Classics Revisited: Aztec Camera – l’impossibile leggerezza dell’essere adulti

Chissà come si sente Roddy Frame a vestire i panni dell’ex enfant prodige. Mi domando se ai ruggenti Ottanta ancora pensa quando guarda dalla finestra sul calar della sera, mentre io – per zittire un po’ il ronzio del tempo che passa – ragiono sui gruppetti odierni che franano al secondo album dopo averne confezionato uno colmo di stereotipi. Non posso spiegare quanto mi piacerebbe vedere il tenero Roddy, magari ispirato dall’amico Edwyn Collins, spazzare via le coeve nullità con un colpo di spugna. Di fatto, nella “generazione duemila” nessuno ha sinora consegnato musica che avvolga palpiti adolescenziali e ricercatezza in un sentire universale.

Musica che profumi di gioia e melanconia, di mezze stagioni e di futuri immaginari con ali di farfalla. Musica come quella contenuta in High Land, Hard Rain, capace di far sobbalzare il cuore ai teenager come agli uomini maturi. Mi sorge il dubbio che quelle gemme, sospese tra le istantanee di folk metropolitano scattate dai Velvet Underground e gli arazzi latineggianti dei Love, accechino chiunque. Ho anche una certezza, però: non sempre è colpa del Maestro se gli alunni sono mediocri.

roddy mélo

Per chi all’epoca era piccino o addirittura ancora non era, i primi due album degli Aztec Camera potrebbero essere una rivelazione. Con una modalità in largo anticipo, il nome fungeva da paravento per un (pop)songwriter nato nel 1964 a East Kilbride, sobborghi di Glasgow. Cresciuto con i gusti delle sorelle maggiori, il punk e Bowie (tuttavia adorando Fall, Al Green, Wilko Johnson, Echo & The Bunnymen, Magazine, Teardrop Explodes…) Roddy resta folgorato da Neil Young e da Forever Changes.

Sedicenne – autodidatta: la prima chitarra imbracciata in età da asilo! – possedeva perizia strumentale e doti compositive sufficienti per mollare gli studi e girare i pub con il bassista Campbell Owens e il batterista Dave Mulholland. Estasiato, Alan Horne spalanca loro l’uscio della Postcard, etichetta fondata nella primavera 1980 che – antesignana di Creation e Sarah – fa scuola anche nell’immediato alla voce “Smiths” con un proto indie-pop a base di sixties, soul, new wave. Essendo i chiaroscuri appannaggio di Orange Juice e Jozef K., gli Aztechi ne dispiegano il lato solare nei rigogliosi 7” Just Like Gold e Mattress Of Wire.

high land hard rain

In barba all’entusiasmo della stampa e di John Peel, la formazione soffre il dilettantismo volenteroso di Horne e gli avvicendamenti alla batteria. A uno stallo annuale e all’accumularsi di brani risponde il trasferimento a Londra assieme a Ross. Nell’estate 1982 si passa alla Rough Trade, provando e riprovando con l’ex Ruts Dave Ruffy ai tamburi e il tastierista Bernie Clark il materiale che nel maggio seguente sfila su High Land, Hard Rain.

Riverniciate le ancelle dei 45 giri succitati (We Could Send Letters: arguzia di strofe cupe e squillar di ritornello e bridge; Lost Outside The Tunnel: leggiadra, tesa e memore di Da Capo), aggiunge l’irresistibile Oblivious (singolo al primo posto nella chart indipendenti; il 33 giri ventiduesimo nella generale), la tenera Down The Dip, il romantico folk-rock “con anima” Back On Board e l’innodica Walk Out To Winter. Altrove sfuma tinte pastello in toni crepuscolari (The Bugle Sounds Again) e grazia trascinante (Pillar To Post), immagina i Go-Betweens alle prese con la bossanova (Release), ritrova dietro la luna il senno di Arthur Lee (The Boy Wonders, Lost Outside The Tunnel).

roddy in black

A luglio la Sire, sottomarca del colosso WEA, stampa il Capolavoro oltreoceano, Elvis Costello si unisce agli elogi e come lussuosa spalla del tour statunitense di Punch The Clock invita il trio, che poi attraversa da solo Canada e nord-est perdendo pezzi. La Rough Trade, inoltre, non ha i mezzi per capitalizzare ulteriormente il successo e Frame cede alla corte della Warner. In serbo un tesoretto composto negli Stati Uniti, ottiene l’autonomia artistica che assieme all’ascolto ossessivo del dylaniano Infidels spiega la presenza di Mark Knopfler alla regia di Knife.

knife

Nel settembre ’84 arrangiamenti ricchi ma equilibrati sottolineano l’immediatezza di Head Is Happy (Heart’s Insane) e la riflessiva complessità della title track. Allo stesso modo, il brio di Just Like The USA, Still On Fire e All I Need Is Everything bilanciano la confessione The Birth Of The True e le dolceagre The Back Door To Heaven e Backwards And Forwards. Poi qualcosa si rompe. Forse tutto è arrivato troppo presto e il giovanotto si sposa, poi sparisce fino al vacuo soul-rock di Love, AD 1987. Recuperato un po’ di terreno nel 1990 con Stray, gli servono tre anni per la noia di Dreamland e altri due per accantonare la sigla con il piatto Frestonia. Da allora appone nome e cognome su dischi carucci ma senza smalto. Superati i cinquanta, sconta un’adolescenza in stato di assoluta grazia e Canzoni che tuttora esortano ad abbracciare il mondo e desiderare che piova sotto il sole. Prove sublimi di come possa essere impossibile diventare grandi quando Grandi lo si è già.

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Retronow: Steve Earle – natural born outlaw

Non so come la vediate, ma per me era dal tributo Townes del 2009 che – escluso lo splendido I’ll Never Get Out Of This World Alive – Steve Earle temporeggiava. Alla sua maniera, certo, ovvero con classe ed estro rari e piazzando a ogni giro di giostra un fastello di brani memorabili. Tuttavia, dopo quell’incombenza (in parte gioiosa e in parte amara, incentrata com’era sul ricordo del mentore e più d’ogni altra cosa amico Townes Van Zandt) sulla lunga distanza la scintilla del fuoriclasse un po’ latitava.

Datemi del musone, però questa è casa mia e ho il diritto di cercare il pelo nell’uovo. Provo a spiegarmi meglio, comunque: assolutamente presente a sé, Steve pareva intento a ripigliare fiato dopo aver affrontato un peso massimo del canzoniere americano, come se la carica emotiva sprigionata ricordando l’Uomo di If I Needed You avesse richiesto un prezzo non dappoco. Ci sta eccome, considerate le circostanze biografiche e non che tutto ciò rappresenti una colpa. La vita va così: a volte devi seguirne il corso anche se sei nato per nuotare controcorrente.

Earle

Per questo motivo, saldato il debito, lo sguardo del Nostro si volge al passato e agli esordi da nuovo tradizionalista. Ricordandoli apertamente, quegli anni, in note interne vibranti commossa nostalgia per un’epoca perduta e per tanti compagni d’avventura che non sono più. Suono e attitudine di conseguenza sono viepiù essenziali, sistemati a reggere canzoni pulsanti l’energia del songwriter che dal popolo pesca la materia per scrivere pensando poi sempre alla “gente”.

Senza demagogia o retorica, perché si tratta di distillare un vissuto e renderlo universale, alla maniera di un Bruce Springsteen o di un John Mellencamp al top e mica è robetta, siccome dal Capolavoro Copperhead Road in poi Mr. Earle è legittimamente considerato un modello, un caposaldo di un retaggio che anche con lui si è rinnovato. Un gentiluomo nonostante tutto, costui, che bada al sodo e sotto l’aspetto da Allen Ginsberg del vecchio West qui sferza e carezza – con ugola che ha visto cose che noi umani eccetera – un mazzo di country‘n’roll sporchi e intimi come si conviene.

Outlaw

Arriva subito dritto al cuore So You Wannabe An Outlaw, aprendosi sul “bandito country numero uno” Willie Nelson che spartisce il microfono col padrone di casa nel rugginoso caracollare elettrico omonimo. Indicando senza indugio alcuno che il livello compositivo è tornato ai vertici, laddove l’universo umano resta il medesimo, a ennesima riprova che lo scrittore serio parla di ciò che meglio conosce. Ecco l’amore che tutto muove (Lookin’ For A Woman, The Girl On The Mountain) oppure si trasforma in tormento (You Broke My Heart, il duetto con Miranda Lambert This Is How It Ends), la durezza dell’esistenza (If Mama Coulda Seen Me, The Firebreak Line) e la sabbia che scorre implacabile portando via qualcuno di importante (una sublime Goodbye Michelangelo, saluto al Maestro Guy Clark saggiamente posto a suggello e, per chi scrive, seria candidata a “canzone del 2017”).

Cose bellissime intessute di stoffa che nelle giuste mani dura in eterno e, del resto, il sarto lavora con passione e vigoria, mettendoci l’anima e versando la rabbia sia nelle invettive (stupenda, la livida Fixin’ To Die da Mark Lanegan dei bei tempi) che in ingannevoli sguardi verso la luce (Walkin’ In LA). Niente trucchi, niente inganni. Felicissimo di sentirti di nuovo in forma smagliante, caro desperado.

 

Kult Korner: Arson Garden – canzoni come fantasmi plastici

Ci sono momenti in cui pensi ai dischi che rappresentano un “capitale” per pochi intimi. Quelli che ti domandi “come è possibile che nessuno se li sia filati?” e vuoi scriverne perché, con l’ingenuità di uomo maturo ma pur sempre sognatore, pensi che il messaggio in bottiglia possa tramutarsi in un mattoncino di equità. Di fatto, ogni generazione custodisce i propri santini mentre la memoria del pop si cancella alla velocità della luce, tuttavia una band favolosa come gli Arson Garden meriterebbe di essere celebrata ogni giorno. Invece resta cult per antonomasia, questo miraggio metà technicolor psichedelico e metà bianco e nero metropolitano esploso a colmare la distanza tra l’elevazione dei Jefferson Airplane e i bassifondi velvetiani. Tratti somatici ancor più sorprendenti considerandone la provenienza da Bloomington, Indiana.

under towers

Nella patria del basket e di John Mellencamp sarà stata roba da alieni la vigorosa inclinazione arty degli Arson Garden, fondati al tramonto degli Ottanta dai fratelli Combs – April, ammaliante sirena; James, chitarrista – con la ritmica di Joby Barnett (batteria) e Clark Starr (basso). A loro si aggiunge poco più tardi Michael Mann, fondamentale sei corde solista abile sia con il feedback che con trame ipnotiche. Sarà comunque autentica forza del collettivo, la loro, distillata in un sortilegio che amalgama i singoli elementi. Suppongo che di magia ne promanasse parecchia dal demo giunto nell’88 sulla scrivania di Albert Garzon. Estasiato, colui al quale dobbiamo 10,000 Maniacs e Brenda Khan accoglie il quintetto alla Community 3 e offre supporto produttivo lungo la febbrile settimana – agli studi Paisley Park di Prince, nientemeno! – che partorì l’esordio Under Towers giusto per sciogliere gli ultimi freddi del 1990.

Nessuna ruga su un raffinato folk misto (indie) rock, zuppo di new wave e talora venato di funk bianco e lo stesso vale per canzoni che danzano con impeto, rapimento ed emozione restando ineffabilmente lievi, mai troppo nitide. Sono sogni divenuti realtà sommamente affascinanti l’incalzante Two Sisters, le Lash e Heat From A Radiated House in bilico tra turbinoso ed etereo, la sensazionale title-track che fonde Fairport Convention e Throwing Muses. Laddove al liquido battere di Solitariat replicano l’acida grinta di The Sways e Once Then Twice Removed e una Armistice giocata alla pari con Feelies e Walkabouts.

Arson Band

Fantasmi plastici illuminati da bellezza suprema che riscuotono il plauso della stampa più ricettiva e addirittura di MTV: gli Arson Garden si ritrovano così ospiti del programma “120 Minutes” allorché un tour culmina con la capatina in Europa e l’entusiasmo di John Peel. In dicembre accettano l’invito a una session delle sue e poi salutano Garzon con l’EP a 45 giri Virtue Made Out Of Sticks. Registrato nottetempo con un budget risicato, nel ’92 Wisteria reca infatti il marchio della piccola Vertebrae, mostrando il nerbo esecutivo ereditato dai concerti e insistendo su strutture intricate però seducenti con la sibilante Of 2 Minds e una minacciosa Goes Out Kicking, con i lisergici saliscendi Bird In The House e This Chemical Draws e l’eco di Grace Slick in Cold e Kathy’s In Deep.

Schiacciate dal grunge, non vanno lontano commercialmente ma garantiscono agli artefici il Lollapalooza e altre tournee. Una data newyorchese muove l’interesse dell’American Empire, che di lì a un biennio pubblica The Belle Stomp, scrittura un filo più lineare a incorniciare acusticherie delicatamente nervose e il capolavoro psych-folk-wave di Please Let’s Sleep. Nondimeno l’etichetta chiude e gli Arson Garden si sciolgono, stanchi e disillusi. Annotata una reunion del 2006 per beneficenza nella città natale, apprendo che – dopo una carriera solista e altri progetti poco rilevanti – oggi James traffica col country-rock contaminato nei Great Willow e la sorella (frattanto convolata a nozze con Michael) scrive canzoni folk per bambini. Il viaggio si è infine compiuto, dalle ali alle radici. Perfetto.

Retronow: Algiers – combat soul(s)

Agli Algiers è stato sufficiente un disco per entrare nella storia della musica popolare, benché scommetterei che a loro del ruolo di “sensazione” importi zero. Piuttosto, il clamore rappresenta un altro mezzo utile a trasmettere messaggi sonori e testuali dei quali da troppo si sentiva la mancanza. Siamo invero di fronte a un gruppo militante non per modo di dire, che appoggia argomenti di peso su un meticciato robusto e davvero inaudito dove confluiscono vampe black e algori new wave, retaggio afroamericano e aspirazioni dopo-rock.

Per tacer degli altri ingredienti, in primis dell’assenza di cesure sul corpo di una creatura così fascinosa da rendere insopportabili talune precipitose preoccupazioni – anzi: seghe mentali – tipo “saranno una meteora bruciata dal proprio fuoco?” e “riusciranno a volare sempre alti?”. Di fatto, l’intensità e la robustezza dell’omonimo debutto chiarivano che Franklin James Fisher, Lee Tesche e Ryan Mahan l’immortalità se l’erano guadagnata. E al diavolo tutto il resto.

Algiers

 

Chiara la questione? Bene. Adesso, con nelle orecchie un secondo album che ha sostituito il terzo quanto a fatidica difficoltà, potete temperare le matite e spianare i mitra. Se non avete di meglio da fare, s’intende. Da parte mia, preferisco abbandonarmi a una nuova dimostrazione di genialità e passione. Ascolto e riascolto The Underside Of Power fermamente convinto che il nuovo medioevo necessiti di speranza, ma anche di un ritratto del caos brutto e agghiacciante che ci accerchia.

In misura ancora maggiore, di un “ottimismo dell’intelligenza” che arrivi alla testa e ai fianchi anche attraverso le note. Questa l’essenza di un lavoro che si racconta entusiasmante al pari del predecessore e accoglie in via ufficiale l’ex Bloc Party Matt Tong alla batteria. Un lavoro che – avvalendosi della regia di Adrian Utley dei Portishead, bravissimo a incarnare il “Mr. Sherwood” della situazione – si porge quel tot più meditato senza smarrire personalità. Che con autorevolezza si fa beffe della nostalgia mentre dal passato (anche recente: sorgono spontanei parallelismi con TV On The Radio) raccoglie indicazioni preziose.

underside of power

 

Caratteristica che siamo soliti associare ai Grandi, quest’ultima. Senza dubbio lo è chi fonde con disinvoltura la fisicità e il cerebralismo, chi incanala rabbia e sdegno in mutanti talvolta propensi a un pop trasversale e abrasivo. Se Walk Like A Panther lavora di/con chirurgia funk industrial-rumorista, la title-track, Cleveland e Cry Of The Martyrs si abbeverano alla musica dell’anima con l’obiettivo (centratissimo) di ricomporla in nuove forme. Se ai Depeche Mode cyber-beefheartiani di Death March risponde una Bury Me Standing che risucchia l’Eno ambientale da un buco nero, Animals sono i Suicide gonfi di anfetamina e melanina e A Hymn For An Average Man vede Antony rinsavire credendosi Peter Hammill.

A tirare le fila del discorso, la conclusiva e immane The Cycle/The Spiral: Time To Go Down Slowly trabocca negritudine destrutturata come una Sinnerman per il nuovo millennio. Frenetica, swingante e accorata, la dici appartenere a un Pop Group proiettato nelle macerie del dopo apocalisse, da dove conforta il cuore nascosto della pianistica Mme Rieux. Gli Algiers sono una band favolosa e necessaria. Una band come credevo non ne nascessero più.

Tur(r)ista per caso: il canto notturno di Nusrat

Non è un semplice disco né un disco semplice, Night Song. Lungo i ventuno anni trascorsi dalla pubblicazione per la Real World di Peter Gabriel, ha costantemente sottolineato un’alterità che di materico possiede giusto la bellezza suprema e indicibile con la quale mette in ginocchio, come un sogno a occhi aperti che ha deciso di concretizzarsi affinché potessimo ripeterlo infinite volte. Ed è, anche, un incontro tra istinto e razionalità che dialogano felici senza farne mistero.

Perché la strumentazione è moderna però parca e in connubio con la tradizione; perché la chitarra di Michael Brook (ex Martha & The Muffins; collaboratore di Eno, Lanois, Fripp; raro esempio di virtuoso che non eccede e di produttore abile e misurato) insegue le volute vocali – ipnotico rapimento, mistico e sensuale – di Nusrat Fateh Ali Khan; perché questa è musica viva proprio in quanto pura e contaminata allo stesso tempo. Sarà lei a prenderti per mano, condurti alle imponderabili sommità emotive di Sweet Pain e Crest e abbandonarti in luoghi ignoti ma familiari, raggiante e turbato dall’immane presenza di Longing.

 

fateh

Forte di un retaggio antico sapientemente reinterpretato, l’ugola di Nusrat mescolava infatti le delizie del qawwali (musica religiosa che nel sufismo possiede un ruolo fondamentale) a una leggerezza e una presenza fisica che non si escludevano a vicenda. Questo uno dei segreti – gli altri: un perenne stato di grazia e un’apertura mentale rara – di chi portò l’improvvisazione khayal a livelli mai raggiunti, né prima né dopo. Una parte del repertorio classico indiano conobbe in tal modo uno sconvolgimento stilistico e metodologico, poiché quest’uomo si spingeva oltre le convenzioni legate a strutture e scale, rafforzando il genere con scambi tra culture distanti solo in teoria. Sì: in teoria non sei remixato dai Massive Attack e non duetti con Eddie Vedder senza un mirabile senso dell’equilibrio tra avanguardia e memoria. E meno male che c’è la pratica.

L’equilibrio di cui sopra era peraltro già evidente in Mustt Mustt, lavoro bellissimo che – sempre Gabriel e Brook dietro le quinte – nel 1990 imponeva definitivamente Nusrat al pubblico occidentale più attento. Presagio lussuoso di uno scrigno sublime che, tempo sei anni, conquistava l’immortalità attraverso struggimenti sottili e inquieti (Night Song, Lament), frenesie tanto liete quanto incontrollabili (Intoxicated), melanconiche progressioni che sfidano la gravità (My Comfort Remains). Splendori abbaglianti che collocano in secondo piano le difficoltà incontrate in corso d’opera da Brook, sobbarcatosi un faticoso e lunghissimo lavoro (con i mezzi di allora, da perderci sonno e senno) di taglia e cuci e sovraincisioni su/con le improvvisazioni del pakistano. Eppure tutto è naturale e fluido, come se fosse stato concepito, realizzato e colto al momento stesso della creazione.

night song

Anche la vaga nostalgia, eterea benché mai astratta, che avvolge queste “canzoni”, dove talvolta – frequentazione assidua insegna – il cantato scivola più rapido delle trame sonore con cui sta conversando. Uno scarto in realtà lievissimo, nondimeno l’anima ne riceve in cambio sottili tagli dai quali zampilla armonia invece che sangue. In quel momento si torna alla kora e all’elettronica umanista (da Salif Keita in gita sul Gange, grossomodo) dell’iniziale My Heart, My Life con diverso spirito. Ci si rende conto di essere al cospetto di qualcosa che trascende l’arte. Che davanti a noi è spalancata la porta di accesso su un mondo più sereno. Un mondo così pacifico che, a due decenni dalla prematura dipartita di Ali Khan, la spina raffigurata sulla copertina di Night Song è penetrata negli angoli più nascosti del cuore.

Classics revisited: Neil Young, unplugged prima di te

Quando affronti un mostro sacro i polsi tremano sempre un po’. Per timore reverenziale, certo, ma anche perché ti domandi come potranno reagire i fan oltranzisti a possibili giudizi infedeli alla linea, augurandosi che non siano tutti pseudo zappiani o spingsteeniani e cioé gente convinta di aver visto Dio. Per quanto mi riguarda, il punk ha insegnato che gli idoli non servono e i modelli invece sì. Che gli uomini sbagliano e possono redimersi. Che l’amore sarà magari cieco però di certo non è sordo.

 Pertanto spero che nessuno si offenda se affermo che nel nuovo secolo la traiettoria di Neil Young (al solito per nulla lineare: costui è sul serio un Cavallo Pazzo) è soprattutto ondivaga e offuscata. Estratto il tris di Prairie Wind, Chrome Dreams II e Psychedelic Pill da un mare di mestiere, esperimenti sfocati e inconcludenze, pare che – avvertendo lo scorrere delle lancette e a maggior ragione da che nel 2005 rischiò di rimetterci la pelle – il canadese butti fuori dischi perché il tempo stringe. Posso capirlo, eppure preferirei che pubblicasse con maggior discernimento e rispetto verso il senso del suo operato.

 Hitchhiker

Scrivo queste parole e subito mi sovviene che l’umorale Mr. Young non è un esempio di coerenza. Che nondimeno gli vuoi bene anche per lo svolazzare da falena che sbatacchia contro la luce, cade e poi, rifiorita, vortica attorno a un palpitante nucleo di ispirazione partorendo Capolavori e splendori. Forse per nonno Neil il senso di cui cianciavo sopra è vivere facendo ciò che gli aggrada come gli aggrada e chi lo ama lo segua. Può darsi. Del resto parla chiaro anche la modalità un filo meno capricciosa con la quale riordina gli archivi, benché sia proprio frugando nel vortice emotivo di una gioventù già matura di ricordi che vengono a galla i Live At The Fillmore East e Live At Massey Hall 1971 capaci di mettere in secondo piano ogni magagna. Anche Pono e Americana.

Al novero delle pepite potete ora aggiungere anche le incisioni rupestri di Hitchhiker. Mezz’ora buttata giù con chitarra acustica, armonica e voce la notte dell’undici agosto 1976 agli Indigo Studios di Malibu con giusto qualche pausa per bere e fumare. Il fido Dave Briggs dall’altra parte del vetro a mixare in diretta, Neil si schiarisce la voce e, lo sguardo tagliente, snocciola un brano dietro l’altro. In realtà dialoga con se stesso e con fantasmi passati e presenti, chiedendo loro per l’appunto un… passaggio durante un momento particolarmente critico del percorso. E di quegli anni tormentati ma fertili spesi tra il buio dell’anima e la spiaggia, le composizioni incarnano l’attimo in cui inizia a scorgere la luce in fondo al tunnel.

Neil-Beach by Henry Diltz

E’ insomma una sorta di “unplugged” ante litteram e conta zero che all’epoca l’autore lo accantonasse perché a riascoltarsi si percepiva “piuttosto fuori”. Conta che l’insieme regga e che sia tornato otto volte a pescare dal pozzo magico. Segno che in quelle canzoni Young credeva: ne aveva ben donde, siccome il bianco e nero si illumina d’immenso in una Powderfinger asciutta e focalizzata sulla vicenda alla Cormac McCarthy, in una title-track di rock’n’roll acustico intessuto di brividi, nelle allucinate Pocahontas e Ride My Llama pronte per la ruggine che non dorme mai.

Annotato che sono due gli inediti assoluti (il tetro schizzo Hawaii e l’atavico, solido folk Give Me Strength), risultano lampanti i significati di una Campaigner all’epoca indirizzata a “Tricky Dicky” Nixon (oggi a Donald Trump: tutto cambia perché nulla cambi) e della Human Highway che rimugina sui brandelli di sogno americano sparsi a mulinare nel vento. Aggiungete infine il dolersi nebbioso Captain Kennedy e il pianoforte di The Old Country Waltz e vi ritroverete nelle mani pura polvere del cuore. D’oro, ovviamente.

 

Retronow: Randy Newman, Genio malinteso

Randy Newman è un miracolo vivente e di conseguenza inimitabile. Un cinico sognatore che, raffinato ma sincero, traspone in note e parole ciò che chiunque ha paura a dire. Un cantore tanto più umano quanto più è oggettivamente implacabile nel tracciare vizi e virtù e nel dar voce a personaggi sovente sgradevoli. Uno che si accostava alla musica da nipote di compositori di colonne sonore, seduto in casa al pianoforte per traslocare la Big Easy sulle colline di Hollywood con in tasca i santini di Brahms, Fats Domino e Ray Charles.

Senza dimenticare George Gershwin e Cole Porter e mantenendo l’orecchio alle radici, sin dal principio se n’è fregato del concetto di rock come “cultura giovanile” e ha imboccato una personalissima via di capolavori, lastricata d’oro tramite i lavori per il grande schermo e le infinite, quasi sempre inferiori riletture altrui del proprio repertorio. Anche questo è Randy: un Grande malinteso e, sì, il doppio senso l’ho fortissimamente voluto.

Composer Randy Newman

Troppo arguto per un mondo così becero, incarna un patrimonio da custodire gelosamente e da ammirare mentre cammina sulla lama del rasoio che separa tristezza e sarcasmo. La comédie humaine che popola i suoi LP serve anche a rammentare che spesso ci affanniamo a inseguire significati che forse nemmeno esistono. Tuttavia siamo dentro al circo, quindi tanto vale sporcarsi di segatura per due agre risate, qualche lacrima, una morale. In ogni caso, non sparate sul pianista perché sarà lui a mitragliare per primo: sulla storia, sulla politica, sulla religione. Su noi tutti. E meno male…

Come ben saprete, il nostro William Hogarth ebraico d’oltreoceano è tornato lo scorso agosto a scaricare una nuova cartucciera, intitolata – con abile calembour tra “faccenda” e “materia” oscura – Dark Matter. Calando sul tavolo i jolly dell’understatement e dell’autoironia, l’interessato sostiene che esso “non pare mostri troppi segni di decadimento”. Gioca in contropiede, siccome un ascolto spazza via l’Isis e il buco nell’ozono, la crisi economica e le cinque stelle di latta, Trump e Putin.

dark matter

Ecco. Fiondatevi sulla terza traccia delle nove in scaletta, una vetriolica marcetta che reca il cognome dell’autocrate russo. Da sganasciarsi e insieme riflettere, giacché molto altro si cela dietro una facciata comunque magnifica. Ad esempio l’evidenza che l’autore alluda al tiranno legalizzato del suo paese perché un brano su quel farabutto gliel’hanno respinto. E poi e soprattutto il magistrale saldare forme asciutte però inappuntabili al contenuto, rafforzando l’insieme e sottolineando il racconto. Ripartite dal principio, ora: dalla fluviale disputa su fondali musical e gospel The Great Debate e dalla melanconia à la Blue Valentine che d’improvviso diviene caraibica di Brothers.

Comporrete il terzetto bastante a garantire uno dei titoli più memorabili del 2017, non vi fossero poi sublimi ballate di un amore che guarda dritto la realtà (Lost Without You, She Chose Me), paranoie euforicamente contagiose (It’s A Jungle Out There, già tema della serie tv “Detective Monk”), vicende amarognole di blues (Sonny Boy), jazz cristallino (On The Beach). Laddove i… titoli di coda sono affidati a una delle cose più belle del Nostro, la Wandering Boy struggente e profumata con magnolie in fiore e vino rosso. Dark Matter è puro Randy Newman: aspro, romantico, meraviglioso. Come la vita.