Classics Revisited: ritratto del genio da giovane – Steve Winwood nello Spencer Davis Group

Nella storia del rock poche ragioni sociali mentono come il gruppo di Spencer Davis, autentico fulcro del quale era invece Steve Winwood. Gli auguro buon settantesimo compleanno in ritardo, sbalordendo un’ennesima volta al pensiero che da giovanissimo già maneggiava disinvolto un tot di strumenti, cantava con potente ugola negra e scriveva classici mischiando groove, pop, beat. Roba magnifica che dall’esempio di Graham Bond rileggeva le radici black aggiungendo intuizioni proto psichedeliche. Indicata la strada a Paul Weller e Prisoners, a Inspiral Carpets e Charlatans, Stevie White Wonder ha perso il conto dei passati elogi – tutto vero! – per “la cover dei Blues Brothers”, ossia la travolgente Gimme Some Lovin’ da lui vergata… Nondimeno i suoi inizi non furono semplice palestra ma il primo accesso agli annali.

Birmingham, 1963: il ventiquattrenne Spencer Davis alterna l’insegnamento del tedesco a notti nei pub suonando folk e blues. Si imbatte nella Muff Woody Jazz Band, appena transitata da Coltrane a Muddy Waters, e resta di stucco ascoltando un quindicenne abilissimo a tastiere e chitarra, cresciuto col fratello Muff (bassista, nato Mervyn un lustro prima) pestando sul pianofo, cantando in chiesa e accompagnando il babbo in un combo jazz. Subito coinvolge l’amico batterista Pete York in quello che, divenuto Rhythm And Blues Quartette, non sfugge a Chris Blackwell. Costui ha un marchio – per i più smemorati, la Island – che tramite il successone My Boy Lollipop sta passando da importatore di vinili giamaicani a etichetta. Offrendo la distribuzione Fontana e la gestione delle edizioni, batte la Decca mentre Muff ribattezza la cricca, identificando nel docente gallese l’uomo adatto alle relazioni pubbliche.

SDG mini

La primavera ‘64 saluta il primo singolo Dimples, cavallo di battaglia del John Lee Hooker che l’autografa Sittin’ And Thinkin’ innervosisce il giusto. Discreto e commercialmente un fiasco, viene superato da successori dritti nei Top 50: I Can’t Stand It/Midnight Train accoppia tagliente beat’n’blues e sferragliare rock, Every Little Bit Hurts/It Hurts Me So sfoggia un’accorata ballata Motown e il primo gioiellino di Steve. A 1965 inoltrato rieccoli su Their First LP con il lento blues dall’organo rigoglioso Here Right Now a svettare su qualche calligrafismo e apprezzabili omaggi a Coasters, Little Walter, Ike Turner. La svolta si chiama Jackie Edwards, compositore caraibico assoldato da Chris dopo che l’LP ha venduto mica male. Spartiacque e primo capolavoro, l’errebì garagista Keep On Running scalza Day Tripper dalla vetta a sberle di basso imperioso e chitarra fuzz.

Il successo investe poi il continente con Somebody Help Me, sempre di Jackie, e terza sarà la posizione di Second Album nel gennaio ’66. Stefanino si misura con Ray Charles e Curtis Mayfield,  venature country e dodici battute traslucide attraversando la musica nera nell’epidermica Strong Love, nell’innodico gospel poppizzato (o viceversa) Look Away e nella dolceamara Let Me Down Easy. Brani altrui che influenzano una crescita sancita da When I Come Home, hit della calda estate ’66 con Edwards.

SDG standing

La swingante Londra è tuttavia in rapida mutazione e il moderno Mozart scorge il futuro. Anzi: contribuisce a inventarlo. Col senno di poi, Autumn ’66 mostra la commistione tra folk, blues e psichedelia presto perfezionata dai Traffic nel ponte tra Jimmy Smith, Booker T. e acid jazz On The Green Light, nel retrogusto funk di Neighbour Neighbour, nella tesa High Time Baby. Altrove, il desiderio di abbandonare sonorità ormai troppo consuete non impedisce a Midnight Special e Dust My Blues di brillare della calda malinconia di un’epoca al tramonto.

Avanza tempo per una Gimme Some Lovin’ buttata giù in un’oretta per conquistare gli Stati Uniti e accrescere in Winwood la fiducia. Il contrappasso? Stress, la pubertà spesa tra palchi e studi di registrazione, un’eccessiva differenza di età e soprattutto talento con gli altri. Nel gruppo non ci si rivolge la parola mentre il prodigio stringe amicizia col produttore Jimmy Miller, inventa l’esaltante dinamismo di I’m A Man e onora annoiato gli obblighi contrattuali.

8 gigs a week

La separazione data inizio 1967. Little Stevie saluta, Muff è assunto da Blackwell come talent scout – buono il fiuto: Sparks e Dire Straits – e una vuota sigla arriva al decennio seguente tra rimpasti, LP scialbi e la trasferta californiana di Davis. Tralascio dettagli inutili consigliando l’integrale in studio raccolto sul doppio CD Eight Gigs A Week: The Steve Winwood Years. Detto che il quartetto originario si riunirà solo negli ’80 in tribunale per una causa legata a royalties non pagate dalla Island, annoto che dal 2006 Spencer circola con ben due versioni del “suo gruppo”. Qualcuno lo faccia smettere, per favore.

 

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Retronow: il maestro prodigo Ry Cooder

Cosa ci saremmo persi se Ryland Peter Cooder non fosse mai nato… Per attenermi all’indispensabile: un musicista poliedrico che odia i virtuosismi; un compositore di colonne sonore per lo schermo e la mente; un’enciclopedia dell’Americana dalle radici alle ali e ritorno; un infaticabile indagatore di culture. Aspetti complementari del Genio che ritrovo esplicitati o tra le righe in The Prodigal Son, lavoro fresco di stampa con i crismi del sunto di carriera. Del gesto che prova a fermare la clessidra con l’unico mezzo disponibile a un essere umano: l’Arte.

Un’Arte tanto più pura quanto più si contamina, pescando dal fluire del tempo e nel tempo accomodandosi mentre parla degli Stati Uniti, di storia e leggenda, di spiriti e spirituals. Che si tratta di un auto-compendio lo provano il ritorno del settantunenne a trascorsi metodi di registrazione e il dominio quasi assoluto sul parco strumenti, con giusto un paio di ospiti e batteria e co-produzione affidate al rampollo Joachim. Soprattutto, lo sguardo rivolto a quando iniziava a donare nuova linfa alla tradizione, trattenendone i significati e travasando la contemporaneità in una sapienza musicale assoluta.

Prodigal Son

Ora come allora, è il passato che spiega dove sta (e stiamo) andando. Lontano, vi dico, perché questi cinquanta minuti si aggiungono all’epopea di Chavez Ravine e all’Esopo traslocato nella Grande Depressione di My Name Is Buddy. Senza nulla togliere al discreto I, Flathead e completando il quadro con lo sbocciare di una rimarchevole cifra autoriale, sono un altro pugno di istantanee così antiche da essere più che mai vive.

Per loro tramite, l’uomo di Santa Monica tira le fila di una fulgida vicenda lunga più di mezzo secolo, che dai Rising Sons – via Captain Beefheart e Randy Newman, Little Feat e Van Dyke Parks e Stones – plana nel cuore di una carriera solista partita (e qui il cerchio si chiude perfetto) affrontando proprio Blind Willie Johnson e Woody Guthrie. Poi sarebbero giunti tex-mex, gospel, soul, le Hawaii, il Buena Vista Social Club, Talking Timbuktu… In giorni più vicini, un libro di racconti e l’impegno politico di Pull Up Some Dust And Sit Down ed Election Special. Tuttavia la fonte era e resta l’anima di un uomo. Il blues.

Ryland

The Prodigal Son lo inzuppa in gospel e country su consiglio di Joachim: pensate che meraviglia, figlio e padre prodighi che omaggiano altri padri, scagliandoli oltre il Duemila in atmosfere che disegnano un più terrigno e solare Oh Mercy. Esemplare l’incipit Straight Street dei Pigrim Travelers, pescato dai ’50 e rivestito di nuove corde, pelli, voci d’ebano. Una delle quali appartiene a Terry Evans, amico e fidato collaboratore scomparso di recente: eppure non è triste – virilmente melanconica, piuttosto – l’elegia tallonata dal caracollare spavaldo di Shrinking Man e da un’elettroacustica Gentrification affacciata sull’Africa sub sahariana.

Autografi sensazionali che si saldano senza cesure ai traditional (la title-track immagina John Fogerty negro ed esuberante, In His Care rasserena Tom Waits a colpi di acquasantiera) e ai brani altrui (il soul celtico You Must Unload, la chiesa traslocata in strada per I’ll Be Rested When The Roll Is Called) di cui il Maestro si appropria. Sono comunque tre i momenti che svelano l’intima essenza del disco: una cover da brividi di Nobody’s Fault But Mine che sta al Nostro come Blind Willie McTell a Dylan; Jesus And Woody, commovente folk latino e farina cooderiana della più pregiata; Everybody Ought To Treat A Stranger Right: Johnson il Cieco reso gospel swingante. Tre apici di un matrimonio tra forma e contenuto che la contemporaneità celebra molto di rado. Perché alla bisogna servono esperienza, visione, sentimento. Perché serve Ry Cooder.

Retronow: Dirtmusic – il nomadismo nell’anima

A raccontarla senza sapere chi vi è coinvolto, la faccenda potrebbe quasi sembrare una versione intellettualoide di certe trite barzellette. Dunque… ci sono un culto underground che dall’Oregon si è trasferito in Slovenia, un ottimo cantautore australiano che ha militato nei Bad Seeds, un leggendario chitarrista statunitense capace di brillare con lo slowcore e con reinvenzioni rumoriste delle dodici battute. Mancano giusto il papa, l’aeroplano e siamo a posto.

Un accidente. Questo è un progetto serissimo che lega esperienze artistiche ed esistenziali (anche questa una parte del segreto) tra loro distanti solo in teoria, infondendo modernità in un rock che affronta il “dopo” mentre rimescola passato e presente e trae linfa dalla contaminazione. Facile a dirsi, tuttavia la realtà è più complessa, siccome servono talento, equilibrio, curiosità. Doti che ai tre di cui sopra certo non sono mai mancate e insomma un indizio l’avete.

Bu Bir Ruya

Per i più distratti, ricordo che sulla carta d’identità costoro recano scritto Chris Eckman, Hugo Race e Chris Brokaw; e che, partiti un decennio abbondante fa da un’Americana gotica, nel Mali incrociavano i Tamikrest raccogliendo l’illuminazione “etnodelica” poi concretizzata nel 2010 con l’esaltante BKO. Due altri lavori nel mezzo, Bu Bir Ruya oggi svela panorami mutati e nondimeno lo spirito continua. Assenti Brokaw e i Tamikrest, l’Africa a tratti aleggia nell’aria anche se la bussola ha condotto in un garage di Istanbul adibito a studio di registrazione.

Con esiti altrettanto sensazionali quando addirittura non superiori, Race ed Eckman hanno incontrato nuovi compagni – Murat Ertel, virtuoso di saz che guida gli acidi Baba Zula; il percussionista Ümit Adakale – in un clima teso causato dall’instabilità politica turca. Pertanto viene naturale tracciare un parallelo tra le atmosfere cupe ma fiere del disco, la congiuntura storica e il tema (più ampio il respiro, l’attualità comunque strettissima) dei profughi e dell’innalzarsi di inique barriere tra i popoli.

dirtmusic

Su ciò riflettono liriche rivestite da sonorità che disegnano un Leonard Cohen maturo incamminato verso Oriente assieme a Massive Attack e Transglobal Underground. Da sette tracce di primissimo acchito uniformi emergono presto intensità umanista, ricchezza di accenti, poesia militante: Bi De Sen Söyle tinge il blues di electrodub, Outrage è allucinazione che ipnotizza e seduce, The Border Crossing sparge pece funk-wave, Safety In Numbers farebbe un figurone su Mezzanine, Go The Distance cavalca un beat sostenuto sfociando dentro liquide sospensioni.

Tuttavia non ci si “limita” a offrire musica bellissima e ingegnosa. No: i Dirtmusic raccontano le vicende di chi soffre schiacciato da poteri più grandi, sistemando ad apparenti poli opposti – facce della stessa moneta, in realtà – la dolcezza gassosa e avvolgente di Love Is A Foreign Country (Gaye Su Akyol splendida ospite al microfono) e un inquietante brano omonimo che, a fondo corsa, come un’apocalisse incombente rimane a dondolare sopra la testa dopo l’ascolto. Perché lo stato del mondo è un problema che riguarda chiunque. Perché, in fondo, tutti siamo nomadi. Bu Bir Ruya è qui a ricordarcelo.

 

Retronow: Eels – esorcizzando fantasmi pop

In maniera simile ai Beach Boys, per apprezzare veramente l’operato di Mark Oliver Everett bisogna accettare il fatto che la malinconia sia un ingrediente irrinunciabile. Quella è la luce riverberata in canzoni che sono vetri colorati ma comunque aguzzi e, dacché l’uomo molto ha patito in termini di disgrazie personali, trattasi di pura catarsi e non della rappresentazione di emozioni che altrove si dà nel pop.

Citando Lou Reed, il Signor E “cresce in pubblico” attraverso una sorta di auto-terapia sonora, ragion per cui gli vuoi un sacco di bene e ti presenti puntuale a ogni nuovo capitolo di un romanzo costruito affidandosi a un’espressività slegata dal mercato. Everett pubblica solo quando ha della zavorra interiore da esorcizzare, così che tutti i suoi album posseggono un’identità precisa anche se magari sono sottotono (Shootenanny!) o malriusciti (Souljacker, Hombre Lobo). Azzeccata era viceversa l’ultima missiva The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett e sono serviti ben quattro anni per darle un seguito.

eels-the deconstruction

Ne è valsa la pena, poiché The Deconstruction ulteriormente rassicura circa la forma dell’autore nonostante – forse dovrei bonariamente insinuare “grazie a” – quanto accaduto nel frattempo. Riassumendo: matrimonio, divorzio, paternità, un definitivo ritiro dalle scene poi smentito. Aggiungete brani prelevati da fasi compositive diverse e otterrete un insieme coeso pur nella policromia di stili. Certo, che credevate? La magia degli Eels poggia sin dall’inizio su un raffinato equilibrio di contrasti ed ecco dissolta in un attimo l’apparente contraddizione.

Onde capirne di più, conviene partire dal titolo e da un gioiello di title-track che inaugura il programma distendendo sottili inquietudini melodiche su archi snelli memori di Forever Changes, tastiere anni ’70, groove felpato. Soprattutto dall’idea di “distruzione positiva” – in copertina non a caso fiori e fiamme sono tutt’uno – cui si riferiscono, perché cos’altro resta quando affronti l’ennesima tabula rasa esistenziale, se non guardarti indietro e dentro in cerca di appigli?

Eels doughnut

Per questo The Deconstruction si pone da (bel) riassunto di carriera, tirando a lucido tutto ciò che ha reso grande Everett: ballate crepuscolari che trasformano la fragilità in incanto (Premonition, Sweet Scorched Earth), Sessanta rivisitati (Bone Dry, Rusty Pipes) e omaggiati (You Are The Shining Light), pop senza coloranti né conservanti (Today Is The Day), luci e ombre mescolate fino a confondersi (il soul dagli occhi azzurri Be Hurt, lo strumentale tra Hollywood e Bacharach The Unanswerable, una There I Said It prossima al giovane Tom Waits).

Quando realizzi che, con gesto da consumato narratore, gli apici sono sistemati all’inizio e alla fine, hai la chiusura del cerchio e un capolavoro assoluto: l’aerea, speranzosa ode all’amore In Our Cathedral è ipotesi di Pet Sounds inciso dopo Surf’s Up a mente serena. Meravigliosa, manco a dirlo. Accanto ai chiaroscuri d’umore, suggerisce che la vita è una caramella dolceamara da assaporare sempre e comunque. Toh, guarda: proprio come un disco degli Eels.

Classics Revisited: l’ars longa dei Neu!

Klaus Dinger moriva nel marzo 2008 per un improvviso attacco cardiaco alla soglia dei sessantadue anni. L’assenza di clamore non era certo una novità, ché le sue imprese artistiche passarono a lungo inosservate ed è altrettanto vero che se l’era un po’ cercata, infangando gloriosi trascorsi con dischi orridi, scriteriate accuse ai discepoli e cause legali contro ex colleghi proprio allorché si iniziava a comprendere la portata del suo talento. Motivi di incazzatura col mondo Herr Dinger li aveva ed è dura essere un santo in città, tuttavia…

Cambiando discorso, ricordate che monolito kubrickiano fu “Krautrocksampler” di Julian Cope? Ecco. Lessi con febbrile dedizione pagine fresche di stampa recate da un amico in dono da Londra e, reperiti i tasselli mancanti, Neu! e La Düsseldorf balzarono fuori dal rock prefissato indie e post, dalla new-wave e dal punk albionico. A casa dei miei il pavimento mostra tuttora i segni della mascella caduta per lo stupore.

neu band

Tantissima l’acqua passata sotto i ponti, restano assoluta modernità il martellare in 4/4 battezzato dagli inglesi motorik, l’acida insistenza di corde e voci, il bucolico mitteleuropeo che combatte con un sarcasmo profumato di Settantasette. Come tante altre intuizioni “kraut”, erano frutto di gente cresciuta tra macerie che, per rivalsa verso i recenti orrori, stavano per tramutarsi in potenza economico-politica. Simile la fierezza con la quale si approprieranno della musica portata dai “vincitori” rendendola futuribile altro.

Ed è proprio dopo aver sfacchinato in complessi British Invasion di Düsseldorf che Michael (voce, chitarra, tastiere) e Klaus (voce, batteria) si uniscono a un altro germanico duo proveniente dal domani, i Kraftwerk. Troppa creatività chiude presto la militanza e, a fine ’71, quelli che ora sono i Neu! registrano in fretta le idee accumulate con Conny Plank, mago della consolle che fa da paciere tra anime opposte però pure complementari.

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Di lì a qualche mese, l’omonimo album su Brain spoglia il tambureggiare di Moe Tucker della residua fisicità nera e lo getta in una centrifuga. L’iniziale manifesto Hallogallo esemplifica il concetto tramite dieci minuti di secco groove, volteggiare di chitarre, laconici accordi stoppati. Rimossi basso, voci e melodie, ti avvolge un flusso potenzialmente infinito colmo di spiritualità qui aerea e là nevrotica. Favoloso.

Aguzzo noise-funk industriale (Negativland) e tenerezze atonali (Lieber Honig), straniti sogni (Sonderangebot, Weissensee) e saggi minimali (Im Glück) lo scortano in una confezione altrettanto avanguardistica e aliena: su uno sfondo bianco, il nome della formazione campeggia con stile da pubblicità. Mantenuto serialmente nelle successive uscite, spiega la passione dingeriana per Andy Warhol e Joseph Beuys per un esempio di estetica (post) punk. Nel 1-9-7-2!

Prima del seguito, i Neu! provano a rifare la magia dal vivo, falliscono e rinunciano. Consegnato l’ottimo singolo Neuschnee/Super, pare che lungo la lavorazione di 2 i soldi finiscano. Pur ripescando il 7”, le belle formule Für Immer e Spitzenqualität e un’anticamera di Immagine Pubblica intitolata Lila Engel non bastano per un intero LP. Messo alle strette, forse Doktor Dingerstein aveva esaurito le idee o voleva far ammattire una Brain rea di non aver promosso la sua creatura. Chissà.

punk und hippie

La scaletta viene completata con nastri deteriorati a mano e gli stessi pezzi reincisi a 16, 45, 78 giri per un’esperienza di ascolto surreale. Indifferenza nichilista, test di Roschrach sonico, primitivo uso del processo di registrazione come strumento, presa in giro: questo e altro in un parente stretto di Metal Machine Music cui si ispireranno i P.I.L. per suggellare First Issue con la derisoria Fodderstompf.

Ne risultano un flop commerciale – erano state viceversa soddisfacenti le vendite di Neu! – e l’incrinarsi di equilibri precari. Dinger cerca sbocchi in Inghilterra ottenendo solo l’entusiasmo di John Peel; Rother tenta di coinvolgere i Cluster, ma con Roedelius & Moebius si trova così bene che dagli alambicchi colano i meravigliosi Harmonia.

Più complicata la vita del socio: preso l’amore della vita e un sacco di soldi in un’etichetta, incanala la rabbia insegnando al fratello a maltrattare tamburi e piatti, impratichendosi con la chitarra e pianificando già la mossa successiva (i La Düsseldorf). Il contratto prevede un ultimo trentatré e, fuori dagli schemi fino alla fine, invece di un annoiato compitino la stranissima coppia recapita il Capolavoro.

75

Separandolo sul vinile, ’75 scioglie il dualismo insito ai Neu! – fate caso: il loro superfan David Bowie lo invertirà per Low e Heroes – in morbida psichedelia ambientale affacciata sui Novanta e nell’iroso cyberpunk’n’roll che forgia Sex Pistols e Adverts, privi (annota sempre “Mad” Julian) delle influenze surf o twang dei cugini americani. I sentieri qui si biforcano coerenti: l’hippie cosmopolita approfondisce defilato tecnologia e melanconia (consigliato Flammende Herzen: AD 1977, ospite Jaki Liebezeit) e Testamatta conduce nel ’76 il pregevole La Düsseldorf nelle classifiche tedesche incastrando synth e tastiere su “quel” ritmo.

Un biennio ancora e Viva porge obliquo avant-pop, acconciature alla Ziggy e giacche di pelle presto raccolte da John Foxx assieme al punto esclamativo. Mediocri nell’80 Individuellos e la reunion dei Neu! di un lustro posteriore, Klaus cade vittima di solitudine e rancore. Restano vana bile e opere sconclusionate che della realtà non tasteranno più nemmeno il polso in un amaro epilogo per questo autentico precog del rock. Tschuß, Excentrico!

Retronow: l’ultima mutazione degli Oneida

Quei bastardi pieni di gloria (underground) degli Oneida non avrebbero potuto essere figli che di New York. Parlano chiaro al proposito lo spirito e le opere di una formazione mai sedutasi sugli allori da che iniziò a mescolare post-punk, psichedelia deviata,  Seventies germanici, rumorismo. Ossimoro perfettamente funzionale, il loro stile è originale e attuale nella misura in cui mostra radici evidenti. Allo stesso modo, risulta vario perché edificato sul gusto per l’intarsio minimale e su un acuto senso per la reiterazione che – come insegna la malanima di Mark E. Smith – è faccenda ben diversa dalla ripetitività.

Così, brani che al primo impatto paiono monotoni e abrasivi senza causa sono invece pregevoli esempi di un cannibalismo sonico che fa male solo a quelli che nel rock benpensano. Per goderselo serve una certa pazienza, mentre per essere gli Oneida occorrono genio e coraggio. Tuttora ne hanno da regalare a chi ne è privo, i ragazzi, come quando sfacchinavano nel quartiere di Williamsburg un lustro prima che Rapture, Radio 4 e Yeah Yeah Yeahs lo rendessero cool. Di essere fighi, agli Oneida importa comunque zero. Preferiscono pasticciare in una cantina male illuminata con il ghigno del pazzo che sa cosa sta facendo.

Romance

Al di là di visioni idealizzate della faccenda, rimangono difficili da incasellare. La sanno lunga, e lo dimostrano strutturando perfette collisioni elettro-kraut-garage sferzate di ritmo e noise. Roba buonissima che conduce là dove i confini sfumano nell’apertura mentale e si aborrono le mezze misure, cioè in un Each One Teach One che garantiva loro gli annali e al trittico composto da Secret Wars, The Wedding e Happy New Year, che tramite splendide canzoni scortava fuori dalla discarica a guardare il cielo.

Dopo di che la banda ha sterzato indietro verso altre sperimentazioni e una collaborazione con Rhys Chatham, ma la giravolta pareva un po’ involuta. Quando li credevo consegnati a una mezz’età di onorevole mestiere, il fresco di stampa Romance mi ha mandato al tappeto in uno scrosciare d’applausi. Comunque lontani da scelte e soluzioni (relativamente) convenzionali, i nostri finti sbandati riconnettono i fili di un’intera carriera. Fissano il tempo che passa in un istante di ingegno incompromissorio e di follia dotata di metodo. Hai detto niente.

oneida live

Collocata in primo piano una batteria possente e pirotecnica, lastricano la decostruzione rock di intenzioni ottime quanto gli esiti: trappole malate e tuttavia irresistibili (la missiva ai fratellini Suuns It Was Me, l’elegante scontro frontale tra Can e Silver Apples di Reputation); geometrie tanto astratte da divenire fisiche (Good Cheer travasa tribalismo e feedback in tossica poltiglia, All In Due Time cala un magistrale asso motorik-pop); tour de force che danno dipendenza (Cedars: post-goth muscolare e orroroso; Bad Habit: i Suicide in una Ruhr del dopobomba; Lay Of The Land: sublime manifesto estetico); saggi di esaltante paranoia (Economy Travel l’ascolterei esplodere in un remix DFA, Cockfight pugnala con classe la “nuova” new wave anni zero).

A fine corsa, riassumendo e decollando per nuovi altrove, Shepherd’s Axe immagina i Grateful Dead che, indecisi se recitare da Velvet Underground o da Tangerine Dream della West Coast, rifanno A Saucerful Of Secrets negli angoli di Tago Mago. All’incirca, poiché questi settanta minuti densi e magmatici sfuggono a facili spiegazioni sin da un titolo solo in parte ironico. Dalla sua atmosfera caliginosa, infatti, emerge poco alla volta un’anima umanamente cinica e romantica. L’anima della sibilante, malinconica Good Lie e di un gruppo immenso tornato per incendiare i neuroni a fin di bene. Siategli riconoscenti.

Retronow: geografie della mente – A Hawk And A Hacksaw

Jeremy Barnes e Heather Trost hanno perfettamente compreso che l’ingrediente della migliore musica è la contaminazione. Un processo che nel loro caso significa confrontarsi con qualcosa di affascinante e culturalmente alieno, interiorizzandolo per gradi finché non si trasforma in altro. Questo in sintesi lo spirito del progetto concepito quasi vent’anni fa da Jeremy e allargatosi a power duo nel 2004 con l’arrivo della violinista Heather Trost.

Da allora, questi nomadi del New Mexico hanno creato un mondo sonoro in tutti i sensi favoloso. Benedetta dagli spiriti di Emilio Salgari e Bruce Chatwin, la loro è autentica world music contemporanea che colora est europeo, Medio Oriente e mediterraneità con sogni e ricordi, gioie e malinconie. In maniera simile a Pascal Comelade e Simon Jeffes, i due hanno un concetto “mentale” del tempo e della geografia e li cuciono per rinnovare la tradizione senza che si notino cesure, forzature o ingenuità.

AHAH

Un’operazione creativa delicata, che richiede attenzione e ritmi “all’antica” come il lustro trascorso dall’ultima missiva, benché i nostri amici non siano certo rimasti con le mani in mano: Barnes ha affrontato un tour con i redivivi Neutral Milk Hotel dei quali è batterista e la Trost ha pubblicato un sorprendente LP nella scia di Broadcast e Stereolab. Poi zaino in spalla e sì, viaggiare, per potersi sempre ispirare. Il risultato si chiama Forest Bathing, capitolo discografico numero sette che riporta in primo piano la tristallegria tramite sottintesi e accenni evocativi.

Questa la linfa di dieci brani autografi che potrebbero tranquillamente passare per traditional riadattati. Fatico a trovare complimento più grande, già basterebbe e tuttavia non finisce qui: c’è anche la sensazione di un tuffo nel suono puro che racconta gli artefici fedeli al titolo dell’opera, essendo il bagno nella foresta una pratica giapponese in base alla quale ci si immerge fisicamente in una selva per coglierne la forza curativa. Sperimentandola sul campo, i ragazzi si sono recati una tantum dalle parti di casa, nel parco nazionale della Valle De Oro.

forest bathing

Suppongo sia stata la scintilla decisiva di questi cortometraggi sonori allestiti con un bagaglio di strumenti senza epoca e ospiti significativi per provenienza e retaggio. Un clarinettista di Istanbul, un maestro ungherese di cimbalon, il trombettista chicagoano Sam Johnson, John Dieterich dei Deerhoof e Noah Martinez dei Lone Piñon spiegano il felice connubio tra sperimentalismo (dopo) rock e sapienza folk che è la spina dorsale della struggente The Shepherd Dogs Are Calling e della maestosa Bayati Maqam. Incanti degni di cantastorie senza parole che disegnano gatti neri nel buio (Night Sneaker) e deserti dell’anima (The Sky Is Blue, The Desert Is Yellow) camminando lungo rotte dimenticate (Alexandria) o strade poco battute (A Broken Road Lined With Poplar Trees).

Tutto allo scopo di condurci là dove si danza per la vita (A Song For Old People/A Song For Young People), dove gli orsi si lavano beati nel fiume (The Washing Bear) e dove le streghe ancora spaventano i bambini (Babayaga). Nondimeno, il senso intimo di una meraviglia come A Hawk And A Hacksaw sta nel lirismo – fate conto il Morricone dei ‘60 domiciliato presso la Constellation – della chiesastica The Magic Spring. Sta in una bellezza romantica che vi rapirà il cuore. Anche stavolta non ve ne pentirete.