato così che ho scoperto John Murry. In ritardo, che volete farci. Del resto appartiene ad altre epoche anche la maniera con la quale il suo nuovo LP si apre all’ascoltatore.

John Murry

 

A Short History Of Decay è infatti un autentico slow burner dove abitano Mark Eitzel, Kurt Wagner, Mark Linkous. E’ una faccenda romantica e bella e non potrebbe darsi altrimenti, siccome John – subito glielo leggi, nello sguardo – ha alle spalle una vita che sovente lo ha preso a calci. Con il pizzico di gotico sudista che non guasta, nasceva nel 1979 in quella Tupelo e dite se non è un segno come l’attuale domicilio in Irlanda. Nel mezzo di tutto e di più: una parentela tramite adozione con la famiglia Faulkner, l’autismo non diagnosticato, la folgorazione per Tom Petty.

E poi: un adolescente che si fa le ossa a Memphis, le decine di band, il trasloco a San Francisco per la carriera solista assistito da Chuck Prophet e Tim Mooney, batterista degli American Music Club, infine la tossicodipendenza. Su tutto, un album bello da far male ma bene, The Graceless Age, che nel 2012 incassava gli elogi di “Mojo” e “Uncut”. Il relativo tour era un ulteriore mettersi a nudo, la pelle strappata sera dopo sera sul palco, ma all’improvviso Mooney moriva e di nuovo era il caos a regnare. Quanto costruito con pazienza svaniva: moglie, figlia, l’esistenza intera.

A-Short-history-of-Decay

 

Per fortuna, lungo la sua traiettoria impazzita Murry si è imbattuto in Michael Timmins, letteralmente folgorato a Glasgow da un’esibizione di spalla ai Cowboy Junkies. Fatta la conoscenza, i due si scrivevano regolarmente e a un certo punto saltava fuori l’idea di un disco. Il resto è cronaca della settimana scorsa: un titolo che omaggia Emil Cioran e dieci canzoni – nove autografe, più una rilettura stellare posta in chiusura di What Jail Is Like degli Afghan Whigs – avvolte con Timmins in arrangiamenti misurati e spontanei.

Canzoni che camminano sicure nel perimetro stilistico di cui sopra senza (s)cadere nella fotocopia, più che altrove nella Silver Or Lead che aggiunge aromi di primi Tindersticks, nell’acusticheggiare alla Springsteen di Wrong Man, nelle trasparenze raccolte dagli Sparklehorse per When God Walks In. Se Come Five & Twenty si porge insieme virile e delicata, Defacing Sunday Bulletins toglie catrame dalla gola di Mark Lanegan e Under A Darker Moon e Countess Lola’s Blues (All In This Together) le vorresti programmate ogni giorno sulle onde FM del globo. Mi piace credere che tu sia una fenice, John. E che non ci deluderai mai.

Tur(r)ista per caso: Desmond Dekker – dal ghetto alla vetta

Non occorre appartenere ai fan terminali dei Beatles per essersi chiesti almeno una volta chi sia il protagonista di Ob-La-Di Ob-La-Da. Harry Young, estensore nel ’92 delle note di Rockin’ Steady: The Best Of Desmond Dekker, tra le righe suggeriva che si trattasse di questo Desmond. In effetti, McCartney ammise di aver preso titolo e ritornello da una frase che l’amico percussionista nigeriano Jimmy Emuakpor soleva ripetere e si sdebitò con un assegno per l’arcinoto “Ob-la-di ob-la-da, life goes on, bra”, specificando che Desmond pareva un nome assai caraibico. Sommato al fatto che Sir Paul apprezzava Dekker, che quel brano è praticamente uno ska e che in materia i Fab Four non erano digiuni, vi lascio trarre qualche conclusione.

Chiudo l’angolo “Sherlock Holmes” rivelando che la suddetta antologia Rhino è uno dei rifugi per quando l’anima necessita di luce ed energia. Pur essendo un valido punto di partenza, non è comunque la più completa delle raccolte dedicate a chi spianò la strada a Bob Marley e mise la Giamaica sulla ribalta pop internazionale. Tale ruolo spetta a Anthology: Israelites, doppio Trojan del 2001 che di Dekker copre la carriera pressoché in toto, nondimeno anche di angoli del cuore si vive e dunque…

striped desmond

Che film la vita di Desmond Adolphus Dacres, nato a Saint Andrew, Greater Kingston, il sedici luglio 1941. Da piccolo frequenta la chiesa con nonna e zia e gli inni lo aiutano ad affrontare la morte della madre. A quindici anni si guadagna il pane da saldatore: ringraziate i colleghi che, sentendolo cantare, lo incitano al professionismo. Fallisce le audizioni con Coxsone Dodd e Duke Reid ma va a segno con la Beverley di Leslie Kong, bizzarro personaggio giunto alla musica dall’industria alimentare.

Nonostante l’entusiastico sostegno del campione di casa Derrick Morgan, per un biennio fa anticamera, matura e nel ‘63 ripaga Leslie spedendo l’autografo saltellare di Honour Your Father And Mother in cima alla classifica isolana. Il dado è tratto: Sinners Come Home e Labour For Learning segnano l’adozione del nome d’arte e la mano è vinta da King Of Ska, giubilante attestazione di verità con ai cori i Maytals sotto mentite spoglie. Insegna il rhythm’n’blues che un’ugola suadente rende viepiù se ben sostenuta ed ecco entrare in scena i fratelli Howard, da qui in poi The Aces.

Con loro e la house band dell’etichetta il ragazzo compone e infila un successo dietro l’altro negli estremi della travolgente Get Up Edina e dell’esuberante sentimento di This Woman. Nel 1967 Morgan lo vuole nel 45 giri Tougher Than Tough incentrato sui rude boys, giovani disoccupati che applicano il mito dei malavitosi americani alla dura quotidianità del ghetto. Lo ska prende nota: un po’ per sviluppo naturale e un po’ per agevolare le danze ai rudies, conferisce più spazio al basso, rallenta le cadenze e muta nel rocksteady.

desmond anthology

Estrazione e vocazione tengono il Nostro lontano da lidi proto gangsta però non impediscono a una 007 (Shanty Town) dal placido e irresistibile caracollare di renderlo un’icona in madrepatria e nella proletaria scena mod d’Inghilterra. Affacciatasi colà nei Top 15, essa cagiona una prima visita trionfale mentre si batte il ferro rovente con soul in levare (Keep A Cool Head, Rudy Got Soul) e messaggi stilosi (Unity, It’s A Shame, Wise Man), embrionale consapevolezza roots (Pretty Africa), echi errebì (Mother Long Tongue) e vibranti ombre (Fu Manchu).

Uomo da singoli, “Des”. Somma prova la Israelites, che – riarrangiata a misura del palato bianco – nel ‘69 conquista le chart europee e americane. Ironia della sorte, dietro alla metafora della schiavitù ebraica in Egitto c’è il dramma della deportazione degli africani nel nuovo Mondo. A causa dell’accento fuori dai Caraibi nessuno capisce ma tutti si abbandonano a una carezzevole melanconia che è pianto trattenuto di ataviche sofferenze. Pur centrando ancora il bersaglio artisticamente – soprattutto con la filastrocche It’s Not Easy e A It Mek; con l’incastro perfetto di corde e fiati Rude Boy Train – Dekker non arriverà più così in alto. L’approssimarsi dei ‘70 segna il trasferimento definitivo nel Regno Unito e il successo – vergato da Jimmy Cliff, altro protetto di Leslie – della You Can Get It If You Really Want sfavillante ottoni e istantaneo appeal.

dekkah a singin'

Rarità nel contesto giamaicano, Desmond resta fedele a un marchio discografico fino all’agosto ’71, quando all’improvviso Kong muore per attacco cardiaco. Perso il mentore, va in pezzi; terrorizzato, si prende una pausa, poi pubblica mediocrità fino allo ska revival. Il contratto con la Stiff porta un Black & Dekker che mescola vecchio e nuovo con i Rumour di Graham Parker, laddove nell’81 è Robert Palmer che supervisiona Compass Point. Nulla di paragonabile non solo ai vecchi tempi, ma anche ai tanti concerti di un individuo pessimamente gestito dai manager che nel 1984 dichiara bancarotta. Nuovo silenzio fino al 1990, allorché uno spot televisivo che utilizza Israelites spinge a tornare con avanzi degli Specials. Nostalgia, certo, eppure da me non leggerete nulla di male su un colosso che ci lasciava sessantaquattrenne, pronto per l’ennesimo tour. Ob-la-di, ob-la-da, life goes on, bro’…

Classics Revisited: L’uomo che parlava ai delfini

Questa è la storia di una meteora che lasciò nel cielo la scia luccicante di un Capolavoro. La storia di un precursore che mescolò folk, rock e jazz in una “other side of this life” come una sfinge che parlava solo tramite le canzoni. La storia di Fred Neil, mistero mite e riservato fuggito accanto ad animali amati più del successo che costantemente gli si negò. Arduo peraltro immaginarsi rockstar questo gentiluomo sudista rossiccio, pallido e coperto di efelidi, sguardo triste e voce come il ventre vellutato di una miniera. Tant’è. Tanto fu.

Frederick Neil nasce nel marzo 1936 in Ohio ma viene su Florida e spostandosi lungo il sud con il padre, che di mestiere ripara i jukebox della Wurlitzer. A sei anni imbraccia una chitarra grande quanto lui e nemmeno quindicenne pare mercanteggi rockabilly a Memphis dopo esser passato dal Grand Ole Opry. Influenze che verranno a galla più tardi, siccome al tramonto dei Cinquanta lo assumono al newyorchese Brill Building, dove tra i clienti vanta Buddy Holly e Roy Orbison. Una manciata di 45 giri a suo nome caduti nel vuoto (nulla di che, attesterà nel 2008 il CD Fallout Trav’lin Man), la notte appartiene alla segatura e alle luci fumose del Café Wha?, del Bitter End e del Gaslight.

fred in the city

 

I tempi corrono verso il cambiamento: Neil capisce e incrocia la via con Karen Dalton, Dino Valente, David Crosby e Bob Dylan. Tutti osannano l’audace che propone materiale autografo con una mossa in anticipo sui tempi. Del ‘64 l’accordo con la Elektra per l’acustico Tear Down The Walls spartito con Vince Martin e la profondità vocale “cashiana” di I Know You Rider, della mesta Red Flowers e di un’innodica title track, laddove il teso sferragliare di Baby e l’asciutta Wild Child In The World Of Trouble preconizzano il futuro prossimo. Scarso il ritorno ma l’etichetta propone il bis solitario.

Di Bleecker & MacDougal trovo fantastico tutto, in primis la copertina che immortala il songwriter nel cuore della New York del ‘65 che ho sempre sognato. Le note originali di Skip Weshner tratteggiano l’autore all’incrocio delle strade che delimitano la rivoluzione folk urbana. Eppure, guardando attentamente, lo vedo sul punto di uscire dall’inquadratura per spingersi nell’ignoto. Privo di batteria ma dal piglio esecutivo innegabilmente rock, ospita i confermati John Sebastian e Felix Pappalardi più il chitarrista Pete Childs in blues dell’anima (il brano omonimo, Blues On The Ceiling, Travelin’ Shoes) e melodie inestimabili come il classico più volte ripreso Other Side Of This Life e una Little Bit Of Rain dove conversano borbottii e aeree lamine. Eppure Fred andrà oltre.

fred neil

 

Attende il terzo passo per accasarsi alla Capitol e riassumersi nell’omonimia con una diversa cadenza del vivere. Va a stare con la dolce metà Linda a Coconut Grove – Florida: casa è casa – e nel ’66 congiunge l’embrione di Buckley Sr. con un Johnny Cash già ruga colata nella Storia. In Fred Neil lo spazio tra dodici battute acustiche e folk acidulo è percorso su tamburi d’ovatta, elettricità in scorze jazz, plettri scompigliati dall’unicità. Un brano lo avete ascoltato tutti ed è Everybody’s Talkin’, successone di Harry Nilsson entro un biennio grazie al film “Un Uomo Da Marciapiede”.

Affidatevi alla scarna meditazione originale e a The Dolphins, sublime e liquida ode in sconsolati filamenti; a I’ve Got A Secret, dove Elizabeth Cotten attraversa campagne appena inurbate; a una That’s The Bag I’m In che è vangelo travasato in Mark Lanegan. Faretheewell (Fred’s Tune) sbuca tra quinte di contrabbasso e chitarra mentre Everything Happens swinga virile e – dietro il brio per nulla narcotico di Sweet CocaineBa-De-Da dipinge un Sudamerica della mente. Infine, la stralunata Green Rocky Road introduce all’etnodelico vortice Cynicrustpetefredjohn Raga. Meraviglia che consegna l’artista agli annali mentre l’essere umano svanisce in punta di piedi su un’isola che non c’è.

fred

 

Nel 1968 l’ottimo Sessions espande durata e atmosfere in laconiche sospensioni jam a briglia salda, profumi di raga e spettrali, immani anticipi di Lorca come Merry Go Round e Look Over Yonder.  Quando Everybody’s Talkin’ ha fruttato denaro bastante, Neil si ritira da imbattuto Campione e con l’amico Ric O’Barry fonda il Dolphin Research Project, associazione ambientalista dedita alla salvaguardia dei mammiferi acquatici. Mi piace pensare che così volesse salvare i delfini dalla crudeltà di “Sea World” e se medesimo dalla follia di uno showbiz non granché diverso.

Declinati inviti allo show di Johnny Cash e a un tour con Harry Belafonte, nel ’71 Other Side Of This Life raccoglie versioni live o alternative di pagine conosciute e qualche inedito. Poi basta. Il buen retiro sarà spezzato a Montreux nel ’75 insieme a Childs, Sebastian e Harvey Brooks; ventiquattro mesi più tardi per un benefit in Giappone accanto a Jackson Browne e Richie Havens; nel 1981 con Buzz Linhart, in un pub cittadino. Immagino Frederick quieto e felice tra le mura di casa finché un brutto male lo porta via nel luglio 2001, talento sublime con di fronte a sé spalancata l’eternità per cantare ai delfini.

Kult Korner: Acid wonderland – la psichedelia modernista dei Plasticland

Un trentennio abbondante dopo i fatti e sulla neo-psichedelia degli ’80 ancora si discute. Di nuovo in auge grazie a Black Angels, Warlocks e compagnia bella schitarrante, in realtà quel fantastico mutaforma che amo definire acid style non è mai svanito da che ci lanciavamo in animate polemiche su “recuperi” più o meno creativi. Col dovuto distacco, oggi il quadro pare più ampio e bravo il collega Roberto Calabrò nell’escogitare la definizione neo-sixties: solo così contestualizzi adeguatamente e meritatamente chi, allo sfiorire della new wave, pescava nella memoria idee da adattare al presente.

E se talvolta fu revival e basta, bene lo stesso, ché altrimenti una certa tradizione si sarebbe perduta in era pre-internet. Non in questo specifico caso, poiché in mezzo alla California del Paisley Underground e ai garage newyorchesi si stendevano miglia di provincia dove il decentramento favoriva un approccio personale. Esempi a poli opposti di notorietà la Athens dei R.E.M. e Milwaukee, dimora degli alchimisti di Plastilandia.

plasti paisley

Autentici temerari nei primi Settanta John Frankovic (basso) e Glenn Rehse (voce, tastiere, chitarra), allorché nella città dei birrifici e di “Happy Days” mischiavano psichedelia, jazz e rumore come William The Conqueror. Uno adora Canterbury e il krautrock, l’altro ha numi tutelari in Blue Cheer, MC5 ed S.F. Sorrow e in tale eurocentrica mescolanza trovo molta singolarità futura. L’hard rock li spinge a reagire ripartendo con gli ostici Arousing Polaris, i quali chiudono bottega a inizio 1980. In estate rinascono Plasticland e Mink Dress/Office Skills – primo di cinque 7” autoprodotti – infila il lato A tra Tomorrow, July e Pink Floyd mentre il retro fonde stridori e melodia in scia a Soft Boys e Television Personalities.

Nel maggio 1981 l’EP Vibrasonics From Plasticland offre elaborate cartoline acide ed ecco arrivare la sei corde di Brian Ritchie. Ammiratore di lungo corso, Brian suona soltanto nel popedelico, orientaleggiante e imperdibile Color Appreciation/Mushroom Hill dell’aprile ’82 e poi forma i Violent Femmes. Lo rimpiazza l’abile Dan Mullen e, malgrado il costante valzer di batteristi, i Plasticland impressionano per l’eclettismo e la preparazione superiori lasciate in dote dall’età e dalla lunga gavetta.

plasticland

Suggello della prima fase l’EP Pop! Op Drops (apici lo scontro Bo Diddley/Tomorrow di Garden In Pain e il basso energico sotto al derapante fuzz in Drive Accident Prone) e il garagismo pastello di Euphoric Trapdoor Shoes/Rattail Comb. Nel 1984 infatti Glenn e John convincono la francese Lolita ad assemblare un 33 giri ripescando buona parte di quanto sopra (potete recuperare il materiale escluso con demo e rarità sul consigliato CD Mink Dress And Other Cats). Nonostante la logica e lieve disorganicità, Color Appreciation vanta una scrittura stravagante priva di forzature e radici messe in policromia su bianco rileggendo Pretty Things e Pinkerton’s Assorted Colours.

Plasticland sarà la versione per la madrepatria con la scaletta ritoccata: pubblica Pink Dust, sottomarca Enigma che l’anno seguente piazza sotto il vischio il “vero” debutto Wonder Wonderful Wonderland. In quei solchi, suoni pastosi e produzione accurata incorniciano la filastrocca Don’t Let It All Pass Bye e la spigliata Flower Scene, il prestito dai Can Grassland Of Reeds And Things e il fumigare di Gloria Knight, la title-track dove Brian Wilson si aggira impaurito e una Transparencies, Friends dove perfino scorgi gli Stereolab.

plasti salon

Saldato il conto con El Syd rifacendo Octopus sul tributo Beyond The Wildwood, tre decenni or sono Salon conduceva le sonorità in una dimensione un po’ più terrena. Scherzosamente annunciato come “Motown oriented”, sistema in tralice le nervature black escogitando il frizzante beat Go A Go-Go Time e il Beefheart moderno di Don’t Antagonize Me, l’immaginifico freakbeat It’s A Dog’s Life e i trip maligni A Quick Commentary On Wax Museums e We Can’t. Per tacer delle Reserving The Right To Change My Mind e House che, calcando la mano su esecuzione e sonorità, preconizzano i Black Angels maturi. Sogno o son desto?

Immediato il declino a fine decennio: fiacchi i live su Midnight You Need A Fairy Godmother con Twink e Confetti, dimesso il commiato in studio Dapper Snappings uscito postumo nel ‘94. In parallelo alle carriere soliste dei leader, la sigla coprirà una sporadica attività dal vivo dal 2008 portata avanti dal solo Rehse più comprimari. Passo oltre consigliando ai pigri l’antologia Make Yourself A Happening Machine. Per la plasticmania basterà loro un ascolto. Parola d’onore.

Tur(r)ista per caso: African Head Charge – World Dub Explosion!

Tra Giamaica, Africa e Albione si dipana una fitta rete di influenze che quel genio di Adrian Maxwell Sherwood ha dispiegato benissimo con il marchio ON-U Sound. Soprattutto tramite African Head Charge, Dub Syndicate e New Age Steppers, formazioni che plasmarono il futuro passando per lo più inosservate a causa del famigerato gusto medio non ancora pronto. Guardandosi indietro, Adrian di rabbia ne avrebbe, ché l’unica cosa mancata alla sua creatura – così unica che la si considera uno stile a sé; così tipica che nei ‘90 i negozi inglesi avevano una sezione a essa dedicata; così “avanti” che le uscite recavano impressa una data di dieci anni posteriore: nessuna presunzione – è giustappunto il successo.

Intendo il successo di allievi straordinari come Massive Attack, inconcepibili senza questo crossover stilistico e vocazionale figlio dell’apertura mentale del post-punk. Lo stesso per Screamadelica e Millions Now Living…, per le dilatazioni degli Him e le cupezze illbient. Per Orb e XX, come no. Autentico monumento sonoro al multiculturalismo, la ON-U Sound precorse il nostro oggi intrecciando passato e presente: con l’unione fra tribalismo e tecnologia, fra atavici rituali e moderne ansie, gli African Head Charge ne incarnano l’anima più profonda. Gli scettici si procurino Environmental Holes & Drastic Tracks, box che l’anno scorso ne raccoglieva i primi quattro lavori aggiungendo un dischetto di rarità e inediti. Avranno di che stupirsi. A lungo.

Bonjo and Adrian

 

Galeotti Brian Eno e David Byrne… La scintilla un intervista con l’ex Roxy in cui si colse la frase “visione di un’Africa psichedelica” a proposito di My Life In The Bush Of Ghosts, Capo d’opera che scoperchiò i cervelli di Mr. Sherwood e Bonjo Iyabinghi Noah, ovvero il rastaman Burnell Ralston Anderson giunto a Londra a fine ’60 con un talento per le percussioni nyabinghi. Costui sgobba per Dandy Livingstone e milita nei Foundations finché un amico lo introduce nell’estrema sinistra del reggae britannico, dove conosce Adrian, intento a fondare un’etichetta lontana dalle convenzioni. Bonjo suona con svariati nomi della scuderia e acquisisce sicurezza, poi con il mixologist vara gli African Head Charge, ensemble “aperto” perfetto per allestire lunghe jam nello studio di costui, il Berry Street, autentico buco sottoterra spiritosamente omaggiato nell’LP d’esordio e utilizzato come strumento a tutti gli effetti.

Fortuna vuole che quella tana possegga una peculiare risonanza, una sorta di cupezza trafitta da tiepidi raggi di sole che impediscono alle atmosfere di diventare eccessivamente tetre. Questo uno dei segreti, gli altri essendo immaginazione, estro e lo sperimentalismo naturale scaturito da anime affini. Ricetta esibita nell’81 aprendo My Life In A Hole In The Ground su Elastic Dance: battito minimale danzabile e scacciapensieri che ronza sopra un’onda anomala di synth la rendono attualissima come la Far Away Chant cantata da Prince Far I, un’ipnotica Family Doctoring e la cantilena Stebeni’s Theme. Riferimenti trasfigurati: Albert Ayler in Stone Charge, il Bosforo per Primal One Drop, l’eco robusta di Soon Over Babaluma dentro Hole In The Roof.

AHC box

 

Dodici mesi ed Environmental Studies approfondisce la fusione tra dub e impro. Il parterre di musicisti – tra gli altri: l’esperto batterista Style Scott, Steve Beresford, l’ex Pop Group Bruce Smith – spiega l’attitudine generale e la persuasività del mutant-rocksteady Beriberi, della cinematica Crocodile Hand Luggage, del maestoso orientaleggiare di Dinosaur’s Lament, del jazz libero High Protein Snack. Terzo LP in altrettanti calendari, Drastic Season è inciso ai Southern Studios avvalendosi del digitale: il suono si spezzetta viepiù in un taglia e cuci burroughsiano, acuisce gli spigoli – splendida eccezione l’estasi davisiana Fruit Market – avventurandosi in territori ostici o alien(at)i. Alle azzeccate ipotesi di Pere Ubu afro-caraibici replicano lo scintillante apocrifo Can di Timbuktu Express e la disturbata Depth Charge.

Conscio di non potersi spingere oltre senza incappare nell’autismo, il gruppo volta pagina approdando sul palco e a vibranti suggestioni etniche. A un lustro dall’esordio Off The Beaten Track disegna paesaggi di dub tribale multi-mondista che faranno scuola. Il ritmo accoglie linearità e l’ipnosi emerge dall’intersecarsi tra percussioni, loop e campionamenti. Nell’aria profumata d’India dalla title-track e abitata da eccelse sarabande stonate, vibrano una Language & Mentality che assolda Albert Einstein nel ruolo di MC, il didgeridoo di Down Under Again, la filmica Some Bizarre e il violino tzigano che percorre Over The Sky.

AHC Praise

 

Nessun seguito fino al 1990, l’attesa ripagata dal sublime Canto Libero Songs Of Praise. Insieme terrigno e mistico, integra registrazioni sul campo a un pulsare ritmico-melodico che sottrae l’etnomusicologia a musei e accademie. In Cattle Herders Chant una chitarra highlife si annoda alla chiamata e risposta vocale, Orderliness, Godliness… e My God sono reggae di giungla e chiesa, Hymn immagina Paul Simon nelle pieghe di Sandinista!. Ancora: Free Chant caracolla su spiagge brasiliane, Hold Some More trattiene la sabbia del Ténéré, Gospel Train e Chant For The Spirits preconizzano il blues contaminato di quei Little Axe che proprio da una costola degli Africani nasceranno.    

Al capolavoro risponde nel ‘93 In Pursuit Of Shashamane Land, completando con somma eleganza l’arrotondamento delle forme. Dopo di che Bonjo mette su famiglia in Ghana e pubblica senza Sherwood per i problemi economici attraversati dalla On-U Sound. Tuttavia la magia latita e il duo si ritrova nel 2005: African Head Charge sono in tour con gli Asian Dub Foundation, Adrian troneggia alla consolle e si confeziona Visions Of A Psychedelic Africa, fuori cinque anni dopo tallonato nel 2011 da Voodoo Of The Godsent. Intatte classe e bellezza, entrambi si esprimono con linguaggi che provengono dal passato e restano tuttora futuristici. Incredibili a dirsi, meravigliosi ad ascoltarsi.