A volte un gruppo racchiude un po’ della sua essenza nel nome che si è scelto. In inglese clawhammer indica il martello usato per piantare e togliere chiodi, tuttavia gli esperti di old time music confermeranno che il vocabolo contraddistingue anche una particolare tecnica esecutiva del banjo. E, dando per scontato che tutti possediate una copia di Trout Mask Replica, vi sarà immediato planare un’ennesima volta sulla Orange Claw Hammer colà inclusa e chiudere il cerchio. Non completamente, però, siccome l’oggetto di questo articolo attingeva da tante fonti un suono criticamente conscio della storia e saccheggiava il passato allo scopo di ricomporlo con sana demenza e sacro furore. Perché lo amava, quel passato che non era poi così passato, ed era palese che sulla sua impollinazione incrociata si sarebbe costruito un domani credibile, come tanti altri stavano facendo in coda agli anni ‘80, quando il grunge conquistava la ribalta e il rock viveva l’ultima fiammata prima del post. Il quale emerge in termini di attitudine da un hard blues pazzerello screziato di noise e psichedelia e maltrattato da (hardcore) punk e new wave. In maniera simile ai Flaming Lips, i Claw Hammer ricavarono dall’unione di ragione e istinto un miscuglio che, seppur concretizzato in California, partiva dai panorami industriali dell’Ohio. Non un caso, siccome Pere Ubu e Devo erano modelli evidenti e riconosciuti, sia nel rifacimento integrale di Q: Are We Not Men? A: We Are Devo che in una vibrante Final Solution sistemata sul retro di un 45 giri.
La vicenda ha inizio a Long Beach nel settembre 1986, quando Jon Wahl (nato in Virginia, polistrumentista con voce da invasato e in precedenza roadie degli Agent Orange) molla i Pontiac Brothers guidati dall’ex Gun Club Ward Dotson e conosce il chitarrista Chris Bagarozzi, cresciuto nella Orange County alternando sul piatto Jeff Beck e Link Wray, Stooges e Gang Of Four, MC5 e Television, Black Flag e Captain Beefheart. Dopo un breve periodo con Dave Valdez e Sean Edwards, la sezione ritmica si stabilizza con il bassista Rob Walther e Rick Sortwell (deceduto nel luglio 2001) alla batteria e la loro trafila tipica dei gruppi americani è basata sui concerti, su un’inflessibile etica del lavoro e su materiali che Jon serbava nel cassetto e che continua a scrivere, proponendoli agli altri in una sorta di improvvisazione strutturata. Tocca aspettare un triennio per i primi frutti: promettenti la cassetta dal vivo – non sfugga il sardonico rimando agli Stones – Get Yer Za Za Yout e il singolo Poor Robert impreziosito da una scalmanata rilettura di Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey.

Partiti con il piede giusto, da minuscoli marchi i ragazzi approdano alla Sympathy For The Record Industry, godendo della totale libertà artistica che prorompe da Candle Opera e Brother Brick Says, tumulti su piccolo formato che spianano la strada all’eccezionale Claw Hammer, 33 giri che nel 1990 recapita canzoni frammentate e sferzanti magistralmente costruite sulla convivenza tra asprezze, lusinghe melodiche e padronanza esecutiva. Per il quartetto le cover rappresentano una fissa e una dichiarazione di intenti: lo zenit è raggiunto con il 7” Double Pack Whack Attack (accanto a Devo e Pere Ubu sfilano Patti Smith e Brian Eno) e alla citata rilettura – addizionata nel titolo di un secondo, scherzoso not – del primo album di Motersbaugh e soci. Nel frattempo Sortwell getta la spugna a favore di Bob Lee, rapido ad ambientarsi grazie alla militanza negli sperimentali Crawlspace anche se la formazione reagisce temporeggiando. Il biennio ‘90-‘91 vede Bagarozzi presenziare nei primi due album dei Down By Law e nell’omonimo LP dei neo-psichedelici Sacred Miracle Cave in cui figura anche Walther, laddove Wahl aiuta la moglie Terri a rodare il trash rock‘n’roll delle Red Aunts.
Dall’iperattività trae beneficio nel 1992 Ramwhale, dove la solidità d’insieme compensa una penna lievemente inferiore al debutto ma sempre capace di urticanti, policromi gioielli che consolidano la stima di Brett Gurevitz dei Bad Religion, qui in veste di produttore. Accolto il gruppo alla Epitaph, di lì a dodici mesi Pablum aggiunge alla ricetta un pizzico di vigoria funk e la brillante maturità che nel ’94 ritroviamo in The Hard Stuff, album di Wayne Kramer dove fungono da lussuosa backing band. Adocchiati dalla Interscope, il loro salto nel mondo major giunge al culmine di una crescita graduale, non causa danni ed espande la tavolozza stilistica nello sguaiato Thank The Holder Uppers(1995; Gurevitz al commiato) e in un poco più ortodosso Hold Your Tongue And Say Apple(1997, al mixer Jim Dickinson), con nel mezzo l’E.P. Scuse The Excursion, dove si affrontano Duke Ellington e Miles Davis facendo il verso agli Stranglers in copertina. Siamo agli sgoccioli: nella primavera 2000 i ragazzi spariscono dai riflettori, nove anni dopo la Munster stampa il live risalente al ‘95 Deep In The Heart Of Nowhere e il resto, inclusa la rimpatriata per un solo concerto nel settembre 2013, è culto allo stato puro. Coerenti fino all’ultimo, i Claw Hammer escono di scena a testa alta lasciandoci in dote un pugno di dischi ruvidi, ingegnosi e coinvolgenti. Se vi pare poco…










