Classics Revisited: Tim, ragazzo pecora nera

Dicono che dietro ogni grande uomo vi sia una donna (come minimo…) altrettanto grande. Per molti versi questo rappresenta un riassunto di Tim Hardin, sprofondato nel baratro dopo l’incontro con chi ispirò le melodie e l’amore che non lo salvarono da se stesso. Le une e l’altro sono quanto voglio ricordare, confinando vizi e misfatti in un angolo male illuminato ed elencandoli sbrigativamente per dovere cronachistico. James Timothy Hardin nasce a Eugene, Oregon, due giorni prima del Natale 1941 e (come mai smentì, perché tutto fa mito) non discende dal fuorilegge John Wesley che il suo fan Dylan canterà. Le sette note sono pane quotidiano: mamma Molly suona il violino e babbo Hal è jazzista.

Lui, invece, un irrequieto che diciottenne molla tutto per la ferma biennale coi marines nel sud-est asiatico, da dove torna dipendente dall’eroina. Studia recitazione a New York ma l’accademia è troppo inquadrata, per cui sfacchina sul blues nel Greenwich Village e a Boston finché nel ‘63 la Columbia lo nota. I risultati usciranno soltanto quattro anni dopo su This Is Tim Hardin, tradotti in un pugno di vibranti traditional più la spavalda Danville Dame, i nervi di Fast Freight, una Blues On The Ceilin’ di Fred Neil che è sussurro notturno di un venti-e-qualcosa che già ha vissuto il doppio.

verve recordings

Falsa partenza che prelude a un 1966 nel quale la Verve ha raccolto il pennino blues-folk di riflessiva vocalità intinto in beat, pop e (molto) jazz per acclararne la statura di classico. La Musa di Tim Hardin 1 si chiama Susan Yardley Morss, attrice conosciuta un anno prima a L.A. e fiamma che arde nel profondo della Reason To Believe da suonare ogni giorno ai vostri Lui/Lei e osservarli sciogliersi come neve al sole, dentro la polvere d’armonica di Green Rocky Road, nel Nick Drake presagito da While You’re On Your Way e l’Antony altrettanto in Part Of The Wind, nella How Can We Hang On To A Dream che spoglia l’anima fino al cuore e una Misty Roses da romantico seduttore.

Incredibile a dirsi, costui si supera il febbraio seguente, quando Susan dà alla luce Damion e lui rimbalza tra l’ospedale e lo studio. Tim Hardin 2 poggia su voce, chitarra e archi sottili splendendo più che mai in If I Were A Carpenter, nella Red Balloon che ascende in punta di plettri, nell’ode Lady Came From Baltimore. Se Black Sheep Boy è fiabesca confessione limpida come il cielo dopo un temporale, Baby Close Its Eyes fotografa Brian Wilson sull’orlo del crollo; se Speak Like A Child inventa i “nuovi” acustici del Duemila, il folk nudo di Tribute To Hank Williams incastona premonizioni e brividi.

Hardin in woodstock

Lungo la scalata al successo, però, le piccole crepe diventano voragini che l’ago (non) riempie. Il manager Steve Paul tiene duro e raccoglie la line-up di Tim Hardin 3-Live In Concert, Capolavoro assoluto raccolto a New York dell’aprile Sessantotto dove il repertorio e la perfezione dell’insieme luccicano viepiù grazie agli abiti cuciti da Mike Mainieri ed Eddie Gomez. Quando esce, ci sono già Van Morrison (col quale Tim aveva in precedenza condiviso alcune date…) in giro e Buckley nel firmamento: il treno è andato, nonostante la presenza al festival di Woodstock e il buen retiro vicino al convalescente Zimmie con gli affetti più intimi.

Al ritorno di Tim chez Columbia la Verve risponde con gli avanzi blueseggianti del quarto LP omonimo che, pur lontani dagli assi di cui sopra, valgono l’ascolto. Stanno con i primi due LP e diversi pregevoli inediti su Hang On To A Dream: The Verve Years, doppio CD che nel ’94 riportò l’autore alle cronache. Memorizzate, commuovetevi, godete. Poi risalite indietro ma avanti a Suite For Susan Moore And Damion, dichiarazione di intenti verso chi di Hardin cercava ancora di tamponare le fragilità. Torpido e raccolto, è un coraggioso atto d’amore e autoanalisi che distilla le ultime gocce di Talento.

sad Tim

Nel cantautore dimezzato è infine la scimmia a vincere. Esasperata, Susan prende il figlio e addio. Solo e inaridito, il Nostro non ha materiale bastante a un 33 giri e Bird On A Wire trova nel ’71 un senso nella vetta coheniana, trasportata a ragionar d’amara esistenza in una chiesa sudista. Impietoso, il retrocopertina ritrae un individuo torvo e sfatto, il ciuffo che arretra e un profetico rapace alle spalle. Ceduti i diritti dei brani in cambio di una valigia di contanti, va a Londra per pubblicare lo scarso Painted Head, avere metadone gratis e farsi stracciare il contratto. Billy Gaff – il cui pupillo Rod Stewart ha colto un successone rileggendo Reason To Believe – interviene per il pessimo Nine e anche la comunella col semiomonimo collega Rose va presto a ramengo. Dissolvenza.

Nel 1976, il viso malinconico e dolcemente sbruffone oramai perduto, Tim torna in famiglia e la vita un pochino lo ripaga. Un amico propone un documentario televisivo e organizza nella città natale lo spettacolo immortalato da Homecoming Concert, degno di affetto perché quella sera di gennaio ’79 avresti voluto esserci a testimoniare un temporaneo Lazzaro allo specchio. Così temporaneo che il ventinove dicembre 1980 un’overdose lo stroncava. Sulla tomba incidevano un “cantava dal cuore” che è Verità da custodire in eterno. Lo stesso una musica meravigliosa che – dolceamaro paradosso – sa lenire come poche altre la fatica di vivere. Grazie infinite, black sheep boy.

 

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Kult Korner: i passi da gigante dei Boo Radleys

Sempre utile nel pop fare i conti col passato. In fondo, è una metafora di quando volgi lo sguardo indietro e, con tutta l’obiettività possibile, tiri il freno sulla nostalgia per capire meglio la giovinezza. La tua e quella altrui. Ad esempio: mai avrei predetto il clamore recente dello shoegaze, disquisendo del quale si tirano in ballo i soliti meritevoli noti, dimenticando una formazione che seppe valicare il sottogenere – qui, forse, la paradossale ragione dell’amnesia – e suonare senza tempo. Caratteristiche dei Grandi e tali erano i Boo Radleys, che trovarono il legame tra i “guardascarpe”, l’asse Postcard/Creation/Sarah e il Brit-pop per staccarsene subito con una personalissima psichedelia sul serio contaminata.

Probabile segno del destino la provenienza da Liverpool, dove nel 1988 Simon “Sice” Rowbottom (voce) e Martin Carr (chitarra e capobanda) traggono il nome da un personaggio del romanzo “Il buio oltre la siepe” e accolgono il bassista Timothy Brown e il batterista Steve Hewitt. Quest’ultimo viene sostituito nell’autunno 1990 da Rob Cieka prima del discreto debutto Ichabod And I, LP stampato dalla piccola Action e disconosciuto dagli artefici per l’eccessiva devozione ai Dinosaur Jr. Pochi mesi e John Peel caldeggia l’ingresso dei “Boos” in Rough Trade, ma prima che il marchio fallisca hanno tempo giusto per l’EP Every Heaven.

boos

Infine la band approda alla Creation, mai più lasciata e subito ringraziata con le scie My Bloody Valentine del mini Adrenaline. Spetta allo splendido Everything’s Alright Forever chiarire nel ’92 il valore del quartetto, tra aeree melanconie e modulate distorsioni che mescolano i profili di Kevin Shields e J. Mascis. Baciato da profonda sensibilità melodica (gli scettici partano da Song For The Morning To Sing), cura del dettaglio e vigore esecutivo, regala i Love incandescenti di I Feel Nothing e la multiforme Paradise, il singolo Lazy Day e l’oceanico quadretto – da Galaxie 500 spagnoleggianti – di Spaniard, la Does This Hurt? rutilante paradisiaca emotività e una Song For The Morning To Sing in cui Lennon si crede Barrett. Bontà non facilmente incasellabile e per nulla retrò malgrado i modelli evidenti, piace alla critica e a un seguito devoto benché non folto.

Entrambi restano di stucco un anno dopo di fronte a Giant Steps, caleidoscopico apice che ossequia Beach Boys, John Coltrane e Flaming Lips. Che, indeciso se speziare reggae e trip-hop con l’acido (Upon 9th And Fairchild, Rodney King) o trasfigurare Forever Changes con folate dub-noise (Butterfly McQueen, Lazarus), se porgere mutazioni progressiste (I’ve Lost The Reason, Spun Around) o drogate estasi oniriche (The White Noise Revisited, Best Lose The Fear), mescola tutto e di più in sublime art-pop (Thinking Of Ways, Run My Way Runway), in omaggi nerboruti agli Smiths (Wish I Was Skinny), in stilosa innodia (Barney… And Me).

boo steps

Consegnatisi alla Storia, quando nell’estate 1995 divampa l’isteria “brit” i ragazzi spediscono la briosa Wake Up Boo! alla nona piazza e il relativo, ottimo trentatré Wake Up! sul gradino più alto. In un’intervista alla BBC, un decennio più tardi Martin esprimerà disgusto nei confronti di quell’epoca e, in retrospettiva, la mossa incarna un vivace riassunto di inglesità sonora privo di retorica; un’azzeccatissima risposta alle mode che, con mano leggera e senno sperimentale, scombina la lezione di Zombies, Kinks e Beatles. Dura poco: nel ’96 C’mon Kids si impaluda in macchinose complessità e barocchismi, spaventando il pubblico di recente conquista e inducendo dubbi nei fan.

Gli equilibri erano fatalmente incrinati, come spiegarono uno scialbo Kingsize e lo scioglimento. Poiché la grandezza stava anche nell’interazione tra Carr e un collettivo attento, risulteranno marginali sia la carriera solista del leader che le analoghe imprese di “Sice”. Il nuovo millennio accantonava i liverpuliani fino al 2010 e alle ristampe Cherry Red di Giant Steps e Wake Up!, impreziosite da materiale reperibile solo su piccolo formato. Colà altri saggi di bravura e apertura mentale in remix curati da Augustus Pablo, Stereolab, Justin Warfield. Tu chiamala, se vuoi, superiorità.

Retronow: il magico mondo di Michael Head

Chissà cosa ha provato Michael Head quando, chitarra in mano, ha accompagnato il suo Maestro sul palco per eseguire uno tra i massimi Capolavori della musica popolare e uno dei dischi della sua – della nostra – vita. Pare che se la sia cavata degnamente e scommetterei anche meglio dell’idolo frattanto caduto tra la polvere. Nondimeno, l’ennesima incarnazione dei Love di Arthur Lee – lui, il Venerato Maestro di cui sopra – ha oggi una rilevanza marginale. Conta ricordare ai più distratti che Head (cinquantasei anni compiuti lo scorso ventiquattro novembre: auguri!) è uno dei tanti Geni venuti da Liverpool e riassumerne in breve le gesta.

Appartiene alla coda della generazione post-punk che ha appena dato nuovo lustro alla tradizione cittadina, il Michael William che diffonde nel mondo la brezza dolceamara di Forever Changes – quello il massimo Capolavoro di cui sopra – tramite il luminoso guitar-pop dei Pale Fountains. Gli va benissimo però malissimo: ottenuto un faraonico contratto con la Virgin, la metà degli ‘80 lo consacra al culto per lavori splendidi (Pacific Street e …From Across the Kitchen Table) acquistati da quattro gatti. Di conseguenza il gruppo si scioglie nell’87 e le ripartenze come Shack e Strands vanno incontro al medesimo destino.

Senor

Uno tra i più fulgidi talenti d’Albione continua a restare ignorato dai più mentre, come detto, scorta Mr. Lee e pubblica un pugno di bei lavori malgrado sfighe romanzesche che includono studi di registrazione in fiamme, master dimenticati oltreoceano, etichette fallite e il fan Noel Gallagher a offrire discografico asilo. Roba da girarci un film avendo l’accortezza del lieto fine: il nostro eroe, dopo aver rischiato di lasciarci per sempre, sfancula eroina e alcool e regala, fiero e virile, un’altra meraviglia. Del tipo che inumidisce le pupille, fa sobbalzare il cuore e riempie la schiena di brividi giocondi. Lungo il nuovo millennio Michael non si è dato per vinto: ha allestito il fluido ensemble Red Elastic Band e fondato un proprio marchio, la Violette; poi, con passo alla Shields e dicerie degne di Mavers, ha pubblicato un EP, un 7” e, dopo svariati rinvii, un album nuovo.

Ho scritto di lieto fine, no? Sappiate allora che Adios Señor Pussycat vive di una bellezza che lascia senza parole. Perché è la Bellezza di una volta, che in epoche relativamente vicine ho ascoltato in un magnifico “figlio” di questi tre quarti d’ora – non un paradosso: essi vengono da lontano e lontano andranno – come Excuses For Travellers dei Mojave 3. La Bellezza di quando la gente ci mette tutta l’anima e d’ironia giusto una spruzzatina, di quando la scrittura vola altissima, di quando delle Canzoni si calibrano i dettagli più intimi e rivelatori.

michael

In un mondo migliore sarebbero delle hit planetarie, queste gemme intense e malinconiche degne qui di Byrds e Love (rispettivamente: l’accorata rilettura di Wild Mountain Thyme, una What’s The Difference insieme stellare apocrifo e riassunto stilistico) e là di un Brian Wilson che conosce le pieghe di Paris 1919 (la sublime ballata pianistica Winter Turns To Spring).

Gioielli inestimabili che indagano morbida folkedelia (Picasso, Picklock, 4 & 4 Still Makes 8) e suadenti nomen omen sonori (il folk-rock Overjoyed), che conducono Tim Hardin nel paradiso di Bryter Layter (Picasso) e immaginano Burt Bacharach alle prese col country-soul (Rumer), che ricordano ai National chi comanda (Working Family, Queen Of All Saints) e sfoggiano un’eleganza rara sia in abiti spartani (Lavender Way) che sgargianti (Adios Amigo, Josephine). Ma queste sono solo mere parole. Il senso di Adios Señor Pussycat posso racchiuderlo in un consiglio fraterno: vogliatevi bene. Compratelo, ascoltatelo fino a spezzarvici il cuore. E se fosse un sogno, non svegliatevi. Mai.

Classics Revisited: schizzi di Spagna blu

I dischi che ti si conficcano nel cuore sanno essere dei bei soggetti. Alcuni scompigliano i pensieri e poi li riordinano; altri prendono possesso di stomaco e/o gambe come fossero la stessa cosa; altri, ancora, suggeriscono che il domani sarà una faccenda completamente diversa per chiunque. Poi ci sono gli eletti. Quelli che con te hanno stretto un patto di passione eterna, magari scaturita da un primo ascolto casuale o dalla vista della copertina.

Andò così con l’esordio degli Spain di Josh Haden, notato durante una frettolosa passeggiata nella vetrina di un negozio angusto però assai fornito. Su fondo scuro, la grafica in perfetto stile Blue Note raffigurava una seducente silhouette femminile, avvolta sul retro in spirali di fumo e pronta a perdersi, sigaretta in mano, nelle notti insonni che immaginavo frequentate da Morphine e Tom Waits. Presi al volo senza sapere altro, sicuro che potesse bastarmi.

Spain

Dalla sera stessa, The Blue Moods Of Spain riscaldò l’intero inverno 1995 e molti altri. Periodicamente lo ripesco dagli scaffali, anche se – forse, proprio perché – ognuno dei suoi sessanta minuti è stato mandato a memoria e ciò nonostante ogni volta regala le stesse sensazioni della prima. Ma la musica? Casomai qualcuno fosse all’oscuro, provo a spiegarla in breve e come meglio posso. Josh Haden, cantante e bassista, è figlio del fu Charlie che non ha certo bisogno di presentazioni. Naturale che il retaggio e il DNA abbiano contribuito alla tinta degli umori tristi promessi (e mantenuti) dal titolo.

Umori che nulla avevano in comune con l’imperante grunge e viceversa molto con il lato oscuro e melanconico della California che per il ragazzo fu luogo d’adozione. Da qui il “blu Mitchell”, declinato secondo lo slowcore in lunghi brani intrisi di mestizia sentimentale maschile – un noir d’amore, se vi pare – abbigliata con eleganza e sentimento. In altre parole, è folk-jazz cameristico fuso ai Velvet Underground di Pale Blue Eyes, al blues scarno dei Cowboy Junkies, ai linguaggi di Buckley senior e di Tim Hardin, alle candele tremolanti dei Mazzy Star.

blue moods of spain

Punti cardinali di una magia che tuttavia si racconta unica sin dall’iniziale It’s So True, stasi di corde lontane che camminano lievi verso un’esplosione che non giunge mai. Eppure è un disco caldo, questo, nel quale respiri parecchio soul insieme riconoscibile e trasfigurato, dalla liquida Ten Nights alla rotonda raffinatezza di Untitled #1, dalle dodici battute in chiave post di Dreaming Of Love a una Ray Of Light che cuce confessioni su una tromba davisiana. Un disco dove la cifra autoriale di Josh è già perfettamente definita e assistista da compagni – Ken Boudakian, chitarra e organo; Evan Hartzell, batteria; Merlo Podlewski, chitarra solista – preparati e puntuali.

Ascoltare per credere l’estasi oppiacea tratteggiata da Her Used-To-Been, ma soprattutto World Of Blue, un quarto d’ora in volo libero per ipotizzare il John Cale di Academy In Peril al timone di Happy Sad. Più che una canzone, lo sgranarsi di un’anima lungo rosari d’archi, pensieri in chiaroscuro, transitori slanci emotivi. Quando termina, rimani a bocca aperta e chiedi alla tua parte più intima cosa sia accaduto; frattanto, la sonnolenta melanconia di I Lied introduce il commiato Spiritual, nella forma esattamente ciò che il titolo racconta e nel contenuto pura trascendenza da gospel laico bianco.

Avendone la possibilità, chiederei alla buonanima di Johnny Cash e al severo Mark Lanegan cosa gli passò per la mente il giorno che l’ascoltarono e se ne vollero appropriare. Specie l’Uomo In Nero, che incontro all’ora suprema ci stava andando davvero e nella sua versione lo avverti palpabile. Si chiude così un disco meraviglioso: con un’invocazione di umanità a tal punto commovente da convincerci che, chissà, forse un dio esiste se ha concesso una tale grazia. La quale non si ripeterà più, perché gli anni scorreranno e i lavori successivi, seppur gradevoli, svaniranno schiacciati dalla bellezza di The Blue Moods Of Spain. Delicata, sublime e destinata a brillare in eterno.

Tur(r)ista per caso: Kokono N° 1 – Trance World Express

Nel cosiddetto “terzo mondo” si fa di necessità virtù. Ringraziate il colonialismo per tutto ciò e rinfrancatevi pensando a come questo modus vivendi si applichi anche alla musica. Oltre al dub mi vengono in mente i congolesi Konono N°1, soliti esibirsi per strada in danze e canti accompagnati da un arsenale di percussioni metalliche e di likembé, uno strumento autoctono – noto anche come thumb piano – nel quale sottili lamine fissate a un’estremità sono abbassate producendo una vibrazione al contempo dolce e tagliente.

A un certo punto la nutrita congrega si rendeva conto della necessità di un’amplificazione: se la saranno mica comprata? Figurarsi! La costruivano con materiali prelevati dalle discariche, così che i loro strumenti sono oggetti sul serio trovati alla faccia del dadaismo e degli Einstürzende Neubauten. Trovatemi altri che siano più DIY, indipendenti e attitudinalmente punk. Poi rintracciate qualcuno al contempo primordiale e futuribile, ipnotico con sensualità e sperimentale.

Congotronics

Lontanissimo da qualsiasi freddezza, il suono dei Kokono N°1 possiede bellezza, slancio e inventiva degne del rock, dell’elettronica e del jazz più fulgidamente sperimentali. Come per ogni artista che prevede il futuro, le loro radici si spingono molto indietro. Correva infatti l’anno 1966 quando il camionista e suonatore di likembé Mingiedi Mawangu allestiva la Orchestre Tout Puissant Likembe Konono Nº1. Appartenente ai Bazombo, un’etnia dislocata sul confine tra Angola e Repubblica Democratica del Congo, ne adattava la musica rituale, di solito eseguita con fiati ottenuti da zanne di elefante, e facendo i conti con la distorsione provocata dal soundsystem ricavava qualcosa di unico.

Nell’87 un brano con già nove anni sulle spalle appariva nella compilation francese Zaire: Musiques Urbaines A Kinshasa, nondimeno bisognava aspettare il nuovo secolo per veder uscire il nome dai circoli degli intenditori. Il produttore belga Vincent Kenis andava a stanarli e registrava per Crammed Discs l’epocale Congotronics del 2004, che lasciava a bocca aperta la stampa e il segno su chiunque, da Grizzly Bear ad Animal Collective e Andrew Bird passando per Bjork e Herbie Hancock, che in seguito collaboreranno con l’ensemble africano.

konono

Merito di una forza comunicativa che stordisce e affascina, sciogliendo brani lunghissimi che come maree frenetiche però benevole avvincono in un gioco instancabile di tensione e rilascio. Lasciando infine felici schiavi del ritmo e anche per questo li consiglio anche se della world music non vi importa nulla. Perdonatemi per aver usato quell’orrida parola, sapendo sin da ora che per innamorarvi basterà un ascolto e procurarsi i live Lubuaku e At Couleur Café e la successiva puntata in studio Assume Crash Position. Intanto Mingiedi cedeva lo scettro al rampollo Augustin ed usciva il doppio Tradi-Mods Vs Rockers, tributo con cover e remix cui partecipavano, tra i tanti, gente come Oneida, Deerhoof, Wildbirds & Peacedrums.

Morendo ottantacinquenne nel 2015, Mawangu padre si perdeva la partecipazione allo splendido From Kinshasa dei Mbongwana Star e l’apprezzabile Konono Nº1 Meets Batida. A metà dell’ottobre scorso purtroppo lo ha seguito anche Augustin, da tempo malato, e la torcia ora è nelle mani di suo figlio Makonda e del cantante Menga Waku. Rendetegli grazie ogni volta che darete in pasto allo stereo questa creatura che vi stringe a sé come un mantra stordente, come una danza contagiosa, come una trance mesmerica. Come una madre atavica che risiede nel nostro angolo più remoto, pronta a risvegliarsi ogni volta che lo vogliamo.

 

Retronow: messaggi dall’Imperatore Nero

Parafrasando Charles Trenet, viene da chiedersi que reste-t-il du post-rock? Cosa resta, insomma, a circa vent’anni dall’esplosione mediatica su media scala di un non genere da annoverare tra le ultime rivoluzioni (appropriatamente defilata) della musica popolare? Soltanto bei ricordi e un pugno di ceneri se si guarda in talune direzioni, laddove in Canada il fuoco tuttora brucia e l’etichetta Constellation – checché ne scrivano certuni – rappresenta una garanzia. Il post-rock, dicevo. Significativo che la gran parte dei suoi alfieri scansasse la definizione, proprio come fu per una new wave a sua volta etichettata anche “post-punk”. In maniera analoga, spetta al prefisso spiegare qualcosa di sfuggente che in sostanza è più attitudine che stile. La chiave rivelatrice sta in quel “dopo” che significa “oltre”. Che significa superare i cliché di un rock che in mano a troppe mezze seghe era/è mera ridicolaggine.

Luciferian

In altre parole, gettare nel calderone rischio, estro, fantasia, sperimentazione per spostare il confine più avanti. Di qualche centimetro, certo, ché ormai il tempo dei passi da gigante è finito da un pezzo. Con il rischio latente – poi diventato una zavorra per alcuni protagonisti: ad esempio i Tortoise – di scadere in intellettualismi frigidi e ostentazioni di abilità e arguzia fini a sé stesse. Ecco: ciò che permette ai Godspeed You! Black Emperor di essere vivi è proprio un senso dell’umano che poco alla volta sorge e abbaglia. Tra i maelstrom sonici e le liturgie sospese, è un blues come condizione dell’anima a venire a galla, spiritualità pura che si misura con l’orrore del mondo senza melodrammi né retorica. Se vi pare poco, passate oltre.

Sono in un certo senso i Grateful Dead della loro generazione, costoro. Però persi tra i solchi di un ipotetico A Saucerful Of Secrets causa e non presupposto del krautrock; però con ospiti Amon Düül II, King Crimson e Quicksilver Messenger Service; però con Ennio Morricone, Glenn Branca e Terry Riley a orchestrare; però con un retroterra anarco-punk e profumi di “trance” californiana. Più o meno. Musica pressoché impossibile da descrivere a parole, tanti e tali sono gli elementi che la compongono: per questo ogni ascolto esalta e regala brividi come fosse il primo. Inoltre, Genio, idee e vigore sono inscindibili dalla questione “politica”, poiché i ragazzi sono fieri ma non tronfi, si schierano senza tenere comizi e razzolano come predicano. Al caos contrappongono oggi sonorità poco più distese a sottolineare che, essendo l’apocalisse già tra noi, dobbiamo erigere muraglie di bellezza a nostra difesa.

GY!BE

Questa la sostanza di quattro tracce più concise – per gli standard dei GY!BE, ovviamente – ma compatte e stratificate come si conviene. Un senso di virile malinconia le avvolge, benedicendo progressioni qui rumoriste e là favolosamente spaghetti western, chitarre vertiginose e tamburi furibondi, elevazioni commoventi e ira funesta. Il felice paradosso essendo che nel momento in cui rinunciano a voci trovate e registrazioni sul campo i canadesi consegnano la loro opera sin qui più emozionale: quaranta meravigliosi minuti che raggiungono un apice lirico nella chiusura Anthem For No State. Dalla quale vi verrà subito voglia di ripartire e di immergervi più volte nella profondità e nel fascino di Luciferian Towers. Il giorno in cui gli incazzati del mondo erediteranno la terra, questa sarà la colonna sonora. Che la festa cominci già adesso.

Kult Korner: Six Finger Satellite – neu wave über alles!

Senza cuore e artisti laddove i loro compatrioti sono accorati e senz’arte, i Six Finger Satellite sono il miglior gruppo Sub Pop da chi-sapete-voi.” (“Melody Maker”)

Ci aveva quasi preso, il “Melody Maker”. Benché fosse gonfio di sarcasmo, i ragazzi di Providence (Rhode Island) un cuore l’avevano. Pare che gli innamorati possano rivelarsi critici spietati dell’oggetto dei loro sentimenti: ebbene, i Six Finger Satellite amavano l’America da figli degeneri che ne mostravano il lato sgradevole recuperando un passato sonoro ancora oscuro. Se infatti “post-punk elettronico” e “Germania anni ‘70” sono oggi argomenti da aperitivo per hipster fancazzisti, nel 1992 restavano roba da carbonari.

Al contrario di svariati epigoni, però, il Satellite ancora orbita ai margini della storiografia perché il gusto – anche quello che ama definirsi “ricercato” – rifiuta la cattiveria reale. Parlo della cattiveria necessaria a dipingere il vuoto circostante come accade in certi episodi di “Black Mirror” o della cattiveria umanista di Devo, Chrome, Pere Ubu. Penso a loro concittadini come lo scrittore H.P. Lovecraft e gli eversori sonici Arab On Radar. Un digestivo mi aiuta a ragionare su cosa colà vi sia nell’acquedotto. Nulla: è la provincia. La prospettiva (di)storta e consapevole che dietro un’apparente normalità qualcosa stride e strilla. Sempre.

6fs stilosi

Una band siffatta poteva nascere solo al crepuscolo di un’era e cioè nel 1990, allorché il fortino indie statunitense inizia a vacillare e i Pussy Galore demoliscono i resti dell’innocenza rock. Mentre il revival dei Sessanta cede il posto allo zolfo anni ‘70, Jeremiah “J.” Ryan (voce/tastiere), Chris Dixon (basso), Rick Pelletier (batteria), John MacLean e Peter Phillips (chitarre) vanno oltre con il fervore di chi è cresciuto con l’hardcore punk. Un demo inviato alla Sub Pop esce nel ’92 sull’EP Weapon, cui replica un doppio 7” con i Green Magnet School.

Un anno dopo quelle promesse allettanti, in The Pigeon Is The Most Popular Bird Kurt Niemand rimpiazza Dixon e Bob Weston rifinisce strumentali tra abbozzo e sintesi kraut e space, mentre i brani più compiuti rileggono la new wave e i relativi antesignani con sagace distacco critico. Laughing Larry schizza urticando da Metal Box, Save The Last Dance For Larry concentra l’esasperazione di Entertainment! e Love (Via Satellite) pare un inedito dei Mission Of Burma. Omaggiati altrove Birthday Party e Jesus Lizard, in faccia ti si stampano anche il boogie blues destrutturato Hi-Lo Jerk e la demenza in jazz di Takes One To Know One. Sotto al rumore, ritmi ed elettronica suonano post. Di già.

Severe Exposure

Argomentazioni ribadite tramite il 10” Machine Cuisine e un semiomonimo nastro, dopo di che Phillips esce di scena e un’overdose stronca Niemand. Arrivato James Apt, la metà dei Novanta accoglie Severe Exposure, favoloso calcio che sfonda la porta per Trans Am, Liars e Rapture con un tossico – ma inebriante – cocktail di Nuova Onda strapazzata a dovere, dall’isteria danzereccia di Cockfight agli echi industriali di Simian Fever, dalle adrenaliniche Bad Comrade e Dark Companion agli sfregi Rabies e Where Humans Go e alla battente Parlour Games. Bellezza che un po’ offusca il valido successore Paranormalized, certo non nella tagliente Greatest Hit, in una Coke And Mirrors da John Lydon rimbambito dalle strobo, nella ronzante Paralyzed By Normal Life e nella follia metodologica di Slave Traitor. Per evitare eventuali cadute nel cliché, la ghenga accoglie un tipo promettente di nome James Murphy.

Lui il soundman sul palco e il produttore di Law Of Ruins, che diciannove anni or sono rinfrescava lo stile con saggi elettro-dub, inchini agli Ash Ra Tempel, ipotesi di Sonic Youth al silicio e nuovi miracoli hard rock. La favolosa e ispirata botta di vita chiude un ciclo: MacLean si accomoda alla murphiana DFA e sopraggiungono problemi con la Sub Pop. Nel ‘99 Ryan e Pelletier serrano le fila: senza registrare per un biennio, passano alla Load per il piatto noise-punk di Half Control; in una separazione più lunga, Pelletier si dava al dub coi La Machine e suonava la batteria nei Chinese Stars e Ryan lo trovavi in Colorado negli Athletic Automaton. Nel 2009, il dignitoso A Good Year For Hardness sanciva la conclusione della vicenda. Cuore e anima non si erano bruciati e da allora regna la quiete. Severa ma giusta.