Billy Bragg e la politica del cuore

Si dice che gli uomini progettino e gli dei decidano. Da ateo, credo che la vita disegni una trama che attraversiamo, a volte cogliendone il senso e a volte no. Questo breve preambolo per informarvi che l’insediamento di una misogina, fetida canaglia alla Casa Bianca ha sconvolto il piano di “Turrefazioni” e che sul piatto gira e rigira un disco che a trentuno anni dalla pubblicazione è attuale più che mai. Anche da questo si riconosce un Classico, per quanto la statura di Talking With The Taxman About Poetry fu chiara da subito per svariate ragioni.

Perché fu la scommessa vinta del “difficile terzo album” indicata con somma autoironia dall’autore sulla copertina. Perché il titolo, preso dalla poesia di Majakovski riportata nella busta interna che analizza il rapporto tra artista, pubblico e società, incornicia dodici gioielli. Ognuno scolpito da un fiero e moderno songwriter, colto nell’atto di maturare la propria geniale idea di unire il berciante Zimmerman e i Clash barricadieri. Perché Billy non è un bugiardo ed entra nel novero dei Grandi.

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La voce del nasone, espressiva e riconoscibile come poche, ora è più “calda” e tuttavia conserva il tono e il respiro proletari con pieno beneficio della varietà di contenuti e atmosfere dei brani. Da abbraccio fraterno trasforma l’innodico traditional There Is Power In A Union in un’ode al sindacato britannico mentre l’eco dello sciopero dei minatori vibra nell’aria; con fermezza, ripesca dal passato la sferragliante Train Train dei Count Bishops; si immalinconisce nel racconto breve Greetings To The New Brunette con i ricami di Johnny Marr e della sfortunata Kirsty MacColl.

Non ha ritrosie Billy a porgere sentimenti universali spogliati da ogni orpello sonoro o retorico. Ascoltateli volteggiare attorno a una tromba nell’amara The Marriage, dipingere la solitudine opprimente nel country-folk metropolitano Whising The Days Away, invocare soccorso per una generazione col vuoto attorno nella caustica Help Save The Youth Of America. Poi ditemi quanta dell’acqua passata sotto quei ponti è tornata indietro.

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Non di sola musica devo parlare a proposito del (tenero) compagno Bragg, siccome Talking With The Taxman About Poetry segna la conquista di un definitivo equilibrio anche poetico. Perché questa è poesia che, autentica e imperitura, parallelamente agli arrangiamenti comincia ad affinare ulteriormente una visione in cui accusa e riflessione, sociale e privato, politica e sentimento sono indistinguibili. Sta anche lì la forza di un messaggio che parte dal cuore e al cuore arriva senza proclami e sloganismi.

Accorato e sferzante come i “pensieri d’amore e del presidente Mao” della tenera The Warmest Room. Come la forma e il contenuto di un Ken Loach che baratta la macchina da presa con una chitarra allorché la scelta della “parte” dalla quale stare poteva essere faticosa e drammatica, ed ecco spiegato l’indice puntato di Ideology. Come Canzoni che ti investono e travolgono, tu che nell’inverno 1986 eri adolescente o adulto o addirittura ancora non eri.

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Tu che a ogni ascolto sobbalzi e ti scopri a esclamare che cazzo, sì, le cose stanno veramente così! Tu che ti emozioni davanti ai (melo)drammi e alle gioie della vita di coppia affrescate con umorismo e un pianoforte da balera (Honey, I’m A Big Boy Now), alle masse di individui dentro il fiume impetuoso della Storia (The Home Front), al microcosmo quotidiano che si espande meditabondo (The Passion). Ascolti, ti indigni, vuoi agire, rifletti. Nel frattempo rammenti che la salvezza sta anche nell’attaccamento a ciò che conta: la sublime Levi Stubbs’ Tears arriva e ti taglia l’anima in due per ricucirla subito con un bacio.

Pensieri e parole di una bellezza che il tempo ha confermato materia da tramandare alla stregua dei Guthrie, dei Dylan, dei Gramsci, dei Pasolini. E di tutti gli altri Amici ai quali ti rivolgi nelle ore luminose e in quelle buie perché loro sanno. Gli anni che mi separano dal primo incontro con questo Capolavoro sono volati via. In un attimo, in tante vite. Nel frattempo pare che il mondo sia radicalmente cambiato. Sarà per questo che spaventa come e più di allora?

1 commento su “Billy Bragg e la politica del cuore”

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