Thyme Perfumed Gardens-7: H.P. Lovecraft

Per essere un narratore sommamente visionario, Howard Phillips Lovecraft non ha lasciato grandi tracce nell’immaginario rock “che conta”: escluso il metal estremo e gli Iron Maiden, lo citano i Metallica in Ride The Lightning e Master Of Puppets e i debuttanti Black Sabbath. Altro di rilevante non rammento, con la splendida eccezione di una sixties band di Chicago dedita a un ombroso acid sound. Furono praticamente i soli degni di nota a trafficare con la psichedelia nella windy city, gli H.P. Lovecraft, e il loro breve volo merita la (ri)scoperta: se non ne sapete alcunché e non volete svenarvi per i vinili originali, ve la cavate con una modica spesa. Ringraziate la Rev-Ola che nel 2009 pubblicava sul CD Dreams In The Witch House l’intera loro discografia, bissando un’analoga operazione di quattro anni antecedente con suoni più puliti e libretto arricchito. Vi lascerà di stucco.

Una spiegazione di tale meravigliosa peculiarità è rinvenibile in retroterra eterogenei benissimo integrati, sin da quella metà del decennio favoloso in cui il folkettaro George Edwards fa comunella con Dave Michaels, tastierista di studi classici e voce stesa su quattro ottave. Dopo un paio di false partenze, George approfitta dell’amicizia con i produttori George Badonsky e Bill Traut per porre su nastro, in un pomeriggio invernale e la band locale Roving Kind a dare man forte, un’eterea seppur incisiva Anyway That You Want Me dei Troggs. Nel ‘66 ne ricavano un 45 per la Philips (sul retro il maldestro scippo a Dylan It’s All Over For You) attribuito agli H.P. Lovecraft, dietro suggerimento di un Badonsky fan sfegatato dello scrittore di Providence.

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Manca ancora una band, però, che è allestita dopo svariate audizioni con la chitarra di Tony Cavallari, il pirotecnico batterista Dave Tezga e Tom Skidmore al basso, presto rimpiazzato dall’ex Shadows Of Knight Gerry McGeorge. Il quintetto lavora alacremente infilando nuove composizioni tra ciò che Edwards ripesca dal proprio passato, così che è solida assai la scaletta dell’esordio omonimo inciso in estate, tra reinvenzioni dei Byrds (il post-beat The Drifter) e dei Jefferson Airplane (l’innodica Let’s Get Together, una vibrante Wayfaring Stranger). A cancellare possibili effetti fotocopia concorrono poi le tastiere immaginifiche e il tocco “colto” di Dave: se la conclusiva Gloria Patria è una scheggia gregoriana e The Time Machine un vaudeville buffo e basta, That’s How Much I Love You Baby seduce in pigro jazz bluesato e la mesta I’ve Been Wrong Before e una serrata Country Boy & Bleeker Street omaggiano rispettivamente Randy Newman e Fred Neil – di cui si riprende con estro anche That’s The Bag I’m In – in scia ai Jefferson.

L’immortalità è assicurata da The White Ship, sei minuti e mezzo di tenebroso bolero tra il barocco e l’arabeggiante che vede la luce anche su singolo in versione accorciata. Non smuove granché commercialmente ma entusiasma Bill Graham, che invita i ragazzi sulla West Coast per un tour culminante a San Francisco. Tanto è il clamore suscitato che gli H.P. Lovecraft finiscono per stabilirsi a San Rafael ed esibirsi regolarmente al Fillmore e al Winterland.

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Nella primavera ‘68 calano su Los Angeles per una settimana filata al Whisky A Go-Go, ciò nonostante salutano un McGeorge ai ferri corti con Edwards. Lo sostituisce Jeffrey Boylan, vecchia conoscenza con cui proseguono una massacrante attività concertistica che mina la salute e gli equilibri. All’etichetta che insiste per un secondo LP, reagiscono facendo quadrato: in studio improvvisano e approfittano dell’interesse per l’innovazione tecnologica del supervisore Chris Huston, poi rifiniscono i pezzi – ancor più personali compositivamente e dalle strutture complesse e dilatate – nelle pause di registrazione. Di concitazione e stanchezza è però del tutto immune lo splendido II, che a settembre li consegna alla Storia con folk-rock trasfigurato (Blue Jack Of Diamonds, High Flying Bird) e innodiche tensioni ascendenti (Spin, Spin, Spin: Terry Callier l’autore; di recente l’hanno ripresa i Motorpsycho), ipotesi di Tim Buckley terreno e astrattamente marziale (Keeper Of The Keys) e sortilegi cristallini (Mobius Trip).

Altrove si preconizzano i Pavlov’s Dog (It’s About Time), ci si lancia in brividi cinematici (At The Mountains Of Madness) e si tratteggiano incubi profumati d’oriente (Electrollentando). Non vi sarà seguito – dimenticabile la rimpatriata nei ’70 a nome Lovecraft con Edwards, Michaels, Tegza più carneadi – e va benissimo così. La Philips capisce che la diaspora è in corso e, nonostante le recensioni positive, smette di promuovere il disco. Tutto si dissolve magicamente all’apice di un’arte oscura e fascinosa che più di altre ha retto lo scorrere del tempo. Con buona (?) pace di qualsiasi caos strisciante

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