Retronow: Ty Segall diventa (un) grande

L’ultima cosa che mi interessa al mondo è insegnare agli altri come vivere. Nondimeno, se scrivi di una forma d’arte devi prendere delle posizioni e, uh, giudicare, ma proprio perché questo verbo sa essere mostruoso e sgradevole, cerco di esercitare più cautela possibile. Venendo al punto: fino a ieri trovavo Ty Segall bravo e poco disposto a lasciarsi incasellare, tuttavia frenato da un’iperproduttività un poco dispersiva che pareva modus vivendi e quindi affar suo. Sorpresa, il fresco di pubblicazione Freedom’s Goblin lo mostra svincolato dal summenzionato handicap scatenando applausi a scena aperta.

Perché sotto l’impero di internet, quando la disponibilità del passato sonoro a prescindere dal contesto storico/sociale che lo generò si risolve spesso in una sequela di formalismi, arriva un giovane a metterci il cuore oltre all’ironia, a cavare dalla mescolanza dei linguaggi un’identità con la quale rivestire canzoni geniali e belle. Dimostrando così che, rimossane la storia, gli stili possono essere puri invece che vuoti. Una gran bella differenza, no?

freedom's goblin

Di conseguenza non è un paradosso se il californiano giunge in vetta a cavallo di un mastodonte di un’ora e un quarto. Trent’anni e un decennio di frenetica attività alle spalle, l’unica maniera che ha di riassumere il suo multiforme talento è forgiare un arguto post classicismo psych-rock. La forza del quale sta – oltre che in una scrittura di altissimo livello – nello scuotere il passato con brillanti riscritture creative e la consapevolezza che si progredisce incrociando il già esistente. Da sempre, e a maggior ragione oggi che si ibrida di tutto e di più. Per questi motivi, nell’epoca pre-CD Freedom’s Goblin sarebbe stato un doppio come Tago Mago o Trout Mask Replica: pre via della durata, ma soprattutto per il dispiego di idee e per il porsi come summa estetica.

Messi da parte impossibili e insensati paragoni con gli altri Capolavori su quattro facciate qui citati (comunque un buonissimo segno), quel “2018” stampato sulla copertina dona ulteriore smalto alla maturità di Segall. Lampante al proposito la scelta di sistemare a fondo corsa la And, Goodnight che estende un vecchio brano in un’eccellente epica alla Crazy Horse. Idem per quanto riguarda l’uso mai scontato dei fiati, l’affiatata squadra di sodali, il confermato Steve Albini al mixer. Indicazioni preziose di un esito che è frutto dell’equilibrio tra istinto e ragione tipico dei grandi dischi.

glam Ty

Basta infatti il poker d’apertura a spiegare l’aria che tira: Fanny Dog vede Robyn Hitchcock aggirarsi tra i solchi di Exile On Main Street scortato dai Primal Scream, in Rain i Beatles ospitano Skip Spence e un’orchestrina mariachi arrangiata da Sun Ra inventando i Radiohead, la cover di Every 1’s A Winner rifila sculettando un giro di pista ai Black Keys e per Despoiler Of Cadaver Beck resuscita Prince in abiti electro. Ah, però. Altri passi d’autore nel lucido delirio i graffi da Contortions al top di Talkin 3, l’acidula You Say All The Nice Things, un Marc Bolan fissa conclamata di Ty che funge da spina dorsale della delizia I’m Free e si trasforma in Alex Chilton lungo la struggente My Lady’s On Fire.

Si vola in cento direzioni però tutto si tiene, eccome se si tiene. Al sarcasmo hardelico di She risponde l’elaborata sarabanda glitterata 5 Ft. Tall, per una The Main Pretender traboccante torbida sensualità c’è lo scontro frontale tra Supergrass e Devo di When Mommy Kills You, il babà misto Lennon e Harrison Cry Cry Cry siede comodo accanto alla centrifuga grunge del White Album di Alta. Zibaldone visionario e policromo, Freedom’s Goblin possiede il portamento e l’attitudine che appartenne ai Royal Trux: disinvolto, se ne frega di giochi citazionisti ed esercizi di stile per emergere dalla propria epoca, fotografarla e allontanarsene. Tra fiori e rottami, gioielli e cascami, la certezza di trovarsi al cospetto di un’opera destinata a rimanere cresce un ascolto dopo l’altro. Evviva.

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D’amore e altri delitti

Cantava Ian Curtis che l’amore può farci a pezzi. Del resto il Sentimento Sommo si è disegnato così: rugginoso come un coltello o lieve come il respiro in inverno, entra nella vita senza chiedere permesso e scombina tutto. Quando sparisce non lascia biglietti, perché presto o tardi ritornerà. Così non smettiamo di credere in lui, sebbene tra una visita e l’altra ci pieghiamo sotto ricordi tristallegri, sensazioni assenti, aspettative frantumate. Finché un bel giorno – fateci caso: quel dì non piove mai – i cocci si sono arrotondati, brillano e non fanno più sanguinare. Chissà che la prossima volta quel birbante non decida di fermarsi per sempre…

Da par loro, gli scrittori di canzoni ne sanno ben più di qualcosa. Hanno la (s)fortuna di raggiungere milioni di persone ragionando sulle sciagure sentimentali. Autentiche o romanzate, non importa. Conta che un vinile divenga il luogo dove l’esperienza personale trascolora in universale; conta che l’ascoltatore si riconosca e si senta meno solo. La tradizione delle pene d’amor perdute è tagliata su misura per il songwriting e, lungo una strada non a caso lastricata di capolavori, conduce là dove l’amore fa male però bene.

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Giusto allora iniziare dall’uomo che più di ogni altro ha segnato il secolo scorso: in Blood On The Tracks Bob Dylan distillava rancore e lo convertiva in poesia tramite vertici come Tangled Up In Blue, Shelter From The Storm e Buckets Of Rain. In un Classico che sancisce il definitivo addio ai Sessanta, spostava l’accento da “noi” a “io” riflettendo su una tormentata separazione e affidando a versi che qui esplodono e là ripiegano su se stessi la gamma di sentimenti racchiusa tra l’amara If You See Her, Say Hello e una rabbiosa Idiot Wind. Condotto da una voce inimitabile e un tessuto strumentale spartano però efficacissimo, di rado il tuffo in un pozzo d’ira e nostalgica recriminazione è stato tanto meraviglioso.

In un 1975 che gronda scontento e riflusso anche Paul Simon transita sotto analoghe forche caudine. Del vendutissimo Still Crazy After All These Years bisogna nondimeno leggere i testi per capirlo, giacché gli strascichi del divorzio sono avvolti in un jazz-rock solo a tratti ombroso e amarognolo. Coppie che scoppiano e altre che si ricongiungono: nella dolce My Little Town si riaffaccia Art Garfunkel e non sarà tutta colpa di Freud, altrimenti come spieghi l’appiccicosa 50 Ways To Leave Your Lover e il gospel’n’roll Gone At Last, il sax che scartavetra Have A Good Time e un’immensa Silent Eyes che diverge dal tema affrontando l’Olocausto?

paul simon

La spiegazione si chiama “talento supremo”. Esperta navigatrice delle maree emotive, in carniere Joni Mitchell vanta almeno due capi d’opera ed è il secondo in ordine cronologico a raccattare frammenti di vita per conferirgli un senso. Nell’anno del bicentenario americano, la Signora del canyon percorre in auto la terra d’adozione e raccoglie gli appunti seminati in Hejira tra folk trasparente (Coyote, Amelia) e fantasmatico (A Strange Boy), metafore indecise tra sogno e realtà (Song For Sharon, Black Crow) o polaroid in jazz (Refuge Of The Road).

Sulla sponda opposta dell’Atlantico il colosso Richard Thompson ha sempre sfoggiato una rara chiarezza di visione, sia nei Fairport Convention che da solo e con la (ex) consorte Linda. Del mazzo di LP editi con costei è l’ultimo a figurare nel club dei lonely hearts. Composto due anni prima ma temporaneamente accantonato, nell’82 Shoot Out The Lights sanguina folk-rock severo ed elegante, profetizzando l’allontanarsi del duo in un botta e risposta di ugole e corde magiche. Più che altrove, nella vespertina Just The Motion, nella dolente Did She Jump Or Was She Pushed e nell’innodica Wall Of Death.

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A volte ci si (ri)costruisce un domani vestendo ricordi e speranze con colori che paiono antichi e invece trattengono con sé la modernità. A inizio millennio Beck sorprendeva con la quiete apparente di Sea Change, meditare sulla separazione da Winona Ryder che chiudeva temporaneamente in un cassetto lo stupefatto cinismo della Generazione X e le mirabolanti contaminazioni rifugiandosi in alvei elettroacustici (The Golden Age, It’s All In Your Mind) e ossimori sonori (Lost Cause), in orchestrazioni spedite dietro ai moti dell’anima (Paper Tiger, Lonesome Tears) e reinvenzioni drakiane (Round The Bend, Side Of The Road). Sintesi perfetta di antico e moderno che consegnava un apice in seguito mai più raggiunto.

Annotazione che vale anche per Jason Pierce, rientrato ventuno anni fa nella Storia – già vi erano stati gli Spacemen 3 – con Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space. Parte integrante del DNA di Mr. Spaceman è la caparbietà con la quale esorcizza crisi esistenziali e di salute attraverso il potere catartico del suono. Essendo il presupposto di Ladies And Gentlemen… l’addio dell’Astronauta a Kate Radley, fidanzata e tastierista della band che gli aveva preferito il clone Richard Ashcroft, l’alterazione mentale si fonde all’afflizione in un album immane e unico. Psichedelia che si fa gospel che si fa wall of sound spectoriano sul confine (im)possibile dove Philip Glass produce gli MC5 e i Suicide nascono a New Orleans, scaglia nel più alto dei cieli melodie di una bellezza che sbrindella l’anima.

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Il ritorno sulla terra sarà relativamente più agevole accostandosi a Domestica, che nel 2000 esemplificava al mondo l’emocore, evoluzione ultima del punk piegata nella sincerità confessionale dell’hardcore. In un ambito assai affollato, i Cursive – band del Nebraska che ruota intorno al cantante Tim Kasher – si sono ritagliati un ruolo primario soprattutto in ragione di questo terzo LP. Strutture complesse, canto espressionista e oblique allegorie incentrate sul disfarsi della vita coniugale compongono un intenso rosario di canzoni. Come spie nella casa dell’amore che non c’è più, gioielli della caratura di The Martyr e A Red So Deep sigillano il genere un attimo prima che si trasformi in baggianata per adolescenti.

Chiude il cerchio Justin Vernon/Bon Iver, ennesimo cantautore nascosto dietro una sigla “da gruppo” che un decennio fa debuttava con lo scintillio For Emma, Forever Ago. Oggi Justin per lo più suscita sbadigli, ma all’inizio fu un moderno Thoreau disilluso dall’amore che leniva le ferite nei boschi del Wisconsin. Dopo alcuni mesi in parte spesi a spaccare legna e camminare per “svuotarsi” fisicamente, offriva saggi di post-folk minimale e accorato che trascinano dentro l’essere umano. Incurante di epoche e mode, è un’opera destinata a durare nel tempo come le altre che ho radunato qui, per testimoniare quanto soffrire lasci tracce indelebili e come queste cicatrici, in qualche bizzarra e fascinosa maniera, ci possano cullare. Anche se only love can break your heart, buon San Valentino a tutti…

 

Perfetti ma non troppo – Mad River: alle fonti dell’oblio

Anno nuovo e nuova rubrica di “Turrefazioni” per scacciare la noia, brutta bestia che striscia ovunque e può minare persino sentimenti e passioni. Meno male che esistono film, libri e dischi che ne sono immuni e ci restano accanto per la vita. Spesso non si tratta neppure di Capolavori Assoluti: grazie tante, fin troppo facile amarli quelli. Parlo semmai dei gioielli personali le cui lacune – quando esistono – sono in realtà pregi e ponti stesi sul cuore. Questo il senso di “Perfetti ma non troppo” e per spiegarmi (spero) meglio voglio inaugurare la serie con una storia intessuta di what if.

Tra i grandi della Bay Area “acida” i Mad River sono i meno noti e non ci si crede, ché nonostante le affinità con Quicksilver Messenger Service e Country Joe & The Fish erano davvero unici. Su atmosfere psicotiche e attorno al cantato teso e stranito, sapevano costruire con naturalezza brani assai elaborati. Un fascino peculiare, il loro, tramandato negli anni tra pochi adepti – e colleghi di diverse generazioni: Television e Polvo per l’ordito di chitarre e i climi; Motorpsycho e Pontiak quanto a strutture e piglio – creando un alone mitologico. Pienamente giustificato.

MR golden gate

What if, parte prima. Che ci saremmo persi se i ragazzotti di Yellow Springs avessero preferito la carriera… Correva l’anno 1966 quando alla locale università Lawrence Hammond (voce, basso), Greg Dewey (batterista: unico liceale), David Robinson e Tom Manning (chitarristi) passano dall’esplicativa Old Time Jug Band al blues secondo Paul Butterfield, che con l’epocale East/West ha testé introdotto nel genere dilatazioni e scale orientali. Ascolta anche folk, la Mad River Blues Band, e verrà presto utile come l’apertura mentale che spinge verso raga e jazz. Poco ricettivo l’Ohio, il gruppo si trasferisce nell’eldorado lisergico a ovest dopo aver accolto la terza (!) chitarra di Rick Bockner. Mentre prepara le valigie, abbandona un paio di ormai inutili suffissi e registra anche un demo, apparso nel 2011 su Jersey Sloo, vinile ufficiale Shagrat che aggiunge materiali di poco antecedenti lo scioglimento.

Ho tuttavia corso a perdifiato come un’anfetaminica gazzella (leggete oltre…) e riavvolgo il nastro a classici giorni di California: una magione di Berkeley dove abitare e suonare insieme, pochi soldi e molta fame, lo scrittore Richard Brautigan che prende la banda in simpatia, la sfama e introduce nel giro beat. La svolta un omonimo EP a 45 giri sulla microscopica Wee Records. Insensato svenarsi per un originale del ’67, gustatene il contenuto – A Gazelle e Windchimes recuperate sull’esordio lungo, più lo spigoloso folk-rock Orange Fire – in The Berkeley EPs, CD Big Beat che a metà Novanta lo raccoglieva con analoghe imprese di Country Joe, Notes From The Underground, Frumious Bandersnatch.

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In qualche modo il 7” arriva alle orecchie di alcune major e sarà la Capitol a deviare il Fiume Pazzo negli studi Golden Gate Sound con Nick Venet. Gli hippie militanti si scontrano con il navigato professionista incapace di capirne stile e background, ma anche a dispetto del poco tempo per provare la scaletta portano a casa il risultato. E che risultato! Da mezzo secolo Mad River si racconta sublime negli aspri viluppi di corde, nelle strutture complesse e nella penna visionaria. Gioiello al contempo iridescente e opaco, si apre con lo sprintato riassunto Merciful Monks e nel prosieguo dipana accorato blues “corretto” (High All The Time), trascinanti frenesie (Amphetamine Gazelle) e bizzarre incursioni etniche (Wind Chimes).

Da favola il finale, dove i dodici minuti di War Goes On ipotizzano, tra cupi slarghi e assoli fiammeggianti, dei King Crimson a stelle e strisce incamminati su un sentiero di chitarre taglienti e batteria jazzata. Passata la tempesta, l’oasi acustica Hush, Julian esorta a ripartire. Iniziano qui i problemi: l’LP esce con i nastri accelerati (pare a causa di un errore tecnico) e i Mad River perdono fiducia in un’etichetta che comunque non li sta promuovendo. Tom saluta per laurearsi e si entra a fatica nei Top 100 di “Billboard” malgrado concerti a San Francisco, nel nord della costa e in Canada.

mad river lp

What if, parte seconda. Fossero stati i Mad River meno disillusi, Paradise Bar And Grill avrebbe sterzato con un pizzico di convinzione in più e oggi racconterei un’altra vicenda. Forse. Chissà. Di certo il secondo e ultimo lavoro della formazione si affida alle radici con motivazioni profonde. La scena che aveva scagliato i nostri eroi nello spazio (interiore e non) stava per spegnersi e il sistema reagiva trasformando la controcultura in una moda e rimpiazzando l’LSD con l’eroina. La risposta nel tumultuoso 1969 fu un alveo confortante che in anticipo sui Grateful Dead recuperava l’educazione sonora di gioventù e adombrava le tensioni. Benché un po’ discontinuo, Paradise Bar And Grill brilla tuttora negli omaggi a John Fahey (meglio Harfy Magnum della pastorelleria Equinox), nell’omonimo country corale e quello svelto di Copper Plates, nella virile melanconia di Cherokee Queen.

Essendo impossibile ritornare del tutto a un’Arcadia fittizia, gli apici stanno però là dove riaffiora il recente passato e cioè nell’elegante frenesia esclusa dall’esordio di They Brought Sadness e nell’amaro psych-hard Leave Me/Stay. Galantuomini, in Love’s Not The Way To Treat A Friend i Mad River lasciano recitare una poesia a Brautigan, dopo che con una parte dell’anticipo contrattuale già gli avevano finanziato il volume “Please Plant This Book”. Siamo all’epilogo. Stanchezza, frustrazione, Vietnam. Si torna sui libri per evitare l’arruolamento e grazie dei ricordi. Prima di scambiare la chitarra con lo stetoscopio, nel ’76 Lawrence Hammond pubblica il solistico Coyote’s Dream per la Takoma di Mastro Fahey. Tanto per cambiare, una delizia roots destinata a essere culto per antonomasia. Ennesima dimostrazione che nel mondo non c’è giustizia, e adesso spetta a voi rimediare.

Classics Revisited: nella “progamerika” dei Pavlov’s Dog

Ivan Pavlov era un medico ed etologo russo che scoprì il riflesso condizionato, tramite un celebre esperimento in cui un cane collegava ripetutamente la presenza di cibo al suono di un campanello finché il semplice rintocco induceva la salivazione. Non è comunque per un riflesso condizionato che mi capita di tornare regolarmente su Pampered Menial. No. E’ perché incarna un esempio raro di rock sul serio colto e avventuroso e perché spiega quanto il prog sia un atteggiamento giustamente vituperato, ma anche un genere da indagare con cura per non gettare nella pattumiera della storia cose talvolta bellissime.

Annotazione che pare cucita su misura al Cane di Pavlov, patrimonio di pochi che non dimentica la tradizione d’oltreoceano anche quando lo attraversano i tipici interventi di violino, flauto e tastiere di inizio Settanta. A differenza di moltissime opere coeve, però, il suo fascino – cui contribuiscono le androgine corde vocali di David Surkamp – è oggi intatto grazie alla concisione, alla sobrietà e al livello di scrittura. Non troverete tecnicismi o sbrodolate in uno stile più lineare dei King Crimson e meno dandy rispetto ai Roxy Music che per un breve momento fu qualcosa di unico.

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Oltre alla nazionalità e alla relativa cultura sonora c’entra una gavetta che infuse umiltà e concisione nella formazione, sorta nel 1972 in Missouri dalla cover band High On A Small Hill. Al chitarrista Steve Scorfina e a una solida sezione ritmica (Rick Stockton: basso, Mike Safron: batteria) si aggiungono Surkamp, folkettaro principale autore del repertorio, l’archetto di Siegfried Carver, i tasti di David Hamilton, Doug Rayburn a mellotron e flauto. L’intensa attività concertistica nel Midwest suscita l’interesse della ABC, che li spedisce a New York con Murray Krugman e Sandy Pearlman (mancato nell’estate 2016, aveva/avrà in curriculum Blue Öyster Cult, Dictators, Clash, Dream Syndicate). I ragazzi colà incidono come se stessero suonando su un palco, mettendoci anima ed energia senza perdere di vista le sfumature.

Così tra l’ineffabile romanticismo di Julia – per la quale i cialtroni Guns ‘n’ Roses ancora non ringraziano: ascoltare per credere Don’t Cry – e l’epopea riassuntiva Of Once And Future Kings possono sfilare solo gioielli. Se Late November suona come un tagliente anticipo della Patti Smith epoca Wave, Song Dance vive di una complessità poderosa ma elastica e Fast Gun ipotizza dei Mott The Hoople inquieti; se Natchez Trace trasloca Jerry Lee Lewis in ipotesi “southern fried” di For Your Pleasure, la meraviglia Theme From Subway Sue poggia sul sapiente alternarsi tra innodia e mistero e l’alata Episode sprigiona tenue malinconia. Che dire? Stupendo.

pampered menial

Succede però che con l’LP nei negozi a inizio aprile i Pavlov’s Dog si accasino alla Columbia e il debutto venga ristampato confondendo il pubblico e smorzando eventuali ambizioni di successo. Similmente ai Van Der Graaf Generator, nessuno replicherà l’incantesimo se non in parte: ascoltare per credere Mother Love Bone e i Jane’s Addiction di Ritual De Lo Habitual. Persino i diretti interessati, che nel ’76 pubblicano il più disteso At The Sound Of The Bell; tuttavia si vende poco, l’etichetta li scarica e il successivo scioglimento lascia il mediocre Third ufficialmente inedito per tre decenni.

Di scarso interesse il ritorno di Surkamp nei primi ‘80 come Hi-Fi e più tardi con la vecchia ragione sociale e il solo Rayburn degli originali, eccoci all’estate 2004: la line-up “storica” (tranne Carver) si esibisce nella natia St. Louis e Surkamp la rimette in piedi con la moglie e altri carneadi girando mezzo mondo. Non voglio saperne. Per me non esistono. Esiste invece una triste realtà dove Siegfried è deceduto nel 2009 e con sinistra cadenza triennale è stato seguito da Rayburn e Stockton. Onore alla loro memoria e a Pampered Menial, magnifico mini-universo a sé con il quale Cronos si è dimostrato benevolo. Fu vera gloria, lo sarà in eterno.

Il mondo senza Mark E. Smith

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.” (F.S. Fitzgerald)

Nella mia breve carriera di giornalista ho scritto solo uno di quegli articoli che passano sotto il nome di “coccodrilli”. Fu per il Grandissimo Bert Jansch e accettai di buon grado nonostante l’impaccio e una certa difficoltà latente. Il problema è che vivo il lutto in maniera profondamente riservata. Nella vita credo non vi sia dolore più grande del distacco, dell’andare avanti con le spalle più pesanti e senza qualcuno di importante. Ora il mondo è un luogo viepiù triste e noioso perché Mark Edward Smith non è più tra noi.

Non starò a ripetere quanto già saprete: i dettagli di cronaca mi interessano poco o nulla. Conta che mi senta scombussolato e confuso al punto da fare un’eccezione. Conta che lo spirito più punk di sempre sia scomparso poco prima di superare i sessant’anni. Conta che non uscirà mai più un nuovo disco della sua (e solo sua) band. Abbiamo una certezza in meno, insomma. Un album dei Fall fresco di stampa era una sicurezza come Lucy che toglie il pallone quando Charlie Brown sta per calciare o il nubifragio che arriva dopo aver lavato l’auto.

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Così la vita ci aveva illuso fino a ieri mattina. Nondimeno tocca farsene una ragione: i musicisti invecchiano e scopri che da quel punto di vista non sono semidei e il tempo sottrae un mattone dopo l’altro dalla diga del rock‘n’roll. Il groppo alla gola non accenna a diminuire, anche se la rabbia è in parte lenita dall’accettazione che le cose vanno così. Quello che davvero sconvolge è la frattura interiore creata dalla scomparsa “fisica” e dal fatto che, grazie a un dischetto metallico e a un tondo di plastica più largo, questa gente rimarrà viva finché non toccherà a me. Che scherzi giocano Arte e Destino, eh?

Ad esempio, l’amarcord che lascia addosso un dispiacere stridente, strani graffi sotto pelle, il passato che torna avvolto in una nebbia luccicante. Tuttavia in questa giostra una certezza la posseggo: cinico sin nel midollo – sospetto però che sotto la corazza nascondesse un peculiare romanticismo – Mark scatarrerebbe con il suo accento nordico e lo sguardo da monello ingegnoso su questo e su ogni altro ricordo che leggerete. Farsi sbeffeggiare un’ultima volta da uno dei miei (anti) eroi, comunque, val bene una manciata di righe ed ecco.

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Giusto così, poiché la sua essenza era badare al sodo e su tale presupposto ha costruito un jukebox ribelle minimale e aspro. Mescolanza di kraut, sixties e art-rock, il caracollare ritmico in apparenza monotono, la chitarra tagliente e la tastiera che spatola due note sorreggevano il teatro della crudeltà partecipata del Signor Smith, seduto nell’angolo del pub a mugugnare. Questo fantastico equilibrio tra irruenza e avanguardia rappresenta l’anello di congiunzione tra Monks, Can, Beefheart, rockabilly e Canterbury – avant-garage si definivano i Pere Ubu: in questo caso vale eccome – e vanta infiniti tentativi di imitazione e l’adorazione di John Peel.

Pienamente giustificata, perché siamo al cospetto di un Genio. Di uno che, raccolta la fiaccola da Ray Davies tramite taglienti ritratti di britishness e una magistrale rilettura di Victoria, ha dimostrato che si può essere intellettuali proletari pur fregandosene di gloria, onori, ricchezza. Entrare nella Storia della musica popolare e contribuire a modellarla è il vero riscatto sociale. Alla faccia di tutto e di tutti. Stammi bene ovunque tu sia, hip priest.

Kult Korner: K. McCarty e l’intrattenitore desolato (o: come ho conosciuto Daniel Johnston)

Appassionato o critico, hai a – spesso inconsapevole – disposizione mille modi per imbatterti in un artista del quale ti innamori. Succede anche tra esseri umani: una sera apparentemente come tante incroci uno sguardo e la tua vita non è più la stessa. Arrivo al punto, tranquilli. Per anni ho avuto un’idea vaga di chi fosse Daniel Johnston e mi limitavo a osservare una buffa rana sulle magliette che Kurt Cobain sfoggiava con signorilità punk. Ancora non mi ero accostato alla musica e giuro che ho dimenticato se per timore o distrazione.

Qualcosa imponeva di attendere il momento giusto e il momento giunse nella primavera 1996, dalla vasca degli usati di un negozio, rischiarando un’esistenza sospesa dentro il limbo che talvolta precede l’ingresso nel mondo reale. Un CD a poco prezzo, artefice sconosciuta e l’intrigante sottotitolo songs of Daniel Johnston. Ma sì, proviamo. Due giorni dopo – l’anima rivoltata come un calzino, il cuore lacrimante gioia – avevo un nuovo amico.

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Come tanti suoi colleghi, Daniel Johnston è in parte vittima di un malinteso. Nel senso che l’eccentricità non è un lasciapassare per altri mondi e il disagio a monte del Genio non spiega davvero la tenerezza commovente delle sue canzoni sublimi. C’è dell’altro che si spinge molto in profondità. C’è un linguaggio sbilenco, ineffabilmente fulgido e magico, tipico di chi cammina sul rasoio della vita e ne coglie l’essenza dolceamara. Di chi desidera il midollo perché l’osso non basta più. Di gente come Syd Barrett, Mark Linkous, Tom Waits, Jeff Mangum, Mark Oliver Everett.

Per la semplice ragione che una canzone può salvare la vita a chiunque: basta accorgersene e incastonare lei e i suoi significati nella giostra quotidiana che chiamiamo “vivere”. Dunque, se di Daniel nulla possedete, consiglio umilmente di partire da Dead Dog’s Eyeball, l’album di K. McCarty oggetto dell’amarcord di cui sopra. Kathy è una texana che militava in tali Glass Eye e, sciolta la band, nel ’94 pubblicava per la Bar/None una generosa manciata di composizioni dell’amico cavandone un disco di “culto al quadrato”. Uno specchio deformante in positivo, che dagli originali rimuove le molle rotte e le corde scordate conservando luccicanze, sfumature, tonalità.

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Grazie a questo toccante gesto di riconoscenza – cucito con stoffe indie rock di alta qualità intessute di folk, lounge jazz e pop psichedelico – sarà più facile risalire agli LP originali, dai “rifiniti” Artistic Vice e Fear Yourself ai più ruvidi Continued Story, Yip Jump Music e Hi, How Are You. Mi accodo al corteo di fan (tanti anche eccellenti) confermandoli colmi di splendori disarmanti che ragionano sui miti (The Beatles, Casper The Friendly Ghost) e offrono vie di fuga (Rocket Ship, Speeding Motorcycle, I Am A Baby In My Universe), che sfoggiano lucidità come una seduta psicanalitica giammai potrà (Story Of An Artist, Sorry Entertainer) e si pronunciano sui massimi sistemi (Living Life, I Live For Love), oscillando tra i margini di melodie così pure che canticchi in un attimo a dispetto di forme spesso out there.

Che te ne fai comunque della “normalità” al cospetto di un capolavoro assoluto come True Love Will Find You In The End? Ecco. Daniel è un timido che scruta il mondo e, con un sorriso naif, sparge nel nostro spirito semi di tenerezza. L’uomo che ha scritto “seppelliscimi nel tuo cuore e là io rimarrò, senza andare in decadenza” è uno di noi: se è pazzo, allora lo siamo tutti. Uno di noi. Lì, forse, il segreto. La fatica e il disagio che avvertiamo al primo incontro derivano anche dall’accettare che lui sedeva già nel nostro intimo giardino. Entrato in punta di piedi, si è accomodato per rendere questo sciocco mondo un posto migliore. Buon compleanno, sorry entertainer.

Kult Korner: Martin Newell – pop gentleman

In un lontano futuro Martin Newell lo avrebbero clonato in laboratorio mescolando i DNA di Ray Davies, John Lennon e Syd Barrett. Invece si è fatto da sé molto ma molto prima per conferire ulteriore dignità a quella meraviglia chiamata “pop inglese”. Immagino che la maggior parte dei lettori si stia chiedendo “Martin chi?” Martin l’ultimo popcentrico d’Albione, ecco chi. Dotato di sapienza melodica, eclettismo e humour affatto comuni, costui appartiene con pieno diritto al club fondato dai nomi di cui sopra e frequentato da Andy Partridge, Robyn Hitchcock, Bid, Dan Treacy: “Ovviamente mi sento vicino a Beatles, Barrett e Kinks, ma gli altri sono più mei contemporanei che influenze. Ai tempi dei Cleaners From Venus ci chiamavano i ‘Beatles DIY’, il che dice molto di come lavoro su scrittura e arrangiamento: da dilettante ispirato, lascio che le cose accadano, e se non funziona, inizio qualcos’altro.” Sperando che adesso vi si sia accesa una certa curiosità, prima di scendere nel dettaglio desidero ringraziare Mr. Newell per l’estrema disponibilità con la quale ha rilasciato le dichiarazioni che state per leggere.

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Nato nel 1953 sotto il segno dei Pesci in una famiglia di militari, gironzolava per l’Oriente tornando in terra natia a tredici anni: “Il risultato del viaggiare forzato è stato che per tutta la vita ho sentito il bisogno di fermarmi in un solo luogo. E non essere in Inghilterra per gran parte del periodo 1964-1967 mi ha fatto sentire defraudato della mia estate culturale”. Nonostante ciò, buttava giù canzoni ascoltando i classici del periodo e hai detto niente. Dura però la gavetta: ventenne entra nei glamster Plod come cantante ma resta fregato dall’etichetta (“Eravamo molto giovani. Fu una faccenda piuttosto tipica: avevamo registrato dei pezzi e firmato un contratto in attesa che accadesse qualcosa. Non accadde nulla.”) e soltanto Neo City riaffiorerà nel 2003 sulla compilation Velvet Tinmine. Non si perde comunque d’animo e nel ’78 risponde con i Gypp e un EP prog-pop randellato dalla critica; ustioni su tutta l’anima, pubblica un altro 45 giri nel 1980.

Poi si chiude in casa e con l’amico batterista Lawrence Elliot inventa i Cleaners From Venus – nome scelto perché entrambi sbarcano il lunario come camerieri e lavapiatti – e un pop chitarristico sopraffino. Sono gli unici nel sottobosco di chi si affida alle pubblicazioni su cassetta ed ecco un primo pregio. L’altro, assai più importante, è l’alto livello di brani eccentrici però lesti ad agganciare con armonie dolceamare e arpeggi sospesi tra colori fab sixties, minimalismo new wave e modelli trasfigurati con carattere: “Se per trasfigurazione intendi il modo in cui la musica ha preso forma, probabilmente si tratta di limiti tecnici. Volevo tentare di scrivere grandi canzoni, ho imboccato una strada e per caso ho trovato qualcosa di personale.”

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A metà degli Ottanta la cosa inizia a farsi un tot più professionale con ll tastierista Giles Smith, mentre il successo di nicchia dei carbonari nastri ha come conseguenza uscite in vinile e alcuni tour. Ora di congelare il progetto ed (nel mezzo gli apprezzabili Brotherhood Of Lizards) esporsi in prima persona. Se siete ancora qui, la vostra pazienza sarà premiata da gemme a mezza via tra XTC e Television Personalities come Julie Profumo e Living With Victoria Grey, dalla Only A Shadow nervosamente appiccicosa che gli MGMT rileggeranno, dai pastelli di Clara Bow, dall’anticipo di Field Music Summer In A Small Town, dalla trasognata Sunday Afternoons. In ogni caso è solo la punta di un iceberg d’oro che vi invito a visitare ed esplorare con comodo, siccome nel 2012 la Capture Tracks ha lanciato un legalissimo programma di ristampe dei Pulitori Venusiani e di scusanti non ne avete.

newell then

Tornando a bomba, nel ‘93 Martin è contattato da Andy Partridge: “Qualche discografico pensò che avremmo dovuto collaborare. Lui possiede un umorismo simile al mio ma è un perfezionista e per una volta ho acconsentito a non fare di testa mia. Pensavo che sarebbe stato un esperimento interessante e ci siamo divertiti, anche se continuo a preferire il caos e la mia solita anarchia”. Frutto dell’unione il delizioso The Greatest Living Englishman, scintillio mid-fi surrealista (We’ll Build A House, When My Ship Comes In, Goodbye Dreaming Fields) e agreste (Home Counties Boy, Elizabeth Of Mayhem) che si porge stralunato (una notturna, pianistica Straight To You Boy; la marcetta corretta a jazz e LSD A Street Called Prospect) e all’occorrenza leggiadro (Before The Hurricane, Christmas In Suburbia: attenti però a parole tra il satirico e l’amaro) senza che l’unità d’insieme venga meno. Anzi: se la title-track squilla acid-pop e She Rings The Changes aggiunge “power” alla ricetta, The Green-Gold Girl Of The Summer centra il capolavoro ospitando Captain Sensible alla (fumigante) chitarra e sistemando Ray Davies nei solchi di For Your Pleasure. Alla sua reperibilità non agevole rimedierà alla fine del mese prossimo sempre Captured Tracks con una nuova ristampa e dunque regolatevi.

martin tea time

Disco che l’assidua frequentazione arricchisce rivelandone tonalità e sfumature, The Greatest Living Englishman fotografa appieno l’estro e il talento dell’artefice, il quale tuttavia dissente: “Forse quell’album rappresenta un mio Sgt. Pepper’s ma non è necessariamente il migliore. Di certo è il più coeso, quello più gradito agli ascoltatori di gusto… come dire… classico.” Lo sguardo tagliente misto di tra disincanto e sogno tipico della provincia, da Wivenhoe – novemila abitanti nel mezzo dell’Essex – questo iperattivo signore non si è più fermato e perché mai avrebbe dovuto.

Nel volgere di un biennio replicava con The Off White Album, barocco con gusto e arrangiamenti offerti da Louis Philippe. Poi, con piglio da moderno uomo rinascimentale, seguivano altri dischi solisti, l’attività di giornalista e poeta, il ritorno dei Cleaners From Venus e un’altra formazione chiamata Stray Trolleys. Dio salvi questo sommo artigenio, ché di gente come lui abbiamo un bisogno assoluto. Nei secoli dei secoli.

"Brave words about sounds & visions"