Judee Sill: caduta e ascesa di una fenice

Quando scrivi di musica nell’era di internet, cercare di raccontare le persone è ciò che conta. Essendo i fatti (calunnie e falsità incluse) a portata di click, porli in relazione costituisce un valore aggiunto e idem capire cosa sta dietro la biografia. Studiando le vite degli altri, rifletto su quanto di esse abiti nei dischi e a volte scopro cose spiacevoli che tratto con i guanti, poiché detesto la morbosità e le agiografie e preferisco interessarmi cosa spinge un essere umano verso determinate scelte. Pur sapendo che l’artista non appartiene a questo pianeta, è così che ci gettiamo nelle anime altrui per capire la nostra. A maggior ragione se una donna – intensa e naturale come un fiore che si apre al sole – trasforma insicurezze e massimi sistemi in emozione pura. Perché di amore e della sua assenza si scrive sulla pelle, perché la femminilità è uno stato che prescinde dal corpo, perché il destino si rivela giorno per giorno.

Incontrare per la prima volta Judee Sill significa abbandonarsi a un’onda che ti accompagna mentre nuoti a mezz’aria. Devi sentirla, dopo di che ascolterai con orecchie diverse una differenza tra piegarsi e spezzarsi così sottile da sparire e quel blues inteso come condizione dello spirito in cerca di rifugio. Alla fine affronti il dolore, il misticismo e la (ri)scoperta avvenuta grazie all’entusiasta Jim O’Rourke, a un articolo di Mojo e alle successive ristampe. Solo due gli LP ufficiali, ma abbagliano come cattedrali sotto una volta stellata e sottolineano l’ascendente su nomi eccellenti – Joanna Newsom e Julia Holter, Warren Zevon e Beth Orton, Bill Callahan e Bonnie “Prince” Billy – che ne hanno riletto le canzoni o hanno inseguito una musica delle sfere impossibile da replicare. Il segreto della perfezione, forse, sta in un talento che ha compensato il caos con l’elevazione umanistica mentre viveva come un acrobata senza rete. Può bastare. Avanza, persino.

Breve la vita di Judee Lynne Sill, benché abbia più senso parlare di tante esistenze bruciate per riempire una voragine affettiva. Nata nell’ottobre 1944, cresce a Oakland prendendo confidenza con piano e chitarra nel bar gestito dal babbo. Quando costui muore, mamma si risposa a Los Angeles con un disegnatore di cartoni animati alcolizzato e violento e la ragazzina diventa adulta anzitempo nel peggiore dei modi, poiché il patrigno la picchia e ne abusa. Poco da stupirsi se da teenager sembra uscire da un noir di Jim Thompson: cacciata dalla scuola pubblica, all’istituto privato Judee fuma erba; ottenuto il diploma, si sposa per dispetto, rapina benzinai e negozi di liquori; in riformatorio impara a suonare l’organo e divora libri. Di nuovo libera, si lega a un contrabbassista che la introduce all’LSD finché non entra in scena Bob Harris, pianista tossicodipendente che la porta a Las Vegas per un matrimonio che non durerà. Altro giro, altro inferno: un’eroinomane orfana anche di madre firma assegni a vuoto, ruba, si prostituisce. Tornata in galera, tocca il fondo quando ricontatta il fratello e lo scopre deceduto. Ormai sola, traccia una linea e decide da che parte stare.

La ventunenne (!) che ha vissuto il doppio si accosta ai Rosacroce, all’esoterismo e all’alchimia. In un impeto febbrile scrive e, amica di gente che milita in Leaves e Turtles, ottiene un impiego da autrice conto terzi. Le Tartarughe trasformano Lady-O in una hit, David Geffen prende nota e nel ’71 la chiama alla Asylum riservando il numero uno del catalogo per Judee Sill, capolavoro che cancella i confini tra pop, colonna sonora, gospel, classica, folk. Tutto armonizzato da una calligrafia di naturale complessità e avvolto in un’orchestrazione bilanciata, della quale si occupa soprattutto Don Bagley, già nel di poco antecedente Ladies Of The Canyon che presta anche il produttore Henry Lewy. In un autentico “a sé” piovono da dimensioni ultraterrene la melodia e il corno di Crayon Angels, una The Achetypal Man mediana tra Bach e country blues, l’arcadia folk screziata di barocco in The Phantom Cowboy e di Hollywood per Ridge Rider. Tra elaborati simbolismi, sensualità criptica, arcani flower power e citazioni del romanzo L’ultima tentazione di Cristo, la voce – spesso sovraincisa in strutture corali e fughe – conficca nel cuore gli estatici rapimenti My Man On Love e Lopin’ Along Through The Cosmos, la cantabilità sofisticata di Lady-O e The Lamb Ran Away With The Crown, il gospel laico del singolo Jesus Was A Cross Maker curato da Graham Nash, il peculiare r&b Enchanted Sky Machines, l’arazzo Abracadabra. Si trascende il sublime, ogni volta privi di parole. Incantati. Stupefatti.

Lo stato di grazia prosegue nei tour con Randy Newman e Van Morrison, benché il 33 giri sia un fiasco commerciale e il tentativo di lanciare in Inghilterra una cantautrice sui generis non porti a nulla. Sospettando che Geffen la promuova in modo inadeguato, la bad girl lo insulta pesantemente e poco dopo un enorme cartellone pubblicitario sul Sunset Boulevard è rimosso. Gli obblighi contrattuali ridotti al minimo, al sostegno economico provvede un fondo fiduciario, comunque scialacquato in costosi regali ai conoscenti più cari come il poeta David Bearden, amore tormentato protratto fino a metà decennio. Nel 1973 Heart Food conferma Lewy in regia, mentre Judee si occupa delle partiture e impugna egregiamente la bacchetta pur senza alcuna esperienza. Compatto e articolato, il disco offre sonorità più piene e cose memorabili nello struggimento da favola The Kiss, in una frizzante The Pearl, nella meditabonda The Phoenix. Apice assoluto The Donor, sinfonia tascabile dove il crescendo chiesastico si scioglie su pianoforte e voce e scaglia il coro del kyrie eleison in empirei dai quali si sta per precipitare.

Esigue le vendite, due incidenti automobilistici ledono la spina dorsale della Nostra, che con i suoi trascorsi non può acquistare antidolorifici e – amaro paradosso – deve per forza ricorrere alla droga. L’ultimo sussulto nel 1974, quando esce dall’ospedale e in un giorno incide Hi, I Love You Heartily Here, album “perduto” ripescato da O’Rourke sul CD Dreams Come True del 2005 con altri inediti per uno scavo di archivi proseguito da Live In London e Songs of Rapture And Redemption. Nel centro esatto dei Settanta inizia il dissolversi silenzioso di chi, non tollerando l’invalidità crescente, torna nei luoghi dove è nata. La mattina seguente il Ringraziamento 1979 la Sill viene trovata nel suo appartamento stroncata da un’overdose. Il medico legale archivia il caso come suicidio, ma gli amici ricordano un pranzo sereno pur se disseminato di segnali – sguardi, gesti, frasi – che cogli soltanto a posteriori. Dopo la cremazione, l’oceano Pacifico ricongiunge il corpo all’universo e cala il sipario. Restano in dote musiche che rasentano l’indicibile e la consolazione che, come la fenice che cantò, Judee è viva più che mai.

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2022: i sopravvissuti

Ebbene sì: sono giorni strani. Molto strani. Giorni bruttissimi, soprattutto, nei quali il mondo cade a pezzi mentre sta cercando di liberarsi del peggiore virus che lo abita. Come al solito, alla fine di un altro anno terribilis, tampono i timori ragionando sullo stato della musica. A proposito del quale, il cinico di professione trova pane per i suoi denti e attacca la solfa – in gran parte giustificata – che una volta tutto era meglio eccetera eccetera… Tuttavia, se la produzione discografica attuale resta di dimensioni quantitativamente insensate con le inevitabili ricadute sulla qualità, possiamo sempre trarre alcune indicazioni piuttosto stimolanti. Per esempio, l’evidenza che il rallentamento creativo non sia imputabile solo alla massa delle pubblicazioni, poiché in gioco entra anche un fattore legato alla dinamica “evolutiva”, in base al quale le forme d’arte progrediscono fino a un certo punto con passi da gigante e poi vanno avanti tra rallentamenti e stagnazioni. Nel caso di un linguaggio popolare, la linea di crescita è cronologicamente più breve e cinque anni pesano come mezzo secolo di altre discipline. Nonostante tutto, la “cosa” ancora si evolve, pur se di millimetri. Di conseguenza, alla faccia dei patetici sensazionalismi, non ha bisogno di essere salvata.

Talenti ne esistono tuttora e, come accade fin dal giorno uno, pescano idee e intuizioni dal passato infondendovi uno spirito attuale e intrecciandole in fisionomie il più possibile originali. Inoltre, bisogna considerare che Internet ha mutato la struttura elicoidale del tempo in favore di un orizzonte illimitato: dall’inizio del processo sono trascorsi vent’anni e ne avvertiamo le conseguenze in una compressione inversa dove il tempo medesimo accelera a dismisura, la nostra percezione si comprime e intanto la creatività si spezzetta in una serie di microuniversi paralleli. La fatica maggiore sta dunque nella selezione e nella ricerca, poiché – facciamocene una ragione – è matematicamente certo che da qualche parte sta accadendo qualcosa di interessante e ce lo stiamo perdendo. Per quanto mi riguarda, dal 2022 emergono dischi che poggiano sull’equilibrio tra presente e passato, irrobustiti da emozioni e passione. Lavori che spesso adottano una significativa cura per la canzone nel mentre indicano come ogni sfumatura dell’universo sonoro rappresenti ormai un canone. Il che non significa fossilizzazione. Semmai, di un’enorme banca dati dalla quale attingere per rigenerarsi. E da fan di Dr. Who, so che la rigenerazione è una gran bella cosa. Buon 2023, care lettrici e cari lettori.

Survival of the best

Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You

Built To Spill –  When The Wind Forgets Your Name

Bill Callahan – Ytilaer           

Danger Mouse/Black Thought – Cheat Codes

Jake Xerxes Fussell – Good And Green Again    

Ghost Power – s/t

Michael Head & Red Elastic Band – Dear Scott  

King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me

Beth Orton – Weather Alive

Tomberlin – I Don’t Know Who Needs To Hear This…

Wilco – Cruel Country  

Yard Act –  The Overload

Premio della critica: Cowboy Junkies – Songs Of The Recollection

My country: Basement 3 – Naturalismo!

From the vaults

AA.VV. – Heavenly Remixes 3 & 4

Biff Bang Pow! – A Better Life: Complete Creations 1984-1991 

Dennis Bovell – The Dubmaster: The Essential Anthology

Broadcast – Maida Vale Sessions

Son House – Forever On My Mind

Movietone – Peel Sessions

Schegge di una vita

Vi confido un segreto. No, anzi: due. Ogni tanto mi diverto a compilare liste che sono un po’ una sorta di “gioco serio” e un po’ un tentativo di disegnare percorsi stilistici e/o personali. L’altro segreto è, come si suol dire, di Pulcinella: nella musica per comodità chiamata “popular” amo un certo tipo di canzoni. Sono quelle che ti si piantano nel cuore e te lo scrollano a dovere, facendoti male ma bene; quelle che ti strizzano le lacrime e i brividi dal corpo; quelle che carezzano anima, nervi e cuore. Quelle che danno un altro senso all’esistenza perché sono arrivate in momenti importanti per sottolineare, commentare e accompagnare. Ci ho riflettuto su e, in occasione dello speciale natalizio 2022, ne ho raccolta una manciata.

Presumo che immaginerete benissimo la fatica – e, a un certo punto, la frustrazione – generata dal dover lasciar fuori qualcosa per accogliere altro. A questo proposito, metto subito le mani avanti e confesso di aver sfacciatamente barato. Tuttavia era necessario, perché tutte queste canzoni sono importanti e mi fanno lo stesso effetto di quando per la prima volta hanno bussato alla porta o hanno sfondato la finestra. Come fossero matrioske, ne contengono altre di rilevanza pressoché pari e, di conseguenza, l’ordine in cui appaiono non è casuale né di “merito”. Piuttosto, pensate alle compilation che preparavamo per le persone speciali. Pensate all’immagine di un territorio in movimento, dove qualcuno osserva se stesso trasformarsi, tra un sorriso e un rimpianto, tra un sogno e un turbamento. Pensate alle Canzoni. Pensate alle schegge di una vita.

Intro: Delia Derbyshire – Dr. Who Theme

100) Lisa Germano – If I Think Of Love. Perché se ci penso, sei tu.

99) Depeche Mode – Enjoy The Silence. Perché le parole a volte non sono necessarie.

98) Donna Summer – I Feel Love. Perché si danza spazio/tempo-tempo/spazio.

97) Ann Peebles – I Can’t Stand The Rain. Perché tuffarcisi per annegare.

96) Primal Scream – Shine Like Stars. Perché più in alto del sole e ancora più su.

95) Air – All I Need. Perché quando scendi dal sole, l’abbraccio.

94) Chet Baker – Everything Happens To Me. Perché l’amarezza di accettare le cose.

93) Portishead – Glory Box. Perché scioglie qualcosa che conosco.

92) Smog – Batysphere. Perché da piccolo mi portavano sempre al mare.

91) Massive Attack – Hymn Of The Big Wheel. Perché la ruota gira e noi con lei

90) Bob Marley – Redemption Song. Perché questa canzone di libertà.

89) Specials – You’re Wondering Now. Perché ogni giorno mi chiedo “chissà se”.

88) Madness – My Girl. Perché lei è sempre arrabbiata con te, chissà come mai.

87) Jefferson Airplane – White Rabbit. Perché vedi mo’, a seguire il coniglio dove mai si arriva…

86) Staple Singers – Uncloudy Day. Perché le nuvole vanno e vengono.

85) Linda Perhacs – Cimmacum Rain. Perché felice quando piove.

84) Judee Sill – The Kiss. Perché il dolce incanto di un bacio.

83) Kristin Hersh – Your Ghost. Perché sogno che tu disegni cerchi attorno a me.

82) Nico – These Days. Perché bisogna ricomporsi e ritrovarsi.

81) Akron/Family – I’ll Be On The Water. Perché un giorno mi troverete lì.

80) Tim Buckley – Song To The Siren (guitar version). Perché, sull’onda, una sirena.

79) Fred Neil – The Dolphins. Perché dall’onda usciranno i delfini e giocheremo.

78) Elliot Smith – Needle In The Hay. Perché se trovi l’ago nel pagliaio.

77) Sparklehorse – Homecoming Queen. Perché un cavallo, per il regno che mai avrò.

76) Go-Betweens – Quiet Heart. Perché il tuo cuore, così quieto.

75) Stranglers – Golden Brown. Perché con la mia mente, lei, nella notte.

74) Screaming Trees – Dollar Bill. Perché goodbye mama(s).

73) Robyn Hitchcock – Airscape. Perché siamo acqua però anche aria.

72) Yo La Tengo – Tom Courtenay. Perché Julie Christie e il feedback cremoso.

71) Cure – Boys Don’t Cry. Perché piangiamo, ma solo quando non ci vedono.

70) Echo & The Bunnymen – The Killing Moon. Perché quando hai sedici anni.

69) Chris Bell – I Am The Cosmos. Perché è in espansione.

68) Pixies – Where Is My Mind?. Perché me lo chiedo?

67) Felt – Primitive Painters. Perché l’empireo è un infinito sospiro di gioia.

66) Galaxie 500 – Strange. Perché strano è chi strano è.

65) Chills – Pink Frost. Perché succedono cose non dovrebbero, ma.

64) Hüsker Dü – Turn It Around. Perché la rivoluzione nello specchio nel bagno.

63) Monochrome Set – Goodbye Joe. Perché tutte le Greta Garbo lo sanno.

62) Decemberists – The Crane Wife 3. Perché devo chinare il capo.

61) Pogues – A Pair Of Brown Eyes. Perché ci sono, e mi aspettano.

60) Billy Bragg – Greetings to the New Brunette. Perché i nostri giorni estivi.

59) David Sylvian – Ghosts (acoustic BBC version). Perché gli spettri con me.

58) Laura Nyro – Beads Of Sweat. Perché oh, tu.

57) XTC – Dear God. Perché ateo razionalista di profonda spiritualità.

56) Fairport Convention – Who Knows Where Time Goes? Perché non si sa.

55) Cowboy Junkies – Misguided Angel. Perché tutti ne amano.

54) Vic Chesnutt – Sponge. Perché il mondo è una spugna e noi pure.  

53) Pink Floyd – See Emily Play. Perché lo sguardo del “pazzo” è sempre il più acuto.

52) Stewie Wonder – I Believe (When I Fall In Love It Will Be Forever). Perché presto o tardi…

51) Lou Reed/John Cale – Hello It’s Me. Perché piovono lacrime.

50) Rain Tree Crow – Blackwater. Perché siamo acqua e non importa il colore.

49) Stone Roses – I Wanna Be Adored. Perché, ehi, non sentitevi in obbligo.

48) Kinks – Days. Perché quei giorni li ricorderò sempre.

47) David Bowie – Sound And Vision. Perché blu blu elettrico blu.

46) Tom Waits – Blind Love. Perché LA parola di quattro lettere è cieca.

45) John Cale – Close Watch. Perché ci ho provato e ci provo ancora.

44) Minutemen – History Lesson Part II. Perché our band could be our life.

43) X – Los Angeles. Perché ci sono volte in cui bisogna andare.

42) T.Rex – Girl. Perché nel profondo ci sei e sei tu.   

41) Kraftwerk – The Model. Perché gli androidi sognano donne elettriche.

40) Radiohead – Idioteque. Perché una cosa alla volta.

39) Stereolab – Transporter Sans Bouger. Perché Godard in loop.

38) Julian Cope – An Elegant Chaos. Perché la vita a volte è così.  

37) Thin White Rope – Thing. Perché le stagioni si risistemano.

36) Bruce Springsteen – Thunder Road. Perché è una città di perdenti eccetera.

35) Spain – Spiritual. Perché già ve l’ho spiegato.    

34) Neil Young – After The Gold RushPerché la nave argento arriverà.

33) Beach Boys – God Only Knows. Perché c’è una perfezione che non stanca.  

32) Nancy Sinatra/Lee Hazlewood – Some Velvet Morning. Perché apocalisse al miele.

31) Townes Van Zandt – If I Needed You. Perché se ho bisogno di te.

30) Otis Redding – Dreams To Remember. Perché sogni da ricordare, ricordi da sognare.

29) Big Star – Thirtheen. Perché un giorno mi sciolsi nel sole.   

28) Prince – Sometimes It Snows In April. Perché la coperta di Linus.  

27) Lou Reed – Perfect Day. Perché lo vorresti sempre.  

26) Can – She Brings The Rain. Perché, a modo mio, romantico.

25) Van Morrison – Sweet Thing. Perché manca e te ne accorgi.

24) Talking Heads – Heaven. Perché tutti stanno cercando di andare al bar.

23) Brian Eno – By This River. Perché sono nato davanti a un fiume.

22) Magnetic Fields – All My Little Words. Perché una splendida farfalla.

21) Joy Division – Love Will Tear Us Apart. Perché è capitato che.  

20) New Order – Ceremony. Perché dopo ogni fine c’è un inizio.

19) Lloyd Cole – Are You Ready To Be Heartbroken? Perché sono sempre stato pronto.

18) Daniel Johnston – True Love Will Find You In The End. Perché è la verità.

17) Robert Wyatt – Free Will And Testament. Perché prima o poi tocca.

16) Television – Venus. Perché l’anima si ghiaccia, lì, a mezz’aria.

15) Joni Mitchell – River. Perché li vorrei ancora, degli inverni così.

14) Dream Syndicate – Merrittville. Perché in provincia non si scherza.

13) Green On Red – Cheap Wine. Perché giusto o sbagliato chi lo sa.

12) Smiths – How Soon Is Now?. Perché un’altra dimensione.  

11) Only Ones – Another Girl, Another Planet. Perché ogni ragazza un pianeta a sé.

10) Elvis Costello – Shipbuilding. Perché strizzami il cuore, grazie.

9) Bonnie Prince Billy – I See A Darkness. Perché prima dell’ora suprema.

8) Nick Drake – Fly. Perché datemi una seconda possibilità.

7) Clash – Death Or Glory. Perché non è solo un’altra storia.

6) R.E.M. – World Leader Pretend. Perché ho eretto i muri e li abbatterò. Forse.

5) Bob Dylan – Visions Of Johanna. Perché il Bardo.

4) Ultravox! – Hiroshima Mon Amour. Perché quella sera d’estate, tanti anni fa.

3) Love – Alone Again Or. Perché se esiste, il paradiso è questo.

2) Velvet Underground – All Tomorrow’s Parties. Perché suonatela al mio funerale.

1) Beatles – Strawberry Fields Forever. Perché.

Outro: Ennio Morricone – L’estasi dell’oro; Blind Willie Johnson – Dark Was The Night, Cold Was The Ground; Grant Lee Buffalo – Happiness

Ghost tracks: Aztec Camera – Down The Dip; Peter Gabriel – Solsbury Hill; Neutral Milk Hotel – The King Of Carrot Flowers; Opal – Empty Box Blues; Rolling Stones – Shine A Light; Tindersticks – City Sickness; Grateful Dead – Box Of Rain; Fugazi – Waiting Room; Syd Barrett – Late Night; Grandaddy – Jed The Humanoid; Field Mice – When Morning Comes To Town; Mark Hollis – The Colour Of Spring; Gorky’s Zygotic Mincy – Patio Song; Tom Petty – The Waiting; The Sound – Silent Air

Lou Bond, un Tim Buckley nero

L’avrete fatto anche voi il giochino del “chissà”, vero? Chissà come avrebbero suonato i led Zeppelin con Terry Reid al posto di Robert Plant, chissà se Buddy Holly non fosse salito su quell’aeroplano e via immaginando. La chiave del what if sta nel fascino di infiniti mondi paralleli che possono aprirsi – purtroppo solo nella nostra fantasia – istigando le ipotesi più curiose e, sempre nella nostra testa, riparare i torti del destino. A volte anche nel nostro mondo si aprono dimensioni parallele, benché siano in pochi ad accorgersene. Se, per esempio, proviamo a fantasticare su un Tim Buckley d’ebano riceviamo in cambio un podio di soli vincitori: Terry Callier, Eugene McDaniels, Lou Bond. Avendo già riferito del secondo e in attesa di misurarmi con il primo, è di Bond che vado a raccontarvi per sommi capi.

Ricordo distintamente la sorpresa e lo stupore quando, una dozzina di anni fa, la Light In The Attic ristampò quell’album omonimo dalla copertina bella e significativa. Un uomo, la chitarra in spalla e un alone di fitto mistero. Uscito originariamente nel 1974, l’unico LP pubblicato da Lou era rimasto per trentasei anni materia di sampling e collezionismo. Perduto e sconosciuto, a farla breve. Eppure si tratta di un capolavoro dove sfilano sei gioielli di souledelia dilata e venata folk che profumano di eternità nel mentre restituiscono in pieno il disorientamento e il pessimismo di metà anni ‘70. Una meraviglia, perché l’artefice non volle decidere tra folk e soul, preferendo colmare gli spazi tra gli stili e le emozioni fondendo atmosfere agresti però urbane e tematiche sociopolitiche, archi lanciati verso un cielo pop, fiati che rammentano che laggiù c’è l’inferno. Troppo strano? Troppo bello, semmai.

Dura la vita di Lou – dal 1945, per l’anagrafe Ronald Edward Lewis – da quando i genitori si separano e lui, piccolissimo, viene affidato a una sequela di famiglie religiose. Conseguenza ne è che si formi sul gospel pur ascoltando parecchio country alla radio e, undicenne, convinca un operatore sociale a regalargli una chitarra. Impara a cavarci canzoni, se ne va a zonzo per l’America e, tra una peregrinazione e l’altra, entra nel business musicale grazie all’amico Bobby Miller. Nei medi Sessanta pubblica un paio di 45 giri che i fan di Northern soul custodiscono in cassaforte ed è autore per la Chess. Inquieto, fa la spola tra Chicago, New York e Cleveland tornando nella natia Memphis nel ‘71.

Adesso è un hippie nero visionario e flessuoso come una pantera, suona nei locali cittadini e si offre alla We Produce – marchio parallelo della Stax – ed ecco. Ecco una fusione di folk protestatario, soul orchestrale, stordimento stralunato e poetico. Ecco l’ugola lanciarsi in un caloroso raspare e in falsetti da pelle d’oca. Ecco la peculiarità imporsi nella Lucky Me di Jimmy Webb che accarezza il blues con gli archi alternando uggia e sorrisi, in un’autografa Why Must Our Eyes Always Be Turned Backwards che accusa con uno svagato tono Philly Sound, nell’elegia stranita un po’ alla Arthur Lee – ma farina del sacco di Bill Withers – di Let Me Into Your Life, in una That’s The Way I’ve Always Heard It Should Be che cava un avvolgente groove pop da Carly Simon. Ciò nonostante, è a suggello delle facciate che il navigatore di stelle osservate dal ghetto sistema gli apici: To The Establishment dipana una fluviale, agrodolce invettiva lungo tese galassie dell’anima approdando a ipotesi gospel di Starsailor; Come On Snob intreccia l’orchestrazione perfetta a corde vocali e d’acustica, come un Blue Afternoon in transito dal pastorale all’oltremondano.

Poi tutto va a rotoli. Nonostante le recensioni positive, la promozione è inadeguata e per problemi distributivi tra Stax e CBS il vinile nei negozi si trova a fatica. Il girovago si rimette per strada e una lunga lotta contro la depressione e dipendenze assortite lascia il segno su chi vive dove capita e in condizioni spesso precarie. A fine anni Ottanta, però, Lou Bond si ripulisce ed è di nuovo a Memphis che gira in bicicletta e si esibisce saltuariamente. Tre anni dopo la riedizione di cui sopra, ci lascia in un giorno di febbraio, splendido a sé che merita tutto l’affetto possibile. Anche se postuma, che sia fatta giustizia.  

United States Of America: post, prima di tutto

Quando ancora i dischi uscivano soltanto in formato fisico, spulciare le note di copertina era una gioia e una fonte di illuminazione. Inoltre, scoprire chi aveva contribuito a cosa poteva rappresentare un’interessante chiave d’accesso e di interpretazione, come del resto quei ringraziamenti che talvolta “spiegavano” l’artista con disinvolta eleganza. Per tacer delle interviste e dei rimandi del critico avveduto ed esperto di turno, quello capace di cogliere allo stesso tempo l’importanza di una band e le su radici più o meno nascoste. Per esempio, quelle di gente fantastica che adoro come Stereolab, Portishead e Broadcast. Tranne gli ultimi, le assonanze con gli United States Of America mi furono evidenti solo dopo aver toccato con orecchio la ristampa Edsel uscita nel ‘97 del loro unico LP.

Non sono che alcuni, quelli citati sopra, dei tanti discepoli di nobile rango folgorati dalla meteora che solcava i cieli nel fatidico Sessantotto, si fermava alla posizione 181 di “Billboard” e non conosceva successori. A differenza di altri manufatti d’epoca, però, non è invecchiata né puoi dirla databile. Scusate se è poco e, soprattutto, scusate se ne parlo nella rubrica “culti” quando trattasi di un classico. Questioni di lana caprina, in fondo. L’importante è lodare un 33 giri splendido e lontanissimo da coordinate rock (and roll) tradizionali, le sonorità d’avanguardia poggiate su un “appassionato distacco” che ritroveremo nei nomi succitati, lo stile già post spigoloso e minimale ma benedetto da umanità e senso melodico.

In eccesso di anticipo, gli United States Of America rinunciarono alle chitarre e, partendo dalla colta contemporanea e dalla performance art, approdarono a favolose mutazioni di psichedelia. Non fu facile arrivarci, ma il percorso ricco è utile a chiarire la genesi e la natura di un peculiare punto di arrivo. Joseph Byrd nasce nel 1937 in Kentucky e cresce in Arizona, amando il jazz e padroneggiando diversi strumenti sin dall’adolescenza. Dopo la laurea ottiene un master a Stanford, conosce La Monte Young, Terry Riley e Steve Reich e si trasferisce a New York, studiando con Morton Feldman e John Cage e trafficando con elettronica e arte concettuale nelle fila del movimento Fluxus. Del 1963 l’incontro con Dorothy Moskowitz, studentessa di tre anni più giovane con la quale si fidanza e per un po’ lavora alla Capitol.

Non fa per loro, così traslocano a Los Angeles per introdurre l’avanguardia alla UCLA. Fondato il New Music Workshop con il trombettista Don Ellis, il nostro uomo sfacchina sulla musica indiana e allestisce happening multimediali. In occasione di uno di essi, nel ‘65 organizza un gruppo blues attorno all’amica Linda Ronstadt: una vera epifania per chi capisce che il rock vanta notevoli possibilità esplorative e un pubblico assai ampio. Frattanto, lui e Dorothy si sono lasciati pur restando in ottimi rapporti. Quando ai primi del 1967 pongono le fondamenta del progetto, è lei a cantare come un’altera Grace Slick mentre Byrd scrive, arrangia e maneggia un arsenale di tastiere con l’anarchico collega Michael Agnello, Stuart Brotman al basso e Craig Woodson alla batteria.

A dispetto del nome provocatorio e di una bizzarra proposta è la Columbia a farsi avanti, tuttavia Agnello e Brotman se ne vanno indignati. Rimpiazzati con Gordon Marron al violino, il bassista Rand Forbes e il tastierista ospite Ed Bogas, per dare compiutezza a ciò che gli ronza in testa il capobanda commissiona al giovane Tom Oberheim un modulatore ad anello, si avvale di un antesignano del sintetizzatore, usa effetti e microfoni a contatto. L’eccentrica tavolozza e l’assenza di un background convenzionale si saldano a precise scelte estetiche garantendo originalità: un quintetto preparatissimo sotto il profilo esecutivo mescola Cage, Stockhausen, l’etnologia e l’amore di Byrd per Charles Ives, affrontando il rock contemporaneo senza pregiudizi né alterigia. Un demo risulta gradito alla Columbia e il contratto è siglato grazie anche ai buoni uffici di David Rubinson, vecchia conoscenza newyorchese che lavora colà come produttore.

Dicevo di un tragitto complicato: durante le registrazioni dell’album sorgono infatti problemi di non poco conto. Tra chi attribuisce a Joseph atteggiamenti dispotici e chi imputa a Rubinson eccessi di invadenza, tra chi vuole svoltare verso la popedelia e chi giura fedeltà all’innovazione, pare incredibile che l’esito restituisca un ciclo sonoro e tematico a tal punto coeso e affascinante. Su un telaio ritmico solido e fantasioso tastiere, violino e nastri preregistrati intrecciano trame immaginifiche sin da The American Metaphysical Circus, stranito impasto della pepperiana Mr. Kite con pianoforte ragtime e due marching band che si apre su un’ipnotica ballata e poi chiude il cerchio tornando all’inizio.

In totale armonia, agli squarci rumoristi della frenetica Hard Coming Love risponde l’estatica, cosmica dolcezza di Cloud Song, al serrato inno The Garden Of Earthly Delights ribatte il sarcastico e robotico cabaret I Won’t Leave My Wooden Wife For You, Sugar. Farina del sacco di Marron e Bogas, Where Is Yesterday è psichedelia inquieta un filo più convenzionale perfettamente integrata allo slanciato, acidulo avant-pop Coming Down, al romanticismo elegiaco di Love Song For The Dead Ché, a una Stranded In Time con la quale Marron e Bogas recapitano gustosa psichedelia britannica, alla collagistica The American Way Of Love che tutto sintetizza con mirabile articolazione. Una voce in loop ci chiede “quanto è stato divertente?” e il disco termina aprendo finestre su futuri lontani.

Il gruppo ha però i giorni contati: dissapori, tensioni e accuse sfociano nella cacciata del leader, le ferite non saranno mai rimarginate e il rompete le righe arriva nella primavera ’68. Dorothy prova vanamente a tenere in piedi la sigla e, in coda al decennio, Joseph incide un apprezzabile lavoro solistico. Da allora ha pubblicato dischi di musica tradizionale americana dell’800, composto per cinema e televisione, prodotto Jazz di Ry Cooder e insegnato. Più discreto il profilo degli altri, spiace riferire della dipartita di Forbes nel dicembre 2020 e di relazioni tuttora pessime. Stante una certa amarezza, conforta l’evidenza che il loro circo metafisico non smetterà mai di stupirci.  

Brividi e mal di pancia in pillole, 6

Built To Spill – When The Wind Forgets Your Name (Sub Pop)

Autunno di ritorni eccellenti e almeno sotto questo profilo il 2022 qualche buona notizia la riserva. Siccome la vita è breve però a volte bella, basta un nuovo LP dei Built To Spill per sentirsi rinfrancati, anche in virtù del passo più rallentato col quale da You In Reverse Doug Martsch pubblica dischi, simile alle visite di carissimi amici che incontri di rado ma senti ogni giorno. Sono quelli che meritano stima, fiducia e amore perché non sbagliano una mossa, che si tratti di reinventare il rock chitarristico classico tramite una chiave indie o maturare con canzoni colme di emozione. Una garanzia, l’uomo che a sette anni da Untethered Moon si ripresenta – per la prima volta su Sub Pop, accompagnato da due membri dei brasiliani Oruã – con materiale autografo avendo frattanto proposto pagine di Daniel Johnston.

Chiamatela suggestione, eppure la tenera svagatezza di Daniel sembra trapelare da filastrocche favolosamente appiccicose e tristallegre che impastano Pavement, Dinosaur Jr., Flaming Lips e Neil Young come Gonna Lose, Understood, Spiderweb e Never Alright, dall’esuberante roots-rock che si trasforma in sarabanda psichedelica della conclusiva Comes A Day, da una Rock Steady che sorprende con groove morbido e coda dub, dall’acidula ballata Fool’s Gold e dall’alveo melodico delle riflessive Elements e Alright. Tanto per cambiare, tutte canzoni imperdibili. Tanto per cambiare, un modo di intendere e praticare la musica che va scomparendo e che l’eroico Doug mantiene vivo con una fede commovente. Favoloso.

Beth Orton – Weather Alive (Partisan)

Anche soltanto per il modo in cui scandisce le uscite discografiche, a Beth Orton non si può non voler bene. Ancor più dopo averci fatto attendere sei anni per un album di toni tenui e seppiati che rappresenta un’oasi di pace in un’epoca triste e buia. Un’epoca nella quale la speranza deve comunque rimanere viva e aiutarci a reagire nel modo più sicuro che conosciamo. Nello specifico di una cantautrice, sedersi a un vecchio pianoforte comprato da un robivecchi per scrivere via dalla pazza folla, al riparo nel capanno del giardino. Ed è così che, a un certo punto, quando credi di aver scandagliato certe profondità per te stessa, comprendi che la faccenda sta diversamente. Che quelle canzoni – Brian Eno docet –onorano il tuo “errore” come un’intenzione nascosta.

Ecco: Weather Alive sorge dall’intimità di chi lo ha composto e, coraggiosamente, si porge da unicum che richiede impegno e dedizione. In punta di piedi, un folk di chiaroscuri dall’anima jazz – riletto alla luce di un minimalismo che profuma di modernità classica – avvolge l’ascoltatore dentro tepori di piccole ma in fondo grandi gioie quotidiane. Per questo non puoi fare a meno di una title-track da Nick Drake che si crede Mark Hollis, della sottile pacatezza di Unwritten e Arms Around A Memory, della crepuscolare Friday Night e della languida Forever Young, della Lonely dolente come a Cat Power non riesce più e della Joni Mitchell che ringiovanisce in Fractals e Haunted Satellite. Ci sei mancata, Beth, e parecchio.

Laura Veirs – Found Light (Bella Union)

Anche se sul momento non te ne rendi conto, nella fine di qualcosa si nasconde pur sempre un inizio. Quando ti separi da qualcuno che hai amato, è naturale ripensare a sé e all’accaduto prima di ripartire da capo. Magari, come nel caso di Laura Veirs, ciò avviene attraverso una catarsi spontanea e un lavoro che si inserisce nella tradizione dei dischi scivolati fuori da un cuore spezzato, dai giorni in cui l’amore fa male però bene. Giorni dove alla fine rinasci, anche se è il percorso che conta davvero. Nello specifico, Found Light rappresenta una reazione al divorzio con Tucker Martine, apprezzato produttore per Decemberists, Jayhawks e la stessa Laura.

Ragion per cui, qui, tira per lo più un’aria diversa: per forza di cose più meditativa benché mai cupa, consegnata con l’aiuto dell’abile Shahzad Ismaily a un tessuto sonoro essenziale ma pure assai curato. Soprattutto, è perfetto per come pone in risalto l’emotività di folk traslucidi in vena di jazz come Autumn Song, Naked Hymn e My Lantern, della Ring Song che sgocciola un pianoforte circolare, dell’avvolgente bruma elettronica Signal, della scarna meditazione Sword Song. Per tacer di una New Arms insieme corale ed eterea, del violino che serpeggia in coda a Time Will Show You, dell’amara filastrocca T&O. In inglese, il titolo del disco può significare sia “luce trovata” che “Laura Veirs ha trovato la luce”. Date le premesse, mi pare assolutamente azzeccato.

Musica per le mezze stagioni: Tudor Lodge

In tempi di speculazione meglio ribadirlo: la rarità di un manufatto discografico non costituisce necessariamente garanzia di valore artistico. Semmai è più probabile il contrario, poiché certi furbacchioni sono soliti costruire mitologie di cartongesso a fini speculativi. Venendo al punto, mentre scrivo queste righe un originale Vertigo, numero di catalogo 6360043, dell’omonimo album dei Tudor Lodge vi costa settecentocinquanta euro. Attenzione: per una copia “VG”, e scordatevi la “mint” se non possedete una Mastercard Black. Siamo oltre la decenza, insomma, considerando che le ristampe sono reperibili a prezzi ragionevoli sia in vinile che in CD.

Tenendo sempre ben presenti le teorie di Sigmund Freud sul collezionismo, a me interessa il succo e cioè la musica. Eccezione che conferma la regola, Tudor Lodge ne offre di squisita e ascrivibile al folk albionico che, tra anni Sessanta e Settanta, era oggetto di felici contaminazioni da parte di chi lo mescolava al rock e chi ne scandagliava il lato oscuro, di chi si lanciava in viaggi acidi e chi, come i Nostri, inseguiva una purezza pastorale possibile solo nell’immaginazione. In quella favolosa ricerca di equilibrio si osservavano le radici da diverse prospettive ed ecco perché il filone tuttora rappresenta una viva fonte di ispirazione: perché significava tornare indietro mentre si progrediva e viceversa.

Vale oggi come nel turbolento ’68, allorché il duo voce/chitarra di Reading composto da John Stannard e Roger Strevens trae il nome – quasi: il locale si chiamava Tudor Tavern – da un pub cittadino. Di lì a un annetto Lyndon Green subentra a Strevens e, tempo altri dodici mesi, la formazione si stabilizza con la cantante e flautista americana Ann Steuart. Battuto palmo a palmo il circuito folk, approdano a Londra e, grazie ai buoni uffici del manager Karl Blore, firmano per la Vertigo. Il 33 giri di cui sopra vede la luce nel 1971 in una strepitosa confezione, svelando arazzi di plettri acustici intessuti sulla sezione ritmica dei Pentangle e su misurati intrecci di fiati e archi.

Il resto ce lo mettono melodie gentili, armonie vocali altrettanto e un “ricercato minimalismo” che da ossimoro diviene realtà. Benché figlio della propria epoca, Tudor Lodge vanta infatti un particolare sapore che qualcuno ha definito twee folk: ci sta, se parliamo di dolcezza che non stanca, di incantesimi bucolici senza eccesso recuperati in tempi relativamente più recenti da band affini come Shelleyan Orphan e Mirò, di un’aura da stagioni di mezzo che non ci sono più. Soprattutto, se parliamo della The Lady’s Changing Home che varia la ricetta ricorrendo a un pizzico di elettricità in più, di una rilettura di Kew Gardens del collega Ralph McTell, della sofisticata, un filo malinconica delicatezza che promana da It All Comes Back To Me e Recollection, da Nobody’s Listening e I See A Man.

Se gli scintillanti madrigali folk-pop Would You Believe?, Help Me Find Myself e Forest giustificano in pieno il paragone con i Belle And Sebastian, l’incantata e incantevole Two Steps Back suggerisce un’ipotetica Joni Mitchell britannica e Willow Tree parte oscura per dipanarsi cameristica. Tutto molto bello, ma che finisce nel solito modo: la promozione dell’etichetta è carente e il disco non vende. Pochi soldi e tanta stanchezza, Annie se ne va e con la sostituta di lusso Linda Peters, pronta a intraprendere una favolosa carriera con il marito Richard Thompson, i Tudor Lodge completano un tour in Olanda e nel 1972 si dividono. Dai primi anni ’80 si sono susseguite rimpatriate con un’altra cantante e John ha proseguito fino alla morte, sopraggiunta nel marzo 2020. In un beffardo scherzo del destino, l’ultima incarnazione dei Tudor Lodge aveva da poco pubblicato un album dal titolo Life Goes On

Son House riporta tutto a casa

Prima di essere un genere musicale, il blues risiede nel profondo dell’anima. È una condizione che ereditiamo senza quasi rendercene conto finché non ci si para di fronte in tutta la sua ineluttabilità, e proprio per questo costituisce materia perfetta di/per mitologie ed epopee. Talvolta, anche di storie che piace raccontare perché sono belle e riconciliano con il mondo come quella che vi apprestate a leggere, un tassello scintillante del mosaico dove i visi pallidi si ricongiungono ai Maestri in una serie di scambi reciproci. Una vicenda molto simile alla sceneggiatura di un film che, se venisse girato, inizierebbe la sera del ventitré giugno 1964.

Un maggiolino Volkswagen rosso si ferma davanti a un condominio di Greig Street a Rochester, nello stato di New York. Dall’auto scendono tre esperti di blues al colmo dell’eccitazione. Possiamo capirli, dato che stanno per incontrare una leggenda e terminare la ricerca che dal sud li ha condotti nella contea di Monroe. A loro pare incredibile che l’uomo seduto sulle scale abbia incrociato la chitarra con Charlie Patton, e ancor più che nel ‘43 sia giunto sulle rive del lago Ontario per lavorare in fonderia, fare il cuoco e il portantino alla stazione. Adesso è lì: un pensionato quieto e distinto che li osserva, domandandosi cosa vogliano.

Si chiama Eddie James House Jr., lo conoscono come Son House ed è un gigante come i contemporanei Charley Patton e Robert Johnson, rispetto ai quali ha però avuto la fortuna di vivere dopo l’epoca d’oro del country blues prebellico. Il suo stile è un polveroso, scuro intreccio di amore e morte, di sofferenza e fede. Un lamento granuloso e ancestrale, un patrimonio culturale e umano racchiuso in canzoni che furono raccolte negli anni Trenta dalla Paramount e, un decennio e rotti più tardi, da Alan Lomax. Canzoni che potete – anzi: dovete – ascoltare e la maniera più semplice è procurarsi un CD del 2004 intitolato A Proper Introduction To Son House: Delta Blues.

Vi ruberà subito il cuore chi nasceva nel 1902 in Mississippi da un musicista col vizio dell’alcolismo. I genitori si separano che “Son” ha otto anni e già canticchia: trasloca con la madre in Louisiana, a New Orleans sposa una donna più vecchia e sgobba nella fattoria del suocero fino al 1922. Il matrimonio in frantumi, diventa pastore episcopale ma lo cacciano presto perché donnaiolo e schiavo della bottiglia. In giro a bere, vede un tizio imbracciare la chitarra, resta folgorato e se ne procura una. Chissà che non stringa anche un patto con il diavolo, considerando che entro poche settimane è sufficientemente provetto da esibirsi nei juke joint.

Qui la faccenda prende una piega sul serio romanzesca: durante uno scontro a fuoco in un locale, Son fa secco chi lo ha ferito a una gamba. Dei quindici anni ingiunti a Parchman Farm ne sconta due, dopo di che finisce a Lula, in Mississippi, diventando amico di Charley Patton e suonando con lui. Nel 1930, la Paramount chiede a Charley altri 78 giri, ascolta House e cattura nove pezzi: tranne uno, vengono pubblicati con vendite modeste e tuttavia suscitano l’entusiasmo di Alan Lomax. Nel 1941, House (frattanto rimaritatosi) guida trattori nelle piantagioni, è contattato da Alan per un paio di memorabili sessioni, poi si sposta a Rochester e chiude con la musica. Rieccoci alla sera di inizio estate nella quale Nick Perls, Phil Spiro e Dick Waterman lo incontrano. Quest’ultimo propone di tornare sulle scene offrendosi nel ruolo di manager e House, incredulo e assolutamente ignaro del suo status, accetta. C’è però un problema: da decenni non tocca lo strumento e ha persino dimenticato il repertorio. Gli comprano una National nuova di zecca e Alan Wilson – futuro fondatore dei Canned Heat – lo aiuta a rimpadronirsi del passato con pazienza e dedizione.

Ve lo dicevo che è una bella storia, no? A fine anno Son tiene concerti, incide l’imperdibile Father Of The Folk Blues e appare su “Newsweek”. Nel circuito dei festival folk e delle università, uno che mai si era esibito per i bianchi (si) racconta e, senza saperlo, srotola un cordone ombelicale fino all’oggi. Fino a Forever On My Mind, disco che recupera una delle suddette esibizioni uscito lo scorso marzo su Easy Eye Sound, l’etichetta gestita da Dan Auerbach dei Black Keys. Siate grati a lui e a Waterman, che all’epoca metteva da parte i nastri dei concerti che ha infine deciso di rendere pubblici. Da ammiratore del bluesman, Auerbach ha svolto il compito con competenza, ripulendo le bobine di uno spettacolo tenuto in Indiana di fronte a una cinquantina di riverenti testimoni. Un pugno di classici assoluti in un’atmosfera intima e vibrante, provi i brividi di quando sei al cospetto della storia, dell’arte e del loro reciproco inseguirsi e svelarsi. Privo di qualsiasi filtro, è cinéma vérité sonoro da avere senza “se” e “ma”. Perché qui non troverete l’anima di un uomo, ma quella che appartiene a tutti noi. Troverete una voce vicina più presente che mai. E così sia.

Volare tra i colori con i Breathless

Una presenza ricorrente su questo blog, i Breathless. Presenza che mi auguro risulti gradita a lettrici e lettori quanto lo è a me, che con cadenze irregolari ho l’onore di ospitarli. Ogni volta c’è un motivo valido e a questo giro il più valido in assoluto, dal momento che dopo dieci anni dal bellissimo Green To Blue la formazione britannica si ripresenta con See Those Colours Fly, un disco nuovo di zecca foriero di novità. Tanto per cominciare, il mitico produttore americano Kramer si è occupato del missaggio; poi, la bassista Ari Neufeld si è fatta carico anche delle ritmiche per via di un grave incidente stradale che ha coinvolto il batterista Tristram Latimer Sayer.

La buona notizia numero uno è che Tristram si sta gradualmente riprendendo. La due: davanti a una situazione drammatica, il gruppo ha risposto a testa alta e, pensando che il modo migliore per sostenere l’amico fosse continuare a lavorare all’album, con calma – di mezzo, ovviamente, ci si è messo anche il lockdown – ha provato a uscire dalla propria aurea confort zone. Eccoci infine alla terza buona notizia: la missione è stata compiuta recapitando un disco che offre una versione viepiù onirica di uno stile ampiamente collaudato – a farla breve: splendida sintesi di post-punk e psichedelia – che, tra molte altre cose, rappresenta l’invenzione dello shoegaze. Senza perdere di vista l’anima eterea ma allo stesso tempo saldamente ancorata a terra, qui i Breathless si porgono in una chiave marcatamente minimale, dilatata e ambientale.

cover art: Jay Cloth

L’economia di mezzi e arrangiamenti sottolinea un’inalterata forza evocativa, sostenendo una scrittura sempre di alto livello attraverso stratificazioni strumentali, drone, ritmi e trame che coniugano organico e sintetico con spontanea efficacia. Sono canzoni che respirano e posseggono spazialità, quelle costruite come d’abitudine su intrecci di corde e tastiere e impreziosite dall’inconfondibile, magnifica voce di Dominic Appleton. Da parte sua, Kramer (in curriculum altri pezzi da novanta come Galaxie 500 e Low) cesella dettagli e concorre con misura a una musica immaginifica come poche altre. E, quel che più importa, a composizioni come la sognante Looking For The Words e una sospesa My Heart And I, come l’ambient wave tra romantico e gotico The City Never Sleeps e il capolavoro assoluto – Nico che si aggira tra i panorami di Meddle? – della visionaria e policroma I Watch You Sleep.

Non vale meno il resto di un programma con l’aspetto di un film da seguire con gli occhi della mente, dalla mestizia riflessiva squarciata da timidi raggi di luce di The Party’s Not Over e Let Me Down Gently a una più movimentata We Should Go Driving per la quale i Beach House farebbero carte false, passando per la Somewhere Out Of Reach che trasporta gli ultimi Joy Division in una dimensione priva di tragedia e le architetture sinuose, leggiadre e conturbanti di So Far From Love. Sempre al di sopra dei tanti epigoni, i Breathless regalano un ennesimo balsamo per l’anima. In tempi tribolati e tristi, See Those Colours Fly è da tenere a portata di orecchio, ma soprattutto stretto al cuore.

"Brave words about sounds & visions"