Retronow: Feelies – ancora (ritmi) pazzi dopo tutti questi anni

Mai fidarsi dei nerd. Specie di quelli che in bacheca vantano un Capolavoro intitolato Crazy Rhythms e hanno esercitato un’influenza enorme. Influenza che ha richiesto più del normale per finire in classifica, così che quando i cicisbei Strokes fecero il botto con la versione annacquata di quel suono velvetiano, obliquo e percorso da frenesie ed eccitazioni, tempo un mese mi tappai le orecchie per evitare l’ennesimo tormentone sul “ritorno delle chitarre”. Quando mai se n’erano andate? Bisognava cercarle sotto spoglie più defilate, certo, ma erano vive. Lo stesso ragionamento possiamo estenderlo oggi alla band del New Jersey, ignorata dal successo però venerata da storiografi e intenditori, dalla critica più attenta e da figli – quelli sì, veramente eccelsi – della statura di R.E.M., Galaxie 500, Yo La Tengo. Insomma: senza i Feelies, il cosiddetto alternative rock sarebbe (stato) faccenda assai diversa e di sicuro più noiosa.

feelies

Ciò premesso, pare che ai diretti interessati del clamore importi zero. Con serafico e pervicace understatement gli basta pubblicare un album quando gli aggrada per ricordarci di aver scritto la Storia e di predicare e razzolare all’altezza di un passato glorioso. Li amo, per questo. E per essere intellettuali che badano al sodo, per il look qualunque con buona pace del finto indiecasual, per musica che ogni volta trattiene significati profondi. Strabuzzo gli occhi giusto per un breve attimo, al pensiero che il nuovo In Between è soltanto il sesto LP della formazione guidata da Glenn Mercer e Bill Million. Cosa buona e giusta, in verità: chi possiede carisma parla poco e bene. Pur sforzandovi, non troverete infatti nostalgia in una delle poche rimpatriate ad avere un senso, fosse anche semplicemente quello di mostrare ai giovani cosa significa fare sul serio.

Perché dal giorno uno i Feelies rifiutano il superfluo e ancor più da quando girano attorno a una formula che gli appartiene sulle ali di canzoni superbe. Canzoni che rendono bello e consigliato un lavoro dove ritmi pazzi e nervosismo perpetuo non sono svaniti. Sono una specie di trompe-l’oeil sonoro che è in realtà la spina dorsale di ballate minimali e rock essenziali, di chitarre che dialogano su pennellate di batteria, percussioni e basso stese dai puntuali Stan Demeski, Dave Weckerman e Brenda Sauter. Talvolta le sei corde disturbano il panorama con un metodo riconoscibile al primo ascolto, come del resto la calligrafia e il cantato, la magistrale gestione delle dinamiche e sonorità che riportano agli orizzonti di The Good Earth. Però! Però con il piglio dei Maestri che non si sono rammolliti né rimbambiti.

feelies lp

Dei Maestri che spargono nell’aria aromi di vitale classicismo e composizioni che cancellano i discepoli dell’ultimo quindicennio, i quali sono bravi(ni) e tuttavia si possono pure scordare l’innodia di ombre e sorrisi accennati Gone, Gone, Gone, la serpentina Pass The Time, l’eleganza melanconica della traccia omonima e di When To Go. Per tacer della peculiare fragranza di Time Will Tell, di una Been Replaced che smaccatamente caracolla à la Modern Lovers, delle Stay The Course e Flag Days costruite attorno a pause e ripartenze falsamente intontite, dell’umore riflessivo – un po’ da Tom Petty maturo: è un complimento – di Make It Clear. Bellezza che si spiega da sola, ecco. Specialmente una ripresa della title-track che, in chiusura, strapazza lungo nove minuti di cadenze serrate, pianoforte stoogesiano e sberle di fischiante chitarrismo. A quarant’anni dagli esordi, suona come un (benvenuto) vaffanculo da Signori. Garbato e traboccante classe, certo, ma comunque un vaffanculo. Mai fidarsi dei nerd. Poi non dite che non vi ho avvisati.

Kult Korner: l’inclassificabile giardino di Franti

Tra una menata e l’altra quasi scordavo che sono trascorsi trentuno anni dall’uscita de Il giardino delle quindici pietre. Mille-novecento-ottanta-sei. Eh… Un lasso di tempo enorme, se penso a quanto il mondo nel frattempo si è ribaltato e certe cose – le peggiori, le più squallide – sono rimaste sostanzialmente immutate. Lo sapevano benissimo, i Franti, che un cambiamento era in atto. Lo dimostrarono sciogliendosi dopo un capolavoro, consci delle motivazioni forti che ne stavano mutando il ruolo e le forme (Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Ishi, le carriere solistiche di Stefano e Lalli…). Lo scopo fu presto chiaro: adattarsi a una nuova temperie per conservare intatto uno spirito antagonista realmente punk. Per lasciarlo continuare.

Potevano permetterselo, i torinesi Stefano Giaccone (sax, chitarra, voce), Vanni Picciuolo (chitarra) e Marinella “Lalli” Ollino (voce), decollati con la ritmica di Massimo D’Ambrosio e Marco Ciari dal cuore degli anni di piombo da una metropoli specchio dell’intera nazione. Solo così era possibile riconnettere il ’77 al ’68 mescolando da collettivo aperto rock d’autore e jazz, schegge di Canterbury e nuova onda, poesia e militanza. Nell’82 il progetto trovava forma e nome in una scelta significativa: affidarsi al personaggio del deamicisiano “Cuore”, cattivo – a posteriori ipotetico – che tira sassi ai vetri e ride ai funerali del re, significava mettersi con le anime anarchiche e con i romantici a vita, che cercano un senso alle cose come (non) sanno e come (non) possono.

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Le prove tecniche di grandezza le svolgono due nastri (Luna nera e Schizzi di sangue) e un 33 giri a metà con i Contrazione. Roba che sfancula la SIAE con la fondazione – assieme agli aostani Kina, fantastici “Hüsker Dü delle montagne” – della Blu Bus, marchio totalmente autogestito e autofinanziato che all’epoca rappresentava un azzardo assoluto, pionieristico. Traendo linfa da Area, Ornette Coleman ed Ex, resistono al riflusso e agli edonismi degli anni Ottanta in un sottobosco di centri sociali e riviste underground, di radio libere e cause giuste. Rispondendo in tal modo a una scena che si preparava alle polemiche del passaggio dei CCCP alla Virgin – loro la trista fine del Giovanni Lindo non la faranno – e al venir meno dell’aderenza tra vita vera e musica.

Quadrando il cerchio tra queste ultime e una fiera inafferrabilità, l’esperienza si scioglie nella maturità di un album sublime, il cui titolo rimanda a una leggenda del Giappone medievale, secondo la quale a Kyoto esiste un giardino con quindici pietre, ma da qualsiasi punto lo si osservi se ne scorgono sempre e solo quattordici. Quella mancante essendo l’enigma dell’Arte che allo stesso tempo basta a sé e comunica a chi ha la pazienza per ascoltare, lontana dalla svendita a buon mercato, dai proclami intellettualoidi, dalla vanagloria. L’Arte che dura nel tempo, insomma. Questo l’humus di un lavoro tra i più fulgidi pubblicati nel Belpaese e di canzoni che entrano dentro a scuoterti e a farti pensare.

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Il dub venato free-jazz Il battito del cuore (parole di Linton Kwesi Johnson), l’ipnosi sferzante Acqua di luna, la poesia metropolitana de L’uomo sul balcone di Beckett, l’hardcore evoluto Hollywood Army/Big Black Mothers affermano lirismo e necessità come i chiaroscuri di Micrò Micrò e la commovente Elena 5 e 9, come la marziale Nel giorno secolo e un’armoniosa À suivre che pare opera di Nino Rota. Integrità, determinazione, genio. Non classificabili, Franti, e Non classificato è infatti la raccolta che mette fine alla vicenda sfoggiandone la discografia completa, patrimonio sul serio culturale la cui importanza cresce nei decenni contribuendo a collocare l’oggi in prospettiva. Perché è solo sapendo da dove veniamo che possiamo ipotizzare un futuro punto di approdo.

Classics Revisited: Gene Clark – nella luce bianca

Possedeva tutto il necessario al riconoscimento universale, Gene Clark. Doti canore e compositive e un carisma di spirituale mistero lo consegnano all’élite rock, benché a ricordarselo siano soprattutto fan di Americana, critici, musicisti. Devoti che consumano ogni giorno quanto di buono – ed è tantissimo – ci ha concesso con il fare riservato di chi scansò la fama perché non digeriva le pressioni legate allo showbiz. Provo a immaginare cosa potesse significare essere il frontman in uno dei complessi più famosi del mondo allorché John Lennon – i Beatles Cesari contemporanei – gridava “Aiuto!” senza che lo ascoltassero. Non ci riesco. Allora penso a Harold Eugene Clark il pioniere e lo scrittore di classici assoluti.

Tanto basta per perdonare le sregolatezze future di chi nel novembre 1944 nasce a Tipton, Missouri, terzo di tredici figli con sangue irlandese, tedesco e pellerossa nelle vene. Di chi assimila giovanissimo i rudimenti della chitarra dal padre ispirandosi a Hank Williams, Elvis Presley, Everly Brothers e, adolescente alla guida di un gruppetto rock‘n’roll, resta folgorato dal folk revival. Queste le coordinate in cui si muove e si muoverà il ragazzo che all’università preferisce i locali di Kansas City, dove nell’estate ‘63 i New Christy Minstrels lo notano portandoselo in tour e in studio. All’inizio dell’anno seguente i Fab Four lo fanno cadere sulla via per Damasco, cioè la Los Angeles dove incontra l’anima affine Jim “Roger” McGuinn. Il resto è Mito: nei Byrds Clark (co)scrive ampia parte di un repertorio che poi affida a un’ugola virile colma di emozione.

gene younger

Appropriatamente, il compito di innervare la tradizione con l’elettricità spetta agli epocali Mr. Tambourine Man e Turn Turn Turn che sono tuttavia anche fonte di screzi. Il management impone più spazio vocale per Roger, il corresponsabile del Capolavoro intitolato “otto miglia più in alto” ha la fobia dell’aereo, gli altri mugugnano per le royalties che costui incamera. Le crepe diventano fratture. Ai primi del ’66, sul fronte di Fifth Dimension Gene non c’è. Debutta poco dopo con il gustoso folk-rock venato pop e country di With The Gosdin Brothers, dove alla lavorazione travagliata rispondono il cast di prim’ordine (i fratelli Gosdin, Chris Hillman, Michael Clarke, Van Dyke Parks) e splendori come Echoes (i R.E.M. di Up senza elettronica in estasi onirica), la squillante So You Say You Lost Your Baby, le celestiali Is Yours Is Mine e The Same One prodotte da Gary Usher, le terrigne Tried So Hard e I Found You che annunciano una svolta.

Photo of Gene Clark

Prima della quale c’è il fiasco causato dalla Columbia, che perversamente pubblica l’LP nella stessa settimana di Younger Than Yesterday dirottando altrove la promozione e l’interesse dei media. A nulla vale lo splendente 45 giri The French Girl, cover di Ian & Sylvia supervisionata dal mago Curt Boettcher come l’acidula ancella Only Colombe. Con i Byrds ci riprova a ottobre ‘67 ma niente da fare. Il Sessantotto lo trascorre alla A&M allestendo la premiata ditta Dillard & Clark (con il banjoista Doug e, socio di minoranza, quel Bernie Leadon che negli Eagles raccatterà milioni con la medesima formula…) e sposando rock e country in modo coraggioso e felicissimo, più nell’esordio The Fantastic Expedition Of che nel Through The Morning Through The Night di un anno posteriore. L’eccesso di anticipo non paga e l’uomo imbocca definitivamente la via solistica. Prima, approfittando dei cospicui diritti, si sposa e mette su famiglia nei pressi di Mendocino.

Attende lo scoccare del nuovo decennio per la pagina più abbagliante, un lavoro omonimo – il titolo White Light sparì non si sa come dalla confezione – che nel 1971 presenta un eloquente scatto di copertina: inglobando il profilo dell’autore, il sole pare allo stesso momento tramontare a chiusura di un’epoca e sorgere per salutarne un’altra. Perfetta metafora del passaggio dai ’60 ai ’70 e dall’era del “noi” a quello del “me” avvolta in malinconie elettroacustiche che scaldano le ossa e l’anima. Raccolta in presa diretta con l’amico chitarrista Jesse Ed Davis più una misurata line-up, la magia incontaminata promana dalle ballate intense e cristalline Because Of You, With Tomorrow e Where My Love Lise Asleep e da episodi poco più mossi come la title-track, The Virgin, One In A Hundred. For A Spanish Guitar strappa il consenso di Dylan e la cover di Tears Of Rage vale l’originale. La stampa si spella le mani, il pubblico apprezza solo in Olanda e alla A&M se ne fregano.

white light

Gene allora regala brani a Dennis Hopper per il film “American Dreamer” e registra i pezzi che, rifiutati, nel ’73 finiscono su Roadmaster, a lungo disponibile solo nei Paesi Bassi e da avere per i gioielli con i vecchi sodali She’s The Kind Of Girl e One In A Hundred, per la Here Tonight con i Flying Burrito Brothers, per il country col cuore in mano In A Misty Morning. Come minimo. Dopo le Full Circle e Changing Heart che sono il poco salvabile della rimpatriata che cagiona Byrds, si riparte dalla Asylum. Un triennio dopo la luce bianca, No Other trasporta Phil Spector in dilatati e oppiacei sogni di essenzialità. Fondendo Gram Parsons e Marc Bolan. Silver Raven e Some Misunderstanding, From A Silver Phial e Lady Of The North raccontano un disco tanto misconosciuto quanto sensazionale. Apice la madreperlacea Strength Of Strings poi ripresa dai This Mortal Coil, lo adorano Beach House, Grizzly Bear e Fleet Foxes ma all’epoca non lo compra nessuno e gli elevati costi di produzione mandano in bestia David Geffen. Il matrimonio alla frutta, la bottiglia ha campo libero nella vita del Nostro.

no other

Discreto Two Sides To Every Story del ’77 e piatti McGuinn, Clark & Hillman e City, l’uomo è soccorso da Davis che lo disintossica (di mezzo adesso c’è pure l’eroina) e lo rimette in pista. Quando a metà ’80 esce l’anonimo Firebyrd, le nuove generazioni hanno già rispolverato chitarre Rickenbacker e armonie vocali. La neopsichedelia omaggia un padre ospite in Native Sons dei Long Ryders per la bellissima Ivory Tower e in So Rebellious A Lover, a quattro mani con Carla Olson dei Textones. Vorrei riferire di un riscatto, da qui. Mi distraggo consigliando il postumo Silverado ’75: Live & Unreleased, ma non posso evitare la tragica realtà: nel 1988 a Gene asportano mezzo stomaco, il successo della I’ll Feel A Whole Lot Better rifatta da Tom Petty gli offre altro carburante per l’incendio, nel gennaio ‘91 festeggia con i Byrds “storici” l’ingresso nella Rock & Roll Hall Of Fame ma il viso, un tempo così fascinoso, è un trapasso svuotato. Muore in maggio, il giorno del compleanno di Bob Dylan. Al cimitero di Tipton la lapide recita “Harold Eugene Clark – No Other” e di rado epitaffio è stato più calzante.

Tu(r)ista per caso: Orlando Julius – Mr. Super Afro

Abbiamo bisogno di tornare alle nostre radici e abbinargli originalità. Questo è l’unico modo di fare le cose. Sempre.” (Orlando Julius, 2016)

Ottenuta l’indipendenza definitiva dagli inglesi nel 1960, sei anni più tardi la Nigeria cadeva sotto una dittatura militare fortemente accentratrice. Da lì iniziava lo stillicidio di guerre civili, colpi di stato ed elezioni farsa che costituisce la realtà quotidiana di una terra colma di petrolio – la cui estrazione con metodi desueti e fortemente inquinanti ha devastato il delta del Niger – gestito da note multinazionali con joint venture in cui il governo locale detiene la maggioranza. Capito come gira il mondo?

Consolatevi pensando che colà si è sviluppato un panorama musicale fiorente e ricco di contatti con gli Stati Uniti. Ed è proprio una peculiare lettura del soul che viene in mente ascoltando Orlando Julius, soprattutto i due folgoranti CD editi da Vampisoul un decennio fa e intitolati Super Afro Soul. Sono la fotografia coloratissima del periodo ’66-’72, in cui il ventitreenne altosassofonista Julius Aremu Olusanya Ekemode (Orlando un soprannome ispirato da un noto attore connazionale) esordiva su Polygram dopo una lunga gavetta.

Orlando Julius

Accompagnato dai Modern Aces, stampava un LP (intitolato per l’appunto Super Afro Soul) che sprigionava una stupefacente mescolanza tra il highlife importato dal Ghana, le influenze jazz lascito di Charlie Parker e John Coltrane e le suggestioni elargite da Smokey Robinson, Temptations, Otis Redding. Qualcosa che somiglia a una versione più percussiva e ipnotica – in formazione conga, bongo e l’agigdigbo impiegato nei rituali Kokoma – del rhythm‘n’blues e che ebbe un successo immediato nei club di Lagos. Non solo: taluni affermano che l’impatto di quel trentatré giri abbia contribuito a preparare il terreno all’imporsi del funk in America. Chissà.

In retrospettiva un po’ lo percepisci nell’avanguardistica mistura di cui sopra, in contorti assoli che irrompono dentro gioiosi bombardamenti fiatistici di marca Stax, lungo tappeti ritmici battenti e magnetici, in una vocalità ieratica però calda. Cose comunque impossibili a sentirsi in qualsiasi brano occidentale coevo, come del resto certe chitarre insieme serpeggianti e grattate e una Ijo Soul che, sgomitando tra Hold On I’m Coming e I Feel Good, culmina in un saggio di spiccata unicità. Così, grazie ai successi Jagua Nana, Topless e Ololufe, Julius viveva da star fino all’arrivo di Fela Kuti, già trombettista occasionale nei Modern Aces…

Orlando Julius on stage

Rispecchiando l’evoluzione della black music, i successivi Orlando’s Idea e Ishe indagavano il funk con la nuova formazione degli Afro Sounders. Espansa la durata, i brani cedevano alle benefiche tentazioni funkedeliche perfettamente esemplificate da una Psychedelic Afro Shop che di quella fase rappresenta il momento cardine. Esaurita quella vena, Orlando emigrava oltreoceano: con gli Umoja apriva concerti di Marvin Gaye, Curtis Mayfield e Isaac Hayes e si vedeva scippato il merito di una Going Back To My Roots largamente basata sulla sua Ashiko. Di nuovo in madrepatria nel dicembre 1998, allestiva la Nigerian All-Stars band e un forum per musicisti.

Nel nuovo millennio fioccavano poi le ristampe e il passaparola su un genio che tuttora può vantare una forma smagliante: in attesa di godervelo sul palco, procuratevi l’ottimo Jaiyede Afro uscito su Strut nel 2014. Con i britannici Heliocentrics, la Leggenda offre un appassionato compendio stilistico ripescando una manciata di inediti accanto alla rilettura di In The Middle dal repertorio di Mr. Dynamite. Sempre indifferente al tempo e alle mode, questa musica è una festa per lo spirito e la mente dove la sinuosa title-track, il “suono totale” à la Bitches Brew di Alafia e Aseni e una Sangodele tesa e levitante distillano materia pulsante, indispensabile. Orlando (is) Magic!

Retronow: Stephin Merritt e le cinquanta sfumature del Pop

Per me scrivere canzoni autobiografiche è un terreno nuovo”. Così parlò lo scorso dicembre quel Gran Genio del mio amico Stephin Merritt, tuttavia non so se credergli o no. In ogni caso, poco importa se finora abbia dato voce a maschere o meno: conta che l’abbia fatto nel suo favoloso e unico modo. Di lui si è detto tantissimo, ma la lode che meglio lo fotografa credo sia l’accostamento a Cole Porter. Lo interpreto dal punto di vista attitudinale, immaginando Stephin che ogni giorno cammina sorridente sulla scala che dalla complessità conduce all’appeal duraturo. Non sono forse arguzia e seduzione i segreti del Pop? E dunque…

Una decina gli album in venticinque annetti per i Magnetic Fields, principale paravento di un songwriter sopraffino (iper)attivo anche con Future Bible Heroes, Gothic Archies, 6ths. Apice assoluto 69 Love Songs, triplo classico di Bellezza tanto più personale quanto più saldamente poggiata sul passato a percorrere ogni angolo del pop: prefissato guitar o techno, d’umore popolaresco, esotico o confidenziale, intinto nei colori del jazz, nell’austerità cantautorale e nell’epopea della new wave per mescolare Brian Wilson, Smiths, Scott Walker… Tutto e tutti insieme, appassionatamente. Oltre al Talento, è proprio la passione corroborata da sagacia e ironia che permette a costui di appropriarsi delle fonti ispirative e di allestire concept album che non soffocano il risultato. Ogni elemento compositivo è un mezzo di espressione e non una mera finalità estetica. Se vi pare poco, passate oltre.

stephin ladder

 

Chi è rimasto sappia che ho esultato davanti a un lavoro fresco di stampa quintuplo lungo due ore e mezza, perché c’era sicuramente un valido motivo per tanta abbondanza. E un valido motivo c’è. Cinquanta primavere il nostro eroe al concepimento dell’idea, cinquanta i brani di 50 Song Memoir. Ognuno ispirato a un anno speso da lui sulla terra e sistemato in ordine cronologico, così che la raccolta assume di volta in volta i tratti del racconto, della seduta psicanalitica, dello sbuffo di poesia, di uno schizzo umoristico. Soprattutto, di Arte che affronta i massimi sistemi attraverso il quotidiano. Era infatti apprestandosi al fatidico giro di boa del mezzo secolo che Merritt esponeva il progetto al presidente della Nonesuch: discografico come ne esistevano un tempo, l’entusiasta Robert Hurwitz dissipava nel capobanda i residui dubbi e voilà.

Metto le mani avanti: 50 Song Memoir non è un nuovo 69 Love Songs nella misura in cui Blonde On Blonde non avrebbe potuto essere un altro Highway 61 Revisited. L’artista è mosso da dedizione e rispetto per sé e per il pubblico, il che spiega la malinconia diffusa e le trame dove l’elettronica prevale su sonorità organiche pur saldandovisi con maestria. Seduto a ragionare sui perché e i percome del proprio operato, Stephin ha reagito da cavallo di razza conservando da una diversa angolazione la “coesa varietà” di registri, accenti e linguaggi che rende le 69 Canzoni d’Amore un Capolavoro. A tali vertici la cornucopia 50 Song Memoir si avvicina spesso, ad esempio nei Pet Shop Boys dislocati a Sheffield di Hustle 76 e nella dolcezza mesta di Ghosts Of The Marathon Dancers e In The Snow White Cottages, nell’orientaleggiante At The Pyramid e nell’elegia Ethan Frome, in una coheniana ‘Til You Come Back To Me e in quella struggente riflessione sullo sfuggire del tempo che è I Wish I Had Pictures.

50 song memoir

 

E se The 1989 Musical Marching Zoo somministra LSD a Beefheart e I Think I’ll Make Another World è innodico chamber-folk, Life Ain’t All Bad modernizza una chanson marinaresca e Rock’n’Roll Will Ruin Your Life scintilla epidermico post-punk. Alle Eurodisco Trio, How To Play The Synthesizer e Danceteria! che spediscono in garage Gary Numan, Depeche Mode e Soft Cell rispondono l’acuto omaggio Foxx And I, una Surfin’ che invita Cramps e Calvin Johnson a un’alcolica festa in spiaggia e lo spettrale country urbano Have You Seen It In The Snow? Quando realizzi che accanto agli echi di Residents potabili e le rifrazioni Boards Of Canada di Dreaming In Tetris siedono comode le incantevoli marcette acid-barocche Cold-Blooded Man e You Can Never Go Back To New York, ogni cosa è illuminata e illuminante. Cinquanta canzoni. Cinquanta lezioni di stile.

Classics Revisited: il dolceamaro domani dei Portishead

Mestiere e routine non appartengono a Geoff Barrow, Beth Gibbons e Adrian Utley, il poliedrico visionario, la sciantosa del cottage accanto e il navigato jazzman noti al mondo come Portishead. Tre “anta e qualcosa” la cui musica ha del miracoloso. Prova ne sia che poco meno di un decennio fa ci riconsegnavano un universo estetico assai mutato – però, a ben ascoltare, riconoscibile – in Third, album che con un’abile parafrasi del revival post-punk imitava i suoi due predecessori e si guadagnava l’eternità raccontando l’oggi.

Correvano infatti i pieni Novanta quando Dummy, con un successo di critica e pubblico ampio e inatteso, sigillò nel mainstream la rivoluzione innescata dai Massive Attack. Tra mille altre cose, Blue Lines espandeva la bassa battuta in una psichedelia che contaminava l’hip-hop con il dub. La chiamarono trip-hop e, prima di scadere in mero sottofondo, contribuì a ridisegnare l’habitat sonoro attorno a noi. Come il Pop Group, i Massive Attack venivano dalla multirazziale Bristol, con la differenza di essere un moderno collettivo e non una band in senso tradizionale. Vero che adesso il conto torna?

Quieti e austeri, i concittadini Portishead si definivano invece “vicini di casa con una forte passione per jazz e rock”, frase che trovo adattissima a loro per come dice moltissimo con (apparente) poco. E poiché la grandezza dei Portishead sta anche nel condensare tradizioni eterogenee, non fu per caso che il fatidico 1991 ne contenesse l’embrione. Ventenne, Geoff Barrow lavora negli studi Coach House e bazzica i Massive. Nel ’92, in Homebrew cuce su misura a Neneh Cherry una Somedays futuribile canzone d’amore che, leggiadra e uggiosa, fluttua su un frammento beethoveniano.

Arrivano remix per Primal Scream, Paul Weller, Depeche Mode, tuttavia è l’incontro con Beth Gibbons (di sette primavere più vecchia; anche lei figlia di divorziati) ad accendere la miccia. Preso il nome dalla vicina località costiera dove Barrow è cresciuto, accolgono il chitarrista Adrian Utley. Parallelamente alla musica, lavorano su To Kill A Dead Man, cortometraggio ispirato ai film spionistici dei ‘60 che è correlativo visivo della musica in incubazione, così che – sull’esempio di Antonioni e Hitchcock – l’omaggio si rivela un gioco sottile tra realtà e immaginazione.

portishead smile

Accettata la proposta contrattuale della Go! Discs, nel ‘94 Dummy entra nella Storia e nel cuore vestendo i panni del fedele compagno per l’autunno dei nostri scontenti, elegante come una moderna Edith Piaf sotto nuvole di umida e un po’ stranita tristezza. Legati a compositori come Lalo Schifrin (campionato in Sour Times; altrove, spetta a sample di Weather Report e War indicare una precisa attitudine) e Bernhard Herrmann, al John Barry cui rimandano le chitarre e il taglio dei suoni, agli alchimisti dell’elettronica e della produzione, i Nostri sono intellettuali riservati e mai spocchiosi.

Simili a un gruppo di rado citato al proposito, i Talk Talk. A me pare proprio questo il tassello che suggella il puzzle, non solo perché il loro batterista Paul Webb è ringraziato dalla Gibbons nelle note interne dell’esordio e perché la ragazza avrebbe dovuto cantare stabilmente nei suoi .O.rang. No. E’ questione di comuni attestati di genio: dei dettagli che non scadono nell’orpello, della finta distanza tra autore e contenuto, dello “straniamento partecipato” che pone davanti alla fragilità emotiva. Di musica che all’intimo centro è ineffabilmente femminile.

Di fatto, se si rimuovono lo scratching e la ritmica “in avanti”, Wandering Star e It’s A Fire porgono la prova mancante dai risvolti di Laughing Stock. Pura bellezza come le lame di theremin che fendono Mysterions e come il melodioso tremolare di Sour Times, come le sincopi di It Could Be Sweet e come i dub-hop jazzati Strangers e Pedestal. Che dire, poi, dell’ansia latente sciolta da due episodi più del resto stellari? Che interi universi sono racchiusi nel gassoso soul (il cuore dilaniato dall’orchestra e dal twang) di Roads e in Glory Box, ballata del Duemila che dondola su un brandello di Isaac Hayes tra fondali dolenti e scorticanti come le parole di Beth.

Dammi un motivo per amarti, dammi un motivo per essere una donna, voglio solo essere una donna.” Verso la fine irrompe un break ritmico accompagnato da un urlo di pena. “Tempo di cambiare.” intona la Gibbons, poi riparte dalla prima strofa. Il brano sfuma e chiude il disco. Una pausa per capire cosa ti sconvolge, poi dentro si scioglie qualcosa che non sai. Così ogni volta, da allora.

Dummy

Con il passo meditato dei campioni, Portishead offre nel 1997 il già detto nella pianistica Undenied, nella metafisica Western Eyes, nella chirurgica Over. A ogni buon conto eccelse e idem la rinuncia al pezzo trainante, sul quale sono imposte audaci brume, una copertina da David Lynch ostaggio della più allucinata BBC e musica fenomenale. Billie Holiday compare inasprita da fantasmi di Technics e saliscendi in Cowboys ed Elysium, una diva psicotica invoca le orchestrazioni di All Mine, Only You è una sospensione irreale, Humming lacrima orrore rarefatto.

Quando Half Day Closing si ispira esplicitamente agli United States Of America, ogni cosa è illuminata. O forse no, ché le emozioni sono racchiuse in seducenti coaguli di significato e chiedono tempo per rivelarsi. Dodici mesi dopo, Roseland NYC Live sarà piacevolissimo “best of”. Dissolvenza. Frattanto gli anni passano e la vita va avanti, a volte di corsa e a volte incespicando. L’Arte, nondimeno, se ne frega.  Nel 2002 Beth si riaffaccia sulle scene con Rustin’ Man A/K/A Paul Webb e il folk-rock evoluto dello splendido Out Of Season. Cerchio chiuso.

portishead sitting

Nella primavera del 2008 Three approda alla Island recapitando echi kraut (Silence, Nylon Smile) e post (Magic Doors, Plastic). Ma sono appunto echi trasfigurati in altro. In una We Carry On da Silver Apples che incidono Unknown Pleasures, in sfoglie (elettro)emotive della caratura di Threads e The Rip, nei mesti cenni di Hunter, nell’onomatopea sferzante di Machine Gun. Splendida affermazione di talento vero e disposto al rischio, cui seguivano i concerti e interessanti progetti paralleli di Geoff, che nel 2012 dichiarava di aver iniziato a buttar giù materiale nuovo, scherzandoci subito su aggiungendo che avremmo atteso un altro decennio.

L’ultimo messaggio sinora pervenuto maneggia come al solito una profonda visione dell’attualità: registrata una cover di SOS degli ABBA, lo scorso giugno il trio le abbinava un video incentrato sulla tragedia di Jo Cox e sul Brexit. Il filmato termina con Beth che tende la mano verso di noi. Appare una frase della politica britannica: “Sono molte di più le cose in comune di quelle che ci dividono.” Appunto. A presto o tardi, amici.

Retronow: la sofferta maturità dei Tinariwen

Proprio quando temevano l’approssimarsi dei cliché, i nostri ribelli preferiti ci hanno preso in contropiede. Ammesso e non concesso che dei Tinariwen ci si possa stancare, gli ultimi LP Tassili ed Emmaar indicavano la volontà di allontanarsi da formule artisticamente vincenti ma in nessuno caso limitative. Ulteriore segno di grandezza da parte di un collettivo che unisce la fiera protesta a canzoni sferzanti e visionarie; da parte di gente che mai ciancerà di rivolta in un hotel a cinque stelle perché i proiettili li ha sentiti fischiare vicinissimi. Da questo punto di vista, la band africana incarna la massima riportata nella busta di Warehouse: Songs And Stories secondo cui la rivoluzione inizia da una consapevolezza interiore.

Per questo motivo i loro dischi, così inscindibili da vicende drammatiche reali, si appiccicano all’anima e vibrano e scuotono come di rado accade. Dicono che sia una delle qualità del Genio; tra le altre, ci metterei il muoversi costante attorno alla propria cifra autoriale. Penso a Bob Dylan, a James Brown, ad Ali Farka Touré: la conferma non si fa attendere. Per una questione di prospettive, infatti, i Tinariwen sperimentano “contaminandosi” con l’occidente mentre (come ognuno, ovunque, in qualsiasi epoca) cercano il dialogo con le radici e il presente. Una ricerca che per loro chiude un cerchio riportando il rock dove tutto è iniziato, perché le persone dimenticano la storia ed è prima di tutto nelle menti che certi confini si formano.

Tinariwen

Ragion per cui, anche se da decenni combattono per rivendicare spazio in una terra nella quale non abitano dal 2014 perché occupata da fondamentalisti islamici che attentano alla loro vita, i Tinariwen seguitano a proporre un messaggio di integrazione splendido per come – in maniera simile agli Specials – le questioni artistiche assumono profondi valori umani. Una cosa cui non siamo più abituati che rappresenta l’elemento per così dire “intimo” di Elwan, settimo album il cui titolo significa “elefanti” e nondimeno nulla vi è di monolitico in brani che, realizzati lontano da casa per le suesposte ragioni, affrontano le difficoltà alternando riflessioni e speranze.

La cronaca mi impone di riferire che in tre le occasioni e altrettanti luoghi si è lavorato alla scaletta, benché la compattezza sia tale da cancellare cesure tra quanto registrato negli studi Rancho De La Luna (non per caso situati nel tenere americano di Joshua Tree…) con Matt Sweeney, Kurt Vile e Mark Lanegan, in un’oasi marocchina insieme a giovani musicisti locali e un ensemble gnawa, infine sul suolo francese. Annotazioni di un certo peso, queste, poiché una scelta frutto della stretta necessità acquisisce un senso altro, indicando come il mondo possa rivelarsi un’unica spianata di (apparente) desolazione e quanto le differenze scompaiano là dove ci si smarrisce allo scopo di ritrovarsi.

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Elwan segna al tempo stesso l’immersione nella carica ritmica delle percussioni e in una meditabonda malinconia di chitarre e voci, lungo un sentiero che avvolge nelle corali Hayati e Talyat, che trascina con l’impeto spagnoleggiante di Assàwt, che dipana l’onirica psichedelia della Nànnuflày con ospite un Lanegan debitamente misurato. Nel resto di un programma che altrove consolida e sintetizza un linguaggio sonoro unico, esaltano esempi di orgogliosa mestizia – quindi di blues nell’accezione più piena – come Fog Edaghàn, Arhegh Ad Annàgh e Nizzagh Ijbal, la crepuscolare Ittus, una Sastanàqqàm che detona funk delle sabbie possente, ancestrale, elegantissimo. Musica da sentire con il cuore prima che con la mente. Musica più del solito meravigliosa. Accomodati, maturità. Sei la benvenuta.